La Stampa, 30/06/06
MITI E MISTIFICAZIONI
Lombardo Veneto, la nuova Padania
30/6/2006
di Gian Enrico Rusconi
L’evocazione del Lombardo-Veneto come entità storica, presuntivamente indipendente, è l’ultima mistificatoria provocazione di Umberto Bossi. Con furbesco cortocircuito collega l’orientamento maggioritario pro-devoluzione, registrato nelle due regioni lombarda e veneta, alla trasfigurazione di una realtà storica che ha cessato di esistere 150 anni fa.
Il Lombardo-Veneto infatti come entità politico-amministrativa non esiste più rispettivamente dal 1859 (quando la Lombardia si aggrega all’Italia nel processo di unificazione) e dal 1866 (quando il Veneto si ricongiunge al Regno d’Italia).
Ma evidentemente l’entità Lombardo-Veneto è rimasta latente come mito in una certa subcultura che oggi rispunta nelle parole bossiane. I miti - si sa - sono incorreggibili con strumenti razionali. Ma se non altro, quello lombardo-veneto ha un fondamento storico, a differenza della pura invenzione della Padania. A prezzo tuttavia di colossali equivoci. Il Lombardo-Veneto infatti non era affatto autonomo, in nessun senso «leghista» del termine. Ma pesantemente dipendente dalla Monarchia asburgica, una potenza esterna per la quale la Lombardia e il Veneto erano province dell’Impero come la Croazia o la Boemia. «Bene amministrate» - si aggiunge subito con zelo - confondendo la gestione ordinata dell’esistente con la necessaria modernizzazione delle strutture economiche che avrebbe garantito lo sviluppo delle due province. Ebbene, con buona pace del nuovo revisionismo austriacante, il Lombardo-Veneto, se fosse rimasto sotto dominio austriaco, avrebbe sofferto della stessa micidiale crisi involutiva dell’Impero che nessun mito letterario dell’ «Austria felix» può salvare.
Inutile aggiungere, infine, che un Lombardo-Veneto come «nazione» - fantasticato dai leghisti - era letteralmente inconcepibile sia per i lombardi che per i veneti.
Ma perché usare argomenti storici, culturali, razionali, quando oggi è in gioco la pura mitologia? Il problema infatti è un altro.
L’uso e l’abuso strumentale della storia cui abbiamo assistito in questi anni, il gusto della contestazione pur nella necessaria correzione di alcuni passaggi della storia ufficiale, la frenesia di guadagnarsi il titolo di «revisionista» (che solo qualche ingenuo continua a considerare disdicevole) non hanno portato ad una lettura più matura e critica della nostra storia nazionale. Ma alla sua destrutturazione. Al bricolage politico della storia nazionale, di cui il mito del Lombardo-Veneto è uno dei sottoprodotti.
In particolare non si sanno più ritrovare e raccontare (ai giovani a scuola) le ragioni ideali e materiali per cui è stata una buona impresa quella che ha portato i «popoli» delle regioni italiane a costituirsi in nazione. E le buone ragioni ideali e materiali per cui oggi le stesse regioni devono riorganizzarsi, anche profondamente, per rimanere nazione, cioè comunità dei cittadini.
È deprimente constatare che queste stesse parole risuonano come una bella retorica.
E desolante leggere come si usano in continuazione i media italici per progandare una falsa ed inesistente cultura "italiana", quella giusta e che deve prevalere ad ogni costo. Addirittura si rigira la storia a secondo di come è più comoda, si arriva perfino ad immaginare scenari catastrofici, ovvi secondo il mentecatto che scrive, che sarebbero certamente scaturiti se qualche buon'anima non avesse aggiustato tutto "facendo l'italia".
Mistificazioni della realtà cercando di rendere "inaccettabile" una verità prima che questa emerga... la storia faziosa che sui libri di testo itaglioti in lombardia, piemonte e veneto viene inculcata ai giovani altro non è che il primo passo verso l'annientamento delle vere radici dei popoli del Nord, per far prevalere uno strano patriottismo che si risveglia solo quando gioca la nazziunalla pallonara.
La cosa comica è leggere di come si cerca di usare per il fine di denigrare l'idea antitagliana (qualunque essa sia, leghista o meno) la stessa arma che la cultura padana dovrebbe usare per annientare le palle italiche, la storia itagliana scritta in fretta e furia da qualcuno pur di poter raccontare qualcosa in cui credere ciecamente e senza far troppe domande. Arma che usano prima loro, convinti che così facendo non potrà più essere usata.
Bisogna insegnare ai nostri figli la storia dei nostri territori, le nostre radici, la nostra lingua, la nostra cultura. Non lo faranno certo gli invasori itagliani, che hanno l'intento opposto. Prima bisogna far conoscere al Nord la cultura propria del Nord, solo dopo potremo parlare di rivoluzione politica.
Ah, giusto un appunto: Sig. Rusconi, magari studi un po' di storia vera, quella del Nord. Dopo, e solo dopo, potrà permettersi di parlare di cosa è reale e cose è inventato. Parla di "storia nazionale", però dovrebbe anche dire se un'accozzaglia di staterelli con 150 anni di unità forzata sulle spalle può avere una vera e propria storia o se qusta non è forse l'insieme delle singole storie dei popoli... Per ora si pulisca la bocca ogni volta che con qualche suo raglio accomuna i popoli del Nord alla sua lurida itaglia.




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