Il ferimento del sacerdote francese in Turchia
Le aggressioni si moltiplicano La politica deve reagire
Fulvio Scaglione
Padre Pierre Brunissen, il sacerdote francese aggredito a coltellate nei pressi della sua casa di Samsun, viveva in Turchia da più di dieci anni, dopo un lungo lavoro in Francia nell'assistenza agli immigrati turchi. Parlava il turco così bene da tenere conferenze e lezioni all'Università. Come nel caso di padre Andrea Santoro, ucciso il 5 febbraio scorso nella sua parrocchia di Trebisonda, ecco dunque un sacerdote che aveva lunga e profonda esperienza del Paese e sapeva essere prudente e discreto nello svolgimento dell'opera pastorale. Intanto le aggressioni si moltiplicano (tra la morte di padre Santoro e il ferimento di padre Brunissen c'è stata anche la caccia a padre Martin Kmetec a Smirne e altri gesti intimidatori contro lo stesso Brunissen) e diventa sempre più difficile accettare la spiegazione delle autorità, che parlano di esaltati e squilibrati. Se esaltazione e squilibrio si dirigono con costanza verso i sacerdoti cristiani o verso chi è accusato di proteggerli (il 17 maggio un estremista ha sparato contro i giudici del Consiglio di Stato, uccidendone uno), chiamare in causa i disturbi mentali individuali diventa puerile. E' piuttosto evidente, invece, che si tratta di uno spettro collettivo e, quindi, di una questione politica. Due problemi ci paiono evidenti: uno specifico della Turchia e uno più generale del mondo islamico. La Turchia è nata come Stato moderno nel 1923 per opera di Mustafà Kemal e la sua vita di Repubblica è dunque piuttosto breve. Non breve e sanguinoso fu invece il parto, dominato da tre scenari drammatici: il disfacimento dell'impero ottomano, l'interessata ingerenza delle potenze europee e una serie di repressioni e guerre (contro gli armeni nel primo genocidio del Novecento, poi contro i greci) che sventolavano il vessillo della nazione ma agivano contro l'avversario storico dell'islam in Medio Oriente: il cristianesimo. I problemi della Turchia derivano, anche oggi, dal mancato riconoscimento e dalla mancata analisi di quell'ambiguità di fondo. Non a caso la Repubblica è sempre insidiata da un estremismo islamico che la vive non come uno Stato-nazione definito dai confini e dalla cittadinanza (come la intendeva Mustafà Kemal "Ataturk") ma come l'ultima incarnazione di una tradizione statuale islamica cominciata con i quattro califfi "ben guidati" succeduti a Maometto. Non come rottura con il passato ma come tappa più recente di una vicenda millenaria. Si aggredisce il sacerdote cristiano, infatti, in nome di una delirante fedeltà all'islam, non certo in nome della "turchitudine". Il secondo problema, più generale e persino meno acuto in Turchia che altrove, si riassume così: gli europei hanno difetti e pregiudizi ma è più facile per un musulmano trovare uno spazio vitale qui da noi di quanto lo sia per un europeo in quasi tutti i Paesi del Medio Oriente islamico. È più facile costruire una moschea a Roma che una chiesa a Riad, è più facile vivere da buon musulmano ad Amsterdam che da normale cristiano a Teheran. E qui è inutile tirare in ballo scenari globali o conflitti di civiltà: dovrebbero agire gli Stati, soprattutto quelli europei che non riescono a darsi una politica estera comune. Per fare un esempio: l'Italia è il primo partner commerciale dell'Iran, avrebbe una buona leva per trattare anche in questi campi. Non siamo i soli: gli Usa sono i migliori alleati e clienti dell'Arabia Saudita ma le loro donne soldato girano velate fuori dalle basi. Senza cercare la rissa, qualcosa si potrebbe fare per avere un po' più di legittima reciprocità.
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