Già che ci sono, riporto il commento che avevo fatto del Testamento di Tito per la tesinen:
“Il testamento di Tito”
Si tratta del testo più importante dell'intera opera. Il ladruncolo Tito, morente in croce assieme al nazareno, elenca i comandamenti sconfessandoli uno per uno:
<< Non avrai altro Dio all'infuori di me >>
spesso mi ha fatto pensare
genti diverse venute dall'Est
dicevan che in fondo era uguale.
Fda contesta subito l'unicità di Dio. Perchè dovrebbe essere Jahvè l'unico vero Dio, perchè dovrebbe essere Cristo?. Le genti dell'est: “Credevano a un altro diverso da te / e non mi hanno fatto del male”. Mentre ora moriva in croce, a causa della giustizia del tempio. L'unica vero Dio è per Tito quello che lo tiene al sicuro dal dolore e ciò che conta in una persona non è la sua fede ma la sua tolleranza verso gli altri.
<< Non nominare il nome di Dio
non nominarlo invano>>
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.
Fda ribalta il significato del comandamento. Se per la Bibbia non bisogna nominare Dio senza motivo, per Tito il termine “invano” sta a significare l'inutilità dell'azione. Tanto nessun rispose e nessuno “ascoltò il suo dolore”. De Andrè accusa quindi l'assenza di Dio dalla scena del mondo, di fronti ai grandi mali del Novecento dove era? Pare quasi di sentire nelle parole di Tito quelle bibliche di Gesù sulla croce: <<Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?>>
<<Onora il padre, onora la madre>>
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Anche qua assistiamo ad un ribaltamento del precetto biblico. Ipocrita è l'onore slegato dal merito effettivo. Di fronte a genitori violenti non si può provare amore o rispetto. Ancora una volta uno dei cardini dell'ideologia borghese viene ridicolizzato da Fda. L'onore non va più riferito al ruolo che una persona copre, ma alle sue azioni, e così l'amore.
Il quinto dice << Non devi rubare>>
e forse io l'ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:
ma io, senza legge, rubai in nome mio.
Quegli altri nel nome di Dio.
Qui la contestazione deandreiana si fa più politica. Esistono due tipi di furti: quello legale, il latrocinio dei potenti che si mascherano dietro parole come “legge” e “Dio” per evitare ripercussioni; quello “senza legge” di Tito, novello Robin Hood che non nega né giustifica il suo operato. Ha rubato per vivere a chi rubava “nel nome di Dio” e per questo Fda lo considera più retto, di sicuro meno ipocrita.
Non commettere atti che non siano puri
cio non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami
cos sarai uomo di fede:
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore:
ma non ho creato dolore.
L'autore prende di mira anche la morale sessuale della Chiesa. L'idea del sesso come finalizzato alla sola procreazione non piace al libertino De Andrè, il sesso è anche piacere. Quel “feconda una donna ogni volta che l'ami” è una critica che Tito non poteva fare, poiché riferita all'uso dei contraccettivi, di certo non presenti nel 33 D.C. Le conseguenze di questo divieto sono per De Andrè gravissime: “tanti ne uccide la fame”. Per soddisfare una voglia momentanea, si crea dolore, ed è questo il vero peccato, non il sesso.
Il settimo dice <<Non ammazzare>>
se del cielo vuoi essere degno
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno
Il quinto comandamento (da Tito messo al settimo posto) è semplice: <<Non uccidere>>. Non c'è scritto <<Uccidi solo chi infrange in maniera grave la legge>>. Eppure la pena di morte esisteva nel 33 d.c. come esiste oggi. Persino nel Catechismo della Chiesa cattolica è ancora presente come extrema ratio. Cristo diventa per metonimia “la legge di Dio”, eppure la sua morte è voluta e benedetta da quelle autorità religiose che si ritengono custodi di quella legge. Un'altra volta il potere svela la sua ipocrisia, poiché solo lui può violare i suoi stessi comandamenti.
<<Non dire falsa testimonianza>>
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino
e scordano sempre il perdono
Tito non critica il nucleo del precetto, ma lo riferisce sempre alla situazione in cui uno si trova. Quando si tratta di aiutare il potere allora è giusto e sacrosanto mentire, quando si tratta di salvare delle vite il legalismo a tutti i costi va accantonato, per far posto a valori più alti. I giudici (quelli che “sanno a memoria il diritto divino”) sono in fondo servi del potere e di una legge che dimentica il più importante degli insegnamenti cristiani: il perdono. Di fronte a questa distorsione di valori Tito rivendica il suo diritto allo spergiuro: “Ho spergiurato su Dio e sul mio nome / e no, non ne provo dolore”.
<<Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa>>
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri già caldi d'amore
non ho provato dolore.
L'invidia di ieri non è già finita,
stasera vi invidio la vita.
Se senza senso era chiedere di non rubare, ancora più assurdo è chiedere di non desiderare. In un mondo di persone senza niente pare più un comandamento messo lì a difendere chi qualcosa ce l'ha. Come scriveva Proudhon: “La proprietà privata è un furto”.
Fda, grande trombeur des femmes, non accettava nemmeno il precetto anti-adulterio e quindi Tito (sempre più simile all'autore e sempre meno al ladro del Vangelo) non prova dolore per essere andato con donne sposate (“nei letti degli altri già caldi d'amore”). Come già scritto prima, l'amore per Fda non è una proprietà, non si può limitare ad una sola persona, non può essere chiuso da regole morali.
Rabbiosa è la conclusione di questo elenco di comandamenti. In croce, morente, Tito non può che invidiare la vita a chi lo ha inchiodato e lo guarda morire. Fda non riabilita l'invidia come sentimento sociale, ma riconduce il desiderio a un grido per un diritto fondamentale, quello di esistere in modo dignitoso. Tito non si pente dunque dei suoi peccati, ma rilancia arrabbiato verso il potere che lo osserva spirare. Poi sposta lo sguardo verso Gesù, e qualcosa cambia in lui:
Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io, nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore.
E' questo in ultima analisi il signifcato del disco. Il decalogo è vecchio, superato. Era uno strumento che i potenti utilizzavano per sfruttare i deboli in maniera “legale”. Una truffa si potrebbe dire. Cristo però non è una truffa, il suo unico comandamento è troppo alto per essere corrotto :
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato [...] Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13, 34-35)
Il comandamento d'amore deve essere la base per un nuovo uomo. Mentre la storia procede il suo feroce cammino (“scivola il sole al di là delle dune / a violentare altre notti”), Tito finalmente prova dolore. Non lo ha provato alla morte del padre, né “nei letti degli altri”. Non lo ha provato nello spergiuro. Lo sente ora, “nel vedere quest'uomo che muore”. Non c'è come nella Bibbia un Paradiso dopo la morte per Tito, c'è qualcosa che Fda ritiene molto più importante. Tito impara ad amare, lascia da parte la rabbia e muore felice “nella pietà che non cede al rancore”.