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Discussione: Due Americanismi

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    Predefinito Due Americanismi

    Se dunque resta ancora qualcuno che «maledice l'America come impero del Male», magari scagliando i suoi slogan in cortei affollati di simboli del Nemico indossati incoscientemente su jeans, t-shirts e berretti da baseball, è in sparuta compagnia. E per giunta è posseduto dal morbo di cui denuncia l'infezione, giacché «impero del Male» è un'espressione a pieno diritto Yankee: la coniò Ronald Reagan per prendere di mira l'Urss e reca in sé tutta quella carica di integralismo, fondamentalismo pseudo-religioso e scarso senso della misura di cui la cultura nordamericana è, per molti versi, impregnata. Da questo punto di vista, sì, si può concordare con chi sostiene che anche certo antiamericanismo è merce made in Usa. Il che dimostra come, sotto di esso, i meccanismi comunicativi abbiano già inserito un potente antidoto.


    3. Due americanismi


    Ovviamente, la capacità del pregiudizio filoamericano di pro¬pagarsi a macchia d'olio all'interno della mentalità collettiva è strettamente legata alla sua elasticità, che gli consente di assumere forme assai diverse a seconda dei pubblici a cui i suoi sostenitori si rivolgono. L'offerta di versioni è estremamente vasta. Volendo semplificarla, la si può ricondurre a due tipi basilari: uno «di destra» e uno «di sinistra».

    3.1. L'americanismo di destra


    Al sottofondo antropologico idealtipico delle varie destre gli Stati Uniti d'America offrono oggi una serie molto differenziata di stimoli. In taluni «uomini di destra» , la dominante di questo rapporto di sudditanza psi¬cologica è il culto della forza, della potenza, dell'azione milita¬re. L'ammirazione per lo strapotere bellico americano libera un tipo umano abbastanza diffuso nell'elettorato della destra più estrema - il militarista, il cultore della gerarchia, l'amante del beati geste, il naachista, ma anche il teorizzatore di una «morale dei signori» che da Nietzsche, sul filo delle colonne sonore va¬gneriane, è trasmigrata nel colonnello Kurz di Apocahpse noce, continuando a fustigare i deboli e i perdenti - dalle inibizioni e
    dai sensi di colpa a cui a lungo lo hanno costretto le (spesso in¬confessate) simpatie per i regimi travolti dalla seconda guerra mondiale. Chi vorrebbe a tutti i costi addebitare all'antiameri¬canismo, per squalificarlo, una matrice di destra radicale ignora o finge di ignorare che già al tempo della guerra in Vietnam ne¬gli ambienti missini, ma anche in quelli analoghi di altri paesi, come la Francia, si affacciarono progetti, pur privi di un serio fondamento pratico, di organizzare corpi di volontari per af¬fiancare i soldati americani, cui si affidava l'ideale compito di vendicare l'umiliazione europea e «bianca» a Dien-Bien-Phu. Erano i tempi in cui Pino Rasiti, sulle colonne di «Noi Europa», organo di Ordine nuovo, teorizzava la nascita nelle giungle del Sud Est asiatico di un'élite di «nuovi centurioni» che, forti dell'esperienza di guerra, avrebbero al loro ritorno raddrizzato la schiena al proprio paese, secondo il collaudato schema ex combattentistico che aveva fatto la fortuna del fascismo in Ita¬lia mezzo secolo prima e alimentato il culto dei «proscritti». A quell'America ipotetica il neofascismo più radicale non aveva nulla da obiettare; anzi, ne avrebbe fatto ben volentieri il faro delle «forze sane» nella cui capacità di reazione alla decadenza sperava Julius Evola. Inoltre, in quegli stessi ambienti attecchi¬va, assai più dell"antisemitismo, l'ammirazione per l'eroica e guerriera Israele, sentinella dell'Occidente assediata dagli arabi già allora ritenuti infidi e poco amati, ancor prima che cominciassero a migrare verso le nostre coste.
    L'americanismo oggi più in voga a destra, tuttavia, non è ovviamente quello riservato alle frange attivistiche estreme. Nel rnainstrearrz sta un'altra idea degli Usa, come patria del succes¬so individuale, della meritocrazia, dell'opportunità per i più ca¬paci di emergere e svettare. Questa terra promessa del darvini¬smo sociale e del rifiuto dell'aborrito egualitarismo ha ormai preso il posto, nell'immaginario di molti uomini e donne di destra, dell'America multirazziale, pullulante di delinquenza e travagliata dal pacifismo che li inquietava fino a vent'anni orsono. Da Reagan in poi, pur con qualche relativa caduta di tono, agli occhi di costoro gli Stati Uniti sono passati a significare il luogo in cui è possibile esternare sentimenti che in Italia e in Europa
    continuano a godere di cattiva fama. Sono il paese in cui il na¬zionalismo può raggiungere punte di isteria collettiva senza ri¬scuotere il minimo biasimo, riservato invece a chi non lo mani¬festa. Dove, oltre che farle, per la guerra e per le esibizioni di forza militare si può apertamente tifare. Dove il culto del bino¬mio «legge e ordine», invece di suscitare sospetti di nostalgie au¬toritarie, può portare al ruolo di star, come il caso di Rudolph Giuliani insegna, e sfogarsi nelle riprese in diretta delle esecuzioni capitali dei criminali. Dove si possono respingere gli immigranti clandestini con l'ausilio di sceriffi dal grilletto facile, reti elettrificate e cani feroci senza esporsi alla riprovazione della Caritas, e la xenofobia può trovare sfogo nell'odio per il nemi¬co giallo o arabo, compensando l'obbligata tolleranza per il mel¬ting pot interno. Dove i licenziamenti si possono fare senza tro¬varsi fra i piedi' i sindacati e la ricchezza determina distanze so¬ciali universalmente (o quasi) riconosciute e approvate.
    Per una bizzarra nemesi, quel che dell'America non piaceva a certa destra (ma era poi tale?) europea degli anni fra le due guerre è parte integrante del culto che la destra del nuovo mil¬lennio tributa agli States. I balzi da gigante delle tecnoscienze ne vezzeggiano le mai sopite inclinazioni prometeiche. Il dominio del mercato ne rassicura l'aspirazione alla creazione di ben de¬finite gerarchie sociali. La cultura di massa importata grazie ai telefilm, con il suo incessante elogio dell'individualismo e il suo manicheismo semplicistico, le consente di riconoscersi in valori da sempre coltivati. L'identificazione psicologica si trasforma così in desiderio di imitazione domestica. La manifestazione ro¬mana indetta da Giuliano Ferrara e dal «Foglio» in solidarietà con gli Stati Uniti d'America attaccati dal terrorismo (e, secon¬do una retorica davvero fuori misura, quasi messi in ginocchio) ha dato sfogo ad uno degli aspetti più interessanti di questo transfert: ha consentito alla destra italiana di sbandierare un pa¬triottismo per procura, in «franchising», senza doversi storzare a cercare ragioni per coltivarne uno proprio. Le parole dí Ber¬lusconi sulla superiorità dell'Occidente sulle altre culture hxn¬no segnato il raggiungimento di un'ulteriore tappa su questo percorso: sentendosi e proclamandosi «tutti americani». :,
    lianí di destra si impossessano infatti di un orgoglio di cui la re¬cente storia nazionale li aveva defraudati (imponendo lo spar¬tiacque della Resistenza come parziale riscatto della guerra per¬duta, nel fondo un po' per tutti loro inaccettabile).
    Non va poi trascurato un ulteriore, non ultimo aspetto, di questa disposizione d'animo subalterna verso la superpotenza d'oltreoceano. Da decenni, gli Usa hanno simboleggiato l'alternativa al comunismo, il «mondo libero» eretto a simbolo contro la barbarie orientale sovietica. Che la destra liberale per questo li venerasse e fosse disposta a perdonare loro qualunque difet¬to, è più che comprensibile. Ma, caduti il muro di Berlino e poi l'orso moscovita, il loro fascino ha travalicato anche le vecchie diffidenze degli ambienti neofascisti. Per partecipare del trionfo sul nemico storico e illudersi di avervi avuto una qualche parte, gli impacciati eredi dell'«O Roma o Mosca» hanno dovuto ras¬segnarsi ad ammettere il primato di Washington, cercando al¬meno di riscuoterne qualche dividendo. A partire dalla sostitu¬zione del vecchio spartiacque di legittimazione nelle combina¬zioni governative: dall'antifascismo, che li escludeva, all'antico¬munismo, che li include. A Gianfranco Fini, che ha sempre so¬stenuto di essersi iscritto al Movimento sociale italiano alla fine degli anni Sessanta perché irritato da un picchetto di attivisti rossi che gli voleva impedire la visione del film con John Way¬ne che celebrava l'epopea dei « berrettí verdi», non sarà parso vero di poter riannodare, con il plauso alla Nato o a George W. Bush, il filo di una simpatia che veniva così da lontano.




    3.2. L'americanismo di sinistra




    Non meno stretto è, tuttavia, il rapporto che lega gli States a larga parte della sinistra italiana ed europea. È, anzi, in quest'area che l'America è assurta a mito, prima e più profondamente.
    Anche negli anni in cui imperversava la guerra fredda e la lealtàversola causa della rivoluzione imponeva di definire gli Usa guerrafondai e nemici del popolo lavoratore, il tarlo di questa at¬trazione fatale scavava in molte menti orientate verso il marxi¬smo. Non si trattava di una semplice passione letteraria, alla Vit¬torini, o del moto spontaneo di riconoscenza di chi sapeva che con le sue sole forze mai avrebbe sconfitto il fascismo. C'era di mezzo una complicata forma di odio-amore che portava ad am_ mirare il continente in cui il culto del Progresso e della moder¬nizzazione prendeva più compiutamente forma e nello stesso tempo a dolersi del fatto che, pur dando un contributo fonda¬mentale alla cancellazione delle tradizioni che puntellavano i re¬sidui del vecchio ordine, esso non si risolvesse a prendere la via del socialismo. In fondo, gli Stati Uniti erano il paese in cui più speditamente «deperiva» lo Stato inteso nella sua forma classica, le differenze etnoculturali iniziavano a cancellarsi, l'economia prendeva il sopravvento sulla politica e il connubio fra secolariz¬zazione e materialismo si affermava a scapito delle vecchie «fisi¬me» spiritualiste, avvicinando alla realtà il progetto di società ideato da Marx. Non solo: erano anche la patria dell'internazio¬nalismo dei «quindici punti» di Wilson, della piena industrializ¬zazione da cui sarebbe dovuta scaturire la coscienza di classe del proletariato, del welfarismo del New Deal rooseveltiano. Certo, da quelle premesse tardavano a prendere corpo le attese conse¬guenze, ma niente impediva di immaginare che fosse solo una questione di tempo.
    Era la prefigurazione dell'«altra America»: una presenza quasi ossessiva nell'immaginario progressista di tutto il secondo dopoguerra, che si è trasmessa sino a noi mutando pelle di con¬tinuo e offrendo una chance di conciliare sentimento e utopia al¬le generazioni del dopo Stalin, deluse dalla stasi del «socialismo reale». Più che sperare in improbabili mutazioni libertarie dei comunismi esteuropei, le «nuove sinistre» giovanili hanno ini¬ziato precocemente ad attendere la salvezza da occidente, All'America del maccarthvsmo o della condanna a morte dei co¬niugi Rosenberg sovrapponevano l'America dell'orr t/V road e dei Figli dei Fiori che toglieva alla società borghese il pilastro dell'autorità familiare, l'America dei campus in rivolta e del ri¬fiuto in massa della coscrizione militare: già allora, decenni pri¬ma dei moti di Seattle, da lì traevano ispirazione e parole d'or¬dine da trapiantare. Lì si produceva la musica che app~elza`'a" no, lì prosperavano il teatro e il cinema «di protesta» a cui atti¬davano le proprie emozioni, lì assaporavano il gusto del cosm`
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    politismo, della rivolta nera, delle rivendicazioni temministe, ,,Opposizione della filosofia dei diritti a quella dei doveri - in¬somma, di tutto ciò che contribuiva a minare la tenuta del mo dello di società in cui si sentivano costretti a vivere. Anche in questo caso, per crearsi un mito bisognava selezionare una realtà controversa: prendere Malcolm X o Martin Luther King e but¬tare Lyndon Johnson, incorniciare Woodstock e ignorare la Bi¬ble belt, enfatizzare Berkeley e sottacere il conservatorismo dei mille e mille villaggi rurali. Ma con gli opportuni accorgimenti, il patchwork poteva mostrare un'apparente coerenza.
    Così si è creata l'immagine dell'America di cui, a poco a po¬co, la sinistra europea ha fatto la sua bandiera, sostituendo, nel¬la famiglia Marx, Groucho a Karl, la Nuova frontiera agli avviz¬ziti Cento fiori, l'humour di Woody Allen alla seriosità dei pre¬cedenti testi sacri, la fede nella psicoanalisi a quella nella ditta¬tura del proletariato e giù a seguire in un catalogo sterminato di acquisizioni, fino alle apoteosi veltroniane e alla designazione di Bill Clinton leader e profeta di un Ulivo mondiale. Mentre tut¬to ciò che sapeva di antipatia per l'America veniva accreditato alla forma mentis fascista - mirabili le ricerche in argomento di Michela Nacci, e l'uso catartico che tutta la stampa di sinistra ne ha fatto - o a nuove incarnazioni della leniniana malattia infan¬tile del movimento operaio.
    Non stupisce che, forte di questa lettura edificante, la classe dirigente postcomunista abbia impiegato pochissimo tempo, in tutta Europa, a digerire le pretese di egemonia statunitense avan¬zate dopo il crollo dell'Unione Sovietica, avallandone le manife¬stazioni belliche con una lettura a senso unico dei doveri umani¬tari imposta dall'ideologia dei diritti dell'Uomo e sfruttando ogni concessione fatta, in perfetta simmetria con i concorrenti postEa¬scisti, per farsi accreditare un «senso di responsabilità» e una «maturità» spendibili in combinazioni di governo.

  2. #2
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