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    Predefinito 30 - Enigma : L'orecchio dello Stato

    Il Grande Orecchio ci ascolta
    siamo noi i più spiati d'Europa
    E le procure fanno controlli per un utente su dieci


    di LUCA FAZZO

    MILANO - La rivoluzione parte da Campobasso. Ed è un piccolo, divertente paradosso: perché Campobasso è - come raccontano ogni anno le statistiche sulla vivibilità delle città italiane - uno dei capoluoghi più pacifici del paese, con un tasso criminale appena sopra lo zero. Campobasso ha una procura con sei pubblici ministeri. Eppure è qui, in una piccola stanza di questa piccola procura, che oggi è in funzione l'Orecchio Elettronico più avanzato d'Italia (e d'Europa): un cervellone che in pochi metri quadrati di spazio spazza via mezzo secolo di storia delle intercettazioni. Il cervellone si chiama Enigma, lo ha prodotto Telecom vincendo la gara d'appalto indetta dalla procura. Manda in pensione gli operai che andavano a piazzare i "doppini" nelle centrali elettromeccaniche, libera gli sbirri che accucciati nel ventre dei furgoni ascoltavano da una radiolina il segnale rimbalzato da una microspia, spedisce in discarica i registratori a nastro su cui si accumulavano ore ed ore di chiacchiere da ascoltare e riascoltare fino allo stordimento.

    Tutto questo appartiene al passato. Enigma intercetta tutto, dalle voci alle telefonate agli sms agli mms alle mail ai siti Internet, tutto digitalizzato, tutto caricato su un disco fisso con copia di backup a tutela dalle manipolazioni, tutto immediatamente riversabile a poliziotti e magistrati nei loro uffici a poche decine di metri o a centinaia di chilometri di distanza, flussi di dati criptati che viaggiano su linee dedicate con password d'accesso ai due lati. Tutto in grado di essere frugato con i motori di ricerca e messo in comune da un'inchiesta all'altra, scoprendo se il telefonino utilizzato da un sospettato di terrorismo islamico ricompare in una inchiesta per droga, riconoscendo un numero, un computer, una parola.

    La rivoluzione di Campobasso è il punto più avanzato dell'onda che in tutte le procure d'Italia sta cambiando alla radice il modo in cui lo Stato italiano ascolta i suoi cittadini, in un'epoca in cui la tecnologia sposta su frontiere sempre più nuove la caccia tra guardie e ladri e la possibilità di intercettazioni sempre più sofisticate insegue la possibilità di comunicazioni sempre più sicure. Una partita in corso da sempre, ma che mai si è giocata su ritmi accelerati come in questi mesi.
    A sostenere l'evoluzione c'è, su entrambi i fronti, un robusto movente economico. I cattivi devono difendere i loro affari, che - si tratti di importare un carico di cocaina o di rifilare alla Borsa un bond scoperto - sono affari da milioni di euro. Ma anche dall'altra parte, dalla parte dei buoni, c'è il business: perché quello delle intercettazioni in Italia è un mercato florido e che non conosce crisi, anzi si espande sempre di più. Il cliente è uno solo, lo Stato, l'unico che può (almeno ufficialmente) violare la riservatezza dei suoi abitanti.

    E lo Stato esercita questo diritto con larghezza. I dati sono impressionanti. Per l'importo: ogni anno vengono spesi oltre 300 milioni di euro. E soprattutto per il numero di intercettazioni, che non è ufficialmente noto ma che si può desumere con buona approssimazione incrociando i bilanci dello Stato con quello degli operatori telefonici. Da questa analisi, si desume che la sola Telecom - che gestisce circa il 70 per cento dei telefoni fissi - intercetta ogni anno almeno centomila utenze: è come se una città di media grandezza venisse spiata per intero. Ancora più notevoli i dati sulle intercettazioni dei telefonini. La sola Tim (che controlla circa il 36 per cento della telefonia mobile) intercetta ogni anno almeno 140 mila linee, fornisce alla magistratura almeno 120 mila tabulati (cioè l'elenco completo delle chiamate fatte o ricevute da un telefonino) e addirittura due milioni di "anagrafici", cioè di certificati che rivelano a chi è intestata una data utenza. Tenendo presente che Tim ha circa 23 milioni di utenti, significa che quasi il 10 per cento dei suoi abbonati ha ricevuto le attenzioni della magistratura. A questi dati vanno aggiunte le percentuali (che si ritiene siano simili a quelle di Tim) da calcolare sui 21 milioni di utenti Vodafone, i 9 milioni di utenti Wind e i 3 milioni di utenti 3. Una stima intorno alle 400 mila utenze tenute sotto controllo ogni anno è dunque realistica. Sono numeri imponenti, che fanno dell'Italia il paese più intercettato d'Europa. E la tendenza è a crescere: nel nuovo tariffario preparato dal governo è previsto l'obbligo per i gestori telefonici di attrezzarsi per intercettare in contemporanea fino allo 0,1 per cento delle utenze, cioè 56 mila telefonini.

    Complessivamente, il mercato delle intercettazioni telefoniche assorbe qualcosa meno di 150 milioni di euro. Il resto del budget del Grande Orecchio se ne va nell'altro grande capitolo di spesa: le intercettazioni ambientali. Anche qui l'unico cliente è lo Stato, attraverso la magistratura. Ma a spartirsi la torta non sono soltanto quattro operatori, come nei telefoni, bensì una quantità di agenzie private specializzate nel settore, che operano su appalto delle procure. Sono un centinaio di agenzie in tutta Italia, e forniscono ai pubblici ministeri il servizio completo: dal "chiavaro" che scassina la porta di un appartamento o di un'auto, al tecnico che piazza la "cimice", al noleggio della microspia, al registratore digitale che incide le conversazioni, al tecnico che le ascolta e le trascrive.

    Le compagnie telefoniche sostengono che i veri affari si fanno in questo settore, e cercano in ogni modo di sbarcarvi. Anche perché ormai le frontiere tra intercettazioni telefoniche e ambientali sono saltate, oggi quasi tutte le microspie hanno incorporata una scheda sim collegata una linea telefonica. E tutta questa montagna di voci spiate su ordine dello Stato confluisce ormai negli stessi computer all'interno delle Procure, elaborata, digitalizzata, e convogliata nel gigantesco archivio informatico delle chiacchiere di una nazione.

    (17 novembre 2004)

  2. #2
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    Che schifo che mi fa l'italia repubblicana... spendono milioni e milioni di euro per spiare le persone senza preoccuparsi dei problemi di prima necessità...
    Io comunque sono convinto che il Principe fosse sotto controllo già da un pezzo, prima che rientrasse in Italia. Sono convinto che anche Re Umberto II d'Italia foses controllato... mhà...

 

 

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