Anche la sinistra oramai ha capito quanto sta accadendo in medio oriente, tratto da aprileonline
Libano, un popolo in ostaggio
Un paese braccato dall'interno e dall'esterno. La vera anomalia libanese si chiama Hezbollah e parla siriano
Carla Ronga
Lo Stato, la democrazia, l'economia, la vita stessa del Libano sono di nuovo minacciate. Gli Hezbollah, da soli, si sono arrogati il diritto di distruggere quanto faticosamente costruito dopo l'omicidio del primo ministro Hariri, che loro osteggiavano perché antisiriano, e la rivoluzione dei cedri. Ad Israele sono bastate poche ore per annientare le infrastrutture vitali del paese, per mettere sotto assedio Sidona e i quartieri a sud di Beirut, per annientare le speranze di una ripresa economica che solo ora iniziava a dare i suoi frutti.
Non sono solo i soldati israeliani ad essere stati presi in ostaggio. E' tutto il Libano, la sua volontà di vivere, di costruire pacificamente la sua democrazia ad essere sotto scacco. Braccati da nemici interni e da nemici esterni. Ma la vera anomalia libanese sono gli Hezbollah, che siedono al governo e contemporaneamente ne minano la stabilità. E il prezzo dello status quo è davvero troppo alto.
Perché il vero problema non è solo la risposta militare israeliana, anche se essa è terrificante, anche se non è giustificabile per le vite umane innocenti che sta distruggendo in queste ore e neppure per quello straccio di diritto internazionale che sembra non esistere più. Il vero problema risiede nel cuore dello Stato libanese e si chiama assenza di sovranità.
Una sovranità, de facto, appaltata all'esterno agli appetiti di Siria e Iran e, all'interno, alla follia del Partito di Dio. Per assurdo, anche se Israele avesse deciso di percorrere la via della trattativa diplomatica, la "questione Libano" sarebbe ancora tutta in piedi, e gli effetti devastanti sarebbero solo rimandati ad un'altra occasione.
L'attacco militare lanciato mercoledì scorso contro Israele e la guerra scatenata da Tel Aviv segnano la parola fine a quel "dialogo nazionale" che da tropo tempo vede le diverse fazioni libanesi confrontarsi senza alcun risultato concreto. Eppure, quel "dialogo" era stato aperto proprio in ragione delle divergenze sul senso di Stato democratico e sulle politiche stesse degli Hezbollah.
I giornali libanesi, oggi, si chiedono se il senso di quel dialogo non fosse l'adesione ad una cultura del rispetto delle diverse anime del paese. Ma il rispetto non passa per l'abbandono della prassi del fatto compiuto, contro la logica del rapporto di forza tra le comunità e le fazioni politiche del paese?
Il governo libanese è paralizzato. "Con il nostro gesto sosteniamo la causa palestinese, non intendiamo aprire una guerra ma soltanto una trattativa per i prigionieri. Quindi la responsabilità, se guerra sarà, è tutta d'Israele". La fredda arroganza di Hassan Nasrallah pesa come un macigno. Ma il compromesso semantico adottato dal Consiglio dei ministri e l'equilibrismo di Fouad Seniora: ''La principale richiesta del Libano è un cessate il fuoco completo e la fine di questa aggressione aperta'', nessuna presa di distanza dal rapimento dei soldati israeliani, nessun accenno alla trattativa per un loro rilascio in cambio di prigionieri libanesi, lasciano a dir poco attoniti. Dopo trent'anni di "tutela" siriana, per quanto tempo ancora il paese dovrà sottostare alla schizzofrenia del suo governo "indipendente"?




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