1. Quanti siamo sul pianeta? È difficile dirlo. Per conoscere la popolazione di un paese bisogna fare un censimento, poi si aggiorna la cifra sulla base delle indicazioni degli uffici anagrafici e di quelli di polizia, aggiungendo i nati vivi e gli immigrati, e sottraendo i morti e gli emigrati. Ma in tutti i PVS, i paesi detti in via di sviluppo - il 77,2% della popolazione mondiale stimata -, le misurazioni della popolazione sono poco affidabili, in ragione di una scarsa organizzazione anagrafica, dell’instabilità politica, delle guerre, delle epidemie e dell’emigrazione. E così la cifra degli abitanti del nostro pianeta non è poi tanto sicura . In Nigeria, per esempio, si valutava una popolazione di 122 milioni di persone, ma all’ultimo censimento se ne sono trovati solo 89 milioni. Oman e Corea del Nord non hanno mai avuto un censimento...
2. Non importa quanti, comunque troppi, si dice.
Troppi per le risorse. Ma le risorse non sono qualcosa di fisso, di determinato una volta per tutte; esse sono in funzione delle conoscenze scientifiche e delle capacità tecnologiche: prima che si usassero i motori a scoppio, il petrolio era un liquido inutile, oggi no; e oggi, grazie a capacità di sfruttamento migliori, abbiamo a disposizione più petrolio di trent’anni fa. Un cospicuo aumento di popolazione ha coinciso spesso con significative evoluzioni delle tecnologie per lo sfruttamento agricolo del terreno e per la produzione di energia: la FAO, la Food and Agriculture Organization, l’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, calcola che la Terra è in grado di sfamare una popolazione superiore ai 20 miliardi. La popolazione è, poi, una risorsa, la più importante: un recente studio su 86 paesi mostra una correlazione positiva fra l’incremento demografico e lo sviluppo economico diciassette anni dopo. Se guardiamo poi alla densità della popolazione mondiale, si può notare che i PVS hanno una densità media assai inferiore a quella dei PS, i paesi detti sviluppati, e che, se sono sovra-popolati, è solo in ragione del loro sotto-sviluppo. Il problema è allora piuttosto quello della distribuzione delle risorse: un canadese, per esempio, consuma 436 volte di più di un etiopico, l’Europa e l’America Settentrionale hanno circa il 60% del reddito mondiale, e solo il 14% della popolazione.
3. Troppi per mantenere l’ecosistema. Così si è detto alla Conferenza sull’Ambiente del 1992, a Rio de Janeiro. Ma l’inquinamento è dovuto principalmente, se non esclusivamente, ai PS, che non hanno certo il problema della sovrappopolazione. Anzi.
Nei PS ogni donna ha in media 1,9 figli, quando, per garantire il rimpiazzo generazionale, ne sarebbero necessari 2,1, e l’Italia è il paese con la fecondità più bassa del mondo: 1,3 figli in media per donna. "Inverno demografico" è stata chiamata questa situazione di declino della popolazione nei paesi occidentali, e si è addirittura parlato di "suicidio demografico" (6). Un calo demografico tale che la CEE, la Comunità Economica Europea, nel 1984 votò la Risoluzione N. C 127/78, in cui - fra l’altro - afferma che "le misure per combattere questa marcata tendenza verso il declino della popolazione, che è comune a tutti gli Stati membri, potrebbero essere utilmente prese a livello comunitario ed avrebbero un’importanza sia politica che sociale" (7).
4. Ma pure nei PVS la popolazione ha un ritmo di crescita eccessivo, si ribatte.
È vero: la fecondità media dei PVS è molto superiore (3,9) a quella necessaria per il rimpiazzo generazionale, e ciò sta comportando una notevole crescita della loro popolazione totale. Hanno pure una densità piuttosto ridotta, e la fecondità è in significativa e rapida diminuzione: -2 punti fra il quinquennio 1965-70 e quello 1985-90. Questo fenomeno è conosciuto con il nome di "transizione demografica". L’impatto delle tecniche mediche che hanno abbattuto la mortalità infantile e aumentato la speranza di vita alla nascita ha causato - così in Europa e nell’America Settentrionale nel secolo XIX, come nei PVS nel secolo XX - un grande aumento della popolazione; ma mentre nei PS questo aumento è stato lento, e si è accompagnato a uno analogo a livello economico, nei PVS è stato improvviso, e spesso senza una sufficiente contropartita in termini di sviluppo economico, creando dunque l’allarme della popolazione.
La transizione demografica, inoltre, comporta che, con il miglioramento delle condizioni economiche, si riduca la fecondità, sia perché le persone accedono al matrimonio molto più tardi, sia perché il lavoro minorile viene vietato e il gran numero di figli non è necessario come garanzia per la vecchiaia, sia perché il costo per figlio aumenta significativamente. Il livello d’istruzione dunque, la politica del lavoro, la sicurezza politico-economica - in breve: lo sviluppo - sono all’origine di una stabilizzazione degli indici di fecondità. Una cultura edonistica e materialistica poi, sazia e disperata, è all’origine del "suicidio demografico".
Non si tratta allora di far violenza ai paesi poveri e alle loro famiglie, imponendo politiche di riduzione della natalità che adottano metodi immorali, ma di aiutare i PVS a crescere; non di ridurre la popolazione povera, ma di distribuire le risorse in modo più equo e di promuovere uno sviluppo integrale.




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