
Originariamente Scritto da
Paul Z.
Ho letto questo thread, e secondo me tra voi nessuno ci ha capito molto, specie quando cercate di identificare la sinistra nel rispetto di una supposta ideologia comunitaristica e anti-concorrenziale. La sinistra non è mai stata tale (lo è piuttosto, come dimostrato negli ultimi giorni, la destra "sociale"); essa ha sempre concepito la politica come prassi (Marx) e come rappresentanza di un gruppo sociale di riferimento: tradizionalmente, i dipendenti salariati del settore privato. Tale prassi, come dimostra la migliore storia della sinistra italiana (Gobetti, Rosselli, Togliatti e Gramsci), può anche essere coniugata ad elementi propri del liberalismo (questa una vera e propria ideologia, in quanto frutto dell'ascesa storica della borghesia).
Dati questi chiarimenti teorici, in questo momento le liberalizzazioni vanno interpretate come uno strumento di lotta dei ceti sociali di riferimento della sinistra a corporazioni privilegiate e chiuse al mercato. Quei settori per come sono organizzati sono un freno allo sviluppo economico del Paese, assieme alla mole del debito pubblico, al deficit di bilancio e ad altre gravi distorsioni da risolvere sono infatti un freno agli investimenti. E se l'interesse del Paese e quello della classe operaia coincidono (Togliatti) si capisce perché anche Bertinotti è d'accordo. Se permettete, i no-global non c'entrano proprio un cazzo, questa è politica alta.
Un'ultima considerazione: oggi il conflitto politico-economico in Italia non è tra padroni e operai, ma tra alleanze "trasversali" non poi così strane tra il "ceto produttivo" e la "rendita"; il primo comprendente i sindacati e parte di confindustria (quella che esprime la dirigenza e ha come obiettivo il ritorno al modello a mio giudizio vincente di industria, e cioé la grande impresa); il secondo tutto un insieme di categorie che rappresentano il blocco sociale di riferimento della CdL: piccole e medie imprese non innovative (remember Vicenza?), professioni e corporazioni, commercianti, la parte peggiore dei dipendenti pubblici, immobiliaristi e speculatori finanziari. E' chiaro che se l'Italia vuole tornare a crescere deve vincere il primo blocco, e sono sempre più convinto che in questa importante partita un ruolo fondamentale e forse decisivo, per quanto sempre meno chiaro, è svolto dalle banche.
P.S. Friedman non è liberista nel senso di pro-concorrenza, o meglio forse lo era ma non in queste cose era incentrata la sua produzione scientifica prevalente. Era monetarista e per questo (ai suoi tempi) anti-keynesiano, che è diverso.