ERO UN BALILLA - 1931/1937
Come è ovvio, i ricordi dei primi anni dell'infanzia sono molto evanescenti. Ho nel mio "file" l'immagine delle testa del cane bulldog Ariel mentre mi guarda da un'angolazione che mi fa pensare che io lo vedessi stando all'interno di quelle ceste di vimini che, una volta, le donne usavano per deporre i loro bambini di pochi mesi mentre accudivano alle faccende domestiche. Tra un figlio e l'altro, quelle ceste servivano per mettere la biancheria lavata e asciugata da stirare. Diceva mia mamma che Ariel non mi abbandonava mai e permetteva solo a lei e a mio padre di avvicinarmi.
Di quel periodo fino ai 5-6 anni, a parte mia mamma come è naturale, il personaggio per me più importante era certo mio nonno Ambrogio, il quale era molto fiero del suo primo nipote.
Mi teneva molto con sé e mi portava anche in giro nei posti adatti per un bambino. Quello che però è più importante ai fini del mio racconto è che la sera mi teneva compagnia quando già ero nel mio lettino; così una seconda immagine che ho in mente è il nonno vicino a me, la sera, che mi racconta qualcosa.
L'unica cosa che ricordo bene è che il suo pezzo forte erano i sommovimenti sociali a Milano nel 1898, con le cannonate sugli scioperanti, le cariche della cavalleria, il generale Bava Beccaris (il cui nome mi suonava particolarmente sinistro).
Mio nonno (questo lo seppi dopo) era una socialista turatiano, cioè riformista, seguace appunto di Turati e Treves che, per lui, erano un mito. Forse per questo il suo pezzo forte era la descrizione del 1898 a Milano, che aveva lasciato tracce fortissime nella storia sociale della città e dell'Italia, con lo strascico del regicidio di Monza pochi anni dopo.
Il nonno mi cantava anche canzoncine del suo tempo, quali CIRIBIRIN CHE BEL FACCIN CHE SGUARDO DOLCE ED ASSASSIN..., LA BELA GIGUGIN, LA SPAGNOLA SA AMAR COSI', VA PENSIERO.
Stranamente non mi parlava mai della prima guerra mondiale, cui aveva partecipato, nel Genio, come elettricista. Ci teneva, però, a farmi sapere che il nome Ferruccio lo aveva imposto lui in ricordo di Francesco Ferrucci, l'eroe di Gavinana che aveva assunto un grande valore simbolico nella lotta contro gli austriaci durante il Risorgimento e poi nella Guerra Mondiale contro i tedeschi. "Vile, tu uccidi un uomo morto!" (frase che peraltro Ferrucci non pronunciò, avendo detto solo "Vile tu dai a un morto!". Brutta figura era quel Maramaldo, che comandava i tedeschi o meglio i lanzichenecchi).
Mio nonno aveva anche un ampio repertorio di frasi storiche tipo: "Se voi suonerete le Vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane!" - "Bevi, Rosmunda, nel cranio di tuo padre!" - "Obbedisco!". Cioè tutte quelle esclamazioni che sostengono il quadro, piuttosto sdrucito, della storia patria.
Il nonno, tra l'altro, mi collezionò più tardi le dispense illustrate della "Storia d'Italia", con figure piuttosto approssimative e ad effetto. Ricordo Attilio Regolo con la botte e Muzio Scevola che si brucia la mano sul famoso braciere. Era una pubblicazione storica di livello molto popolare, ma a mio nonno piaceva un pozzo. Ce l'ho ancora.
Evento importante per me fu, allora, una piccolissima fuga, a tre anni: ero uscito dalla piccola via privata dove stava casa ed ero arrivato da solo al primo crocevia da cui potevo vedere i palazzi vicini e il tram in movimento. Avevo esclamato tra me: "IL MONDO!". Poi non ero andato più in là, perché avevo pensato di aver osato fin troppo, quel giorno, e che era meglio tornare in modo che non si accorgessero della mia mancanza.
In quel tempo era successo parecchio e, tra le cose più importanti, vi era la guerra d'Abissinia. Io, però, non ho ricordi esatti, ma avevo presente una situazione generale che prassapoco stava così: l'Italia, la mia nazione, aveva vinto la più grande guerra mai verificatasi conto gli austriaci, i vecchi dominatori di Milano. Il 4 Novembre era una grandissima festa e Milano sembrava sollevarsi per aria dalle bandiere che sventolavano ai balconi e alle finestre.
L'Italia si era resa indipendente con le guerre risorgimentali contro i predetti austriaci e l'episodio piu' importante era stato le Cinque Giornate di Milano. Ce n'erano stati altri, ma non così importanti. Questo mi rendeva particolarmente orgoglioso, abitando noi in zona Vittoria e cioè vicino a piazza Cinque Giornate dove c'era il famoso monumento ai moti del '48.
La ricorrenza di quei moti, a Milano, era celebrata con sfilate. Una volta vidi sfilare financo un uomo vecchissimo. Un garibaldino, mi disse mio nonno. Era in camicia rossa, ma mio papà aveva detto che forse non era un garibaldino dei Mille ma solo di quelli definiti "delle Argonne".
Passare con i miei da quella piazza era un piccolo rito e ci soffermavamo sempre a guardare il "NOSTRO" monumento.
I nemici nostri acerrimi erano i tedeschi, che avevano fatto morire tante persone con l'affondamento del piroscafo Lusitania (mio padre) e che avevano tagliato le mani a tutti o quasi i bambini belgi (mia madre).
Dopo la prima guerra mondiale c'erano stati gravi disordini, ma Benito Mussolini aveva salvato l'Italia dalla rovina.
Era in corso la conquista in Abissinia, dove gli italiani cercavano terra per lavorare in quanto erano troppi qui in Italia. E poiché gli alleati della guerra 1915-18 non avevano mantenuto le promesse si erano presi le colonie, che invece spettavano a noi che tanto loro ne avevano da vendere. La guerra era finita con la nostra vittoria contro tante nazioni che ci volevano male e ci avevano imposto le sanzioni per farci perdere.
Questo era il mio panorama, che dovevo aver assorbito come per osmosi dall'ambiente circostante.
A quel tempo non facevo ancora parte delle organizzazioni giovanili del Fascismo, poiché non andavo ancora a scuola; ma, come si usava allora, a cinque anni ero stato all'asilo dalle suore, dove di Balilla e Figli della Lupa non ricordo si parlasse.
Nonostante questo, ho una foto vestito con una divisa da Balilla (che non mi sarebbe spettata). Io sto su una sedia vicino a mia mamma e ho anche un fucilino a tracolla. Appena posso, vedo di mandarvela. Siamo pertanto, più o meno, all'estate del 1937, anno nel quale, a ottobre, iniziai le elementari e in quell'occasione passai, per così dire, d'ufficio nelle file dei Figli della Lupa.
Re: Re: ERO UN BALILLA - come si stava allora ?
Citazione:
Caro Ferruccio abiti ancora a Milano? In caso affermativo e sempre se lo volessi potremo incontrarci, gradirei molto ascoltarti mentre racconti quanto stai riportanto nel forum.
Grazie e vedrò di incontrarti. Non abito più a Milano ma ci vengo ogni tanto un poco per lavoro un poco per... nostalgia.
Pensa che da decenni il giorno di Ferragosto lo passo a Milano girando in macchina: più o meno la stesa cosa di Nanni Moretti in "Caro diario". Poi al pomeriggio vado a trovare due mie ziette, una di novantaquattro e l'altra di ottantanove anni.
MILAN ET PEU PU! Milano e niente più d'altro.
A presto. :qi :qi
ERO UN BALILLA - 1937/1939
E finalmente arrivò il 15 di ottobre. Allora le scuole iniziavano in quella data. Grandi preparativi per il primo giorno di scuola. Grembiulino, colletto bianco e galla azzurra al collo. Quaderno di modesta fattura, cartella di cartone, cestino della merenda a base di "creminese" o "veneziane". Tutti uguali. I tempi dei quaderni e degli zainetti firmati erano di là da venire. Vigeva il criterio di non sollecitare l'emulazione sociale già nell'infanzia. Saggio criterio!
La scuola elementare era quella di via Monte Velino. Nuovissima inaugurata l'anno prima da Re Vittorio Emanuele III e che è in funzione ancora oggi. Un'aria solida e con facciata di mattoni a vista.
La direttrice aveva il mio stesso cognome e mi accolse con particolare calore. Ho l'impressione che, per almeno due mesi, non facessimo altro che aste ed esercizi di preparazione alla scrittura.
Ma l'inizio della scuola aveva segnato anche il nostro ingresso nelle organizzazioni giovanili del Partito e, nella fattispecie, nell'Opera Nazionale Balilla, un ente che si occupava dei bambini e dei fanciulli non solo sotto il punto di vista scolastico ma anche sotto quello assistenziale gestendo colonie estive, cure mediche come quelle di malattie giovanili, ecc.
Subito avevamo dovuto completare la mia divisa da Figlio della Lupa (la sezione della Opera Nazionale Balilla per i bambini della prima e seconda elementare), con la bandoliera a strisce bianche che si incrociavano sul petto, dove erano tenute insieme da una grande M di latta verniciata di scuro, e quindi anche con le famigerate "mollettiere", fatte sul modello della mollettiere dei nostri soldati nella guerra 1915-18. Erano fasce grigioverdi che rivestivano le gambe dal ginocchio in giù e che venivano avvolte sulla gamba in modo da incrociarsi davanti e dietro.
Erano particolarmente facili ad afflosciarsi e bisognava stare attenti in particolare nella piccole parate che facevamo in occasione di ricorrenze nazionali e cerimonie di vario tipo a scuola.
Uno-due, uno-due, uno-due PASSO!
Era proprio al PASSO che le mollettiere maledette spesso si afflosciavano, con effetto poco estetico sulla sfilata. Oltretutto si svolgevano per terra e ci si incespicava pure. Però, a un certo punto, sparirono, forse in corrispondenza dell'adozione del PASSO ROMANO, imitazione italiana del passo dell'oca tedesco.
I bambini non riuscivano a vestirsi da soli, in particolare a causa sia delle fasce bianche sia delle mollettiere. La mamma mi metteva a sedere sul tavolo e quindi mi vestiva di tutto punto.
Ad onta di questi inconvenienti di vestizione, noi bambini eravamo entusiasti di indossare la nostra divisa. Ci sentivamo piccoli soldati e devo anche dire che l'educazione che ci veniva impartita contribuiva molto a motivarci e coinvolgerci.
La motivazione principale era quelle di essere partecipi della costruzione di una Patria grande, di una Nazione potente alla quale anche noi eravamo chiamati a dare il nostro piccolo contributo. Era una nazione che, in sintesi, trovava i suoi fondamenti di grandezza prima di tutto nella vittoria nella prima guerra mondiale ma anche nelle lotte risorgimentali che ci avevano dato l'unità d'Italia, che si collegava, saltando a piè pari oltre un millennio di storia, alla grandezza di Roma e dell'Impero Romano. Mica per niente noi eravamo i Figli della Lupa.
Noi eravamo molto orgogliosi di essere italiani e di esser guidati dal nostro Duce Benito Mussolini. La grandezza dell'Italia e la Sua affermazione nel mondo erano tutto ma questo penso che fosse vero un poco per ciascuno e che, in sostanza, i più accettassero il regime fascista nella prospettiva di un'affermazione nazionale che in quel periodo era prioritaria dopo - ripeto - la Vittoria nella prima Guerra Mondiale e l'epopea risorgimentale. La Nazione e la Patria prima di tutto.
Ce la mettevamo tutta per essere bravi Figli della Lupa a scuola, nelle sfilate e nelle cerimonie patriottiche alle varie date comandate. Sfilavamo qualche volta in pubblico, e questo era per noi il massimo.
Peccato che nessuno potesse riprenderci, allora, magari anche quando nella nostra classe di canto intonavamo il VA PENSIERO e le altre canzoni di quel tempo che non erano solo GIOVINEZZA. C'erano anche la CANZONE DEL PIAVE E MONTEGRAPPA TU SEI LA MIA PATRIA, tra le altre.
La lezione settimanale di canto prevedeva, a fine anno, un esame collettivo e noi della mia prima classe dovevamo portare un coro dall'ERNANI di Verdi, mi sembra.
Cacciavamo fuori tutta la nostra voce infantile: SI RIDESTA IL LEON DI CASTIGLIA! E ci sentivamo pure noi cuccioli di leone, i leoncini di Mussolini.
Sempre presente nel nostro cuore era l'impresa d'Etiopia, condotta anche contro i paesi che ci volevamo fermare e che ci avevano boicottato con le sanzioni.
Certo eravamo bambini e non potevamo capire tante cose, ma io ricordo ancora oggi l'entusiasmo di quei tempi. Ancora oggi, per esempio, il coro del Nabucco mi dà una forte emozione ed è proprio la stessa, in fondo.
C'era in corso la guerra in Spagna e qualche eco arrivava anche a scuola. Ho ricordo di una pagina a colori della "Domenica del Corriere": un velivolo legionario che affronta un aereo da caccia repubblicano. Chiaro che il nostro nemico in Spagna erano i comunisti. I rossi, contro i quali eravamo scesi in guerra dando aiuto al Generale Franco.
Nell'estate del '38 andai per un mese alla colonia estiva dell'Opera Nazionale Balilla a Milano Marittima e dopo anche a Sirmione, dove venni inviato per cure causa un sospetto soffio al cuore. Tutto a cura della ONB.
A casa tutto bene. Come ho già detto, le cose ai miei andavano bene e i miei genitori avevano un intero appartamento per loro, anche se a pranzo ci trovavamo tutti in sala dove campeggiava un camino con la scritta dantesca PARVA FAVILLA GRAN FIAMMA SECONDA. Mio nonno imperava sempre e, nel febbraio del '38, era arrivato pure un fratellino.
Non ricordo discorsi a casa su argomenti che potevano sapere di politica. Tutti erano entusiasti del Regime e a questo contribuiva certamente il fatto che l'Italia stava molto migliorando in tutti i settori e la gente lavorava tranquilla. Milano cresceva ogni giorno di più e si vedevano dappertutto cantieri per la costruzione di case popolari a chilometri quadrati.
FINE DEL MESSAGGIO numero 4. Continua.
Un saluto a tutti.
ERO UN BALILLA - 1937/1939 (5° MESSAGGIO)
Scavando nella memoria ho cercato di ricordare qualcosa, in famiglia o a scuola, che si collegasse in un modo o nell'altro alla situazione generale, una "spia" che recepisse gli umori in famiglia in rapporto al fascismo e agli accadimenti di quegli anni.
Un ricordo sovrasta gli altri. Dovevano essere i primi mesi del 1938 e stavo con mia mamma a fare i compiti. Si parlava forse di geografia, quando lei se ne uscì dicendo esattamente: CHISSA' COME ANDRA A FINIRE CON QUESTA FACCENDA DELL'ABISSINIA!
Questa frase non mi piacque e io rimproverai bruscamente la mamma di dubitare dell'Italia manifestando sfiducia nei riguardi dell'impresa di Abissinia che, se anche era ormai terminata con la proclamazione dell'Impero, aveva evidentemente creato situazioni di tensione tra noi ed altri e problemi vari.
Lo ricordo perché mia madre mi rimproverò finché visse per la bruschezza dei miei modi in quell'occasione. Fui sgridato anche da mia papà e da mio nonno, ed ebbi una bella sculacciata.
Quanto aveva espresso mia madre era la constatazione di una realtà non tranquilla e, in fondo, una prima quasi impercettibile frattura con il regime. C'era, in quelle parole, l’ombra di una paura che le cose potessero mettersi male. Era l'espressione di un’inquietudine e il segno che l'idillio con il fascismo cominciava ad incrinarsi.
Ricordo, inoltre, che i sentimenti antitedeschi a Milano aumentavano, e ce n'era un'eco anche nei discorsi in famiglia. Rammento anche le celebrazioni per il 90° della Rivolta del marzo 1848, imponenti e certo atte più ad amplificarli che a sopirli. Grandi applausi per un reduce garibaldino, non so se dei Mille o delle Argonne.
Mal digerita era stata anche la visita di von Ribbentrop a Milano (questo l'ho saputo dopo). Ricordo bene che i miei dicevano che, assolutamente, non potevamo stare con i tedeschi. Era un odio non molto razionale, perché in fondo ai tedeschi dovevamo molto (Sadowa, Sedan soprattutto), ma tant'è... Era così.
La Guerra di Spagna era chiaramente meno sentita che quella d'Abissinia. Mancava l'entusiasmo che c'era stato per la guerra in Etiopia, nonostante a scuola se ne parlasse molto e seguissimo le imprese dei legionari italiani specie su “La Domenica del Corriere”. Ma il trasporto era minore e in casa, poi, non se ne discuteva proprio.
Vennero anche le leggi razziali del '38. L'unica eco che ne ebbi fu una frase di mia madre, che disse che gli ebrei facevano sempre un poco "nazione" a sé, ma non c'era astio nelle sue parole. Oltretutto avevamo un buon cliente nella persona di un impresario edile di Milano, israelita, uomo integerrimo e onestissimo che, fra l'altro, fallì alla fine degli anni Cinquanta per non aver accettato mai il sistema delle tangenti, stecche, buste, ecc. C'era già allora la MILANO DA BERE, ma non se ne parlava proprio. Intendo dire subito dopo la fine della guerra, non prima. Prima tale sistema non esisteva o quasi e, comunque, non faceva parte del mondo imprenditoriale di Milano.
Cosa posso aggiungere ora? Una cosa importante. Avendo imparato a leggere, ebbi in regalo il mio primo libro: era LE AVVENTURE DI TOM SAWYER di Mark Twain, seguito da "Storie della storia del mondo", un libro divertente sul mondo mitologico greco. Storie di dei, dee, ecc.
E per oggi basta. Spero di non avervi annoiato. Proseguirò nei giorni prossimi con altri ricordi sul periodo 1937-1939.
Dimenticavo: nel '38 il nonno mi portò in piazza del Duomo, a Milano, a sentir parlare il Duce. Io non ricordo cosa disse. Vedevo solo, in fondo alla piazza, la sua gran pelata che sberluccicava al sole. La cosa che ricordo di più erano enormi fiamme fatte di strisce di carta che sventolavano agitate da ventilatori. Attiravano la mia attenzione più di qualsiasi altra cosa.
Un saluto.