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Risultati da 1 a 7 di 7

Discussione: Paragoni

  1. #1
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    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
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    Mondiali di calcio Spagna 1982
    Copa del Mundo de Fútbol - España 82
    Logo ufficiale dei mondiali 1982Squadre partecipanti109
    (fase finale: 24)Paese organizzatore SpagnaCampioni del mondo Italia (terzo titolo)Partite giocate52Reti segnate146
    (2,81 per partita)Spettatori1.856.277
    (35.698 per partita)CapocannonierePaolo Rossi Italia
    6 reti
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  2. #2
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    Formula

    Fase eliminatoria: sei gironi di quattro squadre ciascuno (identificati dalla lettera A alla lettera F).

    Seconda fase: quattro gruppi di tre squadre ciascuno (identificati dal numero 1 al numero 4),

    -Semifinali:
    -Finale


    I risultati
    Prima fase
    Gruppo A
    Polonia4
    Italia3
    Camerun3
    Perù2

    Gruppo B
    Germania Ovest4
    Austria4
    Algeria4
    Cile0

    Gruppo C
    Belgio5
    Argentina4
    Ungheria3
    El Salvador0

    Gruppo D
    Inghilterra6
    Francia3
    Cecoslovacchia2
    Kuwait1

    Gruppo E
    Irlanda del Nord4
    Spagna3
    Jugoslavia3
    Honduras2

    Gruppo F
    Brasile6
    Unione Sovietica3
    Scozia3
    Nuova Zelanda0

    Seconda fase
    Gruppo 1
    Polonia3
    Unione Sovietica3
    Belgio0

    Gruppo 2 (Madrid, Stadio “Bernabeu”)
    Germania Ovest3
    Inghilterra2
    Spagna1

    Gruppo 3 (Barcellona, Stadio “Sarrià”)
    Italia2 - 1 Argentina Barcellona, 29 giugno
    Brasile3 - 1 Argentina Barcellona, 2 luglio
    Italia3 - 2 Brasile Barcellona, 5 luglio

    Classifica finale
    Italia4
    Brasile2
    Argentina0

    Gruppo 4
    Francia4
    Austria1
    Irlanda del Nord1


    Semifinali
    Italia2 - 0 Polonia Barcellona, 8 luglio
    Germania Ovest3 - 3(dts) 5-4 rig. Francia Siviglia, 8 luglio


    Finali
    Per il terzo posto
    Polonia3 - 2 Francia Alicante, 10 luglio


    Per il primo posto

    ITALIA3 - 1 Germania Ovest Madrid, 11 luglio

    Formazioni:
    Italia: Zoff; Gentile, Scirea, Collovati, Bergomi; Cabrini, Oriali, Tardelli, Conti; Graziani (8' Altobelli, 88' Causio), Rossi.
    Germania Ovest: Schumacher; Kaltz, Stieleke, K.H. Förster, B. Förster; Dremmler, Briegel (63' Hrubesch), Breitner; Littbarski, Fischer, Rummenigge (70' H. Müller).
    Arbitro: Arnaldo Cezar Coelho
    Marcatori: 57' Rossi (ITA), 69' Tardelli (ITA), 81' Altobelli (ITA), 83' Breitner (GER)
    Note: al 25' Cabrini fallisce un calcio di rigore


    Classifica marcatori
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  3. #3
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  4. #4
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    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
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    Il XII Campionato del Mondo di calcio, in programma in Spagna dal 13 giugno all’11 luglio 1982, dal punto di vista della qualità del gioco espresso e del livello dei suoi protagonisti, nonché del numero di Nazionali di vertice presenti, fu probabilmente il torneo calcistico che mise in scena il miglior mix tra tecnica e spettacolo mai espressi fino ad allora, e forse anche dopo.

    Uno dei fattori che contribuirono senza dubbio a creare questa felice combinazione fu l’allargamento a 24 delle squadre partecipanti alla fase finale; soluzione che, seppure discutibile sul piano organizzativo e illogica sul piano pratico (adottata pure nelle successive edizioni di Mexico ’86, Italia ’90 e USA ’94, presentava il paradosso di giocare 36 partite di girone per eliminare solo otto squadre, essendo previsto il ripescaggio delle migliori terze, sebbene nello specifico l’edizione in esame prevedesse solo 12 qualificate alla seconda fase), permise tuttavia a ben quattordici squadre europee, tra cui tutte quelle di vertice al momento, di partecipare al torneo, cosa che, con la vecchia formula a sedici squadre, era di fatto impedita dalla limitazione per continente.

    La Spagna venne scelta nel 1977 dalla FIFA come sede del torneo, per venire incontro al desiderio di un Paese che voleva lasciarsi alle spalle la triste esperienza di quarant’anni di franchismo (il Caudillo era morto nel 1975 e la Spagna era tornata alla democrazia, sotto la guida del re Juan Carlos di Borbone, fino ad allora in esilio, e desideroso, una volta tornato sul trono, di far riguadagnare al suo Paese il tempo perduto durante la dittatura).
    Il clima politico in cui si svolsero quei Campionati era abbastanza disteso, nonostante un tentativo di colpo di Stato perpetrato dal colonnello Tejero circa un anno prima, tentativo abortito sul nascere e che provocò l’ilarità della stampa britannica circa la proverbiale inaffidabilità dei Paesi latini.
    A riscaldare maggiormente il clima era, semmai, il recente stato d’assedio (dicembre 1981) proclamato da Jaruzelski in Polonia per evitare l’invasione sovietica
    e soprattutto il fresco (aprile 1982) conflitto tra inglesi e argentini a causa delle Isole Falkland che, nato per iniziativa della dittatura sudamericana in declino, vide compattare intorno alle due contendenti il rispettivo orgoglio nazionale e fu vissuto dagli argentini come un’umiliazione vista la sconfitta militare, che stava per condurre a una rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi e al boicottaggio del Campionato del Mondo. Il buon senso ebbe la meglio e - almeno per una volta - lo sport poté essere tenuto fuori dalle questioni politiche.

    Il cammino verso il Campionato del Mondo

    La novità più grossa, come detto, fu costituita dall’aumento delle squadre europee, cosa che permise di avere presenti al torneo praticamente tutte le migliori squadre nazionali del mondo, e gli interpreti migliori del football di quel tempo.
    l’Inghilterra arrivò al mondiale a braccetto dell’Ungheria, nonostante una sconfitta contro la nazionale di calcio norvegese che in Norvegia molti ancora ricordano;
    Scozia e Irlanda del Nord fecero nel loro girone di qualificazione vittime illustri come Svezia e Portogallo. L
    a Polonia (già terza in Germania ’74) andò a battere, nei giorni dello stato d’assedio, la Germania Est a Berlino e si qualificò proprio a spese della nazionale tedesca d’oltrecortina.
    Anche Germania Ovest (campione del mondo 1974 e campione d’Europa in carica) e Austria (che aveva disputato un campionato con i fiocchi nel 1978) si qualificarono a braccetto nel proprio girone,
    mentre la Francia si qualificò in un girone che allineava anche Belgio (secondo al recente Europeo ’80) e, tra le eliminate illustri, Olanda (che aveva tuttavia esaurito il suo ciclo già nel corso del citato Europeo del 1980, causa cessazione attività dei suoi interpreti migliori) e Irlanda. Senza problemi URSS e Cecoslovacchia (campione europea 1976 e terza al già citato Europeo 1980),
    mentre l’Italia, autrice di un ottimo inizio (quattro vittorie per 2-0 nel proprio girone di qualificazione contro, nell’ordine, Grecia, Danimarca, Lussemburgo e Jugoslavia) si qualificò insieme alla stessa Jugoslavia con una giornata d’anticipo, sebbene l’andamento degli azzurri nel girone avesse suscitato più d’una perplessità tra gli addetti ai lavori (la qualificazione matematica essendo giunta grazie a un 1-1 un po’ scialbo a Torino contro la Grecia).
    Quanto al Sudamerica, nessuna sorpresa per Brasile, Perù (già presente nella precedente edizione), e Cile, mentre l’Argentina, campione uscente, era qualificata di diritto.
    Novità vennero dal resto del mondo: in Asia, il Kuwait si affacciò per la prima (e finora ultima) volta ai mondiali, così come per la CONCACAF quella di Honduras ed El Salvador, qualificatosi a spese di Messico e Stati Uniti, si sarebbe trattata della loro unica partecipazione alla massima ribalta calcistica. Provenienti dall’Africa altre due matricole, Algeria e Camerun.
    La ventiquattresima fu la Nuova Zelanda, che per la seconda volta (dopo l’Australia nel 1974) portò l’Oceania in una fase finale del campionato del mondo.

    I calciatori

    Ricca la parata di stelle che il Campionato del Mondo 1982 mise in mostra: per rimanere all’Europa,
    la Francia schierava Michel Platini e Jean Tigana,
    l’URSS l’ex pallone d’Oro Oleg Blochin,
    la Germania “Kalle” Rummenigge, Hansi Müller e Pierre Littbarski.
    La Polonia schierava, oltre ai collaudati Grzegorz Lato e Władysław Żmuda, anche la stella internazionale Zbigniew Boniek, fresco di ingaggio da parte della Juventus insieme al citato Platini.
    Senza sorprese il panorama calcistico africano, eccezion fatta per l’algerino Rabah Madjer e la curiosità costituita dal camerunense Roger Milla, del quale nessuno, neppure lui stesso, è mai riuscito a capire l’esatta data di nascita,
    i grossi nomi a fare da contraltare ai campioni europei provenivano dal Sudamerica, come di consuetudine: la stella peruviana Julio César Uribe, i brasiliani Zico Toninho Cerezo Júnior Falcão Socrates e, su di tutti, l’argentino Diego Armando Maradona, escluso dal “Flaco” Cesar Luis Menotti nell’edizione di quattro anni prima, e che aveva intenzione di mostrare il proprio valore sulla prima grande ribalta internazionale della sua carriera.
    Interessanti i collettivi: per tacere di quello tedesco, proverbialmente coriaceo anche in momenti di scarsa vena dei suoi interpreti, si mettevano in luce quello polacco, che aveva dato prova di solidità, quello sovietico, ricco di entusiasmo ma da valutare sul piano della fantasia e del temperamento, quello francese, i cui giocatori erano definiti i Brasiliani d’Europa (anche sul piano difensivo però…), quello inglese, i cui giocatori provenivano da squadre che negli ultimi cinque anni avevano fatto il pieno nelle Coppe europee (Liverpool, Nottingham Forest e Aston Villa), quello brasiliano, che vantava una parata di stelle da mettere persino in imbarazzo la nazionale di Pelé e che era candidato unanimamente alla vittoria finale.
    Rimaneva quello italiano che, sebbene non avesse dimostrato ancora appieno quanto valesse, veniva pur sempre da un ottimo quarto posto ai precedenti campionati in Argentina, con la soddisfazione - per giunta - di essere stato l’unico ad aver battuto la squadra di casa. Inoltre l’ossatura era quella della Juventus di Giovanni Trapattoni integrata da ottime individualità come Giancarlo Antognoni, Francesco Graziani e soprattutto il funambolo nettunense Bruno Conti, che la sorte strappò al baseball per lasciarlo al calcio.
    Con queste credenziali, e con le aspettative di un grande spettacolo, il campionato andava a iniziare con l’incontro inaugurale che vedeva di fronte l’Argentina, campione uscente, e il Belgio, in quel di Barcellona.




    Gironi eliminatori

    La prima sorpresa del campionato arrivò proprio nella giornata inaugurale. Un tonico Belgio, il cui tecnico Guy Thys aveva fatto del catenaccio e contropiede l’arma principale di gioco, imbrigliò le iniziative di Maradona, gli bloccò i riferimenti e al momento opportuno colpì: i belgi batterono così l’Argentina per 1-0, e si era solo all’inizio:
    l’Algeria, infatti, prese in contropiede i tedeschi di Rummenigge e li sconfisse per 2-1. Il mattatore della gara fu Rabah Madjer, che avrebbe poi vinto il Pallone d'Oro d'Africa e, nel 1987, la Coppa dei Campioni d’Europa con il Porto.
    Se la vittoria iniziale valse al Belgio il primo posto finale del girone proprio davanti all’Argentina, stessa sorte non arrise agli algerini, i quali rimasero fuori dal discorso qualificazione per differenza reti, a causa della combine tra Germania e Austria, incontro che vide i tedeschi vincere per 1-0 (e dar vita a una pietosa melina per il resto della gara) e terminare a 4 punti a pari di Austria e Algeria. Il fatto fu talmente eclatante che fu stabilito che, dalla successiva edizione in poi, le ultime partite dei gironi eliminatori sarebbero state giocate in contemporanea per evitare risultati di comodo.
    Nello stesso girone di Belgio e Argentina, si registrò quello che è tuttora il risultato con il maggior scarto di goal nella storia della fase finale dei campionati del mondo: Ungheria - El Salvador 10-1.
    durante l’incontro Francia-Kuwait, finito 4-1 per i francesi, lo sceicco kuwaitiano Fahad scese in campo quando l’arbitro convalidò quello che sarebbe stato il 4-1 per i Bleus. Dopo vibrate proteste verso il direttore di gara e la minaccia di ritiro della squadra dal campo, la giacchetta nera pensò bene, per motivi diplomatici, di annullare il goal francese (nonostante lo avesse precedentemente convalidato), cosa questa che non impedì poi successivamente a Platini e compagni di farne un altro, questa volta valido.
    (Quasi) tutto liscio per il Brasile, sorteggiato insieme a URSS, Scozia e Nuova Zelanda. La prima partita fu contro i sovietici che passarono in vantaggio per primi: per ribaltare il vantaggio iniziale ci vollero molta fatica e un occhio chiuso da parte dell’arbitro, che non vide Éder aggiustarsi una palla di mano e tirare in porta il siluro del 2-1 verde-oro. Nella norma le vittorie per 5-2 contro la Scozia e quella per 4-0 contro il materasso Nuova Zelanda. Si qualificarono anche i sovietici, che approfittarono della miglior differenza reti nei confronti della Scozia (che buttò via l’ennesima occasione per superare il primo turno a una competizione mondiale).

    Infine l’Italia, guidata da Enzo Bearzot, capitata in un girone insieme a Polonia, Camerun e Perù (girone che si rivelò, alla fine, quello di ferro, con due semifinaliste). Gli azzurri erano giunti in Spagna tra polemiche, incognite e un Paolo Rossi reduce dalla squalifica di due anni per il noto scandalo sulle scommesse clandestine del 1980.
    La stampa accusava inoltre il CT di avere escluso Beccalossi e Pruzzo. In particolare, la stampa della Capitale spingeva verso un massiccio utilizzo dei giocatori della Roma, data la visibilità che la squadra aveva raggiunto sotto la presidenza di Dino Viola, anche se Bearzot rimase fedele al blocco-Juventus che già gli aveva dato soddisfazioni nel precedente Campionato del Mondo. Un sondaggio Gallup svolto in 19 Paesi evidenziò che solo l’1% degli intervistati aveva fiducia in un’Italia campione del mondo. Impressione che sembrò confermata sin dalle prime partite, visti i risultati: pareggio all’esordio con quella ritenuta - a ragione - l’avversaria più pericolosa, la Polonia: brutta gara che si chiuse con un altrettanto brutto 0-0 (stesso risultato, nel frattempo, tra Perù e Camerun).
    Il successivo incontro di fronte ai sudamericani parve mostrare un certo progresso, tanto che gli azzurri giocarono abbastanza sciolti e segnarono con Conti. Nel secondo tempo Causio sostituì uno spento Rossi, l’Italia calò di ritmo e lasciò il gioco ai peruviani che pareggiarono con un’autorete di Collovati, e le polemiche proseguirono (mentre Polonia e Camerun pareggiarono a loro volta). Nel terzo turno si arrivò così ad affrontare un Camerun a pari punti, mentre intanto la Polonia battendo 5-1 il Perù si era già qualificata. Il pareggio con goal sarebbe bastato, vista la differenza reti. E infatti la partita finì 1-1 (Graziani e M'Bida). Tra i due goal erano passati pochi minuti. Prima e dopo i goal, il nulla. Da allora, e la voce non ha mai smesso di circolare, si parlò di accordo segreto tra le due squadre, tanto che quei pochi giornalisti che hanno provato a vederci chiaro si sono trovati di fronte a un vero e proprio muro di gomma.

    Seconda fase

    La seconda fase, girone sostitutivo dei quarti di finale, prevedeva quattro gironi da tre squadre ciascuna, dei quali solo le prime si qualificavano per la semifinale. Il gioco degli accoppiamenti era stato verosimilmente concepito, come spesso accade per riguardo al Paese ospitante, per non far atterrare la Spagna in un girone troppo ostico. Ma non si tenne in gran conto l’ipotesi che nazionali come Argentina e la stessa Spagna potessero finire seconde del proprio girone di qualificazione: per effetto di ciò gli spagnoli atterrarono in un gruppo con Inghilterra e Germania Ovest; gli argentini nello stesso girone del Brasile e, per quanto ci riguarda, Italia; Polonia, URSS e Belgio e Francia, Irlanda del Nord e Austria andarono a formare le altre due terzine: in totale dieci europee - quasi tutta la pattuglia - e due sudamericane, almeno una delle quali, alla vigilia della seconda fase, destinata a sicura eliminazione. La regola era che le prime ad affrontarsi fossero, per ogni gruppo, le due squadre con lo stesso piazzamento del girone. La terza avrebbe giocato le ultime due partite, prima contro la perdente del primo incontro poi contro la vincente.
    La Francia batté l’Austria 1-0 e pose la sua autorevole candidatura alle semifinali. La Polonia, con un 3-0 al Belgio, fece subito capire all’URSS che per il discorso qualificazione i sovietici se la sarebbero dovuta vedere contro di loro. Scialbo 0-0 tra Germania Ovest e Inghilterra,
    mentre l’Italia, fin lì bistrattata e ferocemente criticata dalla stampa (quando non addirittura insultata, tanto che Enzo Bearzot avrebbe imposto il silenzio-stampa), sfoderò una prestazione di tutto rispetto contro un’Argentina presuntuosa e, dopo averne contenute le iniziative nel primo tempo, la colpì con freddezza nella ripresa con Tardelli (57’) e Cabrini (68’). Il goal su punizione di Passarella, peraltro a gioco fermo, servì solo a rendere meno amara l’umiliazione ai platensi, che già videro compromessa la qualificazione con quella sconfitta.

    Secondo round, quello delle deluse: Austria (già abbastanza contenta di aver ripetuto il mondiale di quattro anni prima, quando si piazzò tra le prime otto) e Irlanda del Nord pareggiarono 2-2, di fatto eliminandosi a vicenda; un’inconsistente Spagna perse 2-1 contro i tedeschi (estratti per sorteggio dopo il pari con gli inglesi); l’URSS vinse 1-0 ma non convinse contro il Belgio (che resistette finché poté e rovinò ai sovietici la differenza-reti rispetto alla Polonia) e il Brasile pose fine al cammino mondiale dell’Argentina battendola 3-1 (e mettendo nei guai l’Italia, a pari punti ma con un goal segnato in meno).
    Nell’ultimo round, la Francia non fece altro che ribadire la sua superiorità nel gruppo battendo 4-1 i nordirlandesi ormai appagati e contenti della ribalta acquisita;
    Polonia e URSS si rividero sette mesi dopo lo stato d’assedio proclamato a Varsavia, e i polacchi fecero le barricate in tutti i sensi, tanto che Boniek rimediò un’ammonizione che gli sarebbe valsa la squalifica in semifinale: ma i sovietici non passarono e l’incontro finì 0-0. Polacchi avanti e URSS a casa. Il gruppo della Spagna finì com’era iniziato, in maniera scialba: spagnoli e inglesi non andarono oltre uno spento 0-0, laddove all’Inghilterra sarebbe servito vincere con due goal di scarto o quantomeno 3-2. Spagnoli fuori dal mondiale senza avervi mai inciso, inglesi eliminati senza avere mai perso una partita e con un solo goal al passivo.

    Rimaneva da qualificare una tra Italia e Brasile, e i verdeoro disponevano di ben due risultati su tre, il pareggio favorendo i sudamericani per miglior differenza reti. A giocare un brutto tiro ai brasiliani fu la loro presunzione, non inferiore a quella dimostrata dagli argentini, e la loro pretenziosità, che li spinse a cercar la vittoria quando un pareggio sarebbe bastato: infatti, dopo aver pareggiato con Sócrates il goal di un Paolo Rossi fin lì dormiente ma risvegliatosi per la grande occasione, la Seleção continuò allegramente ad attaccare offrendo il fianco ai contropiede azzurri che, sempre con Rossi, approfittarono di un passaggio oratoriale della difesa brasiliana per portarsi sul 2-1. Fuori Collovati, Bearzot tirò dentro alla mischia un giovane Bergomi, mentre Gentile fu costretto agli straordinari per tenere a bada l’avversario più pericoloso, Zico (e infatti fu ammonito, come contro l’Argentina per mettere il bavaglio a Maradona, cosa questa che gli avrebbe fatto saltare la semifinale). Il secondo tempo, quanto a emozioni, non fu inferiore al primo: occorsero quasi venti minuti al Brasile per pervenire al pareggio con un gran goal di Falcão, ma neanche lo scampato pericolo mise in guardia i nostri avversari che, infatti, nemmeno dieci minuti dopo incassarono il terzo goal, sempre da Paolo Rossi che corresse in porta un tiraccio sbilenco di Tardelli dal limite dell’area di rigore. Il resto fu assedio degli increduli brasiliani, incapaci di rendersi conto che il mondiale stava loro sfuggendo di mano, ma Zoff tirò giù la serranda e chiuse la porta azzurra a tripla mandata. Risultato, 3-2 per l’Italia e azzurri che si presero la rivincita dodici anni dopo Città del Messico: Italia in semifinale con Polonia, Germania Ovest e Francia. Argentina e Brasile a casa. La vittoria iniziò a far decollare sogni e fantasie proibite tra i tifosi italiani.

    Semifinali e finali

    Dopo la vittoria italiana con la Polonia per 2 a 0 e la sconfitta ai rigori dei francesi, la finale di consolazione di Alicante del 10 luglio fu poco più che una passerella per Polonia e Francia, che salutarono così il loro campionato. Fu una delle ultime ribalte internazionali per giocatori come come Szarmach e Lato per i polacchi, e di rimpianti per i francesi, che erano partiti per conquistare la finale. Finì 3-2 per i polacchi senza troppi patemi, dopodiché la scena si trasferì a Madrid per la finale dell’indomani.

    Agli ordini dell’arbitro brasiliano Coelho, l’11 luglio 1982 andò così di scena la finale al Bernabéu.
    Jupp Derwall, CT tedesco, schierò Schumacher; Kaltz, Breitner; Briegel, B. Förster, Stielike; Littbarski, K.H. Förster, Fischer, Rummenigge, Dremmler. Rispose Enzo Bearzot con Zoff; Gentile, Cabrini; Bergomi, Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani.


    Pertini con Zoff, Causio e Bearzot al ritorno dalla Spagna con la Coppa del Mondo appena vinta




    Indisponibile Antognoni, infortunatosi contro la Polonia, Bearzot dovette riadattare la squadra su alcuni elementi meno tecnici della mezzapunta viola, ma di analogo affidamento. A complicare le cose l’infortunio a Graziani dopo appena 8’ di gioco, scontratosi contro una dura - e rude - difesa tedesca. Così dentro anche Altobelli e confermato l’attacco a due punte e quattro centrocampisti che diventavano tre quando uno - in genere Oriali - scalava a difendere per un 4-4-2 che diventava 5-3-2.
    Più Italia che Germania nel primo tempo, ma anche Cabrini che sbagliò un rigore (per fallo di Briegel su Conti) che gettò nello sconforto tutti gli italiani, ma non Bearzot e i suoi: essi infatti sapevano che prima o poi la semifinale di Siviglia si sarebbe fatta sentire. E così avvenne nella ripresa. Dopo appena dodici minuti (57’) su di una palla ferma battuta a sorpresa, Paolo Rossi si avventò su un cross basso di Gentile e trafisse Schumacher. Già era difficile sullo 0-0 per i tedeschi, adesso, con le forze che venivano meno e l’Italia in vantaggio, rimontare era un’impresa eroica. Che non avvenne, difatti: dopo un tentativo raffazzonato di Hrubesch gli azzurri raddoppiarono con un tiro di Tardelli dal limite: l’esultanza del centrocampista juventino, con l’urlo liberatorio che ne seguì, è divenuta un’icona dei Campionati del mondo, e delle avventure della nazionale italiana in particolare. Il resto fu cronaca spicciola: Altobelli ebbe il suo momento di gloria segnando nel finale il 3-0, Breitner segnò il punto dell’onore tedesco e si prese la soddisfazione di aver segnato in due finali mondiali. Infine, Altobelli uscì per far posto negli ultimi minuti Causio, che andò a prendersi la passerella e il titolo di Campione del Mondo per tutto quello che aveva dato al calcio italiano. Al 90’ preciso Coelho fischiò la fine e l’Italia fu campione del mondo, come ripeté tre volte Nando Martellini che, dodici anni prima, aveva già commentato un’altra storica partita contro i tedeschi, quel 4-3 a Mexico ’70.

    Le immagini di quel mondiale che rimangono tuttora impresse nella memoria sono, oltre al citato urlo di Tardelli, Zoff che prende la Coppa del Mondo dalle mani del re di Spagna e la alza fiero (con Guttuso che ne fa un quadro), il presidente della Repubblica Pertini che nel viaggio di ritorno in Italia insieme alla squadra, in coppia con il portiere azzurro sfida Causio e Bearzot a scopone, anche se quella volta il portiere dovette arrendersi, battuto a carte dal suo CT.

    «Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!»
    (Nando Martellini)
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  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Il_Grigio
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    Bene(?) se il sostituto ufficiale Enrico87 si tirerà indietro,

    effettuerò comunque la penitenza nel.....2066.....








    .
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  6. #6
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    « Storia dei mondiali di calcio. Argentina 1978 | Principale | Storia dei mondiali di calcio: Messico 1986 »
    Storia dei mondiali di calcio: Spagna 1982

    Cominciamo dalla fine. Questa: Download martellini.mov

    Quel triplice «Campioni del mondo!» suggella un mese che non fu solo calcio, ma Storia. Perché la vittoria italiana nel mondiale di Spagna segna una parentesi di gioia pura e tersa in un anno, il 1982, horribilis sia da noi che nel resto del pianeta. I milioni di persone in festa nelle piazze di tutta Italia - bagni nelle fontane, cortei spontanei a bloccare il traffico, clacson afoni per il troppo suonare - liberano una felicità repressa sotto la cappa del piombo che da quindici anni segna la vita del Paese.

    Sotto il profilo del gioco, è una delle edizioni migliori. Basta scorrere alcuni dei nomi di chi va in campo: Maradona (Argentina); Zico, Falçao, Socrates, Junior (Brasile); Rummenigge, Briegel, Müller (Germania Ovest); Platini (Francia); Boniek (Polonia); Prohaska, Schakner (Austria). Non sono nomi fatti a caso. Ciascuno di loro giocherà poi nel campionato italiano, che proprio dall'82, con l'arrivo di molti degli stranieri visti all'opera in Spagna, diventerà il torneo «più bello del mondo».

    La grande favorita è il Brasile. Vince tutte le partite del suo girone battendo Urss, Scozia e Nuova Zelanda. Segna 8 gol e se subisce solo due. Gioca danzando samba. Arriva al secondo girone e ha davanti l'Argentina di Maradona, in ripresa dopo la sconfitta nella partita iniziale contro il Belgio, e la pallidissima Italia di Enzo Bearzot.

    Il primo girone, per gli azzurri, è da dimenticare: tre pareggi, con Polonia, Perù e Camerun. Per quest'ultimo si avanzano ipotesi di combine. La nazionale è inguardabile. Paolo Rossi, la promessa dei mondiali argentini, è un fantasma. I giornalisti si scatenano, e tra i loro pezzi serpeggia l'idea di un'amicizia molto profonda tra Cabrini e quello che diventerà poi Pablito. I giocatori entrano in silenzio stampa. Giusto per dare la misura della situazione: un giorno, a Vigo (sede delle prime tre partite), Marco Tardelli entra in un bar e vi incontra il principe delle penne di sport, Gianni Brera. Il suo commento è: «Che puzza di m...».
    Tutto cambia quando l'Italia comincia il secondo girone. Il pronostico la dà per spacciata. Pure, batte 2-1 l'Argentina. Poi, il 5 luglio, affronta al Sarrià di Barcellona il Brasile, comincia la leggenda che tutti sanno. Tripletta di Rossi, Zoff che para sulla linea un colpo di testa all'ultimo minuto. 3-2, Brasile a casa e Italia campione del mondo.
    Non è un errore. L'Italia i mondiali li vince quel giorno. Aver battuto i favoriti dà la certezza a tutti che la strada è spianata, che non ci sarà Polonia (semifinale) o Germania Ovest (finale) che tenga. Paolo Rossi si scatena: doppietta contro Boniek e compagni, e primo gol in finale. Sarà capocannoniere del torneo con 6 reti, e alla fine dell'anno si meriterà il Pallone d'Oro.

    L'11 luglio 1982, battendo 3-1 i tedeschi occidentali, siamo campioni del mondo. Il paese scende in piazza. Ogni frammento di quella finale è storia. Tra tutti, l'urlo di Tardelli dopo il suo meraviglioso gol ai tedeschi. A me piace ricordarne due: Pertini che, al terzo gol, si gira verso la tribuna d'onore e dice «non ci prendono più»; Mick Jagger che a Torino, davanti ad 80mila spettatori assiepati al Comunale per il concerto dei Rolling Stones, sale sul palco con la maglietta dell'Italia.
    Qui le statistiche del caso.

    NEL MONDO, invece...
    Italia. In un agguato a Palermo muore il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato come prefetto dopo l'assassinio mafioso del segretario regionale del Pci Pio La Torre. Con Dalla Chiesa viene uccisa anche la moglie, Emanuela Setti Carraro. Viene arrestato Licio Gelli, capo della loggia segreta P2.
    Vaticano. Si riallacciano relazioni diplomatiche con Gran Bretagna e Svezia, interrotte rispettivamente dal 1534 e 1526 in seguito allo Scisma di Enrico VIII e all'affermarsi della riforma protestante.
    La Spagna entra a far parte dell'Alleanza Atlantica.
    Polonia. Tira e molla tra il governo del generale Wojciech Jaruzelski e la protesta popolare guidata da Solidarnosc. Dopo l'allentamento delle restrizioni alle libertà civili, in seguito a nuove proteste e manifestazioni spontanee della gente viene ristabilito il coprifuoco e, durante agitazioni di piazza, muoiono cinque persone. Il governo decide quindi lo scioglimento di Solidarnosc. Il suo leader, Lech Walesa, propone quindi trattative per accordi con Jaruzelski. Ciò gli vale la scarcerazione.
    Argentina. Il presidente Galtieri ordina l'occupazione delle isole Falkland, che dal 1833 sono possedute dall'Inghilterra ma che, essendo a un tiro di schioppo dalle coste argentine, il governo di Buenos Aires non ha mai riconosciuto. Europa e Stati Uniti si schierano con Londra e sospendono le esportazioni verso l'Argentina. I Paesi americani stanno dall'altra parte. La flotta inglese bombarda Port Stanley e dà il via a una guerra che dura un mese, al termine del quale gli argentini di ritirano e Galtieri si dimette. Al suo posto, il generale in congedo Bignone. Che si trova a dover giustificare la scoperta, nel paese, di fosse comuni di desaparecidos.
    Libano. Basi palestinesi nel sud del paese sono bombardate dalla flotta e dall'esercito di Israele, che poi passa il confine e invade il territorio. E' battaglia, anche contro eserciti esterni filoarabi. Come quello siriano, di cui vengono abbattuti 22 Mig. Gli Usa chiedono a Israele di ritirarsi; la risposta è l'isolamento di Beirut, circondata dalle truppe di David. Col tempo, la capitale cede: soldati israeliani entrano nella zona ovest della città, e i miliziani cristiani fanno strage di donne e bambini nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, con Israele - deputato al controllo su di essi - che gira lo sguardo altrove.
    L'episodio è condannato da in ogni parte del mondo; anche a Tel Aviv, dove una manifestazione popolare spinge il governo ad aprire una commissione d'inchiesta.
    Palestina. Yassir Arafat incontra una delegazione Usa e si dichiara disposto ad accettare tutte le risoluzioni Onu, e a riconoscere lo stato di Israele.
    Gran Bretagna. Il banchiere Robert Calvi, responsabile del crack del banco Ambrosiano, viene trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra.
    Belgio. A Zolder,durante le prove del gran premio di formula 1, la Ferrari di Gilles Villeneuve si schianta al suolo. Il pilota - il più grande tra tutti - muore in ospedale.
    Nel campo dell'arte, danno l'addio al mondo Grace Kelly, Romy Schneider, Ingrid Bergman, Arthur Rubinstein, Glenn Gould, Rainer Werner Fassbinder.
    Usa. Ridley Scott gira Blade Runner, Michael Jackson incide Thriller.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

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    COPPA DEL MONDO 1982 IN SPAGNA
    (dal calci in c... a calci in rete...)

    Nel 1982, anno dei mondiali spagnoli, in sella alla Nazionale di calcio c’è
    sempre Enzo Bearzot, il presidente della Figc è Sordillo, Antonio Matarrese da Bari, detto Tonino, è il presidente della Lega.
    Bearzot raduna gli azzurri nel ritiro di Alassio. Deve registrare la rinuncia
    forzata a Bettega, infortunatosi gravemente nel novembre dell’81 in Coppa
    Campioni, ed ha una profonda crisi spirituale, riportata da Gigi Garanzini nel suo 'Il romanzo del Vecio', nel convocare Paolo Rossi, che ha appena finito di scontare la squalifica di due anni, ed ha contribuito con un gol all’ennesimo scudetto della Juventus del Trap, stavolta con un rocambolesco finale con un punto di vantaggio sulla Fiorentina di Antognoni, Bertoni, Pecci e Graziani.

    Giacché Rossi ha scontato il suo debito con la giustizia sportiva, Bearzot
    finisce per chiamarlo, anche se è in chiaro ritardo di forma. Il Ct tiene il
    posto anche a Bettega, ma quando è sicuro che non lo può recuperare in tempo, convoca un onesto attaccante del Cagliari, Franco Selvaggi, al posto del bomber del campionato, il romanista Pruzzo
    .

    Il grosso del gruppo è sempre il solito, con le aggiunte dell’ala destra della
    Roma, Bruno Conti, che prende il posto di Causio, convocato lo stesso (il
    barone era passato dalla Juve all’Udinese, successivamente giocherà con Inter e Lecce), poi l’attaccante Altobelli, il ragazzino viola Massaro, più tre
    giovani difensori: il libero del Milan Franco Baresi, il granitico Pietro
    Vierchowod, passato dalla Fiorentina alla Roma, e il diciottenne dell’Inter
    Giuseppe Bergomi, detto “Zio” per quel bel paio di baffi che lo invecchia
    parecchio. Anche il magazziniere contrassegna i parastinchi di Bergomi non col nome ma col nomignolo “Zio”.
    Prima della partenza per il ritiro spagnolo di Pontevedra, in aeroporto il Ct
    schiaffeggia un ragazzina che lo apostrofa quale “scimmione bastardo”, visto che non ha convocato il suo idolo, la deliziosa mezzala dell’Inter,
    Beccalossi, che a Bearzot non è mai piaciuto. Il Ct si difende affermando di
    essersi comportato come un padre, un educatore, ed aver tenuto un
    comportamento che avrebbe evitato davanti ad un irrecuperabile adulto.

    Non siamo circondati da molti accrediti di vittoria finale. L’Istituto Gallup
    svolge un sondaggio in 19 paesi del mondo, da cui viene fuori che abbiamo l’1% di probabilità di successo finale, come Perù e Cile, mentre il Brasile è in
    testa col 24%. Fa sorridere anche Gentile, quando si fa crescere i baffi ed
    annuncia che li taglierà solo all’accesso in semifinale. Molti fanno notare
    che potrebbe restare baffuto a vita. Gentile è l’umorista della squadra. Dice:
    “Dopo dieci giorni senza vedere una donna, anche Bruno Conti sembra Ornella Muti”.

    E “se prima della partita col Camerun siamo messi male, carichiamo sul pullman anche le valigie, così poi partiamo per l’Italia sorprendendo tutti, evitando accoglienze troppo festose…”
    In realtà il ritiro nel temperato clima di Pontevedra (L’albergo è la “Casa
    del Baron”, con ovvi sberleffi a Causio) fa recuperare molte delle energie
    perse durante il campionato. …………….Nell’amichevole con una squadra portoghese, lo Sporting Braga, vinciamo con un gol di Graziani, mettendo in mostra un gioco da far ridere anche i polli. Sordillo si lascia scappare la frase: “Se giochiamo così, ci conviene tornare subito a casa”. Bearzot risponde caustico:
    “Non è stata proprio una bella Nazionale”. La colpa era attribuita al
    preparatore atletico Vecchiet, reo di aver impostato la preparazione solo sul
    fondo, a scapito della velocità. In effetti, molti azzurri appaiono
    “imballati”. Il Ct rinuncia ad infoltire il centrocampo con l’impiego di
    Massaro al posto di una punta: “Mi va bene prendere un gol e farne due, siamo destinati a fare gioco d’attacco.” In realtà giocheremo sempre con la massima attenzione rivolta alla difesa.

    Le finaliste passano da sedici a ventiquattro, i gironi sono sei da quattro
    squadre, passano il turno le prime due, che vanno a comporre ulteriori quattro gruppi da tre, con i vincenti di ogni gironcino che vanno a comporre
    semifinali e finali. I sei gironi eliminatori sono composti da
    Italia, Polonia, Perù e Camerun;
    Algeria, Germania Ovest, Austria e Cile;
    Argentina, Belgio, Ungheria ed El Salvador;
    Inghilterra, Francia, Kuwait e Cecoslovacchia;
    Spagna, Irlanda del Nord, Jugoslavia e Honduras;
    Brasile, Scozia, Urss e Nuova Zelanda.
    Per le curiosità, il comune di Cerda, nei pressi di Palermo, dove si producono 50 milioni di carciofi l’anno, mette in palio 2500 bulbi di carciofi, più un aratro da collezione, per la difesa più battuta del torneo. E’ un invito, senza malizia, a “darsi all’agricoltura”. Il “premio” se lo aggiudica El Salvador (solo venti convocati per fare economia).
    Siccome, già alla vigilia, i centroamericani vengono sospettati di questo
    “successo”, il loro Ct, Mauricio Gonzales (che con un gol di dieci anni prima
    all’Honduras aveva provocato una breve ma sanguinosa guerricciola tra i due paesi), si affretta a dichiarare che il punto forte della sua squadra è la
    difesa: dieci gol li prenderà solo dall’Ungheria.

    Il 14 giugno affrontiamo la Polonia del neo juventino Boniek, di Zmuda e del
    vecchio Lato con questi undici: Zoff, Gentile, Cabrini, Marini, Collovati,
    Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Lo stopper brasiliano
    Oscar, origini italiane, prevede la nostra vittoria per 1-0, invece, pur
    giocando benino, non andiamo oltre uno scialbo 0-0, con Tardelli che prende un palo.
    Boniek dichiara ingenuamente di essersi sentito bloccato quando si trovava
    davanti i futuri compagni della Juve, Bearzot la prende male, perché pensa,
    erroneamente, che ci sia di mezzo un accordo segreto. Con l’idea che lo
    scoglio maggiore per superare il turno sia passato, il 18 giugno affrontiamo
    il Perù, che ha pareggiato con il Camerun per 0-0.
    Partiamo con la squadra confermata. Nel primo tempo non giochiamo male, e
    andiamo in vantaggio con un bel tiraccio di Conti che sorprende Quiroga. Rossi a parte, in versione fantasma, la nostra manovra scorre fluida. Nella ripresa
    Bearzot inserisce Causio per Rossi, e scatta improvviso il black out. Perdiamo ogni collegamento tra i vari reparti, e ci facciamo schiacciare in area dai modesti peruviani. Mostrando un gioco come quello delle ultime amichevoli,
    cioè da rappresentativa di Paperopoli, becchiamo alla fine il gol del pareggio
    per una sfortunata autorete di Collovati. Il primo a commentare a caldo è
    Tonino Matarrese:
    “Questa squadra è una vergogna, è vecchia per fantasia e voglia di vincere.
    Mi verrebbe voglia di scendere negli spogliatoi e prendere tutti a calci nel
    sedere.”

    Gli risponde proprio uno dei “senatori”, Causio: “Questo signore venga a
    dircele in faccia certe cose”. Intanto il Camerun fa 0-0 con la Polonia,
    dimostrando di non essere una squadra di picchiatori naif come si pensava, ma di avere degli atleti preparati ed una buona disposizione tattica. Dopo che la Polonia si è qualificata battendo il Perù per 5-1, il 23 giugno affrontiamo i
    Leoni Indomabili del Camerun, con l’interista Oriali in mediana al posto del
    compagno di club Marini. Tra gli africani spicca il bravo portiere N’Kono,
    forse il migliore di tutti i tempi del continente nero, il bravo Onana, ed un
    centravanti che gioca in Francia e che in patria è un autentico eroe
    nazionale, Roger Milla.
    Per passare il turno ci basta un pareggio: avremmo così un gol segnato in più degli africani, a parità di differenza reti. Senza strafare, ma neanche senza soffrire, andiamo in vantaggio con Graziani al 61’, pareggia M’Bida un minuto dopo. Gli africani, chiaramente superiori dal punto di vista atletico, pare che tirino il freno, quando gli servirebbe cercare la vittoria per passare il turno. La partita non ha altre emozioni, finisce 1-1, noi passiamo il turno, i
    Leoni tornano a casa pur avendo mostrato un gran bel gioco, senz’altro
    migliore del nostro. Nell’84 Roberto Chiodi del settimanale “Epoca”, insieme
    ad Oliviero Beha, pubblica degli articoli in cui denuncia che quella gara fu
    il frutto di un accordo: italiani a passare il turno, contro l’imbattibilità
    degli africani. I due giornalisti scrivono anche un libro: Mundialgate, dietro
    la vittoria italiana in Spagna una clamorosa storia di corruzione, in cui sono
    raccontate, in terza persona, le peripezie dei due, tra Camerun e Corsica,
    alla ricerca della verità.
    Le loro prove vengono però smontate facilmente dalle polemiche. Vero è che i Leoni ci dettero il tragico sospetto di risparmiarci, visto che, famosi per il
    loro gioco duro, non ci dettero neanche un calcetto, ma, se proprio la partita doveva essere comprata, tanto valeva comprare la vittoria e seppellirli sotto un bel po’ di reti, cosa che ci avrebbe permesso di cadere poi in un gironcino più semplice. Certo è che, poi, ne avrebbe perso di fascino tutta l’avventura.

    Intanto, visto che siamo dilaniati dalle polemiche, Bearzot decide di
    chiudere la squadra in un clamoroso silenzio-stampa. Tra i motivi c’è anche il pettegolezzo di una amicizia “particolare” che legherebbe due azzurri (Cabrini e Rossi?), che fa imbestialire il Ct. La squadra delega solo il capitano Zoff a parlare con la stampa.

    I gironcini del secondo turno sono composti da
    Polonia, Urss e Belgio; Spagna,
    Inghilterra e Germania Ovest;
    Brasile, Argentina e Italia;
    Francia, Austria e Irlanda del Nord.
    Gli azzurri vanno a Barcellona, circondati dagli sberleffi della stampa e dal pessimismo generale, per affrontare un girone impossibile.
    Come possiamo fare a battere argentini e lo squadrone carioca giocando da
    Ridolini come abbiamo fatto fino ad adesso? E con un centravanti comico come Rossi? Ci vorrebbe un miracolo.
    L’unico che lo intuisce, oltre a Bearzot, che tira avanti per la sua strada e non la smette di incitare i suoi ragazzi, è Gianni Brera, che scrive articoli che fanno trapelare una certa speranzuccia.

    Il 29 giugno davanti ai 43mila del Sarrià, lo stadio dell’Espanyol,
    affrontiamo l’Argentina di Maradona in un caldissimo pomeriggio con Zoff,
    Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi,
    Antognoni, Graziani. Diaz e Maradona a parte, gli altri nove sono tutti
    campioni del mondo in carica. Bearzot affida il fuoriclasse piccolo e bruttino
    alle cure di Gentile. La marcatura è di quelle da manuale del controllo a uomo nel gioco del calcio. Gentile picchia come un fabbro, si becca un cartellino giallo, secondo Brera appoggia sul fianco di Maradona anche qualcosa di cui è meglio tacere, ma riesce spesso a battere Diego sul tempo, e ad anticiparlo numerose volte, bloccando la manovra avversaria che quasi sempre passa per i piedi fatati del Pibe de Oro. Dall’altra parte Rossi dà segni di risveglio, con Conti e Graziani che si dannano l’anima per farlo partecipare alla manovra.
    Il primo tempo scivola via senza sussulti, vivendo sulle continue lamentele di
    Maradona, ossessionato da Gentile. Nella ripresa sono gli azzurri a prendere
    le redini del gioco, pressando gli avversari fin dalla loro trequarti,
    cercando di recuperare palla e partendo in veloci contrattacchi portati avanti con tutti gli effettivi. Graziani sfiora la rete, Tardelli impegna severamente Fillol. E’ il preludio del gol: al 57’ la palla scorre da Antognoni a Conti, suggerimento delizioso per il sinistro di Tardelli, non c’è scampo per Fillol, 1-0 per noi. La reazione degli uomini di Menotti è veemente: Bertoni impegna Zoff, Diego prende un palo su calcio franco. Dopo qualche istante il pareggio sembra cosa fatta, con un colpo di testa di Passarella che trova un grande Zoff.
    Gli azzurri cercano di uscire dal guscio: al 67’ Tardelli lancia Rossi
    solo davanti a Fillol, ma il centravanti batte addosso al portiere. Il rinvio
    è preda di Conti, che ha seguito l’azione e, favorito da un rimpallo, si porta
    sul fondo e porge indietro per Cabrini, che scocca il sinistro: 2-0, argentini
    annichiliti. Entrano Marini e Altobelli per Oriali e Rossi, i sudamericani
    accorciano con una punizione di Passarella calciata prima che l’arbitro
    fischi, poi c’è l’espulsione del terribile Gallego, che ha martoriato Marini e
    Scirea. Finisce 2-1, con Menotti che la prende male ed inizia a sparlare: Gli
    azzurri giocano solo in difesa, dice, fanno un non-gioco, non sono una vera
    squadra. Con il successo le critiche della stampa si attenuano come per
    miracolo. Adesso la colpa delle brutte partite precedenti non è data alla
    squadra, ma alla Federazione che non è intervenuta a svolgere le sue funzioni dirigenziali, lasciando gli azzurri in un mare di difficoltà.

    Preparando la gara col Brasile, Bearzot dichiara di voler rinunciare agli
    “atteggiamenti tattici scriteriati” usati con gli argentini, ma di presentare
    un modulo più prudente, con copertura e contropiede manovrato. Il problema non era il solo Falcao, ma anche tutti gli altri verdeoro, che sono difficilissimi da marcare perché svariano per tutto il campo. Bearzot decide di marcarli a zona quando arretrano, a uomo quando hanno il possesso palla. Il perno della squadra di Bearzot, oltre una granitica difesa a uomo, è il centrocampo, con un mediano di rottura (Oriali o Marini), un cursore (Tardelli) ed il folletto Conti. Il Ct chiede ai difensori chi se la sente di marcare Zico, il fuoriclasse con il numero 10 sulle spalle, Gentile fa un passo avanti. Il Ct ha l’illuminazione di capire che Santana usa Serginho come centro-boa, come appoggio per i compagni che entrano in area da dietro. Gli mette alle costole Collovati con l’ordine di tentare di anticiparlo sempre, altrimenti sono guai. Intanto i carioca battono l’Argentina con un eloquente 3-1, Maradona la prende male e si fa espellere per un brutto fallo. Il risultato è decisivo perché, per andare in semifinale, siamo costretti a battere i carioca, il pareggio regalerebbe a loro il passaggio del turno, per il gol in più fatto alla banda di Menotti.

    Lo stopper Oscar, che non c’aveva preso pronosticandoci con la Polonia,
    dichiara: “Vinciamo 1-0, il gol lo segno io.” Il 5 luglio, sempre al Sarrià
    affrontiamo la nostra Mission: Impossible con Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali,
    Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Il Brasile
    schiera Peres, Leandro, Junior, Toninho Cerezo, Oscar, Luisinho, Socrates,
    Falcao, Serginho, Zico, Eder. Fischia l’israeliano Klein, quello di
    Italia-Argentina del ’78. Cronaca: dopo 3’ Tardelli scodella al centro un
    cross che Rossi cicca come neanche fanno gli amatori, e tutti giù a
    bestemmiare contro Paolo e contro chi ce l’ha portato. Passano due minuti,
    Cabrini mette un bel cross nel mezzo, stavolta Rossi ci mette la testa: 1-0,
    la gioia è pari all’incredulità. Però, abbiamo proprio un bel centravanti.
    Passano alcuni istanti e Junior mette Serginho davanti a Zoff, col portiere
    che si salva in uscita. Capiamo subito che sarà dura resistere. Al 10’ Zico,
    francobollato da Gentile, si libera del difensore e porge palla al capitano
    Socrates: il “dottore”, che è veramente laureato in medicina, entra in area e calcia tra Zoff ed il suo palo di sinistra. La palla si infila, 1-1. Un minuto
    dopo Gentile colpisce duro Zico, scatta il giallo. I carioca approfittano del
    nostro momento di sbandamento, e con un Falcao in stato di grazia, prendono le redini del gioco. Impressionano i tiri di Eder che filano a 114 Km/h. Incominciano però a sottovalutarci: al 25’ Cerezo e Junior, non due qualunque, sbagliano un disimpegno sulla loro trequarti, si piomba sulla palla Rossi, che fa qualche passo, poi batte Peres: 2-1, tra la sorpresa generale siamo di nuovo in semifinale. Si fa male Collovati, e Bearzot inserisce il ragazzo baffuto, Bergomi. Il tempo si chiude con un paio di occasioni per Zico e Socrates, con Zoff pronto a respingere, e le terribili punizioni di Eder che vanno sempre a finire sulla barriera. Gentile strappa la maglia di Zico.

    Il secondo tempo è tutta una palpitazione, vietatissimo ai malati di cuore.
    Al 48’ Falcao sfiora il palo, al 51’ Conti sbaglia un facile 3-1. Al 53’
    Luisinho abbatte Rossi in area, il rigore ci poteva stare. Al 55’ una
    punizione di Zico (delizierà i tifosi dell’Udinese con la sua specialità) va
    fuori di un niente, un minuto dopo Zoff si tuffa sui piedi di Cerezo. Al 58’
    lo stesso Dino respinge un tiraccio di Serginho, capovolgimento di fronte e
    Rossi, solo soletto, spedisce fuori. Ancora un minuto ed Eder, su punizione,
    supera la barriera ed esalta le infinite doti di Zoff. Per dieci minuti non
    succede niente, con gli azzurri che sembrano poter controllare agevolmente. Di colpo, corre il 68’, Junior serve al limite Falcao, nessuno va a chiudere sul romanista che scocca il sinistro, Zoff è impotente: 2-2, qualificazione che ripassa ai brasiliani. I carioca non sanno però resistere alla loro vocazione offensiva, e continuano ad attaccarci senza badare al nostro contropiede.
    Grazie a questa specialità, al 74’ otteniamo un angolo, battuto da Antognoni, respinta di Luisinho, palla tra i piedi di Tardelli. Marco fa partire il
    sinistro, ma la palla è destinata sul fondo. Solo che quel giorno si è
    svegliato un furetto che non si ferma neanche a fucilate. Rossi ci mette il
    piedino: 3-2, siamo di nuovo in semifinale. Marini entra per uno stanchissimo
    Tardelli. I brasiliani, frastornati, potrebbero pareggiare all’80’, ma
    Socrates è fermato da un dubbio fuorigioco. Diventa protagonista Klein
    all’87’: Rossi dà ad Oriali, da questi ad Antognoni, palla nel sacco. Sarebbe
    il 4-2, invece l’arbitro annulla per un inesistente fuorigioco.

    Finita? Macché. All’89’ Eder calcia un angolo, Oscar, il terzino dai grandi
    proclami, va a colpire di testa e la palla, beffarda, sembra infilarsi in rete
    alla sinistra di Zoff, senza dare scampo al nostro portiere. 3-3? Neanche per
    sogno: proprio sulla linea, con un balzo che non riesce neanche ai ragazzini,
    ci arrivano le manone del nostro numero 1. I brasiliani chiedono lo stesso il
    gol, Dino si alza facendo minacciosamente di no col dito verso l’arbitro.
    Klein non abbocca, dopo poco fischia la fine. 3-2, se vi capita la cassetta
    della gara, non lasciatevene sfuggire la visione. In Italia iniziano i
    festeggiamenti ed i cortei delle auto: Rossi, che è il primo calciatore a
    segnare tre reti tutte insieme al Brasile, è elevato ad eroe nazionale, in
    sudamerica diventa il nome di una febbre tropicale.

    Sono in molti a voler salire, adesso, sul carro dei vincitori. Il primo è
    l’ineffabile Antonio Matarrese, che qualche giorno prima voleva prendere tutti a calci. Garanzini scrive di lui: “Tonino che…battuto il Brasile, in
    spogliatoio invece si presenta perché non si sa mai che ci scappi la foto
    ricordo, e mentre il vecio (Bearzot, ndr) si limita ad osservare, toh, ecco
    anche il galletto, due-tre giocatori dello zoccolo duro corrono a spalancare
    un finestrone urlando ma che puzza di merda qua dentro, e chissà se Tonino
    coglie la sottile ironia…Tonino che per una brutta sconfitta dell’under 21
    vorrebbe prenderli tutti a calci nel sedere perché la fantasia è quella che è.
    Tonino innamorato perso di Sacchi che a ogni titolo dell’odiato Maldini (che
    vince tre campionati europei con i ragazzi dell’under, ma il cui gioco è
    sempre stato agli antipodi da quello del Pelatone di Fusignano, ndr) si
    scaraventa sul campo a sollevare la coppa in eurovisione.”

    Negli altri gironcini passa la Polonia, battendo con tre gol di Boniek il
    Belgio, e pareggiando 0-0 con L’Urss, che con il Belgio non va oltre l’1-0.
    Nella partita con l’Urss Boniek rimedia un’ammonizione assolutamente gratuita, che gli farà saltare la semifinale con l’Italia. Per Brera si tratta
    dell’aiuto di “Eupalla, nostra musa della Pedata”. Il Ct Piechniczek se la
    prende perché non troverà il Brasile: “I carioca sono forti davanti, ma fanno
    giocare, in difesa non sono gran ché e poi, quel portiere…”.
    Passa la Germania, che fa 0-0 con gli inglesi, poi batte 2-1 i modesti
    spagnoli. All’Inghilterra basterebbe un 2-0 per andare in semifinale, invece
    Arconada tira giù la saracinesca, finisce 0-0, gli inglesi tornano dalla loro
    Regina senza aver perso una partita, come il Camerun. Anche un’altra squadra che aveva fatto ridere nel girone eliminatorio, a riprova che nella prima fase è importante qualificarsi stando attenti più a risparmiare prezioso energie, più che sciuparle per vincere gare inutili, la Francia, batte l’Austria 1-0, poi gli irlandesi per 4-1.
    I galletti hanno un centrocampo talmente bello da non sembrare nemmeno vero. Lo formano Platini, il piccolo Giresse, il nero Tigana e l’arcigno Fernandez. Anche la loro prima riserva, Genghini, sarebbe titolare in molte delle squadre che partecipano al torneo. Le semifinali sono Polonia-Italia e Francia-Germania Ovest. A Bearzot manca Gentile, che è squalificato ma si è tagliato i baffi, e l’8 luglio, sempre a Barcellona, ma al Nou Camp, mette Bergomi al suo posto. Per il resto è la stessa formazione che ha iniziato con il Brasile. I polacchi, senza Boniek (che in Italia, oltre che essere la gioia dei tifosi juventini, guiderà il centrocampo di Eriksson nella Roma che sfiora il tricolore ’86), perdono parecchio. Li facciamo fuori
    senza molta poesia con due gol di Rossi, uno di rapina, l’altro chiudendo di testa un contropiede di Conti.

    Tra la gioia generale, siamo in finale. Unica nota stonata è l’infortunio di
    Antognoni, che ci lascia senza un regista. L’altra semifinale è molto più
    interessante: segnano i tedeschi con l’ala Littbarski, gambe storte, ciuffo
    ossigenato, ma grande dinamismo, pareggia un rigore di Platini, passato anche lui alla Juventus del Trap (dopo un anno di transizione, la squadra bianconera vincerà con lui sia in Italia sia in Europa). Nei supplementari vanno avanti i francesi col mitico Tresor e con Giresse, li raggiungono i tedeschi con Rumenigge e Fischer. I rigori, emozionantissimi, dicono Germania. Durante la partita, il portiere Schumacher entra duro sul libero francese Battiston, spaccandogli un bel po’ di denti, senza nemmeno chiedere scusa. Prima della finale, Matarrese si addossa la paternità del nostro miracoloso cambiamento, e dice che “vi è stato un richiamo alla responsabilità e i giocatori l’hanno sentito. Questa nazionale ha insegnato parecchio ed ha ancora parecchio da insegnare a tutti. Merita rispetto e tanti onori, perché sta raccogliendo i frutti d’un lavoro ininterrotto”. Ma come? Non era vecchia per mentalità?
    Non meritavano tutti dei calci nel sedere?

    Per la finalissima (dopo che la Polonia si aggiudica per 3-2 il terzo posto),
    da disputare al “Santiago Bernabeu” di Madrid l’11 luglio, arriva anche il
    presidente Pertini, che aveva già gioito freneticamente ai gol di Rossi al
    Brasile nella nostra ambasciata di Parigi. In quei giorni l’Italia è
    “sconvolta” dalla serie di concerti dei “Rolling Stones”. Il concerto di
    domenica 11 a Torino è corredato da un maxischermo, per permettere agli
    spettatori di poter vedere anche la partita. Ad un certo punto, il leader del
    gruppo, Mick Jagger, indossa una maglia azzurra con il numero 20, quello di
    Rossi, e profetizza il 3-1 per noi: la folla va in visibilio. Bearzot
    sostituisce Antognoni con Oriali, ma preferisce il difensore Bergomi al
    mediano Marini. Ne esce un 5-3-2, anni prima che venga inventato tale modulo tattico.
    Queste le formazioni: Italia con Zoff, Gentile, Cabrini, Bergomi,
    Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani.
    Germania con Schumacher, Foester B., Briegel, Kaltz, Foester K. H., Stielike, Littbarski,
    Dremmler, Fischer, Breitner, Rumenigge.
    Arbitro il brasiliano Coelho. C’era stata una polemica su di lui, subito chiusa, perché sembrava essere stato beccato a piangere all’eliminazione del Brasile. Ne assume la difesa Artemio Franchi, presidente della Commissione internazionale Arbitri. Si fa subito male Graziani, sostituito da Altobelli. Le punte italiane sono francobollate dai terribili fratelli Foester, con Stielike libero, e possono vedere solo pochi palloni. Non ridono neanche le punte tedesche, Rumenigge, cui il ragazzino Bergomi, suo futuro compagno nell’Inter, non fa vedere palla, e Fischer, che se la vede con Gentile.

    Visto il trattamento subito dalle punte, le squadre si affidano ai
    centrocampisti, con tiri di Littbarski e le penetrazioni di Bruno Conti.
    Proprio il romanista, lanciato in area da Altobelli, al 24’ è steso da
    Briegel. Coelho fischia il solare rigore: Antognoni, rigorista della squadra,
    non c’è, Rossi guarda da un’altra parte, Altobelli si gira intorno facendo
    finta di niente, tocca a Cabrini. Il Bell’Antonio si fa ipnotizzare da
    Schumacher, il tiro esce a lato. Lo sconforto attanaglia gli azzurri, ma i
    tedeschi, chiaramente a corto di fiato per la terribile semifinale disputata,
    non ne approfittano. Si va al riposo con Gentile e Bergomi che sono conciati
    per niente bene. Bearzot ha a disposizione un cambio solo, chiede ai due chi
    vuole uscire, nessuno fiata. Tutti fanno a gara per consolare Cabrini, che sta piagnucolando in un angolo, il Ct urla agli azzurri di rientrare e sbrigare
    subito la pratica. Entriamo in campo più convinti, e quando iniziamo a
    spingere non c’è più partita, con i difensori che si portano sempre più
    sovente davanti. Al 57’ Oriali, al quale il cantante Ligabue ha dedicato la
    sua canzone Una vita da mediano, è steso alla trequarti, con Tardelli che
    batte subito per Gentile, defilato sulla destra. Claudio scodella in mezzo un
    pallone che sembra avere un grosso neon rosso sul quale spicca la scritta
    “spingere”. Oriali arriva in ritardo, si gettano sulla palla Rossi e Cabrini,
    con Schumacher che non può far altro che guardare: tocca la testa di Pablito,
    1-0, Rossi è il cannoniere del torneo con sei reti.

    I tedeschi hanno una reazione d’orgoglio, Zoff si deve impegnare su un colpo di testa del neo entrato Hrubesch, poi deve sedare una paurosa mischia seguita ad un cross del bravo Briegel. Al 69’ gli azzurri si rifanno sotto: parte Conti ed incrocia con Rossi, da Paolo a Scirea, incuneatosi nel vertice destro dell’area tedesca. Passaggio a Bergomi, anche lui dentro l’area. Due difensori nell’area avversaria, altro che catenaccio! Allo Zio la palla brucia, e la ripassa subito al povero Gaetano, deceduto nell’89 in un tragico incidente automobilistico in Polonia, dove era andato ad osservare una squadra che doveva giocare con la Juve allenata da Zoff in Coppa Uefa. Scirea non è pressato, alza la testa e vede Tardelli libero al limite dell’area: servito. Tardelli scocca il sinistro, Schumacher non si muove neanche, 2-0, con l’esultanza del centrocampista che ha fatto storia. La regia spagnola va ad inquadrare Pertini in tribuna d’onore, che scatta dalla poltrona e si mette ad agitare le braccia con la felicità di un ragazzino. In campo ci sono solo gli
    azzurri,
    all’80’ parte in contropiede Conti, che poi appoggia a “Spillo”
    Altobelli, che si porta la palla dal destro al sinistro, e beffa Schumacher in
    uscita disperata:
    3-0, per Conti è addirittura il quarto assist vincente in
    sette partite, più un gol personalmente segnato. A questo punto ci mettiamo ad aspettare il fischio finale, con Breitner, l’unico tedesco campione del ’74, che risolve una mischia per il 3-1. Entra Causio per Altobelli, giusto riconoscimento per tutto ciò che Franco ha fatto per la Nazionale.

    Senza recuperare nemmeno un minuto, il bravo Coelho fischia la fine
    impossessandosi della palla e slanciandola in alto con le mani (davvero una
    bella immagine), siamo Campioni del Mondo, Nando Martellini lo urla per tre
    volte. Il Bernabeu diventa un trionfo di tricolori, Pertini, raggiante,
    abbraccia e bacia tutti gli azzurri, primo tra tutti il serioso Zoff, che, per
    l’occasione, abbozza pure un timido sorriso. Schumacher non gli stringe la
    mano, Pertini non se la prende, anzi lo inviterà anni dopo a Roma, dove il
    portierone tedesco chiederà scusa al presidente.
    Il Re di Spagna, Juan Carlos, che indossa un’elegante cravatta azzurra, mette la Coppa nelle mani più sicure del mondo, quelle di Zoff. I
    l pittore Renato Guttuso immortala l’immagine
    delle mani di Dino che sollevano la Coppa, per il francobollo che festeggia la
    vittoria. Gli italiani si fanno prendere dal delirio sportivo, con la festa
    che dura per tutta la notte. Paolo Rossi, oltre che essere eletto miglior
    giocatore del torneo, vince il Pallone d’Oro, davanti al francese Giresse, e
    diventa il quarto azzurro ad aver segnato in due edizioni mondiali, dopo
    Meazza, Pandolfini e Rivera. Pertini, che etichetterà poi quei momenti come i
    più felici del suo settennato, fa viaggiare la squadra sull’aereo
    presidenziale per il trionfale ritorno a Roma.

    Sull’aereo si consuma l’ultimo episodio curioso: Pertini e Zoff sfidano
    Bearzot e Causio a “scopone scientifico”, difficile gioco di carte di cui il
    presidente è appassionato giocatore. In mezzo al tavolo fa bella mostra di sé la Coppa. Alla fine, Pertini accusa vivacemente Zoff di aver sbagliato un paio di mani, con dovizia di particolari, e di aver provocato, lui solo, la
    sconfitta che rimediano i due. Zoff non può far altro che giustificarsi
    arrossendo.

    Il presente capitolo è un estratto di quello facente parte del libro:
    "Catenaccio. Uomini e storie del calcio: da Uruguay ’30 a Euro 2000"
    edito dalla Alberti & C. Editori (L. 25.000, Euro 12.9).
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

 

 

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