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Discussione: 25 anni fa ....

  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito 25 anni fa ....

    Esattamente 25 anni fa, l’8 luglio 1981, presentai alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano questa tesi di laurea:
    SARDEGNA AREA DI SERVIZIO.
    Strumenti e forme di governo del territorio, dipendenza coloniale e destinazione d'uso dell'area sarda nel quadro mediterraneo.


    Nella premessa, si fa esplicito riferimento all’Indipendenza della Sardegna quale progetto politico complessivo, per risolvere radicalmente i problemi di sempre dell’Isola.

    Per testimoniare quelle argomentazioni, avevo riproposto in uno dei due documenti al X° Congresso della Federazione di Oristano (ottobre 2005) “In caminu po s’Indipendentzia”, con marginali adeguamenti, quella introduzione.

    Eccola.

    QUADRO DI RIFERIMENTO.

    La Sardegna è sempre stata un campo privilegiato di sperimentazioni: come tutte le aree aventi una struttura socio-economica di tipo arcaico, cioè territorialmente poco differenziata per la prevalente economia agro pastorale che tende ad utilizzare estensivamente il territorio, rappresenta il luogo più idoneo per attuare e verificare interventi e strumenti approntati altrove, ed eventualmente destinati ad altre aree, che solo qui possono essere verificati globalmente.
    In quanto area relativamente “neutra”, quasi come un vetrino da laboratorio - in cui anche le tensioni culturali si attuano come sfida alla penetrazione ideologica e sono rappresentate, più che dalla reazione attiva, dalla passività e dalla staticità della sua struttura, legata alla storia passata attraverso "codici" complessivamente alternativi rispetto alla "cultura industriale" di tipo metropolitano - l'isola offre condizioni ottimali per attuare in forme più disparate sperimentazioni e verifiche della “scienza del governo del territorio”.
    Certo gli interventi condotti in Sardegna fino a questo momento non sono valsi solo a fini sperimentali, ma costituiscono un'esperienza politica concreta di per sè oltre che per le riflessioni che ne derivano; tuttavia le esperienze di pianificazione condotte soprattutto negli anni ’60 e ‘70 hanno costituito l'occasione per aggiornare ed arricchire di nuove teorie la letteratura urbanistica e territoriale, anticipando in certi casi delle svolte importanti.
    La storia dell'isola ha in questo tipo di sfruttamento delle costanti facilmente individuabili: attualmente la Sardegna costituisce un'area del presente capitalistico soggetta ad un processo che può essere paradossalmente definito di “sviluppo capitalistico del sottosviluppo" che ne condiziona le caratteristiche sociali, culturali ed economiche.

    In breve, si riportano alcune note sulla destinazione d’uso dell’area sarda nel quadro mediterraneo, e delle forme di governo del territorio che ne conseguono.
    L’ipotesi di base, già formulata in passato, da altri studi e che in queste annotazioni si ripropone come tesi da approfondire e riverificare nella situazione attuale, è la natura politica di quegli interventi economici attuati in Sardegna negli ultimi 40 anni che, senza creare e neppure indurre benessere e sviluppo, sul piano produttivo e occupazionale - come promettevano i piani in cui tali interventi erano inseriti - hanno invece portato alla disgregazione sociale ed economica del territorio e ad un ulteriore assoggettamento culturale della popolazione, perpetuando di fatto la storica dipendenza della Sardegna e le sue immutate connotazioni di colonia.
    In particolare si richiamano le problematiche legate alle servitù militari dell'isola e le politiche dei “poli di sviluppo” con l’intervento petrolchimico (soprattutto nella Sardegna Centrale) in qualità di strumento di governo e di controllo; inoltre gli effetti indotti dall’industrializzazione, verificandone l'incidenza e le modificazioni sul piano culturale oltre alle modificazioni dei “sistemi oggettuali” e dei modelli comportamentali,
    Oltre all'analisi "strutturale" dei fenomeni di dipendenza, occorre anche vedere l'atteggiamento degli strati sociali nei confronti di questi interventi, in relazione alla funzione svolta sul piano ideologico e comportamentale dai mass-media e, sul piano sociale, attraverso l'organizzazione politica del consenso.
    I fattori politici di tali interventi, confermano (oltre alla consapevolezza determinata dall'appartenere ad una nazionalità oppressa) la necessità di modificare questo processo a livello strutturale e, di conseguenza, attraverso l’azione politica.

    In questo senso, si è ritenuto di dover evitare una analisi dei singoli aspetti della realtà economica, sociale, e territoriale dell’area sarda, individuando soluzioni parziali o settoriali, senza tener conto dell’utilizzo al quale la Sardegna è stata destinata a livello internazionale e della inesistenza istituzionale di strumenti che permettano di contrastare le decisioni politiche più rilevanti sul piano territoriale, già prese da governi estranei alla realtà locale.
    Da questo punto di vista, la tesi prende in considerazione quale progetto politico complessivo, effettivamente connesso alla realtà delle contraddizioni, non solo come proiezione utopica, l'Indipendenza della Sardegna dallo Stato italiano, che è poi la posizione propria di forze e movimenti, non più solo della sinistra sarda, ma ormai trasversali a diverse aree politiche.
    In questo contesto, il Partito Sardo d'Azione deve nuovamente essere naturale interprete e guida, per poter affrontare efficacemente e radicalmente i problemi di sempre.
    Ancora oggi, le tematiche politiche sulla Sardegna si collocano all'interno del dibattito sul rapporto tra sviluppo e sottosviluppo, con l'obiettivo di verificare l'esistenza di una dimensione dei fenomeni produttivi e territoriali definibile più propriamente in senso coloniale e, pertanto, non assimilabile alla condizione di sottosviluppo delle altre aree depresse del “mezzogiorno”.
    Per quanto sia tutt'oggi all'ordine dei giorno la definizione dei rapporto sviluppo-sottosviluppo e sia ancora più complessa e controversa la definizione in senso nuovo del concetto di colonialismo, neocolonialismo e semicolonialismo, possono essere stabiliti alcuni punti da assumere come premessa da cui muovere.
    Ogni paese colonizzato è anche un paese sottosviluppato;ma alcuni elementi che caratterizzano lo sfruttamento propriamente coloniale sono:

    1. l’occupazione militare di ampie zone del territorio;
    2. la rapina delle risorse naturali;
    3. lo sfruttamento monopolista dell’industria con l’impianto di monoculture slegate dalla cultura e vocazioni produttive del luogo;
    4. la discriminazione e l’assenza di tutele nell’assegnazione degli impieghi pubblici e nei posti di lavoro più qualificati;
    5. l'aumento continuo dei divario economico tra “metropoli” e colonia;
    6. il sovvertimento della struttura socio economica preesistente, senza soluzione di ricambio;
    7. l'attacco alle forme di autoconsumo e il drenaggio dei salari erogati sul luogo attraverso la vendita di beni di consumo importati dell'esterno;
    8. la contraffazione sistematica della propria storia soggetta alla distruzione delle sue testimonianze;
    9. l'emigrazione di giovani lavoratori che si trasferiscono nelle metropoli per svilupparne l'economia;
    10. l'utilizzazione,della borghesia locale come intermediaria di quella “continentale”;
    11. la degradazione ecologica del territorio;
    12. l'oppressione culturale e quella della nazionalità.

    Attualmente, nella realtà sociale, economica, culturale e politica della Sardegna, i punti indicati come elementi caratterizzanti dell’oppressione coloniale sono chiaramente presenti; inoltre, dalla storia anche recente, emerge una precisa destinazione d’uso dell’isola come “area di servizio”, collocata strategicamente nel Mediterraneo per l’impianto di strutture militari ed economiche dettate dalle esigenze e dalla volontà di imprese e governi esterni.
    Ciononostante, la stessa sinistra, “nuova” e “tradizionale”, a parte alcune voci discordi e presto emarginate, non ha mai voluto riconoscere l’esistenza di una realtà coloniale e, tantomeno,
    di una “questione nazionale” sarda.
    Questo atteggiamento, dettato in gran parte dalla paura dei vertici dei partiti di mettere in discussione la propria unità organizzativa e inoltre da una malintesa interpretazione
    dell'ortodossia marxista, si è manifestato spesso attraverso una serie di posizioni che hanno coinciso di fatto con le esigenze di sviluppo dell'industria capitalistica e con gli intenti prevaricatori dello Stato italiano, pur di contrastare le spinte anticolonialiste e “nazionalitarie”.
    Storicamente, gli effetti più macroscopici di tale atteggiamento, tuttora diffuso negli ambienti di sinistra, sono:
    1. l'avere assunto una posizione favorevole all'insediamento di industrie complessivamente slegate dall'economia preesistente con l’intento di “operaizzare” le comunità locali e in ciò determinare un terreno più favorevole allo sviluppo quantomeno di nuove sezioni sindacali italiane e di logiche politiche esterne.
    Tale posizione, sostenuta in certi casi dalla convinzione che alla rivoluzione proletaria si debba giungere soltanto attraverso lo sviluppo del capitalismo, non ha mai nascosto l'intento distruttivo della cultura locale vista dal governo italiano come una espressione estranea ai valori e alle leggi dello Stato e, dai partiti di sinistra, come un ostacolo all'unificazione delle lotte secondo gli schemi, i ritmi e gli slogans della metropoli;
    2. l’aver accettato di fatto l’emigrazione, ignorando completamente l’enorme potenziale di lotta insito all’interno di tale fenomeno.
    Tale accettazione non è stata sempre passiva tant'è che in molti casi, le iniziative per il ritorno degli emigrati sono state contrastate duramente perché ritenute “conservatrici” dell’assetto tradizionale.
    La tesi con cui viene sostenuta questa posizione, definita da alcuni "teoria del cavaliere errante per il socialismo", consiste nel ritenere che l'emigrato sia essenzialmente un lavoratore e, pertanto, si accontenti di lottare ovunque si trovi, a Torino, a Francoforte e a Parigi, contro il proprio padrone in quanto espressione del capitalismo internazionale.

  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Nell’agosto del 1981, quelle tematiche ed altre analisi contenute nella tesi, facevano da sfondo al mio primo articolo su un periodico di Partito.
    Si tratta di “Indipendentzia”, considerato allora il “gotha” dell’indipendentismo, curato dalla Federazione di Oristano.
    L’articolo s’intitola: Istrumentos e formas de dipendentzia coluniale.

    Di una copia di quel numero ne feci omaggio a “sa festa manna” di iRS nel luglio del 2004, a Franciscu Sedda.
    Questo perché a Santa Cristina, sempre nel mese d’agosto di 25 anni fa, la Federazione del PSd’Az di Oristano organizzò una festa sardista, della quale si trova traccia nel periodico, preludio allo storico XX° Congresso di Porto Torres del dicembre 1981.

    Ripropongo la prima pagina di quel numero, in modo che sia d’auspicio per il prossimo Congresso che il Partito Sardo d’Azione terrà entro l’anno.
    A dicembre? A Porto Torres?


  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori
    Nell’agosto del 1981, quelle tematiche ed altre analisi contenute nella tesi, facevano da sfondo al mio primo articolo su un periodico di Partito.
    Si tratta di “Indipendentzia”, considerato allora il “gotha” dell’indipendentismo, curato dalla Federazione di Oristano.
    L’articolo s’intitola: Istrumentos e formas de dipendentzia coluniale.

    Di una copia di quel numero ne feci omaggio a “sa festa manna” di iRS nel luglio del 2004, a Franciscu Sedda.
    Questo perché a Santa Cristina, sempre nel mese d’agosto di 25 anni fa, la Federazione del PSd’Az di Oristano organizzò una festa sardista, della quale si trova traccia nel periodico, preludio allo storico XX° Congresso di Porto Torres del dicembre 1981.

    Ripropongo la prima pagina di quel numero, in modo che sia d’auspicio per il prossimo Congresso che il Partito Sardo d’Azione terrà entro l’anno.
    A dicembre? A Porto Torres?

    labai labai, a su tempus puru:

    sos sardos
    is lettoris

    logudoresu e campidanesu imparis e a muda!

    scusaimi' po off topic

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori
    Nell’agosto del 1981, quelle tematiche ed altre analisi contenute nella tesi, facevano da sfondo al mio primo articolo su un periodico di Partito.
    Si tratta di “Indipendentzia”, considerato allora il “gotha” dell’indipendentismo, curato dalla Federazione di Oristano.
    L’articolo s’intitola: Istrumentos e formas de dipendentzia coluniale.

    Di una copia di quel numero ne feci omaggio a “sa festa manna” di iRS nel luglio del 2004, a Franciscu Sedda.
    Questo perché a Santa Cristina, sempre nel mese d’agosto di 25 anni fa, la Federazione del PSd’Az di Oristano organizzò una festa sardista, della quale si trova traccia nel periodico, preludio allo storico XX° Congresso di Porto Torres del dicembre 1981.

    Ripropongo la prima pagina di quel numero, in modo che sia d’auspicio per il prossimo Congresso che il Partito Sardo d’Azione terrà entro l’anno.
    A dicembre? A Porto Torres?

    Componidori,
    no has nau si Sedda happat agradessiu o no s'arregallu bellu chi dd'has fattu.

    A scoberri ca no hant imbentau nudda de nou no dd'had'essi praxiu.

    Nosus sigheus su traballu sardista, finas a s'indipendentzia de sa Sardigna.

 

 

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