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Discussione: Luciano Pavarotti

  1. #11
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    Oggi ero a Pesaro e degli amici pesaresi mi han detto che i suoi familiari, stanno predisponenendo ed adeguando la sua dimora pesarese, per accoglierlo ed ospitarlo in maniera adeguata alle sue condizioni fisiche che, comunque, sembra stiano migliorando a vista d'occhio. Ormai da anni, quando è in Italia, Big Luciano, vive a Pesaro in una meravigliosa casa colonica di fronte all'Adriatico.

  2. #12
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    Citazione Originariamente Scritto da Matteoblu
    negli Stati Uniti chi sono gli artisti Italiani che piacciono di più?

    oltre a big Luciano..
    Dopo Pavarotti il piu' riconosciuto e' Andrea Bocelli (per la pop, non l'opera).

  3. #13
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    Il Maestro però non si è comportato bene con il Pavarotti International, diceva che lo faceva per beneficenza poi appena la RAI gli ha tolto la diretta (e i soldi) ha abbandonato. Poi l'alleanza con la Nicoletta l'ha traviato (guarda anche il MUVI).
    Il suo rispetto per Modena mi lascia perplesso.

  4. #14
    Matteo Maria Boiardo
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    sono d'accordo quando dici che non ha molto rispetto per MODENA!

    è la più grande voce lirica in campo mondiale e questo gli fa onore e fà si che io suo conterraneo sia orgoglioso di lui.

    ma...

    QUALCHE ANNO FA, L'HO VISTO PASSARE IN MACCHINA COL SUO AUTISTA NELLA ZONA ADIACENTE AL PARCO NOVI SAD, IL MACCHINONE CHE AVEVA ERA TARGATO MONTECARLO.. ALLORA MI SONO CHIESTO

    CON TUTTI I MILIARDI CHE HAI FATTO NON TI DEGNI NEMMENO TI PAGARE IL BOLLO ALLO STATO ITALIANO????

  5. #15
    Matteo Maria Boiardo
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    pal punto di vista umano e caratteriale è sicuramente una persona criticabile , dal punto di vista artistico e musicale no.

  6. #16
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    Pavarotti e la malattia «Vita felice e il cancro, con Dio sono pari» «Non voglio più ascoltare nessuna mia registrazione» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
    PESARO — Ferragosto a villa Giulia. «Ora ho solo bisogno dell’aiuto di Dio e sembra proprio che Diomelo stia dando», dice il Maestro — come tutti qui lo chiamano — nella sua splendida casa in collina davanti all’Adriatico. Convalescente dopo l’intervento, il mese scorso, per la rimozione di un cancro al pancreas, Luciano Pavarotti viene spinto lentamente attorno, da uno spazio all’altro, su una sedia a rotelle, dove resta inchiodato immobile da mane a sera. È il suo ultimo trono di re dei tenori.
    Ma nonostante la gravità del male che l’ha colpito e le difficoltà di un’operazione che è tuttavia riuscita ad estirpare interamente la massa tumorale, non ha l’aria afflitta e sconsolata di uno che è giunto «sul passo estremo » (come ha spesso cantato nel Mefistofele) e ha visto la morte da vicino. Ha conservato quel suo inconfondibile calore solare della voce (canta anche quando parla) e tale e quale è rimasto il suo sorriso di ragazzone emiliano, che gli spunta negli occhi prima di trasferirsi sulle labbra.
    Siamo amici, lo conosco da quarant’anni, l’ho sentito cantare alla Scala e in tutti teatri del mondo. Lo vidi per la prima volta a Londra, negli anni Sessanta, quando venne chiamato al Covent Garden per rimpiazzare nella Bohème il grande Di Stefano, indisposto. Un trionfo. Stavo a pranzo in un ristorante vicino al teatro con Fiorenza Cossotto quando lui entrò gagliardo come Radamés con degli amici e si sedette a un tavolo. «Guardalo — mi disse la Fiorenza —, con Gigli è la più bella voce di tenore del secolo».
    Il giorno dopo, infatti, i giornali inglesi impiegavano titoli strepitosi per definire la sua interpretazione di Rodolfo nella Bohème: nessun rimpianto per Di Stefano, scriveva il critico di un importante quotidiano. Pavarotti adesso non se lo ricorda, ma quando io gli chiesi, allora, cosa pensasse del lusinghiero accostamento col tenore italiano più osannato del firmamento lirico mondiale, rispose con una battuta semplice, com’è nel suo stile: «Calma—disse —, ragioniamo. Pippo è un fuoriclasse. Quand’è in serata, non c’è nessuno che gli stia a ruota. È come quando Bartali vedeva Coppi scattare sul Pordoi... Quello non lo piglia più nessuno... borbottava Ginettaccio. Capisci cosa voglio dire?».
    Di Stefano è tra quelli che ogni giorno gli telefonano per avere notizie sulla sua salute, sul recupero e la riabilitazione: «Mi ha chiamato appena ieri — dice —. La sua voce, per me, è musica, è la musica. Lui è stato l’ispiratore, l’emissione perfetta, le vocali aperte, quel suo modo unico di fraseggiare. Nonostante le mie condizioni, il connubio dei tre tenori non si è dissolto. Placido Domingo è venuto a trovarmi un paio di volte, José Carreras mi telefona... È stata una gran bella stagione, la nostra. Però io non mi ascolto più. Non mi voglio sentire. Se tu mi invitassi a cena e, per farmi piacere, mettessi su una mia vecchia incisione, ti pianterei in asso, dietro front. Se vuoi che resti, fammi sentire la voce di Placido».
    Sono sconcertato, ma da Luciano non arriva alcuna spiegazione. È qui seduto davanti a me nella sua grande mole, un cappello a larga tesa che nasconde la calvizie e tiene un poco in ombra i suoi occhi vivacissimi e dolci, i soliti camicioni multicolori che gli conferiscono un’aria clownesca, come volesse ricordare che c’è stata, per tutti, un’infanzia felice, da circo equestre, con guitti, trapezisti, tigri addomesticate e inermi orsi giocherelloni.
    Dice: «Sono stato un uomo fortunato e felice fino a 65 anni. Dopo è arrivata questa batosta. E adesso sto pagando il fio di quella fortuna e felicità. Ma trovo alimento nella mia infanzia, che è stata povera e felice, e vedo le cose con serenità. Le malattie non mi hanno angosciato. Il tumore te lo senti dentro, ti lavora. Ora dormo bene. Ho una certa sonnolenza durante la digestione, proprio come adesso che ti sto parlando.. Però sono e sarò ottimista fino alla morte. L’ho imparato dai miei, dal papà e dallamammache se ne sono andati quattro anni fa, a quattro mesi l’uno dall’altra ».
    È rimasta la sorella Gabriella, grande e cordiale e col più affabile dei sorrisi che ci riporta nella Modena anni Cinquanta quando Luciano studiava canto con Mirella Freni per poi debuttare, insieme, a Reggio Emilia in una indimenticabile Bohème. «Nella vita ho avuto tutto, davvero tutto— ha confessato dopo l’intervento allo Sloan Kettering Hospital di New York — Se mi venisse tolto tutto, con Dio siamo pari e patta».
    Cerco di sturargli i ricordi della sua vita e della sua carriera emi sento a disagio. Mi rendo conto che lo sto affaticando. Più di una volta una domanda resta senza risposta. Spesso, le palpebre si abbassano sugli occhi come saracinesche, è l’ora del letargo pomeridiano, muove appena le labbra come volesse accennare una delle dolcissime arie del suo illimitato repertorio... È la solita storia del pastore, quindi non più stupide domande, lasciamolo sognare.
    A svegliarlo, di colpo, ci pensa Alice, la sua bambina, che piomba nella stanza come un folletto e ne reclama l’attenzione: «Dai, papà, andiamoin piscina». «Non so se capisci — dice il re del melodramma sollevando a stento le palpebre —, non si tratta di un invito. È un ordine. Ed io, come Garibaldi, ubbidisco ». Lo spettacolo comincia. Un atto unico con due sole protagoniste: la bimba, che ha tre anni e mezzo e nuota come un pesciolino, e la sua mamma, Nicoletta, che si diverte un mondo assecondandola nelle sue acrobazie. Alice, assicura Luciano, ha una voce molto bella e forte e il suo papà, orgoglioso, la invita ad esibirsi tra un tuffo e l’altro.
    «La canzone che meglio conosce — dice — è Fratelli d’Italia, che ha imparato guardando alla Tv le partite di calcio della Nazionale. Riesce a cantarla anche sott’acqua, ascoltala ». La sua vita ora è qui, in «quest’angolo di paradiso ». Perché villa Giulia? «È il nome di una delle mie nonne di Modena». Il 12 ottobre prossimo compirà 71 anni emi sembra indelicato chiedergli se potrà realizzare quei progetti che gli stavano a cuore prima che fosse assalito così brutalmente dal male: come fare un duetto con Mina o allestire una scuola di canto con la Freni e la Kabaivanska o perseguire l’obiettivo di Pavarotti and friends, favorendo delle grandi ugole liriche nei concerti di musica pop.
    «All’inizio — ammette — ci son state delle polemiche perché mi ero avventurato in un genere totalmente diverso. Successivamente... mi hanno applaudito. E c’è chi rimpiange che non l’abbia più fatto, il pop». Non oso dirgli che faccio parte del branco dei conservatori: e che al Miserere urlato insieme a Zucchero preferisco di gran lunga l’Ingemisco del Requiem verdiano dove la sua voce raggiunge con vibrazioni arcane le zone sideree del pentagramma.
    Ettore Mo
    15 agosto 2006


    http://www.corriere.it/Primo_Piano/S...to/15/mo.shtml


    Intervista bellissima che ci consegna un Uomo generoso ed un Artista grande.

  7. #17
    Matteo Maria Boiardo
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    Citazione Originariamente Scritto da Gallo Senone
    Pavarotti e la malattia «Vita felice e il cancro, con Dio sono pari» «Non voglio più ascoltare nessuna mia registrazione» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
    PESARO — Ferragosto a villa Giulia. «Ora ho solo bisogno dell’aiuto di Dio e sembra proprio che Diomelo stia dando», dice il Maestro — come tutti qui lo chiamano — nella sua splendida casa in collina davanti all’Adriatico. Convalescente dopo l’intervento, il mese scorso, per la rimozione di un cancro al pancreas, Luciano Pavarotti viene spinto lentamente attorno, da uno spazio all’altro, su una sedia a rotelle, dove resta inchiodato immobile da mane a sera. È il suo ultimo trono di re dei tenori.
    Ma nonostante la gravità del male che l’ha colpito e le difficoltà di un’operazione che è tuttavia riuscita ad estirpare interamente la massa tumorale, non ha l’aria afflitta e sconsolata di uno che è giunto «sul passo estremo » (come ha spesso cantato nel Mefistofele) e ha visto la morte da vicino. Ha conservato quel suo inconfondibile calore solare della voce (canta anche quando parla) e tale e quale è rimasto il suo sorriso di ragazzone emiliano, che gli spunta negli occhi prima di trasferirsi sulle labbra.
    Siamo amici, lo conosco da quarant’anni, l’ho sentito cantare alla Scala e in tutti teatri del mondo. Lo vidi per la prima volta a Londra, negli anni Sessanta, quando venne chiamato al Covent Garden per rimpiazzare nella Bohème il grande Di Stefano, indisposto. Un trionfo. Stavo a pranzo in un ristorante vicino al teatro con Fiorenza Cossotto quando lui entrò gagliardo come Radamés con degli amici e si sedette a un tavolo. «Guardalo — mi disse la Fiorenza —, con Gigli è la più bella voce di tenore del secolo».
    Il giorno dopo, infatti, i giornali inglesi impiegavano titoli strepitosi per definire la sua interpretazione di Rodolfo nella Bohème: nessun rimpianto per Di Stefano, scriveva il critico di un importante quotidiano. Pavarotti adesso non se lo ricorda, ma quando io gli chiesi, allora, cosa pensasse del lusinghiero accostamento col tenore italiano più osannato del firmamento lirico mondiale, rispose con una battuta semplice, com’è nel suo stile: «Calma—disse —, ragioniamo. Pippo è un fuoriclasse. Quand’è in serata, non c’è nessuno che gli stia a ruota. È come quando Bartali vedeva Coppi scattare sul Pordoi... Quello non lo piglia più nessuno... borbottava Ginettaccio. Capisci cosa voglio dire?».
    Di Stefano è tra quelli che ogni giorno gli telefonano per avere notizie sulla sua salute, sul recupero e la riabilitazione: «Mi ha chiamato appena ieri — dice —. La sua voce, per me, è musica, è la musica. Lui è stato l’ispiratore, l’emissione perfetta, le vocali aperte, quel suo modo unico di fraseggiare. Nonostante le mie condizioni, il connubio dei tre tenori non si è dissolto. Placido Domingo è venuto a trovarmi un paio di volte, José Carreras mi telefona... È stata una gran bella stagione, la nostra. Però io non mi ascolto più. Non mi voglio sentire. Se tu mi invitassi a cena e, per farmi piacere, mettessi su una mia vecchia incisione, ti pianterei in asso, dietro front. Se vuoi che resti, fammi sentire la voce di Placido».
    Sono sconcertato, ma da Luciano non arriva alcuna spiegazione. È qui seduto davanti a me nella sua grande mole, un cappello a larga tesa che nasconde la calvizie e tiene un poco in ombra i suoi occhi vivacissimi e dolci, i soliti camicioni multicolori che gli conferiscono un’aria clownesca, come volesse ricordare che c’è stata, per tutti, un’infanzia felice, da circo equestre, con guitti, trapezisti, tigri addomesticate e inermi orsi giocherelloni.
    Dice: «Sono stato un uomo fortunato e felice fino a 65 anni. Dopo è arrivata questa batosta. E adesso sto pagando il fio di quella fortuna e felicità. Ma trovo alimento nella mia infanzia, che è stata povera e felice, e vedo le cose con serenità. Le malattie non mi hanno angosciato. Il tumore te lo senti dentro, ti lavora. Ora dormo bene. Ho una certa sonnolenza durante la digestione, proprio come adesso che ti sto parlando.. Però sono e sarò ottimista fino alla morte. L’ho imparato dai miei, dal papà e dallamammache se ne sono andati quattro anni fa, a quattro mesi l’uno dall’altra ».
    È rimasta la sorella Gabriella, grande e cordiale e col più affabile dei sorrisi che ci riporta nella Modena anni Cinquanta quando Luciano studiava canto con Mirella Freni per poi debuttare, insieme, a Reggio Emilia in una indimenticabile Bohème. «Nella vita ho avuto tutto, davvero tutto— ha confessato dopo l’intervento allo Sloan Kettering Hospital di New York — Se mi venisse tolto tutto, con Dio siamo pari e patta».
    Cerco di sturargli i ricordi della sua vita e della sua carriera emi sento a disagio. Mi rendo conto che lo sto affaticando. Più di una volta una domanda resta senza risposta. Spesso, le palpebre si abbassano sugli occhi come saracinesche, è l’ora del letargo pomeridiano, muove appena le labbra come volesse accennare una delle dolcissime arie del suo illimitato repertorio... È la solita storia del pastore, quindi non più stupide domande, lasciamolo sognare.
    A svegliarlo, di colpo, ci pensa Alice, la sua bambina, che piomba nella stanza come un folletto e ne reclama l’attenzione: «Dai, papà, andiamoin piscina». «Non so se capisci — dice il re del melodramma sollevando a stento le palpebre —, non si tratta di un invito. È un ordine. Ed io, come Garibaldi, ubbidisco ». Lo spettacolo comincia. Un atto unico con due sole protagoniste: la bimba, che ha tre anni e mezzo e nuota come un pesciolino, e la sua mamma, Nicoletta, che si diverte un mondo assecondandola nelle sue acrobazie. Alice, assicura Luciano, ha una voce molto bella e forte e il suo papà, orgoglioso, la invita ad esibirsi tra un tuffo e l’altro.
    «La canzone che meglio conosce — dice — è Fratelli d’Italia, che ha imparato guardando alla Tv le partite di calcio della Nazionale. Riesce a cantarla anche sott’acqua, ascoltala ». La sua vita ora è qui, in «quest’angolo di paradiso ». Perché villa Giulia? «È il nome di una delle mie nonne di Modena». Il 12 ottobre prossimo compirà 71 anni emi sembra indelicato chiedergli se potrà realizzare quei progetti che gli stavano a cuore prima che fosse assalito così brutalmente dal male: come fare un duetto con Mina o allestire una scuola di canto con la Freni e la Kabaivanska o perseguire l’obiettivo di Pavarotti and friends, favorendo delle grandi ugole liriche nei concerti di musica pop.
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    Ettore Mo
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    Intervista bellissima che ci consegna un Uomo generoso ed un Artista grande.


    ancora tanti

    auguri al maestro!!

  8. #18
    Matteo Maria Boiardo
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    Ripristino questa disscussione per ricordare il ancora il grande tenore Modenese recentemente scomparso.Davvero un grande artista.Ciao Luciano.

 

 
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