Andavano col treno giù nel Meridione per fare una grande manifestazione…
di Goyassel La Zucca
Gentili forumisti del sito della P.O.L.,
ho scelto di dare inizio alla presente discussione per omaggiare tutti que' cantanti popolari (i c.d. cantastorie, ma non solo) che spesso si trovano, loro malgrado, a finire nel dimenticatojo o - peggio ancora - ad essere ignorati solo perché considerati "minori".
Il tema è tornato (se mai lo è stato) di attualità in seguito all'uscita del disco Il fischio del vapore di Francesco De Gregorio e di Giovanna Marini (e al Fischio, se la memoria non m'inganna, hanno di recente fatto cenno anche alcuni utenti di questo sito).
De Gregorio e la Marini, così vicini, così lontani (mi si perdoni l'insulsaggine enzobiagesca di questa trovata), si sono incontrati esattamente a mezza via tra il folk e gli strumenti musicali elettrici (come è stato scritto su un noto quotidiano) in un bellissimo disco di canti sociali, popolari e di protesta.
Mi raccontava una signora (quella del negozio di musica) del grande successo avuto da questo album in appena due mesi. Un successo inatteso, come hanno confermato altri rivenditori da me interpellati. Successo inatteso per tutti, ma soprattutto pei due cantanti.
Dal canto mio, ho sentito parlare per la prima volta di questo Fischio del vapore qualche settimana fa, sulle reti televisive dello Stato (R.A.I. - Radio-televisione Italiana). C'erano entrambi gli artisti ospiti d'un programma mattutino. Ragionavano di canzoni popolari, di canti politici e di protesta, di lamenti di mondine nelle risaje. Ripercorrevano le loro vite, le loro esperienze nel campo della musica, i ricordi della loro militanza politica all'interno della sinistra di estrazione marxista. Parlavano del loro disco e dell'incredibile e inaspettato successo di una raccolta che sembrava essere, al momento dell'uscita, assai distante (che eufemismo!) dai gusti del pubblico.
In poche settimane così, la Marini Giovanna, per decenni relegata al modesto ruolo di cantante di "partito", per decenni invitata quasi esclusivamente alle feste dell'Unità, si è trasformata in una delle cantanti italiane più note e più apprezzate. E questo solo perché il De Gregorio ha apposto il proprio nome, investendo un cospicuo capitale di consensi, accanto a quello della Marini. Io, queste canzoni - o, comunque, la gran parte di esse - le conoscevo. Conoscevo, invece, poco - se non di nome - sia la Marini, sia il De Gregorio, pur sapendo, però, che quest'ultimo è un cantante stimato e di gran successo.
Oggi, come ho anticipato dianzi, nei negozî di dischi e di musica, Il fischio del vapore è richiestissimo. Da qualche parte è pure esaurito. Il 23 di dicembre - antivigilia del S. Natale - è stato addirittura, nell'esercizio di quella che conosco io, il disco più venduto. E sono moltissimi quelli che adesso cercano disperatamente gli album (ormai introvabili!) che la sola Marini ha realizzato in decenni di carriera. Album che per anni e anni sono stati sempre presenti negli scaffali dei rivenditori, ma sempre collocati in un angolo, in seconda fila: abbandonati, dimenticati e impolverati.
Menomale, dico io: meglio tardi che mai!
Pur non amando adeguarmi alla "massa", e pur provando - ahimè - un fortissimo disagio (oserei dire repulsione) a "seguire le mode" (è la mia natura e non ci posso far nulla), ammetto che questa volta ho fatto un'eccezione: sentendo infatti la breve intervista televisiva ai due cantanti, mi sono talmente incuriosito che ho così deciso, pur non avendo il becco d'un quattrino, di acquistare anch'io il compat-disc. In modo da poterlo agevolmente ascoltare sul registratore dei compat-disc. Ed è una cosa davvero molto comoda, questa del registratore dei compat-disc: ben più comoda delle musicassette e de' vecchi dischi. Se io voglio sentire una determinata canzone, grazie all'apparecchio pei compat-disc, posso sentirla a mio piacimento. Anche se si trova a metà disco. Anche se si trova in fondo. E questo perché, all'interno dell'apparecchio, esiste un particolare dispositivo che consente di scegliere quale canzone ascoltare. Se voglio ascoltare la prima canzone, ad esempio, metto l'apparecchio sul numero 1. Se invece voglio sentire la decima, metto l'apparecchio sul 10. Un po' come succede col telecomando della televisione. È molto semplice e comodo ed evita, soprattutto, molti inutili nervosismi (per non dire altro!). Prima, invece, con le musicassette, era un inferno. Era tutto un pigiare il bottone per mandare avanti il nastro, poi pigiare lo "stop", poi il "plei". Cose da impazzire.
E anche quando c'erano i dischi era tutto un alzare e abbassare il braccio del giradischi per cercare il punto. Faceva venire un nervoso….! E non solo a me!
Ma veniamo, adesso, alle belle canzoni del disco; canzoni che - vo' dirlo senza falsi pudori - m'hanno davvero entusiasmato.
Il fischio del vapore, che dà il nome all'intiera raccolta, è stata ispirata - dice l'opuscoletto allegato al compat - dalla spedizione italiana in Albania del 1914. La conoscevo leggermente diversa, ma questa esecuzione della Marini e del De Gregorio mi piace, come mi piace anche quella del Monarchico Bava che pure conoscevo (Ahhhhh! Bava Beccaris! Ahhhhh! I fatti di Milano! Quando cantano "Tu non rider sabauda marmaglia / se i fucili han domato i ribelli" mi vien la pelle d'oca).
Della Donna lombarda (quella che, su suggerimento dell'amante-re, tenta d'uccidere il marito, ma, a sua volta, viene smascherata dal figliolo "di pochi mesi" [sic!]) conoscevo un'altra variante. Diversa da un punto di vista musicale, ma assai simile (se non identica) ne' contenuti.
L'Attentato a Togliatti me la rammentavo bene: l'avevo sentita più volte e forse ce l'avevo anche in disco. Il Lamento per la morte di Pasolini, infine, non la conoscevo e prima di dare un parere equilibrato è mio desiderio ascoltarla meglio di quanto non abbia fatto sino ad oggi.
Tutto ciò premesso, consentitemi, adesso, di passare alla mia canzone favorita.
La vera vetta dell'intiera raccolta si raggiunge infatti, a mio avviso, con la canzone numero quattro.
Chi ha ascoltato questo disco, comprenderà all'istante a quale mi sto riferendo.
Si chiama I treni per Reggio Calabria ed è relativamente recente (1973); non si tratta, quindi, di una canzone popolare nel vero senso della parola, bensì un canto di protesta con un suo, ufficiale, autore. E questo autore - inutile dirlo - è la stessa Marini, che ne è anche, almeno in questa sede, l'unica esecutrice (il pur bravo De Gregorio si riposa meritatamente per qualche minuto!).
È una canzone sublime: figurarsi che, da quando l'ho scoperta, m'ha tanto colpito che non posso fare a meno di ascoltarla tre-quattro volte ogni giorno: appena alzato, dopo pranzo e la sera alle dieci, prima di andare a coricarmi. Definirmi entusiasta sarebbe davvero troppo riduttivo.
Vi domanderete trepidanti: di cosa parlerà mai questa canzone che è riuscita a mandare in brodo di giuggiole financo un cuore duro ed inaridito come quello del famigerato Goyassel La Zucca? Un momento di pazienza e ve lo dico.
Ci troviamo nel bel mezzo di una linea ferroviaria, tra "i sassi della massicciata" e le "traversine": la linea ferroviaria che dal Nord porta "nel Meridione", come dice genericamente la Marini. Le località citate, tra Roma e Reggio di Calabria sono moltissime. 40.000 operai scendono al Sud per una grandiosa manifestazione: siamo nel 1972, e, per la precisione, il 22 di ottobre. Siamo - faccio riferimento ancora una volta a quanto riportato dall'opuscoletto del compat - in "un clima di pesanti intimidazioni e violenza": Reggio Calabria è, in questo periodo in preda a gravi disordini (e tra l'altro è in corso anche la "lotta" tra Reggio e Catanzaro per l'attribuzione del Capoluogo di Regione). Fazioni opposte e contrapposte si scontrano ferocemente. Leggo anche di Ciccio Franco, "caporione di Sbarre" e del ruolo determinante di frange neofasciste (per ovvi motivi, la ricostruzione riportata sull'opuscoletto è un tantino… di parte).
Spiega l'autrice su un sito dell'Interrete: «Vi voglio raccontare di una grande manifestazione che si svolse a Reggio Calabria il ventidue d'ottobre del Settantadue quando i metalmeccanici da tutte le parti d'Italia partirono coi treni le navi le corriere le macchine, per andare a Reggio a dimostrare.
Quando ho visto i feriti del treno di Bologna che era saltato su una bomba a Piverno salire sul treno un nostro dicendo: "Andiamo, andiamo, l'importante è arrivare a Reggio" ho pensato: "Ma questi sono pazzi!" Poi ho pensato "No! Questa è la nostra classe operaia, quella che ci ha portato alla vittoria del quindici giugno, quella che è così stufa di come vive e così pronta a andare a guidare il paese che non gli importa niente di fare trenta quaranta ore di treno su una ferrovia cosparsa di bombe, pur di poterlo dimostrare» .
È una canzone bellissima della quale - nell'illusoria speranza di non arrecare disturbo a' frequentatori del sito - mi permetto di riportare integralmente il testo a conclusione di questo mio lungo e barbosissimo intervento (credo, in tutta sincerità, che si possa fare, visto che il testo si trova sull'Interrete virtuale). Debbo però chiarire che - secondo il mio modestissimo punto di vista - leggere il testo dice poco. Bisogna sentirla, questa canzone; sentirla dalla viva voce della Marini, con quella foga, con quella passione, con quella gradevolissima erre moscia: il ritmo della musica è rapido e incalzante e la voce umana, questa voce raffinatamente popolare, deve (suo malgrado) rincorrerlo affannosamente per non restare indietro. È un ritmo, questo, che imita (e lo fa alla perfezione) l'incedere, il procedere "stantuffante" del treno. Un treno che rallenta improvvisamente, che pare fermarsi che poi si ferma davvero, ma che alla fine, altrettanto improvvisamente, è pronto a riprendere la corsa tra le reazioni più disparate de' passeggeri che vi si trovano a bordo.
La narrazione - ha scritto L. Settimelli sul quotidiano post-comunista L'Unità - è «musicalmente serrata, con flash improvvisi (la donna grassa che fa le corna, il bambino che fa il saluto romano) su una struttura nuova che però ha le fondamenta nella tradizione.»
Io di musica ci capisco poco e niente, però, nonostante l'età e i mille acciacchi e nonostante non abbia granché voce, ogni tanto mi diletto a canticchiare. Ebbene, ci credereste? Questa canzone, per quant'io mi sforzi, non riesco a cantarla in modo decente. Mi ricordo le parole (ed è cosa già di per sé non facilissima), ma non riesco a riprodurne il motivo come vorrei. Pazienza, dico io, adagiandomi a quella consolante e rassicurante musa (alludo, per chi non l'avesse compreso, alla… rassegnazione) che ha rappresentato - senza dubbio - il motivo conduttore di tutta la mia lunga esistenza; pazienza - ripeto! - se non la posso cantare: a questo mondo non si può avere tutto. Mi limiterò ad ascoltarla dalla voce della Marini e a chiuder gli occhi, figurandomi la scena.
Ci sono delle immagini poeticissime e delicatissime in questo capolavoro di componimento: gli operai stipati sui treni che nonostante l'allarme bomba (come s'usa dire) s'ostinano testardi a voler proseguire la loro marcia; la già citata "donna grassa" che, da terra, all'arrivo del treno "fa le corna" e poi il gruppo dei bambini che… "ci guardano passare e fanno il saluto romano". Per non parlare dei "funzionari, responsabili, sindacalisti / [che,] sdrajati sulle reti de' bagagli / per scrutare meglio la massicciata / [,] si sono tutti addormentati" e delle famiglie intere a tre generazioni venute tutte insieme da Torino.
I treni procedono a passo d'uomo; cala la notte sulla strada ferrata, mentre pastori e contadini "sorvegliano" la scena: un incanto. La "Calabria" ci passa di sotto…
Poi la mattina si giunge stremati a Reggio. La stazione "nera di gente". Il silenzio, la paura, l'avanzarsi titubante degli operaj scesi da' treni, la manifestazione che non riesce a partire. Da ultimo, finalmente, il "via". Il "via" dato dagli stessi operai di Reggio che si pongono, improvvisamente, alla testa del corteo. Un corteo, come testimonia la canzone, tutt'altro che tranquillo, ma che anzi procede tra "sassi e provocazioni".
"E alla sera Reggio era trasformata / pareva una giornata di mercato / quanti abbracci e quanta commozione / il Nord è arrivato nel Meridione. / E alla sera Reggio era trasformata / pareva una giornata di mercato / quanti abbracci e quanta commozione / gli operai hanno dato una dimostrazione…".
Io mi emoziono e alle volte mi commuovo, nell'ascoltare questa canzone, come la gran parte di quelle contenute nella raccolta. Soprattutto perché vengo avvicinato e addirittura immerso in una realtà a me poco familiare ed anzi estranea. Una realtà ed un mondo che sovente (anzi, sempre) si sono mostrati ostili verso di me, verso i c.d. "padroni" e ciò che rappresentano; una realtà ed un mondo con il quale ho sempre intessuto rapporti per così dire ambivalenti ed altalenanti, ma che ho sempre tentato - cercando di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte - d'ascoltare, di capire, di …"avvicinare".
Niente da dire. Un bel disco davvero.
Come ha scritto Ivan Della Mea, altro cantante "di protesta", «hanno dimostrato, Giovanna Marini e Francesco De Gregori, che è possibile riproporre, anzi, proporre di bel nuovo i canti della nostra tradizione senza fare il verso al popolo, senza rincorrere la mode etnicistiche più o meno pizzicate e tarantolate che imperversano; l'hanno fatto riscoprendo una funzione per queste canzoni che, già nate come canti in funzione di monda e di filanda o di protesta sociale o di racconto o di o di o di, diventano “canti in funzione di testimonianza, di memoria, di storia orale” buone per il presente siccome lo furono nel passato. Hanno dimostrato, Giovanna Marini e Francesco De Gregori, che è possibile questo fare cultura senza pallosità, senza cercare o inventarsi gli avalli della grande cultura, delle accademie. Hanno dimostrato che è possibile far convivere il rispetto della filologia facendo nel contempo la filologia del rispetto culturale, sociale e politico e dunque umano: il che, alle corte, significa amore per questi canti e per la cultura che rappresentano.»
Consiglio a coloro che ancora non l'hanno fatto di acquistare questo Fischio del vapore al più presto. Non costa molto. Io, che soldi non ne ho, l'ho acquistato co' danari di mio figlio. I possessori della tessera Feltrinelli, possono comprarlo, con un buono sconto, ne' negozî della Ricordi.
Chi mi conosce sa bene che, in quasi tre anni di interventi sui forum dell'Interrete, mi sono sempre scagliato (ferocemente) contro le c.d. spese voluttuarie, contro le frivolezze e contro tutto quanto possa - in un modo o nell'altro - distogliere dall'agricoltura e dalla campagna. E ricorderà anche, questo ipotetico mio conoscitore, che mi sono altresì scagliato contro tutto ciò che "è di successo" o "va di moda". Ebbene, viene per tutti il momento di… fare un'eccezione. Ed io l'ho fatta acquistando questo disco.
Invito pertanto - mi si passi l'invadenza - tutti quelli che hanno avuto la pazienza di seguirmi fino a qui a correre, quanto prima, in direzione d'un rivenditore di dischi…
Questo è il mio consiglio. Il consiglio d'una vecchia creatura forumistica apprezzata e detestata in egual misura. È solo un consiglio, ripeto.
Poi ognuno faccia come crede.
Viva la Marini (non la Valeria: la Giovanna!)! Viva il De Gregorio! Viva l'Italia!
Cordiali saluti,
Goyassel La Zucca.
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Andavano col treno giù nel Meridione
per fare una grande manifestazione
il ventidue d'ottobre del 'Settantadue
in curva il treno che pareva un balcone
quei balconi con la coperta per la processione
il treno era coperto di bandiere rosse
slogans, cartelli e scritte a mano
da Roma Ostiense mille e duecento operai
vecchi e giovani e donne
con i bastoni e le bandiere arrotolati
portati tutti a mazzo sulle spalle
il treno parte e pare un incrociatore
tutti cantano Bandiera rossa
dopo venti minuti che siamo in cammino
si ferma e non vuole più partire
si parla di una bomba sulla ferrovia
il treno torna alla stazione
tutti corrono coi megafoni in mano
richiamano "Andiamo via Cassino
compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato
chi vuole si rimetta in cammino"
dopo un'ora quel treno che pareva un balcone
ha ripreso la sua processione
anche a Cassino la linea è saltata
siamo tutti attaccati al finestrino
Roma Ostiense Cisterna Roma Termini Cassino
e adesso siamo a Roma Tiburtino
il treno di Bologna è saltato a Piverno
è una notte una notte d'inferno
i feriti sono tutti ripartiti
caricati sopra un altro treno
funzionari responsabili sindacalisti
sdraiati sulle reti dei bagagli
per scrutare meglio la massicciata
si sono tutti addormentati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
l'importante adesso è di essere partiti
ma i giovani hanno gli occhi spalancati
vanno in giro tutti eccitati
mentre i vecchi sono stremati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
famiglie intere a tre generazioni
son venute tutte insieme da Torino
vanno dai parenti fanno una dimostrazione
dal treno non è sceso nessuno
la vecchia e la figlia alle rifiniture
il marito alla verniciatura
la figlia della figlia alle tappezzerie
stanno in viaggio ormai da più di venti ore
aspettano seduti sereni e contenti
sopra le bombe non gliene importa niente
aspettano che è tutta una vita
che stanno ad aspettare
per un certificato mattinate intere
anni e anni per due soldi di pensione
erano venti treni più forti del tritolo
guardare quelle facce bastava solo
con la notte le stelle e con la luna
i binari sono luccicanti
mai guardati con tanta attenzione
e camminato sulle traversine
mai individuata una regione
dai sassi della massicciata
dalle chine di erba sulla vallata
dai buchi che fanno entrare il mare
piano piano a passo d'uomo
pareva che il treno si facesse portare
tirato per le briglie come un cavallo
tirato dal suo padrone
a Napoli la galleria illuminata
bassa e sfasciata con la fermata
il treno che pare un balcone
qualcuno vuol salire attenzione
non fate salire nessuno
può essere una provocazione
si sporgono coi megafoni in mano
e un piede sullo scalino
e gridano gridano quello che hanno in mente
sono comizi la gente sente
ora passa la notte e con la luce
la ferrovia è tutta popolata
contadini e pastori che l'hanno sorvegliata
col gregge sparpagliato
la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa
dal tetto di una casa una signora grassa
fa le corna e alza la mano
e un gruppo di bambini
ci guardano passare
e fanno il saluto romano
Ormai siamo a Reggio e la stazione
è tutta nera di gente
domani chiuso tutto in segno di lutto
ha detto Ciccio Franco "a sbarre"
e alla mattina c'era la paura
e il corteo non riusciva a partire
ma gli operai di Reggio sono andati in testa
e il corteo si è mosso improvvisamente
è partito a punta come un grosso serpente
con la testa corazzata
i cartelli schierati lateralmente
l'avevano tutto fasciato
volavano sassi e provocazioni
ma nessuno s'è neppure voltato
gli operai dell'Emilia-Romagna
guardavano con occhi stupiti
i metalmeccanici di Torino e Milano
puntavano in avanti tenendosi per mano
le voci rompevano il silenzio
e nelle pause si sentiva il mare
e il silenzio di quelli fermi
che stavano a guardare
e ogni tanto dalle vie laterali
si vedevano i sassi volare
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
"il Nord è arrivato nel Meridione"
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
gli operai hanno dato una dimostrazione.




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