Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    laico progressista
    Data Registrazione
    07 Jun 2009
    Messaggi
    5,279
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito 14° Congresso Confederale UIL

    La relazione del Segretario Generale Luigi Angeletti

    Care delegate e cari delegati,

    Basta con gli incidenti sul lavoro!
    E’ un dramma che non possiamo più accettare.
    Appena l’altro ieri, ancora una volta un lavoratore ha pagato con la sua vita e tanti sono rimasti feriti.
    E’ un tributo troppo alto quello che paghiamo alla mancanza di sicurezza.
    Non si può morire di lavoro.
    In questo Congresso, la Uil si impegna ad affrontare questo problema con la massima determinazione possibile e pone la questione, con forza, al mondo imprenditoriale e al governo.
    Per onorare la memoria di questo giovane lavoratore e di tantissimi altri che sono morti sui luoghi di lavoro, vi invito ad un minuto di silenzio.

    Care delegate e cari delegati Vogliamo ringraziarvi subito. Voi siete qui in rappresentanza di chi vive quotidianamente nelle fabbriche, negli uffici e a fianco di tutte quelle persone che, con il proprio lavoro contribuiscono a creare la ricchezza del nostro Paese.
    E con questa Uil, con voi, con i tanti nostri militanti, questi lavoratori e questi pensionati non sono stati, non sono e non saranno mai soli.
    Ringraziamo le delegazioni dei sindacati degli altri Paesi che partecipano al nostro Congresso.
    Ringraziamo tutti gli ospiti che hanno aderito al nostro invito dimostrando, con la loro numerosa e qualificata presenza, attenzione e simpatia verso il nostro Sindacato.
    Ci impegneremo a conservare questa stima, con la coerenza propria della nostra storia e con il coraggio che abbiamo sempre dimostrato nel proporre politiche capaci di coniugare gli interessi dei nostri rappresentati con quelli del Paese.
    Il nostro Congresso si svolge mentre è in corso il referendum costituzionale. In cinque anni abbiamo votato due volte sulla Costituzione. Un record mondiale: non è mai successo da nessuna parte.
    Le istituzioni politiche sembrano vivere una perenne transizione.
    Malgrado tutto, non siamo ancora un paese normale.
    L’aggiornamento della Costituzione è utile e necessario ma esso non può essere l’oggetto dello scontro politico.
    Oggi, inoltre, a differenza del ’46, questa questione non riguarda solo i partiti. La democrazia in Italia è fatta anche dalle Organizzazioni sociali che devono essere coinvolte nell’elaborazione delle modifiche, magari attraverso la istituzione di una Convenzione.
    C’è una crisi dei partiti: essi vengono percepiti come tanti comitati elettorali, principalmente attenti alla conquista e alla spartizione del potere.
    Ma come ha detto Macaluso, il potere per il potere distrugge la politica.
    Il Paese ha bisogno di politica e possibilmente di buona politica.
    Noi temiamo una cronicità di questa crisi. Spariti i tradizionali riferimenti ideologici, si fatica a ricostruire nuove fondamenta ideali.
    Oggi, l’aggregazione su un progetto politico è l’effetto di una sommatoria di aspettative individualistiche più che della sintesi di identità collettive.
    Dove non ci sono partiti ci sono solo candidati.

    Dove è quindi il luogo in cui i cittadini possono partecipare alla formazione degli orientamenti politici?
    I partiti devono essere il luogo dove si sviluppa la cultura politica: è lì che le persone possono partecipare alla determinazione di quelle strategie.
    Le culture riformiste, socialista laica e cattolica, che hanno guidato il Paese nelle fasi migliori della vita repubblicana devono porsi il problema di ricostruire la politica e la sua organizzazione.
    In questo quadro, il progetto del Partito Democratico non deve essere solo una sommatoria organizzativa ma il cantiere dove la cultura riformista ricostruisce la politica rimodellando la società, il ruolo del Paese nel mondo e il rapporto tra cittadino e legge, tra economia e Stato, tra società civile e strutture politiche.
    Sarebbe auspicabile che il nuovo soggetto politico si muovesse nel solco della più autentica tradizione laica e riformista.
    Troppo spesso, in questi anni, dietro la parola riformista si è dissimulata la mancanza di idee e progetti ed un concetto così fecondo è stato ridotto a vuota enunciazione.
    E’ il tempo di dare nuova forza e nuova linfa ad un’idea della politica propria del riformismo.
    Così come non bisogna smarrire il valore dello stato laico.
    In uno stato laico non bisogna usare le leggi per imporre una morale né, ovviamente, per offendere i sentimenti religiosi di una minoranza.
    La laicità dello Stato è garanzia della libertà di tutti.


    D’altro canto, questo bipolarismo posticcio e incompiuto dovrebbe trovare una sua più armonica composizione. In questa prospettiva anche lo stesso schieramento di centrodestra potrebbe puntare ad una sua rimodulazione.
    Se tutto ciò accadrà, finalmente anche l’Italia potrà essere un Paese normale.

    Non vogliamo dettare l’agenda ai partiti.
    La rivendicazione dell’autonomia si fonda sulla reciprocità del rispetto di questo principio.
    Ciò nonostante oltre che dirigenti sindacali, siamo cittadini ed in quanto tali interessati alla soluzione di questi problemi.
    Noi pensiamo che solo attraverso l’attuazione di progetti di aggregazione e ricomposizione si possa costruire una sana politica dell’alternanza basata sulla capacità degli schieramenti in campo di individuare e realizzare quelle politiche di sviluppo necessarie e non più rinviabili.

    L’illusione di coloro che pensavano di risolvere questi problemi sciogliendoci in Europa è velocemente evaporata.
    E i nostri problemi ce li dobbiamo risolvere da soli.
    Tanto più ciò è necessario poiché viviamo in un mondo in cui la politica internazionale sembra incapace di gestire, se non esclusivamente con l’azione militare, le drammatiche crisi generate dai terrorismi e dai fondamentalismi che oltre a distruggere la vita delle persone si pongono l’obiettivo di annientare il concetto stesso di democrazia.

    Serve la politica, non solo le armi perché come diceva Kissinger, la politica è l’arte per evitare la scelta tra la resa e la guerra.
    E l’Italia, se vuole influire sullo scacchiere internazionale e non tornare nel club dei piccoli, ha bisogno di una politica solida e affidabile.
    Così come la ricostruzione di una prospettiva europea alla quale noi crediamo fermamente, deve cancellare dalla mente dei cittadini europei l’immagine di un’Europa che si sostanzia nella Banca centrale e in una burocrazia tutta tesa a rilasciare formali patenti di idoneità.
    Va affermata, invece, l’idea di un’Europa politica, di un’Europa come nuova Patria che si occupi della vita dei cittadini europei, dei livelli di disoccupazione, del loro benessere, del loro futuro.


    L’Italia non cresce più. In questi ultimi quattro anni il Pil ha fatto segnare un insignificante incremento dello 0,4%.
    Se prendiamo a riferimento il solo 2005, i dati Istat evidenziano una crescita nulla per l’Italia, mentre i paesi di eurolandia crescono dell’1,3%, quelli dell’Unione dei quindici dell’1,5% e quelli dell’Unione nel suo insieme dell’1,6%.
    Negli Usa il Pil è cresciuto, invece, del 3,5% e in Giappone del 2,7%.
    Per non parlare poi dei risultati incomparabili di Russia, India e, in particolare, della Cina dove l’incremento del Pil ha raggiunto il 9,9%.
    E’ pur vero che nei primi mesi del 2006, per il nostro Paese, si segnala qualche cenno di ripresa che sarebbe bene non far cadere nel vuoto.
    Ma, al momento, quelle cifre non garantiscono ancora una sostanziale inversione di tendenza. In un mercato sempre più globalizzato, inoltre, le imprese scontano bassi livelli di competitività, imputabili alla scarsa produttività ma anche alla inadeguatezza infrastrutturale e del sistema dei servizi.
    La dinamica delle esportazioni nel 2005 è un segnale eloquente di questa difficoltà.
    Sempre l’Istat ci ricorda, a questo proposito, che il valore delle esportazioni è cresciuto per l’Italia del 10,3% mentre l’incremento medio delle esportazioni di Eurolandia ha superato il 18%.
    Si parlava di produttività che resta il vero limite della nostra economia. Il governatore della Banca d’Italia, smentendo tante errate analisi, ci ha ricordato che la produttività cresce, ogni anno, un punto in meno rispetto ai Paesi dell’Ocse.
    Analisi confermata, ancora una volta dai dati Istat secondo i quali, nel periodo 2000-2003, il prodotto per occupato è diminuito in termini reali del 2,3%, mentre la produttività oraria ha fatto registrare una minima variazione positiva.
    Ciò dipende dal fatto che le imprese, nel loro insieme, hanno un basso tasso di innovazione, una struttura da capitalismo bonsai e realizzano investimenti in ricerca e sviluppo che si aggirano intorno all’1% del Pil, a fronte del 2,5% per la Germania, del 2,2 per la Francia e dell’1,8 per il Regno Unito.
    E nonostante ciò, il livello di redditività resta soddisfacente, esclusivamente grazie al basso costo del lavoro che risulta inferiore di 9.000 euro rispetto alla Francia e di 14.000 euro rispetto alla Germania.
    Questi dati sconfessano le teorie secondo le quali l’alto costo del lavoro sarebbe la principale causa della scarsa competitività del sistema delle imprese.
    Come se non bastasse tutto ciò, la differenza tra salario lordo e salario netto è particolarmente alta per il nostro paese.
    “Nel 2005 – ci ha ricordato Draghi - il fisco ha prelevato, tra imposte e contributi e senza contare l’Irap, il 45,4 per cento del costo del lavoro di un lavoratore tipo dell’industria.
    Il valore medio dei paesi dell’Ocse è 37,3%”. Inoltre, stando sempre alle analisi dell’Istat, il reddito disponibile si è notevolmente ridotto per la scarsa crescita delle retribuzioni reali.
    Aggiungendo a ciò le speculazioni sull’euro, era inevitabile che si determinasse la contrazione della domanda interna e, quindi, la riduzione dei consumi da parte delle famiglie.
    Nel 2005 la spesa per consumi è aumentata infatti solo dello 0,3% con un ulteriore decremento rispetto all’anno precedente.
    Per la Uil l’obiettivo resta quello di elevare il tasso di crescita dell’economia.
    Non è peggiorando la qualità della vita dei nostri lavoratori che si migliora la competitività delle imprese né tanto meno che si risanano i conti pubblici.
    La ricchezza si accresce ridistribuendola.
    Ed è esattamente ciò che non è accaduto in questi ultimi anni.

    La politica fiscale è stata disastrosa.
    E’ stato come un mondo alla rovescia: i più poveri hanno finito per pagare le tasse per i più ricchi. Oggi, il lavoro dipendente paga il 70% delle tasse nonostante ad esso vada il 50% della ricchezza nazionale.
    Non solo; si paga circa il 33% di tasse su 1000 euro di lavoro straordinario, mentre lo stesso guadagno in borsa viene tassato al 12,5%. In Italia ci sarebbero solo 1.200 persone che dichiarano più di 1 milione di euro e poco più di 36.000 cittadini che dichiarano 300.000 euro.
    Come se non bastasse, la media dei redditi degli imprenditori risulta più bassa di quella dei loro dipendenti.
    Una recente ricerca condotta da “Il Sole 24 ore”, prendendo a riferimento i dati Istat sulla quota di sommerso rispetto al Pil, ha valutato che l’evasione di tasse e contributi si attesterebbe tra gli 88 e i 102 miliardi di euro.
    Una cifra enorme per un fenomeno che non ci possiamo più permettere di tollerare.
    La questione fiscale, in Italia, si intreccia con la questione dell’evasione e dell’elusione.
    In un articolo pubblicato sul “Corriere della sera” Zingales, ha detto “L’evasione fiscale non è un mero problema di bilancio statale, è un problema di fondo della nostra economia che ne mina la capacità di crescita.
    L’evasione fiscale alimenta l’illegalità e la corruzione e rende più difficile alle imprese crescere. Mina alla base la legittimità del mercato: non si arricchisce più il migliore ma il più furbo.
    Ridurre l’evasione fiscale a livelli fisiologici dovrebbe quindi essere la priorità di qualsiasi governo che voglia rilanciare la competitività e lo sviluppo dell’Italia.”

    Questa è la priorità, non sforbiciare la spesa pubblica.
    Le rendite finanziarie ed immobiliari devono essere soggette a tassazioni di livello europeo ed il lavoro deve tornare ad essere un valore condiviso e prioritario.
    Un valore su cui basare il rilancio del Paese.
    Tutti pensano che da sempre si parla dell’evasione fiscale ma che il problema non si è mai risolto. Oggi non sono più possibili le svalutazioni né l’indebitamento pubblico che sono stati il surrogato alla lotta all’evasione.
    Ecco perché l’evasione fiscale non è più solo una questione etica ma è anche economicamente insostenibile. Ciò nonostante, è davvero difficile che i partiti decidano di mettere mano in modo serio alla questione.
    Troppo ampio ed esteso è il bacino degli evasori e troppo alto è il rischio di perdere consensi in un sistema in cui ogni anno vi è una consultazione elettorale.
    Se saranno i particolarismi e le convenienze di corporazioni a prevalere sulle ragioni della buona politica e sugli interessi generali, i governi non faranno mai un’efficace battaglia all’evasione.
    Ma qualcuno deve avere il coraggio di dire ai furbi, una volta per tutte, che la festa è finita.
    Questa è la realtà del Paese e del contesto in cui esso è inserito. Una situazione difficile che sembra generare pessimismo e rassegnazione. Dobbiamo ritrovare insieme la strada per tornare ad essere un grande Paese.

    Ora abbiamo una nuova maggioranza.
    Per le idee e i valori di cui è portatore, da questo Esecutivo ci attendiamo e pretendiamo molto.
    Ma a questo Governo non è stata concessa neanche una breve luna di miele. Diamogli il giusto tempo.
    I governi si giudicano per le scelte che compiono.
    Noi non saremo l’ancella del Governo.
    Lo abbiamo già detto quattro anni fa a Torino, lo ribadiamo oggi con altrettanta convinzione.
    Questo Governo però non può fallire e se fallisse sarebbe un grave danno per il Paese che non potrebbe reggere un’altra campagna elettorale né tanto meno un prolungato periodo di ingovernabilità o di non scelte.
    La nostra forza sarà a sostegno di una buona politica perché la condizione sociale ed economica è preoccupante.
    Il Paese ha necessità di massicce dosi di fiducia che solo il lavoro e lo sviluppo possono garantire.
    Il nostro Esecutivo si appresta ad indicare le linee generali di intervento tutte centrate sulla riduzione drastica della spesa pubblica.
    Vi diamo un consiglio interessato: non ci riproponete la mistica dei sacrifici. Non siamo al ‘92: è cambiato lo scenario, sono mutati gli obiettivi.
    Noi siamo convinti che tenere i conti in ordine non è solo una necessità ma un dovere.
    Sprechi e regalie con il denaro pubblico vanno eliminati mentre la riduzione indiscriminata della spesa pubblica sarebbe deleteria, perché comprimerebbe ulteriormente la domanda interna e l’economia sarebbe definitivamente affossata.
    Ecco perché noi siamo contrari alla politica dei due tempi: non si esce dalla crisi prima risanando e poi puntando allo sviluppo.
    Siamo d’accordo che il debito pubblico sia il vero fardello per il Paese ma bisogna abbandonare l’illusione che questo problema si possa risolvere tagliando la spesa pubblica.
    Solo una sostenuta e prolungata crescita dell’economia potrà consentirci di ridurre negli anni gradualmente il debito pubblico.

    Ecco perché la Uil è convinta che la politica per lo sviluppo sia l’unica strada da seguire.
    Occorre un colpo di frusta per far ripartire subito l’economia.
    Se il problema del paese è rilanciare i consumi, bisogna puntare sulla crescita della domanda interna.
    E c’è un solo modo per ottenere questo risultato in tempi rapidi: aumentare i redditi dei lavoratori e dei pensionati.
    Sono queste le categorie con la propensione marginale al consumo più alta: è a loro che occorre dare più risorse.
    Peraltro, l’80% dei lavoratori dipendenti è in aziende che producono beni e servizi destinati al consumo di quegli stessi lavoratori.
    Se i salari non sono adeguati per consentire l’acquisto di questi prodotti, le conseguenze ricadono sullo stesso sistema produttivo e conseguentemente sull’economia.
    Non esiste un Paese ricco con cittadini poveri.
    A quanti pensano che la soluzione risieda nella riduzione delle tutele e dei salari, rispondiamo che ciò non solo è ingiusto dal punto di vista sociale ma sbagliato anche dal punto di vista economico.
    Questa ricetta renderebbe tutti più poveri e non risolverebbe i nostri problemi.
    Un Paese ricco ha lavoratori che guadagnano, sono in grado di spendere e contribuiscono alla ripresa dei processi produttivi. Chiediamo dunque coerenza tra le analisi economiche e le scelte politiche.
    La leva principale per questa scossa è, come dice il Presidente del Consiglio, la riduzione del cuneo fiscale che per noi vuol dire ridurre le tasse sul lavoro.
    Per quel che riguarda la riduzione delle tasse alle imprese noi pensiamo che vadano realizzate scelte selettive capaci di premiare quelle che si aggregano, che innovano e competono sui mercati internazionali.
    Immaginare interventi a pioggia o anche ipotesi di tagli fiscali non selettivi non produrrebbe nessuna concreta inversione di tendenza.
    Va premiata invece la capacità di fare impresa.
    L’innovazione e la competitività ci interessano perché è lì che risiede il futuro delle persone che rappresentiamo.
    Ma soprattutto noi pensiamo che per rilanciare l’economia e per riattivare i consumi delle famiglie bisogna avviare una politica di redistribuzione della ricchezza a vantaggio del lavoro dipendente.
    Per ottenere ciò proponiamo per i prossimi quattro anni che non si paghino tasse sugli aumenti contrattuali.
    Secondo noi questo è lo strumento idoneo per centrare questi risultati.
    Sarebbe una scelta coerente ed equa visto che sono molti anni che il lavoro autonomo si contratta le proprie tasse grazie agli studi di settore e ai concordati preventivi.

    Non abbiamo pregiudizi sulla soluzione da adottare ma non riusciamo a vederne una più valida e veloce di questa. Noi insistiamo sulla soluzione tecnica della detassazione degli incrementi contrattuali anche perché l’impatto sul bilancio statale sarebbe decisamente sostenibile rispetto alla cifra dei dieci miliardi di euro di cui si è parlato in questi mesi.
    Secondo alcune nostre simulazioni, occorrerebbe stanziare poco più di 1,8 miliardi di euro l’anno, per quattro anni.
    Complessivamente appena mezzo punto di Pil nel quadriennio.
    A quanti hanno visto in questa proposta un rischio di incostituzionalità rispondiamo inoltre che si tratterebbe di un intervento temporalmente limitato e, quindi, non soggetto a quel rilievo.
    Vogliamo bene al nostro Paese e questa proposta va oltre il particolare guardando anche agli interessi generali di tutti i cittadini.
    Si tratta di tenere insieme equità e sviluppo, giustizia sociale ed efficacia economica.
    La riduzione delle tasse sul lavoro, dunque, deve diventare la strategia prioritaria di questo nuovo governo.
    Siamo certi che alle promesse seguiranno i fatti.
    Noi intendiamo questa proposta come anticipazione di una più generale e compiuta riforma del sistema fiscale.
    Siamo disponibili ad iniziare un percorso su questa strada.
    Abbiamo bisogno però di una riforma fiscale non di un patto che prefigura uno scambio.
    I lavoratori non hanno più nulla da scambiare: sono gli unici veri creditori in questo paese. In questi giorni abbiamo ricevuto inviti alla moderazione salariale.
    Rispondiamo che la moderazione salariale è alla nostra spalle e non nel nostro orizzonte futuro.

    A partire dal ’93 abbiamo fatto una politica dei redditi per disinflazionare l’economia e per risanare la finanza pubblica.
    Quegli obiettivi sono stati raggiunti.
    Oggi, siamo in un nuovo scenario e il sistema contrattuale va ripensato nella logica dello sviluppo. Bisogna far crescere i salari reali.
    Per raggiungere questo nuovo risultato, occorre confermare il contratto nazionale, avendo a riferimento un tasso realistico di inflazione.
    Va da sé che l’inflazione programmata non ha più ragione d’essere.
    Bisogna poi diffondere nel modo più capillare possibile la contrattazione di secondo livello, aziendale o territoriale, per ridistribuire la ricchezza creata dal lavoro. In questo quadro si può abolire la verifica biennale intermedia, rendendo triennale la scadenza del contratto nazionale.
    Siamo consapevoli che questa soluzione complessiva non è da tutti condivisa.
    Né oggi né nel prossimo futuro è prevedibile un accordo tra le Organizzazioni sindacali.
    Ciò nonostante la riforma è necessaria e noi siamo per aprire questo confronto. Se la Confidustria insistesse sulla necessità di un accordo preventivo tra i Sindacati giudicheremmo quest’atteggiamento come la ricerca di un alibi per non fare nulla.
    E tutti dovremmo prendere atto che senza nuove regole non ci sono regole.
    Il prossimo Comitato centrale della Uil, onde evitare ogni equivoco, dovrà prendere in considerazione l’ipotesi di una disdetta formale del Protocollo del luglio 1993.
    Lasciare le cose invariate significherebbe destinare i salari ad una lenta e costante riduzione.
    A ciò la Uil non intende rassegnarsi.
    Puntare alla crescita dei salari reali dei lavoratori è il nostro obiettivo, nell’interesse di chi rappresentiamo ma anche dell’intero Paese.
    Ma se siamo tutti d’accordo, davvero crediamo che si possa dare corpo a queste idee attuando un’ipotetica moratoria del contratto degli statali?
    Ma di quale lavoro vogliamo parlare, quale sviluppo immaginiamo se pensiamo di andare avanti con la testa rivolta al passato?
    Lo ribadiamo con serenità e franchezza al nuovo governo: se vi avviate lungo questa strada, non potremo restare a guardare.
    E’ ovvio che la crescita della domanda interna deve andare di pari passo con la crescita sul fronte dell’offerta.
    Uno dei nodi mai sciolti è il perdurare di situazioni di monopoli in alcuni servizi e di protezioni a potenti corporazioni che presidiano settori vitali per la società, appropriandosi di risorse in un regime di esclusiva.
    Non a caso in Italia abbiamo avuto privatizzazioni senza liberalizzazioni con il trasferimento di rendite dal settore pubblico ad alcuni privati.
    Tutto ciò accresce i costi delle imprese sottoposte alla concorrenza e grava sui bilanci delle famiglie. Insieme all’evasione, questo è l’altro problema su cui si deve concentrare l’attenzione e l’azione del Governo.
    E’ necessario sostenere i timidi segnali di crescita avviando un percorso di investimenti in infrastrutture materiali ed immateriali.
    Azioni che devono riguardare, in particolare, il nostro Mezzogiorno dove la carenza di infrastrutture è storicamente cronica, rappresentando un ostacolo al rilancio dell’intero Paese.
    Nel Sud mancano le strade e le ferrovie, i black-out energetici sono più frequenti che altrove, talvolta manca persino l’acqua. La burocrazia è farraginosa e, in alcuni territori, il controllo della malavita sulle attività economiche distrugge ogni prospettiva di crescita e di speranza.

    La malavita organizzata è la causa e non la conseguenza del sottosviluppo.
    Ma non possiamo ignorare che nel nostro paese stia prendendo corpo anche una questione settentrionale.

    Il disagio di un numero consistente di imprenditori fa talvolta il paio con l’insofferenza dei lavoratori che vivono con ansia il rischio della perdita di certezze per sé e per i propri figli.
    Paradossalmente, i fenomeni della globalizzazione hanno fatto emergere nuovi bisogni di localismo, come espressione sociale del proprio malessere individuale.
    Certo è che tutte quelle micro-imprese, che hanno rappresentato esperienze di successo trainando per un lungo periodo il miracolo del Nord-Est rischiano, se non inserite in una logica di cooperazione e di sviluppo dei distretti, di essere spazzate via da una concorrenza mondiale aggressiva ed agguerrita.

    Una politica industriale vincente non può prescindere da un’inversione di rotta della politica energetica. Il nostro è l’unico Paese dell’Ocse che non riesce a produrre energia elettrica sufficiente per coprire il proprio fabbisogno e siamo costretti ad importarne il 15% pagandola il 30% in più rispetto ai nostri concorrenti.
    Siamo inoltre in una condizione di preponderante dipendenza dal gas, che inquina poco ma costa caro.
    Dobbiamo produrre dunque più energia dalle fonti rinnovabili e dobbiamo cominciare a realizzare progetti per il risparmio energetico. Ma non basta.
    E’ necessario che il paese abbia un sistema multicombustibile per la produzione dell’energia elettrica.
    Il carbone pulito è una componente essenziale.
    Peraltro, altri paesi europei, come la Francia e, in particolare, la Germania hanno già intrapreso questa strada e producono una quota consistente dell’energia elettrica proprio attraverso tale combustibile.
    Non credo, invece, che per i prossimi venti anni riusciremo a produrre un solo Kw facendo ricorso al nucleare: non ci sono le condizioni, i tempi tecnici e difficilmente in Italia troveremmo un territorio disponibile né cittadini favorevoli.
    Tuttavia, proprio perché l’attivazione del nucleare richiede tempi molto lunghi, è necessario investire in ricerca, sviluppando progetti comuni.
    Nel breve periodo, invece, dobbiamo dare continuità ad una scelta: comprare le centrali nucleari che già esistono nei Paesi dell’Est, ristrutturarle e importare quell’energia.
    Sulla questione energetica ma anche sul tema delle infrastrutture, nel senso più generale del termine, si gioca il futuro del Paese.
    In questo campo, ci sono questioni di carattere industriale che si intrecciano con problemi che afferiscono alla sfera culturale.
    L’eccessiva disgregazione del Paese fa emergere spesso un localismo egoistico che si trasforma, di fatto, nella perdita di opportunità.
    Accade così che si importi energia dalla Germania, prodotta dalla combustione dei nostri rifiuti.
    Ma accade anche che, sedicenti ecologisti preferiscano vedere le piazze e le strade invase dai rifiuti e le discariche all’aperto, magari abusive, piuttosto che costruire un inceneritore.

    Anche sulle infrastrutture vanno fatte scelte precise altrimenti le merci e i passeggeri prenderanno altre vie di comunicazione. Gli interessi delle persone vanno tutelati ma non a discapito dei diritti della collettività.
    I progetti avviati dall’Unione europea prevedono un ruolo importante per il nostro territorio. Il cosiddetto corridoio numero cinque e il ponte sullo stretto di Messina, ad esempio, rappresentano per noi una grande occasione. Non vorremmo che lo sviluppo percorresse strade che non sono le nostre.

    Se non si fa un tunnel nelle Alpi per far passare il corridoio cinque nella pianura padana, saranno i giovani italiani ad attraversare le Alpi per trovare un lavoro.
    D’altro canto, come pensiamo che si possa generare buona occupazione?
    Forse crediamo ancora che il lavoro possa germogliare dalla produzione di provvedimenti legislativi?
    O non è il caso di cominciare a ragionare su politiche economiche capaci di generare buoni posti di lavoro?
    Certo, le regolamentazioni aiutano e le tante sperimentazioni hanno anche dato buoni risultati ma non hanno risolto il problema alla radice.
    Le scelte economiche, le politiche industriali, la qualità dei prodotti, i grandi progetti, i cantieri, l’ammodernamento della Pubblica Amministrazione, la valorizzazione del patrimonio culturale, naturale, artistico e turistico: queste sono le politiche e le scelte che creano buona occupazione.
    Di cos’altro parliamo se non partiamo da queste politiche?
    Ecco perché poco ci interessa partecipare alle interminabili discussioni su questo o quel provvedimento.
    Non cerchiamo alibi! Non giriamo al largo delle vere questioni, smettiamola di additare esclusivamente la legge Treu o la legge Biagi e di imputare a questi provvedimenti un potere magico o un potere diabolico.
    Andiamo oltre le ideologie e la conservazione. Le leggi sul mercato del lavoro devono semplicemente essere migliorate e completate per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, per diffondere la bilateralità, per costruire un nuovo e più efficace sistema di ammortizzatori sociali, per evitare che ritornino fenomeni inaccettabili come quello dei co.co.co. , ridimensionati proprio dalla legge 30.
    Per rilanciare l’occupazione, invece, non servono leggi, né tavoli, né patti; servono solo scelte.
    Noi ci sforziamo di produrre buone idee e lotteremo per esse.
    Bisogna ricondurre nell’alveo delle regole l’utilizzo della flessibilità.
    Queste forme possono costituire un’opportunità in un mondo globalizzato, in presenza di sistemi produttivi ciclici e in un mercato in cui non si vende più ciò che si produce ma si produce ciò che si vende.

    Ma in troppe realtà il lavoro flessibile non si è aggiunto a quello stabile ma lo ha sostituito.
    Il lavoro cattivo ha scacciato quello buono.
    Questo non possiamo più consentirlo.
    E’ necessario quindi che il lavoro flessibile costi un po’ in più di quello ordinario. In tal modo gli imprenditori farebbero ricorso ad esso solo in presenza di effettive necessità organizzative e produttive ma non più per abbassare i costi.
    Per competere, bisogna innalzare la qualità dei prodotti e non ridurre i salari. Va alzata l’asticella della competizione per vincere la sfida con i paesi più avanzati e non con quelli in via di sviluppo.
    Una competizione su prodotti di scarsa qualità e su bassi costi ci vedrebbe condannati, sin da subito, alla sconfitta. E noi invece, con il nostro lavoro, vogliamo far vincere il Paese. Il lavoro è la vera ricchezza del Paese, recita lo slogan del nostro Congresso.
    La Uil vuole affermare proprio quest’idea alta di lavoro come fattore di valorizzazione delle persone e di crescita dell’economia.
    E’ nel lavoro che le persone non si sentono sole perché percepiscono di fare parte di una comunità e di contribuire al benessere dell’intera collettività.
    Ma questo valore è svilito.

    Si esaltano i finanzieri d’assalto, i rampanti del “mordi e fuggi”, i furbetti del quartierino: la vera cultura del lavoro viene di fatto emarginata.
    Ma la stagione di quelle meteore svanisce, lasciando dietro di sé solo macerie.
    Ecco perché bisogna valorizzare chi ogni mattina si reca in tutti i luoghi di lavoro.
    Sono queste le persone che fanno funzionare l’Italia.
    Chiediamo perciò di investire sulle persone e sulla vera ricchezza del Paese: i nostri lavoratori.
    La storia cambia e anche il lavoro è cambiato.
    Siamo nell’era della conoscenza e la forza di una nazione si misura dal numero e dalle qualità di giovani che possiedono un alto livello di istruzione: un’opportunità, quest’ultima, che non deve essere negata a nessuno.
    Nelle menti dei giovani, nel loro entusiasmo e nella loro capacità di inventare e creare, c’è il futuro. Anche il nostro sistema scolastico deve assumersi dunque le proprie responsabilità.

    Noi vogliamo una scuola laica, nazionale, repubblicana e, soprattutto, di qualità.

    Deve generare una coscienza critica e formare alla vita, ma è necessario che sia capace di instillare anche il senso e il valore del lavoro.
    Oggi, per molti, il passo dalla scuola all’occupazione, è ancora troppo lungo.
    Ma quel che è peggio è che i giovani, una volta compiuto questo passo, si sentano poi mortificati da una condizione di perenne precarietà. Molte delle nuove forme di lavoro non costituiscono una risposta strutturata.
    E la precarietà finisce con il prevalere: noi vogliamo contrastarla.
    Le imprese devono tornare ad investire sui giovani.
    Ci si appassiona ad un lavoro quando lo si sente proprio.
    Al contrario, se si struttura una concezione per cui i giovani lavoratori vengono trattati con la logica “dell’usa e getta”, difficilmente sentiranno loro quel lavoro e non si impegneranno per migliorarne la qualità.
    Si costruisce una cultura del lavoro facendo sentire importante ogni giovane lavoratore, trasmettendo valori e senso di appartenenza e, da questo punto di vista, l’impresa svolge anche un ruolo sociale che andrebbe valorizzato.
    Se ciò è vero, è del tutto normale che possa essere previsto un periodo di prova per l’inserimento nel mondo del lavoro.
    Ma quando ci si trova di fronte a mansioni con bassa qualificazione, è francamente inaccettabile coprire con il manto della necessità formativa l’intento di ridurre i costi per un periodo pluriennale. Non servono cinque anni per imparare a stare su una linea di montaggio.
    E non è percorrendo questa strada che possiamo vincere la sfida della competitività.
    Se i giovani faticano a stabilizzare la propria condizione occupazionale, gli anziani vivono l’ansia dell’incertezza dell’età pensionabile. Non siamo tra quelli che vogliono buttare a mare tutte le riforme del precedente Esecutivo.
    Ma l’ingiustizia di quel provvedimento che nel 2008, d’un solo colpo, dalla sera alla mattina, costringerà alcuni lavoratori ad andare in pensione tre anni dopo, è certamente da cancellare.
    Bisogna lasciare libere le persone di scegliere quando andare in pensione, rendendo più conveniente la permanenza al lavoro.
    Ci sono lavori che oltre una certa età non possono oggettivamente essere svolti; altri, invece, che possono essere prolungati ben oltre l’età fissata per la pensione.

    Peraltro, oggi, in Italia, l’età media effettiva alla quale si va in pensione è già più alta di quella fissata per legge ed è analoga a quella della media europea.
    Così come è paragonabile ai dati europei il valore percentuale della spesa previdenziale sul Pil. Dunque, non abbiamo bisogno di fare un’altra riforma.
    Il governo deve semplicemente cancellare il gradone del 2008, separare la previdenza dall’assistenza, anticipare l’attivazione della previdenza integrativa e gradualmente omogeneizzare i contributi e i trattamenti previdenziali.
    Se non si provvede in tal senso, le future generazioni di pensionati rischiano di trovarsi molto al di sotto della soglia della povertà. Sarà questo il vero problema che avremo tra una ventina d’anni: una popolazione di anziani poveri.

    A questi bisogni, vecchi e nuovi, a tutte queste aspettative, a questi uomini e donne, il sindacato nel suo insieme deve alcune risposte. In realtà non si tratta di ridurre lo stato sociale, si tratta di cambiarne alcune caratteristiche riducendo gli aspetti risarcitori e aumentando e qualificando quelli destinati a creare opportunità.
    Un sindacato che continua a crescere, deve porsi il problema del futuro, dei nuovi lavori, di nuove tutele, di un nuovo welfare e deve aver chiaro che le politiche sociali non sono un onere per il sistema economico.
    Al contrario, queste ultime costituiscono un contributo importante all’esigenza di conciliare crescita economica e sviluppo sociale.
    Solo una società coesa è una società competitiva. Bisogna andare al di là del recinto in cui molti vorrebbero rinchiuderci.
    Bisogna rappresentare tutto il mondo dei lavori aggiungendo un nuovo impegno per nuove tutele verso nuovi lavoratori, le donne, i giovani e i soggetti deboli. Nessuno deve essere o sentirsi escluso.
    In una società sempre più globalizzata complessa e articolata le persone si sentono più sole senza punti di riferimento e con minori protezioni.
    Può sembrare paradossale ma la domanda di sindacato cresce.
    E’ nostro dovere corrispondere a queste aspettative e organizzare questo consenso.
    Il nostro modello di Sindacato è quello capace di rappresentare, negoziare, lottare, fare accordi, cambiare lo stato delle cose: questo è un Sindacato riformista.
    Noi non promettiamo ai nostri iscritti e ai cittadini di cambiare il mondo ma di cambiare in meglio la loro vita.
    Abbiamo sottolineato la necessità di esprimere con inequivocabile chiarezza la nostra alterità di soggetto sindacale rispetto al mondo della politica.
    Noi non siamo della politica ma siamo nella politica.
    Tutto ciò lo abbiamo detto nel percorso congressuale, lo abbiamo realizzato nelle nostre scelte, lo abbiamo vissuto insieme ai lavoratori nei luoghi di lavoro.
    E allora noi pensiamo che la crescita dei consensi che stiamo registrando a livello di iscritti e di voti possa essere interpretata anche come una risposta positiva a questa scelta di investire tutto sulla nostra volontà di realizzare una nuova e compiuta rappresentanza sindacale.
    Noi continuiamo a credere che il rapporto tra Sindacato e politica debba essere improntato alla reciproca autonomia.
    Siamo gelosi della nostra indipendenza e siamo chiamati a far vivere questo valore.
    Questo principio vale sempre.
    E’ la nostra forza; è la forza della vostra azione sindacale.
    Chi vive nei luoghi di lavoro deve vedere in voi un punto di riferimento.
    Ed è per questo che la Uil continua a crescere: grazie a voi che concretamente incarnate le idee della Uil.
    Abbiamo vissuto momenti davvero difficili.
    Hanno cercato di ridimensionare il nostro ruolo di legittimi rappresentanti. Siamo stati sfidati.
    E come nostro costume le sfide le raccogliamo. Abbiamo dovuto superare il tentativo di ridimensionare il nostro ruolo e la nostra funzione di Sindacato.
    La vicenda dell’articolo 18, come è noto, non c’entrava nulla con la flessibilità.
    Era tutta una questione di potere sui luoghi di lavoro.
    Abbiamo lottato per lunghi mesi e abbiamo firmato un accordo per bloccare definitivamente chi avrebbe voluto cancellare quella norma.
    Oggi, a distanza di quattro anni dalla firma di quell’intesa, l’articolo 18 è ancora lì, a protezione dei singoli lavoratori. In quella circostanza, come sempre, non ci siamo limitati a lottare, ma abbiamo svolto una dura attività negoziale, costruito e fatto crescere intorno a noi un forte consenso e alla fine il Governo siglando quell’accordo ha firmato la sua resa.
    Ci dispiace per la mitologia della Cgil ma se quella norma è salva il merito è da ascrivere a noi e alla Cisl. Così agisce la Uil e in quella vicenda, ormai consegnata alla storia, c’è il paradigma della nostra idea dei rapporti con la politica e con le Istituzioni.
    Con i governi e con le Istituzioni si dialoga, sempre.
    E si scende anche in piazza, se ciò è utile a rafforzare e a convogliare il consenso intorno alle nostre proposte.
    Ciò che importa insomma sono i risultati delle azioni del governo.

    Sul modello di sindacato e sul rapporto tra sindacato e politica si continua a giocare il confronto tra Cgil, Cisl e Uil che oggi non è più ideologico, se si pensa che su due fondamentali questioni di merito, quella della politica fiscale e quella della politica contrattuale, le posizioni non sono del tutto coincidenti.
    L’unità d’azione è uno strumento fondamentale per raggiungere gli obiettivi.
    Se, viceversa, essa diventa l’obiettivo al quale sacrificare il merito, allora può diventare paralizzante e deleteria.
    Se, ad esempio, avessimo scelto un comodo conformismo unitario, nel 2001 e nel 2003 i lavoratori metalmeccanici non avrebbero avuto il loro aumento contrattuale.
    E curiosamente i due rinnovi contrattuali siglati dalla Uilm e dalla Fim hanno determinato aumenti salariali per tutti i lavoratori, compresi gli iscritti alla Fiom, superiori a quelli ottenuti unitariamente.

    Oggi il clima è diverso.
    C’è la serena consapevolezza di alcune differenze ma c’è anche la volontà di dialogare senza pregiudizi e di guardare ai fatti per quelli che sono.
    Devo dare atto a Guglielmo Epifani di avere lavorato, molto e bene, per stemperare i contrasti che, in passato, hanno reso spigolosi i rapporti tra le nostre due Organizzazioni.
    Mi auguro però che un certo immobilismo nel procedere lungo la strada di una riforma del modello contrattuale non sia il prezzo da pagare all’unità interna.
    Così come chiedo a Raffaele Bonanni, al quale mi lega una solida amicizia, se non prevalga un eccesso di solidarismo nella timidezza con la quale la Cisl sostiene la necessità di ridurre le tasse sul lavoro.
    Noi pensiamo che bisogna fare ancora uno sforzo comune su tali questioni che, oggi, ci vedono su posizioni diverse per trovare le ragioni di un percorso comune nell’interesse i tutti i lavoratori.
    Ma siamo ormai alla fine dei tempi supplementari e non ci possiamo più permettere il lusso del rinvio.

    Un ragionamento analogo vale per la questione della rappresentanza e della rappresentatività. Non può essere una legge a risolvere i nostri problemi.
    Siamo per un’intesa interconfederale che sia in grado di stabilire i criteri e le regole per la misurazione della rappresentatività.
    Questa intesa potrebbe poi essere recepita con un provvedimento normativo. Non si può invece accettare che sia una legge a stabilire cosa il Sindacato possa fare e come debba farlo.
    La Uil crede nelle regole della democrazia sindacale, si è sempre spesa per attuarle e pensa che occorra estendere le elezioni per le Rsu dovunque.
    Rispetto al referendum sulle decisioni sindacali deve valere però il criterio della reciprocità e, quindi, se tutti votano su una piattaforma o su un contratto sottoscritto solo da alcuni, tutti devono poter votare anche sulla proclamazione degli scioperi, anche se proclamati da una sola organizzazione.

    Concludo parlando di noi.
    Godiamo di ottima salute.
    Abbiamo ancora molto lavoro da fare, molto da rinnovare, ma abbiamo veramente iniziato.
    I nostri delegati sono un punto di riferimento e le adesioni continuano ad aumentare.
    Cresciamo dappertutto, in tutti i settori.
    Finalmente è aumentata in modo davvero significativo la presenza delle donne in tutti i nostri organismi.
    Anche i giovani sono più presenti nelle nostre strutture.
    Siamo un’Organizzazione viva e giovane che guarda con orgoglio alla propria storia riformista e laica e che vuole costruire e vivere il proprio futuro.
    Mi fido di te.
    E’ il titolo di questa bella canzone di Jovanotti che abbiamo scelto come “colonna sonora” del nostro Congresso.
    E noi, insieme a tutti i nostri iscritti, possiamo e dobbiamo dire: mi fido della Uil.
    Mi fido di una grande Organizzazione che vuole essere protagonista del futuro puntando tutto sul lavoro e sulla sua valorizzazione.
    Abbiamo l’onore e l’onere di rappresentare questa Uil in tutti i luoghi di lavoro.
    Parafrasando ancora quel brano musicale, siamo disposti a spendere il nostro tempo, le nostre energie, il nostro impegno per essere sempre al fianco di tutti i lavoratori.
    Sarà per noi un pezzo della nostra vita che tutti, anche i nostri figli, anche chi verrà dopo di noi potrà ritrovare e riconoscere in questo Sindacato.
    Sarà la nostra Uil a volare sempre più in alto.

    Mi fido di te.

    Viva la Uil.

    Roma, 26 giugno 2006

  2. #2
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
    Data Registrazione
    27 Sep 2004
    Località
    EM.-ROM.
    Messaggi
    3,674
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    C'è da imparare. Da vergognarci un po' per il troppo poco che noi si è fatto e da metterci all'opera consolidando i rapporti con chi ha una visione molto simile alla nostra.
    Il fatto di non avere una rappresentanza parlamentare impegnativa dovrebbe spronarci invece che deprimerci, perché ci consente rapporti schietti con le buone associazioni del sindacato, dell'impresa e della cooperazione oltre che con l'associazionismo ad ogni livello.

    Dobbiamo mettere a frutto una nostra credibilità che è confermata e non sminuita dal fatto che con noi non c'è nessun "sottobanco" possibile.

    Ma per farlo abbiamo molto, molto da lavorare: sulle idee, sulle persone, sui contatti.

    Bisogna averne volglia sinceramente. Senza sotterfugi o alchimie politiche.

  3. #3
    Da una grotta tra i monti...
    Data Registrazione
    08 Mar 2006
    Località
    Bologna
    Messaggi
    484
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Beh...

    Letta così sembra piuttosto diversa da quanto riportato sulla "velina azzurra" dell'indegno NuvolaRoTTa! Sembra migliorato pure Angeletti, dai...

  4. #4
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
    Data Registrazione
    27 Sep 2004
    Località
    EM.-ROM.
    Messaggi
    3,674
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Come indegno? Pure lui come GLM ?

  5. #5
    laico progressista
    Data Registrazione
    07 Jun 2009
    Messaggi
    5,279
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Anche a me pare un'ottima relazione. Molto completa e precisa, che abbraccia tutti i temi della politica, approfondendo naturalmente, quelli più vicini alle battaglie sindacali.
    Non la condivido in toto, ma ci trovo molti spunti interessanti, e una vicinanza di fondo col nostro ambiente.

  6. #6
    Quin igitur expergiscimini?
    Data Registrazione
    09 Mar 2002
    Località
    "Publicam miserorum causam pro mea consuetudine suscepi"
    Messaggi
    2,082
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Paolo Arsena
    un'ottima relazione.
    In effetti questo Congresso UIL è interessante.
    Il centrosinistra, nei giorni scorsi, aveva già fatto sapere ai lavoratori- per bocca del suo ministro dei poteri forti Padoa Schioppa- che aria tirava: la stessa di quando al governo c' era Berlusconi. Lacrime e sangue per tutti i dipendenti (in particolare quelli pubblici), precarietà a palla, blocco dei contratti, politica economica uniformata ai dettami del FMI, come si addice ad un Paese a sovranità limitata qual è il nostro.
    Bene ha fatto il moderato e riformista Angeletti a mandarli tutti a quel paese con la loro mistica dei sacrifici (peraltro sempre a senso unico, l' esperienza degli ultimi decenni lo ha ampiamente dimostrato). Speriamo che le azioni siano coerenti con le parole. Le lotte dei lavoratori non devono essere condizionate dai giochi di potere e dalle logiche di partito. Devono essere libere e difendere solo gli interessi dei cittadini. Quindi nessun sconto agli amici delle banche e della speculazione internazionale, agli ammiratori di Soros, agli amici della Banca d' Italia e della Confidustria.
    Lucio Sergio Catilina

 

 

Discussioni Simili

  1. La resa del Sindacato Confederale al governo liberista di Monti
    Di Legionario nel forum Socialismo Nazionale
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 26-04-12, 19:19
  2. Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 17-01-09, 09:10
  3. Progetto Italia Confederale
    Di Enrico1987 nel forum FantaTermometro
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 07-03-08, 17:56
  4. Unione Confederale Regionale
    Di Furlan nel forum Padania!
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 25-09-07, 17:01
  5. così sarebbe l'italia confederale...
    Di Cilento Nazione nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 33
    Ultimo Messaggio: 17-09-03, 11:30

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito