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    Predefinito E ora si apre la caccia alla Lega

    di Il Legno Storto, inviato il 28/06/2006




    Umberto Bossi
    di Fausto Carioti - A sinistra, al di là delle dichiarazioni di facciata, l'hanno capita bene e nessuno si sta facendo illusioni. I festeggiamenti per la vittoria referendaria sono già archiviati, e nemmeno un'affermazione solida come quella uscita dalle urne per il "no" può garantire più di qualche ora di sorrisi. I problemi che erano sul tappeto alla vigilia del voto sono ancora tutti lì, nello stesso ordine nel quale erano stati lasciati sabato: una maggioranza sempre più impalpabile al Senato; lo sfascio totale dinanzi a ogni decisione di politica estera; l'impossibilità (contabile, prima che politica) di varare una manovra e una Finanziaria 2007 che riescano a tenere insieme risanamento e rilancio dei consumi. Saranno questi temi a decidere la sorte del governo Prodi.

    L'unica variabile nuova, rispetto a tre giorni fa, è la Lega. Ed è su essa che si apre infatti la grande partita politica dell'estate. Affossata la devolution, il Carroccio è a un bivio: riprendere la via extra-istituzionale al cambiamento (quella, per intendersi, la cui parola d'ordine è "secessione"), o proseguire nel percorso istituzionale, tenendosi però le mani libere ed essendo pronta a dialogare con tutti, pur restando (almeno oggi, domani chissà) agganciata alla Cdl.

    Chi è al governo ha sempre qualcosa in più da offrire, ed è nell'interesse di Romano Prodi e dei Ds fare alla Lega un'offerta appetibile di dialogo sulle riforme. Piero Fassino ha appena sondato il terreno con Roberto Maroni. Se la proposta, alla riapertura delle Camere dopo la pausa estiva, dovesse suscitare l'interesse della Lega, il minimo che l'Unione potrebbe attendersi in cambio è un atteggiamento morbido del Carroccio al Senato, almeno sin quando questa nuova "fase costituente", o comunque la si vorrà chiamare, non sarà conclusa. Per Prodi e Fassino trovare un modo per non morire a Palazzo Madama, problema dei problemi, sarebbe il modo migliore di dare un senso duraturo alla vittoria referendaria.

    Silvio Berlusconi, ovviamente, ha l'esigenza opposta: impedire al Carroccio di entrare in fase di trattative con la sinistra. E il modo migliore nel quale può riuscirci è accettare la richiesta di dialogo che avanzeranno Prodi e i Ds, costringendoli così a scoprire le loro carte (ammesso che ne abbiano) dinanzi alla Cdl e, soprattutto, dinanzi agli altri partiti della sinistra. Accentrando poi su di sé la rappresentanza della Cdl al tavolo delle riforme, Berlusconi dovrebbe scongiurare eventuali fughe a sinistra della Lega (vale anche per l'Udc).

    Le carte in mano a Berlusconi per scongiurare la diaspora leghista sono due. La prima è sempre il suo amico Umberto Bossi, tendenzialmente contrario a intese con l'Unione. Ma su Bossi, che comunque non disegna alcun corteggiamento, pesa anche l'incognita dello stato di salute, che si riflette anche sul suo peso all'interno del partito, sebbene la leadership del Senatùr, al momento, resti ufficialmente indiscussa. La seconda carta di Berlusconi è la sinistra dell'Unione: Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani. Sono e restano gli alleati più fedeli di Prodi, ma vedono come una pietra tombale sul loro futuro di governo ogni ipotesi di "maggioranza variabile" o di accordo con qualsiasi componente della Cdl. Al momento, la seconda carta sembra assai più affidabile della prima.

    da:http://aconservativemind.blogspot.com/

  2. #2
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    il referendum costituzionale

    di Gianni Pardo, inviato il 28/06/2006




    La materia costituzionale è difficile. Prova ne sia che Sartori sostiene che neanche i professori di diritto costituzionale (se sono stati per il sì) ne capiscono qualcosa. E se nessuno di loro arriva alla solitaria grandezza del politologo toscano, s’immagini quanto ne abbiano capito i cittadini normali che sarebbero in imbarazzo se dovessero spiegare che significano le parole bicameralismo perfetto e bicameralismo imperfetto (con l’imperfetto migliore del perfetto!), conflitti di competenza o di attribuzione, potestà legislativa esclusiva, Primo Ministro e Presidente del Consiglio. Dunque la gente non ha votato scegliendo fra due costituzioni, ma per motivi diversi.
    1) La prima ragione per votare in un modo piuttosto che nell’altro è l’appartenenza politica. Per i sostenitori dell’Unione, se il centro-sinistra ha detto che ogni cosa che ha fatto il centro-destra è da buttare nella spazzatura, non si vede perché bisognerebbe salvare questa riforma. Dunque, se Fassino, Rutelli, Diliberto e soci dicono che bisogna votare “no”, si voterà “no”. Non diversamente, anche se in maniera opposta, hanno votato per il “sì” molti che precedentemente hanno votato per il centro-destra.
    2) La seconda ragione è l’influenza dell’establishment e dei grandi giornali. Questi, pur schierandosi per la ragione precedente, hanno dato ad intendere che lo facevano per grandi, nobili e specialistici motivi. E molti hanno pensato che, se il “Corriere della Sera”, la Stampa, la Repubblica ecc. erano contro, ci dovevano essere buone ragioni per essere contro. In Italia la pubblicistica è talmente schierata da non scandalizzarsi – è episodio recentissimo - se un ministro propone di licenziare 400.000 statali. E anzi da passare sotto silenzio la notizia, per non doverne discutere.
    3) Un’altra ragione che ha pesato moltissimo anche per gli elettori di centro-destra è l’abilità della retorica di sinistra. Gli adepti di questa chiesa non hanno esitato a parlare dei disastri più gravi, delle ingiustizie più cocenti, delle più catastrofiche minacce alla democrazia. Hanno descritto cittadini che non potevano più farsi curare in buoni ospedali, magari dissanguandosi per un “viaggio della speranza”, di attentati all’unità del paese e di chissà a che altro ancora. Chi avesse avuto la pazienza di prendere nota di tutti i capitoli di questo libro nero, avrebbe potuto scrivere una nuova apocalisse.
    4) Ma fra i migliori argomenti contro la nuova costituzione c’è il fatto che per troppi anni si è stati afflitti, riguardo ad essa, da timori reverenziali. Quando qualcuno ha detto che essa è retorica (la repubblica “fondata sul lavoro”!), declamatoria e inapplicabile (il diritto al lavoro!), s’è sempre trovato chi gli ha dato sulla voce come avesse fatto un tutto in chiesa. E invece, come diceva Montanelli, non si fa la rivoluzione “con la protezione dei carabinieri”. Non si possono passare decenni a scappellarsi dinanzi a questo testo come se fosse un feticcio – dandogli perfino senza ridere il Premio Strega - per poi dire che lo si vorrebbe cambiare perché ha un bel po’ di difetti. È come se si adulasse da sempre il re per poi chiedergli improvvisamente di abdicare. Il popolo insorgerebbe in favore del caro sovrano. Volendo cambiare la Costituzione sarebbe stato necessario criticarla aspramente per anni: preparando il terreno.
    5) E infatti – si giunge all’argomento centrale – la riforma non ha sbattuto contro un elettorato a favore del centro-sinistra ma contro un elettorato allarmato e misoneista. Il popolo è sempre misoneista. Perché molti italiani non vogliono la TAV? Perché la TAV è una novità. Perché non vogliono il Ponte sullo Stretto, prima d’informarsi seriamente per sapere quanto costa e chi lo paga? Semplicemente perché è una novità. Come ha detto qualcuno, se Dio avesse voluto che la Sicilia fosse unita alla Calabria, avrebbe creato un istmo. Che è come dire “se mio figlio sta morendo di difterite non lo faccio operare, perché se Dio volesse che viva, non lo farebbe ammalare”. Il misoneismo è una grande forza storica. Il popolo italiano non è mai stato a favore delle ferrovie, del voto alle donne, del suffragio universale, della laicità dello stato. Si è schierato a favore di queste cose quando esse erano divenute altrove delle ovvietà. Nel caso del divorzio ci fu chi propose un referendum abrogativo, proprio contando sul misoneismo, e se perse fu perché la gente aveva nel frattempo visto troppi film in cui si divorziava per non capire che non sarebbe crollato il mondo. Non vinse la laicità, vinse Hollywood.
    6) Comica l’affermazione del centro-sinistra secondo cui bisognava votare “no” affinché poi si modificasse la costituzione. In che modo? Non si sa. Comunque non se ne farà niente. Ma così s’è messo a tacere anche chi non si sentiva di negare i difetti della presente costituzione. Prodi è poi arrivato al ridicolo personale promettendo – proprio lui che ha costituito il più pletorico governo di tutti i tempi – che avrebbe ridotto il numero dei parlamentari.
    7) Comica è pure l’affermazione che non si può modificare la costituzione “a colpi di maggioranza”. Essendo escluso che essa si possa modificare a colpi di minoranza, rimarrebbe il caso di norme che siano votate con entusiasmo da Marco Rizzo e da Maurizio Gasparri, da Pannella e da Mastella, da Berlusconi e da Diliberto. E poi la costituzione non la modificò a colpi di maggioranza proprio il centro-sinistra, negli ultimi giorni della penultima legislatura?
    L’ultima consultazione elettorale non è stata una vittoria del centro-sinistra ma del misoneismo. Il centro-destra, nel tentare una riforma per la quale l’opinione pubblica non era matura, ha commesso un errore. Ma è un errore più adatto ad uno studio sociologico che ad uno studio politico.
    Gianni Pardo giannipardo@libero.it

  3. #3
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    Ma la Costituzione va riformata

    di Davide Giacalone, inviato il 28/06/2006




    Scalfaro, contro ogni cambiamento costituzionale
    Il risultato referendario, forte e chiaro, deve indurre a capire che la democrazia non è ginnastica elettorale. La sovranità popolare è l'elemento fondante, ma non si governano sistemi complessi buttando schede nelle urne. La politica, quella vera, è indispensabile. Lo avevo scritto prima del voto, sia nel libro allegato a Libero sia su quel giornale, giovedì scorso. La realtà non si deve evitarla, ma affrontarla.
    Il centro destra ha perso malamente il referendum. La ragione non sta in questo o quell'aspetto della riforma costituzionale, nella sua sostanza, e non va cercata neanche nello scarso impegno propagandistico di questo o di quello, perché quel divario di voti non si sarebbe colmato neanche a cannonate. La ragione della sconfitta è tutta dentro l'uso improprio ed avventuroso dell'articolo 138, nell'avere varato una riforma costituzionale che affronta i problemi più diversi, non coerenti fra di loro, dando l'impressione di volere provocare un terremoto costituzionale. Gli italiani hanno detto di no. Chi ha difeso, ed ora plaude al mantenimento della “Costituzione del 1948” è un imbroglione (anzi, imbvoglione), perché quel testo era già stato molte volte rivisto. Ma il meccanismo riformatore previsto dalla Costituzione richiede che si proceda per temi specifici e circoscritti, senza insalsicciarci dentro di tutto.
    Se si fosse entrati nel merito, se si fossero votate le riforme e non i presunti terremoti, si sarebbe scoperto che non solo la maggioranza degli italiani, ma anche la maggioranza del Parlamento attuale condivide quelle riforme. Niente da fare, propagandismo e ginnastica elettorale, da una parte e dall'altra.
    Ed ora? Prevedevo che dopo il voto tutto si sarebbe fermato ed avrebbe vinto la linea Bertinotti. Appunto. Le forze politiche che non sono state capaci di disinnescare l'evidente contraccolpo negativo del referendum non saranno ora capaci di far altro che generici appelli al dialogo. Ma la Costituzione che ci rimane in mano non va, ed il federalismo votato dalla sinistra minaccia seriamente l'unità nazionale. Occorrerebbe un clima, ed anche una sede Costituente, una via per uscire dall'immobilismo insito nella politica d'oggi, animata da coalizioni occupate in beghe interne e senza che si sappia, e voglia, pensare in grande.
    Davide Giacalone www.davidegiacalone.it Pubblicato da Libero






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