Domenico Savino
08/07/2006

Si muore in Palestina senza che una voce si levi a gridare la verità e cioè che il sangue e l’odio sono frutto dell’oppressione e dell’occupazione, del sadismo e della barbarie verso un popolo espropriato della propria terra.
Si muore in Palestina senza che nessuno ricordi quando e come è cominciata questa nuova Intifada, che non ha più pietre da scagliare, ora che il muro e il filo spinato soffocano in spirali di morte e di violenza la rabbia disperata di quel popolo.
Il sangue di Palestina sembra un sangue diverso, che non incrementa la contabilità della morte e non fa girare le rotative dei giornali: sembra un sangue che non ha un Dio in cielo che l’ascolta, a cui gridare il dolore e affidare la vendetta.
Miliziani, terroristi, kamikaze: solo questo sono i morti palestinesi nella servile litania dei giornali e dei media del mondo occidentale.
«Banditen!» potrebbero dire oggi di loro gli ufficiali con la stella di Davide nel duro accento ebraico askenazita, ripetendo quello che altri ufficiali dicevano, magari dei loro avi, sessant’anni fa.
Oramai noi tutti qui ci siamo abituati, dopo che continuamente i telegiornali rimandano le stesse immagini di masse fanatizzate dall’esasperazione e dall’odio, di razzi Qassam lanciati disperatamente contro un nemico rinchiuso nei tank corazzati e che con ben altra efficacia colpisce con ben altri missili, sparati da elicotteri in volo, i propri nemici, abbattendoli con omicidi mirati, che straziano però anche vite innocenti di donne e bambini.



La seconda Intifada ha fatto fino ad oggi in sei anni circa 5.000 morti, di cui 4.000 palestinesi.
I feriti sono decine di migliaia.
Ma negli ultimi mesi la percentuale sta radicalmente mutando: oggi è stata di 20 a 1.
Iniziò il 28 settembre 2000, quando Ariel Sharon, leader del Likud (a quel tempo principale partito di opposizione israeliano), scortato da un numero spropositato di forze di sicurezza, decise provocatoriamente di recarsi a fare una «passeggiata» sull’Haram al-Sharif, la spianata delle moschee, il luogo più sacro per i musulmani palestinesi, scatenando la reazione inferocita
da parte della popolazione araba e dando il via appunto alla seconda Intifada.
La spianata delle moschee, che si trova nella città vecchia di Gerusalemme, è un terreno conteso, perché al di sotto delle moschee pare sorgesse il tempio di Salomone, sacro agli ebrei, di cui oggi resta traccia nel muro del pianto.
Dal punto di vista giuridico il diritto di superficie della spianata appartiene agli arabi e il sottosuolo ad Israele.
Quando Sharon decise di oltraggiare con la sua «camminata» provocatoria il terzo luogo sacro dell’Islam, non era un momento qualunque: erano infatti in corso a Washington, i negoziati tra palestinesi ed israeliani per lo status definitivo dei territori, secondo il trattato di Oslo.
Una sistemazione territoriale indegna per i palestinesi, ma comunque una sistemazione: dunque inaccettabile… per Israele.
Come sia andata davvero e come si sia giunti alla situazione attuale lo dice il professor Tanya Reinhart (1), docente alle università di Tel Aviv e di Utrecht, in una vecchia intervista pubblicata l’8.11.2002:



«Israele, con l’appoggio dei principali media occidentali, definisce la guerra contro i palestinesi come guerra difensiva, una risposta necessaria al terrorismo palestinese, una nobile presa di posizione nella guerra globale contro il terrorismo. E’ incredibile oggi […] che sia conosciuto così poco di come la guerra si sia sviluppata e quale ruolo abbia Israele. […]Dal ‘67 quando è iniziata l’occupazione dei territori palestinesi, il primo pensiero dell’esercito israeliano e dell’élite
politica è stato come avere il massimo di terra e acqua con il minimo di popolazione palestinese […] L’ideologia della guerra per la terra non è mai morta nell’esercito e nei circoli militari che influenzano la politica, quelle carriere che dall’esercito passano alla politica. Dalla partenza del processo di Oslo, i massimalisti non volevano dare più terra o diritti ai palestinesi. Questo fu evidente soprattutto negli ambienti militari, il cui portavoce era Ehud Barak, che si oppose a Oslo da subito. E così Ariel Sharon. Nel ‘99, l’esercito tornò al potere con generali passati alla politica, Barak per primo, e Sharon […] Così si apriva la strada per correggere quelli che consideravano gli errori di Oslo. […] Per ottenere questo, era necessario convincere la ‘viziata società israeliana’ che i palestinesi non vogliono vivere in pace e che stanno minacciando l’esistenza di Israele. Sharon da solo forse non ce l’avrebbe fatta, ma Barak ci riuscì con la storia dell’ ‘offerta generosa’ rifiutata da Arafat».
L’«offerta generosa» di Barak, il laburista Barak, l’uomo della Sinistra Barak, era un assetto territoriale che relegava i Palestinesi in zone non contigue ed economicamente non autosufficienti, circondate da confini controllati dagli israeliani, con insediamenti e strade che violavano l’integrità dei territori.



Si aggiunga che nei quasi otto anni che erano trascorsi per dare attuazione a quegli accordi, gli israeliani durante i governi di Rabin, Peres, Netanyahu e dello stesso Barak avevano inesorabilmente proseguito una politica di espropriazioni e demolizioni di case, insieme all’espansione e alla moltiplicazione di insediamenti (200.000 ebrei israeliani si trasferirono a Gerusalemme, altri 200.000 a Gaza e in Cisgiordania).
Gerusalemme Est, la parte orientale ed araba della città santa, occupata dal 1966, era stata collocata fuori dai confini dello Stato palestinese, decretando altresì che la città era assolutamente off-limits per i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza e dichiarandola «capitale eterna e indivisibile» di Israele.
Per i 4 milioni di rifugiati palestinesi l’accordo di pace significava che potevano dimenticarsi di ritornare nella loro terra o di avere dei risarcimenti.
Intanto l’occupazione militare proseguiva e ogni accenno di autentica sovranità palestinese veniva ritardato, ostacolato, cancellato.
Ciò che Ehud Barak faceva finta di tessere di notte, Sharon si incaricò di disfare di giorno.
E che fosse un gioco delle parti era evidente, giacché la passeggiata del 28 settembre ad Haram al Sharif di «Arik», il falco, non sarebbe stata possibile senza l’accondiscendenza di Ehud Barak: come avrebbe fatto altrimenti Sharon ad essere lì con almeno un migliaio di soldati che lo scortavano?
Ebreo non scanna ebreo!
E infatti la percentuale di gradimento nei confronti di Barak balzava improvvisamente dal 20% al 50% e tutto sembrava essere pronto per un governo di unità nazionale, la formula magica con cui tutti i governi israeliani ratificano ex-post i soprusi e le violenze di qualche governo precedente, dando ad intendere l’intenzione di voler ripartire daccapo e concludere davvero il processo di pace.



Dopo la «passeggiata» di «Arik», i palestinesi cadevano nella trappola della provocazione, scatenando la rivolta.
Ma rispondere con la forza alla forza quando uno è più debole, significa solo farsi massacrare.
Cosa che è puntualmente avvenuta.
Da allora è stato un susseguirsi inutile di attacchi e di contrattacchi, che da parte israeliana hanno fatto segnare una percentuale di morti ammazzati 4 volte superiore, senza contare il numero dei feriti e senza considerare che negli ultimi due anni il numero dei morti israeliani è stato drasticamente ridotto.
Da allora, come sempre è successo nella «farsa-democrazia» di Israele, è in atto un gioco delle parti, ove all’apparente dialettica tra «Destra»e «Sinistra», corrisponde in realtà un disegno strategico preciso, unico, coerente, ove gli attori si scambiano le parti, ma hanno in vista esclusivamente un obiettivo: il destino ebraico.
Non esiste democrazia in Israele, ma alternanza sapiente di governo tra falchi dichiarati e falchi camuffati.
Non esiste «Destra» o «Sinistra» in Israele, ma maschera e volto di un unico attore, regista e sceneggiatore: l’esclusivismo sionista.
Quale che sia stato il governo, mai davvero i capi dello Stato ebraico hanno pensato davvero neppure per un attimo che possano coesistere su Eretz Israel, cioè sulla terra d’Israele, due Stati e due popoli.
Ma neppure uno Stato e due popoli.
Essi percepiscono quella terra come un lascito divino, da cui gli altri popoli devono essere semplicemente espulsi o vi debbono vivere nelle condizioni di apartheid in cui vivono.
Non facciamoci illusioni: mai Israele consentirà che nasca uno Stato palestinese.



Il massimo a cui si poteva aspirare Noam Ciomsky lo descrive così: «Lo scopo delle trattative di Oslo è stato accuratamente descritto nel 1998 dall’accademico israeliano Shlomo Ben-Ami appena prima che questi si unisse al governo di Barak per assumere poi il ruolo di capo negoziatore a Camp David nell’estate del 2000. Ben-Ami osservava che ‘in pratica, gli accordi di Oslo erano fondati su basi neo-colonialiste, sull’idea di una esistenza caratterizzata dall’eterna dipendenza degli uni dagli altri’. Partendo da queste premesse, gli accordi di Clinton-Rabin-Peres erano finalizzati a imporre ai palestinesi ‘una dipendenza da Israele pressoché assoluta’ che avrebbe determinato ‘una situazione coloniale diffusa’, che a sua volta avrebbe rappresentato la ‘base permanente’ per lo sviluppo di ‘una condizione di dipendenza’. La funzione dell’Autorità Palestinese (AP) era quella di controllare la popolazione interna ai territori neocoloniali israeliani. […] uno sguardo alla realtà dei fatti rende evidente che si trattava - com’era largamente risaputo in Israele - di una proposta finalizzata alla creazione di Bantustan [Stati istituiti allo scopo di isolare geograficamente un’etnia dalle altre]; questo è, verosimilmente, il motivo per cui i principali organi d’informazione statunitensi evitarono accuratamente la diffusione di carte geografiche. E’ innegabile che l’accordo Clinton-Barak muovesse qualche passo verso una soluzione basata sui Bantustan, analoga a quella messa in atto dal Sud Africa nei giorni più scuri dell’apartheid». (2)
Se questo era il massimo delle concessioni ai tempi di Oslo, figuriamoci ora!
No, non è una questione di «Destra» o «Sinistra»: è una questione etnica o - per dirla con franchezza - razziale e religiosa, che percorre la storia di Israele da prima della sua nascita fino ai nostri giorni.
Ben Gurion, fondatore dello Stato israeliano e per 21 anni leader del Partito Socialista Democratico Mapai, dieci anni prima che Israele nascesse e prima dell’inizio della seconda guerra mondiale aveva le idee chiarissime: «noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti». (3)



Ben Gurion era consapevole di come stavano le cose: «Tra di noi non possiamo ignorare la verità ... politicamente noi siamo gli aggressori e loro si difendono … Il Paese è loro, perché essi lo abitavano, dato che noi siamo voluti venire e stabilirci qui, e dal loro punto di vista li vogliamo cacciare dal loro Paese». (4)
Israele nacque per iniziativa di uomini legati alla «Sinistra», i laburisti, ma il socialismo che essi sostenevano aveva innegabili somiglianze con il fascismo, perché univa uno straordinario ethos etnico-statuale ad una organizzazione sociale ed economica, che faceva del dirigismo statale e del pionierismo idealistico lo strumento fondamentale della conquista della terra, mediante un richiamo «mitico» alle radici spirituali del popolo ebraico e, magari implicitamente, mediante l’evocazione del compiersi della volontà divina all’interno di quell’atto di ricostituzione dell’entità politico-statuale ebraica.
Se il socialismo è stato concepito e propagandato nel mondo grazie anche ad un decisivo influsso ebraico e se ovunque si è caratterizzato per la sua visione internazionalistica, il socialismo ebraico è non a caso nazionale, anzi etnico, perché nasce costituendo, difendendo, espandendo uno Stato che ha come proprio fondamento un’etnia, identificata in base ad un vincolo di sangue e ad un’appartenenza di fede.
Paradossalmente una fede, un sangue, un suolo, non sono i miti fondatori solo del Terzo Reich, ma anche quelli dello Stato d’Israele: Jahwè, Abramo, Eretz Israel sono la fede, il sangue e il suolo di Israele.
E’ proprio Golda Mabovitz, divenuta Golda Meier nel 1956, quando adottò il nome in lingua ebraica a ricordarlo: «Questo Paese esiste come il compimento della promessa fatta da Dio stesso. Sarebbe ridicolo chiedere conto della sua legittimità». (5)

Se il socialismo si è dovunque diffuso avendo come presupposto l’ateismo, la «laburista» Golda Meier, si appella al diritto divino per giustificare l’esistenza dello Stato.
E non c’è da stupirsene.
Non esiste giudaismo senza la Torah letta alla luce del Talmud, giacchè l’identità giudaica è religiosa: «Non è dunque la razza o la discendenza quella che impedisce agli ebrei di mescolarsi anche loro, come quelli delle altre razze, coi popoli coi quali convivono; è la religione […] E non già la religione mosaica che essi abbandonarono e neppure conoscono se non che di nome; ma la talmudica e la rabbinica che li sovraccaricò appunto di quello, onde rimasero sempre necessariamente distinti ed anzi ripugnanti dagli altri popoli e nazioni» precisava la Civiltà Cattolica nel lontano 1881. (6)
Che cosa ne pensasse dei palestinesi, la «socialista/laburista» Golda Meier lo dice con una franchezza addirittura disarmante: «Come possiamo restituire i territori occupati? Non c’è nessuno a cui restituirli».
E qualche mese dopo chiariva meglio: «Non esiste una cosa come il popolo palestinese… Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro Paese. Essi non esistono». (7)
Qualcuno obietterà che però c’è stato Ytzhak Rabin, il ministro della Difesa, che represse sì la prima Intifada (1987- 1990), ma che dopo otto mesi di trattative segrete ad Oslo, il 13 settembre 1993, raggiunse un abbozzo di pace coi palestinesi.
Era tattica?
Certo quella prospettiva (peraltro vantaggiosissima soprattutto per Israele), va forse ricollegata a quanto il Primo ministro laburista sosteneva 10 anni prima: «[Israele vorrà] creare nel corso dei prossimi 10 o 20 anni le condizioni per attrarre naturalmente e volontariamente una migrazione dei rifugiati dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania verso la Giordania. Per ottenere questo dobbiamo arrivare ad un accordo con Re Hussein e non con Yasser Arafat». (8)



Se ad Oslo Rabin stesse bluffando, o se davvero avesse cambiato idea e volesse davvero consentire ad un simulacro di Stato palestinese di nascere, nessuno lo saprà mai.
Nel dubbio «qualcuno» non impedì il 4 novembre 1995, che, mentre Rabin partecipava ad un raduno pacifista, venisse raggiunto dai colpi di pistola di Yigal Amir, un estremista fanatico.
La colomba, casomai avesse voluto davvero spiegare le ali nel volo verso la pace, fu freddata grazie a quello strano estremista, che studiava scienze politiche all’Università Bar Ilan all’epoca degli accordi di Oslo e a cui dei rabbini oltranzisti avevano confermato l’idea che si era fatta di Rabin, cioè che era un uomo pericoloso per il destino del popolo ebraico, da uccidere prima che facesse ulteriore danno.
Ma forse non era solo quel fanatico!
La moglie dell’assassino, attraverso un sito internet, ha chiesto, per voce del marito, la riapertura del processo dopo le affermazioni del pubblico ministero del primo processo, secondo il quale la morte di Rabin fu causata da una terza pallottola, sparata da una distanza molto ravvicinata.
Amir ha affermato che questo terzo colpo non l’ha esploso lui.
Chi allora?
Forse i servizi segreti del Mossad, come lascerebbe intendere la moglie?
Se questa è la «Sinistra» d’Israele, la «Destra» è solo più esplicita.
Menachem Begin, Primo ministro di Israele tra il 1973 il 1983.
L’uomo era stato uno dei capi dell’Irgun Zvai Leumi (un’organizzazione di estrema destra) responsabile di molte azioni terroristiche: il 22 luglio 1946 alcuni membri dell’Irgun, travestiti da arabi, entrarono nel King David Hotel a Gerusalemme, facendolo saltare con 225 chili di esplosivi. Era la sede della segreteria del governo palestinese e la centrale delle forze britanniche in Palestina. La maggior parte delle vittime erano inglesi, ma morirono anche 15 ebrei innocenti.



La gang terrorista Irgun fu anche responsabile del massacro a Deir Yassin, il 9 aprile 1948, quando oltre 254 arabi cristiani furono cacciati dalle loro case, messi in fila e fucilati.
Fra di loro c’erano molti anziani, donne e bambini.
Insignito del premio Nobel per la pace, in un discorso alla Knesset, (9) avrebbe detto dei palestinesi ciò che il Talmud semplicemente pensa dei non-ebrei (goym): «[I palestinesi] sono bestie che camminano su due gambe».
E Yizhak Shamir, anche lui ex Primo ministro d’Israele (1983 - 1984, 1986 - 1992), raccoglie il testimone lasciatogli dai pionieri del sionismo e ricorda così la consegna con meticolosa precisione: «I vecchi dirigenti del nostro movimento ci hanno lasciato un chiaro messaggio di prendere Eretz Israel dal mare al fiume Giordano per le future generazioni, per un’aliya (= letteralmente salita, cioè immigrazione ebraica) di massa, e per il popolo ebraico, che tutto quanto sarà radunato in questo paese». (10)
Idee chiarissime Shamir le aveva anche sul destino dei palestinesi: «(I palestinesi) saranno schiacciati come cavallette... con le teste sfracellate contro i massi e le mura».
Nessuna richiesta di scuse postume, nessuna rettifica è stata pretesa dall’opinione pubblica internazionale per la volontà di sterminio da parte ebraica.
Nessuna fiaccolata ha illuminato la notte per i palestinesi.
Benjamin Netanyahu, altro leader della «Destra» e Primo ministro d’Israele tra il 1996 e il 1999 ha un rammarico: «Israele avrebbe dovuto approfittare dell’attenzione del mondo sulla repressione delle dimostrazioni in Cina, quando l’attenzione del mondo era focalizzata su quel Paese, per portare a termine una massiccia espulsione degli arabi dei territori». (12)

Al contrario dell’ultranazionalista Begin, il laburista Ehud Barak, Primo ministro d’Israele tra il 1999 e il 2001 ritiene che i palestinesi non siano bestie a due, ma a quattro zampe e per giunta feroci: «i palestinesi sono come coccodrilli, più gli date carne, più ne vogliono». (13)
I morti palestinesi non gli creano problemi di coscienza: «se pensassimo che invece di 200 vittime palestinesi, 2.000 morti metterebbero fine agli scontri in un colpo, dovremmo usare più forza....». (14)
Infine Ariel Sharon, il falco, che il servilismo dei media ha osato indicare fino a qualche mese fa come l’uomo della pace, non si è mai dato la briga di dissimulare le proprie convinzioni.
Parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, secondo quanto riferito dall’Agenzia France Presse, il 15 novembre 1998 ha detto «è dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre».
Aprendo il congresso di quel partito aveva esortato: «tutti devono muoversi, correre e prendere quante più cime di colline (palestinesi) possibile in modo da allargare gli insediamenti (ebraici) perché tutto quello che prenderemo ora sarà nostro... Tutto quello che non prenderemo andrà a loro».
No, non c’è speranza per i palestinesi.
Se la storia dipendesse solo dalla volontà degli uomini, il loro destino, che incrocia quello ebraico, ha un solo nome: trasferimento.
Peraltro per chiunque legga l’Antico Testamento fuori di una prospettiva cristologia, come è per il giudaismo, esso è il primo completo manuale di pulizia etnica della storia.

Ma sulla storia è piantata la Croce del Cristo e dunque guai odiare gli ebrei!
Come dice san Paolo nella lettera ai Romani «Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!»
Ricordando questo e rammentando come ogni giorno nella preghiera dell’«amidah», gli ebrei pronuncino una maledizione contro i «Ntzrim» (Nazareni, cioè cristiani) e i «Minim» (gli eretici), affinchè «periscano all’istante, che siano cancellati dal libro della vita e non siano contati tra i giusti», a noi cristiani cattolici tocca ricordare invece ciò che ci comanda il nostro Divino Maestro e Signore Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente: «amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano. Benedite coloro che vi maledicono e pregate per coloro che vi maltrattano».
Ariel Sharon, stando a quanto avrebbe riferito BBC News Online il 25 marzo 2001, ha detto: «Israele può avere il diritto di mettere altri sotto processo, ma certamente nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato d’Israele».
Quella che si combatte nella terra di Palestina non è una guerra come le altre.
E’ anche, anzi prima di tutto, una lotta spirituale.
Ben lo intendono proprio gli ebrei, che leggono questo ritorno come un avverarsi delle profezie e l’inizio per loro dell’era messianica.
Forse non è un caso che l’arroganza e l’iniquità di Israele sia aumentata così tanto proprio da quando i cristiani si sono vergognati di pregare «pro perfidis Iudaeis ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum, ut et ipsi agnoscant Jesum Christum Dominum nostrum».
Così, per ignavia e in nome della falsa tolleranza e del perverso ecumenismo, li stiamo in realtà abbandonando all’iniquità, alla violenza, alla menzogna, al sangue e a quello che è già stato troppe volte il loro tragico «destino ebraico».

Domenico Savino




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Note
1) Tanya Reinhart, «Israel/Palestine, how to end the war of 1948», Editore Seven Stories, USA
2) http://www.zmag.org/italy/chomsky-palestina.htm
3) David Ben Gurion, 1937, «Ben Gurion and the Palestine Arabs», Oxford University Press, 1985.
4) David Ben Gurion, riportato ale pagine 91-2 di «Fateful Triangle» di Chomsky, che apparve in «Zionism and the Palestine», pagine 141-2 di Simha Flapan, che citava un discorso del 1938.
5) Golda Meir, Le Monde, 15 ottobre 1971.
6) La Civiltà cattolica, anno XXXI, serie XI, volume V, quaderno 733, pagina 110
7) Golda Meir, dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969.
8) Yitzhak Rabin, riportato da David Shipler sul The New York Times, 04/04/1983, citando i commenti di Meir Cohen al comitato affari esteri e difesa della Knesset del 16 marzo.
9) Il testo è riportato da Amnon Kapeliouk, «Begin and the ‘Beasts’», su New Statesman, 25 giugno 1982
10) Dichiarazione rilasciata in memoria dei primi dirigenti del Likud, novembre 1990. Servizio locale di Radio Gerusalemme.
11) Tratto da un discorso ai coloni ebrei, New York Times, 1 aprile 1988
12) Discorso agli studenti della Bar Ilan University, dal giornale israeliano Hotam, 24 novembre 1989.
13) Discorso del 28 agosto 2000, apparso sul Jerusalem Post, 30 agosto 2000
Ehud Barak, citato dall’Associated Press, 16 novembre 2000.




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