| Mercoledì 21 Giugno 2006 - 155 | Siro Asinelli |
“È nostra diretta responsabilità fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per assicurare alle Forze Armate uno sviluppo al passo coi tempi”.
A poco più di un mese dal discorso annuale sullo stato della Federazione in cui annunciava la ripresa del programma di riarmo, il presidente Vladimir Putin ha rilanciato ieri di fronte ai membri del Consiglio di sicurezza russo la necessità che il Paese affronti al più presto un’azione di rinnovamento del parco tecnologico ed armamentario della Difesa. I riferimenti alla lunga empasse subita dal settore Difesa russo non sono mancati; senza troppi giochi di parole Putin ha chiaramente ribadito che la Russia non è intenzionata più a ritrovarsi nella disastrosa situazione seguita allo scioglimento dell’Unione Sovietica. Il dieci maggio scorso, di fronte ai deputati dei due rami del Parlamento russo riuniti in seduta plenaria, il presidente russo aveva sottolineato il bisogno di “costruire una casa sicura”, soprattutto di fronte all’avanzare egemonico di altre potenze, leggasi gli Stati Uniti. Seppur non citandoli direttamente, il capo di Stato russo non aveva avuto troppi peli sulla lingua: “il compagno lupo mangia e non ascolta nessuno, quando deve difendere i propri interessi dimentica l’entusiasmo per i diritti umani e la democrazia: tutto diventa possibile, non ha freni”.
La partita tra Mosca e Washington è più che mai aperta e non sembra essere un caso che le nuove dichiarazioni sul diritto all’adeguamento tecnologico ed al riarmo siano state rilasciate ad appena ventiquattro ore dall’annuncio della Corea del Nord di un prossimo test di missili a lunga gittata che teoricamente sarebbero in grado di raggiungere gli Stati Uniti. La Casa Bianca, per bocca dell’onnipresente segretario di Stato Condoleezza Rice, continua a gettare benzina sul fuoco, annunciando ieri l’avvio di serrati colloqui “con gli alleati per decidere sui prossimi passi da fare” qualora i coreani mettessero in atto quella che gli statunitensi hanno già bollato come una “provocazione”. Dal ministero degli Esteri di Pyong Yang si sono limitati a ribadire il “diritto inviolabile a salvaguardare la nostra autonomia”.
In questo clima non proprio idilliaco il presidente statunitense Bush si accinge a raggiungere oggi Vienna dove presenzierà all’annuale incontro bilaterale Ue-Usa per poi ripartire per Budapest dove nel fine settimana sarà celebrato il cinquantenario della rivolta ungherese. Un appuntamento più che simbolico per ribadire il ruolo egemone degli Stati Uniti di fronte a nuove possibili “minacce” non conformi ai piani di di globalizzazione di Washington.
Nel frattempo, la Russia non resta certo a guardare le mosse diplomatico propagandistiche del rivale atlantico: in questi giorni una nuova delegazione diplomatica russo cinese è attesa a Teheran per discutere della questione nucleare, sulla quale lo stesso Putin ha ribadito ieri la necessità che si arrivi ad una soluzione pacifica. Sempre ieri il presidente russo è tornato a criticare l’aggressione all’Iraq.
La partita si gioca ovviamente su più fronti, laddove il campo dove più infuria la battaglia è quello della produzione ed il sostentamento energetico, ma dove le prove di forza propagandistiche, come presunte o effettive corse al riarmo, stanno assumendo sempre più peso. Su questo sfondo da Guerra Fredda il prossimo G8 di San Pietroburgo (15-17 luglio), sarà di fatto l’appuntamento chiave dell’ultimo quinquennio, dove tra un sorriso ed una dichiarazione di circostanza gli attori principali del pianeta si ritroveranno a tirare le somme di un anno di intenso braccio di ferro.
Siro Asinelli




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