http://kelebek.splinder.com/1153230502#8718119
Il Volto di Qana (II)
Quello che è successo in questi giorni, fa seguito a due avvenimenti importanti.
Il primo, più noto, è l'attacco israeliano a Gaza, su cui ritorneremo.
Il secondo, di cui probabilmente non avrete sentito parlare, è la scoperta, mezzo mese fa, in Libano, di una cellula di sicari guidati da un ex-poliziotto.
I killer erano stati assoldati da Israele, e avevano compiuto una serie di omicidi, tra cui quello del palestinese Mahmud al-Majzub, ucciso assieme a suo fratello con un'autobomba a Sidone il 26 maggio scorso, e dei dirigenti di Hezbollah, Ali Saleh e Ali Hassan Dib, e di Jihad Jibril, il figlio del fondatore del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Il 26 maggio, per chi non lo avesse notato, è meno di due mesi fa.
Cioè, meno di due mesi fa, una squadra di assassini prezzolati ha piazzato una bomba in una macchina, che poi è stata fatta esplodere tramite un comando impartito da un aereo che è passato sopra, ovviamente violando lo spazio aereo libanese.
Siamo in guerra, e non mi scandalizzo particolarmente. Mahmud al-Majzub era un combattente, che aveva fatto la scelta di resistere all'oppressione e di non chinare la testa. E di questi tempi, chi non china la testa sa di essere condannato a morte.
Quello che invece è scandaloso è il fatto che tutti i media occidentali, in questi giorni, ci raccontino di un attacco da parte del Hezbollah, gratuito e non provocato, contro Israele.
Come al solito, il problema non è Israele, che fa più o meno quello che farebbe qualunque stato se si potesse permettere sempre e ovunque ciò che vuole. Anche il Paraguay bombarderebbe Buenos Aires e compirebbe rapimenti in Bolivia se potesse.
Il problema è chi permette a Israele di fare sempre e ovunque ciò che vuole; e chi fa le fiaccolate a sostegno delle sue aggressioni.
Proprio in questi giorni, il governo libanese avrebbe dovuto presentare una protesta per quello che ha definito un "atto di aggressione" davanti all'ONU.
L'ambasciatore statunitense, Jeffrey Feltman, ha immediatamente minacciato un "impatto negativo" sui rapporti tra Stati Uniti e Libano in caso venisse presentata la denuncia. Poi uno si chiede perché qualcuno fa a meno dell'ONU, prende le armi e si difende da solo.
Prigionieri
Sia la Palestina che il Libano convivono con l'immenso dramma del carcere. Dal 1967 a oggi, è stato calcolato che 650.000 nativi palestinesi sono passati per le carceri israeliane: questo su una popolazione attuale, nei territori occupati, di circa 3,5 milioni di persone. Facendo le dovute proporzioni, è come se 11 milioni di italiani fossero stati, in qualche momento della loro vita, in prigione.
Questo vuol dire che non esiste una sola famiglia palestinese che non abbia conosciuto il carcere.
Non esiste palestinese che non abbia visto picchiare il proprio padre.
Non esiste palestinese che non abbia visto degli stranieri devastargli casa.
Non esiste palestinese che non sia cresciuto negli urli di uomini con gli stivali che gli ordinavano di umiliarsi.
Non esiste palestinese che non si ricordi di aver avuto il terrore del yahûd, che non si vergogni di essersela fatta sotto dalla paura.
A me interessa poco sapere se la vita nei campi di detenzione nel deserto del Negev sia peggiore di quella, poniamo, in un carcere pakistano. Questo è un tipico dilemma da umanitari, che lascio a quelle persone che non cercano mai le cause delle cose, ma vorrebbero solo alleviare i sintomi. E lascia aperte infinite, stupide disquisizioni, sul tipo, "in Israele ti picchiano e basta, mentre in Liberia ti tagliano il piede". Cosa che ci dovrebbe far immedesimare in chi si limita a picchiare.
Quello che è importante è cogliere i punti fondamentali del sistema carcerario israeliano, che lo distinguono, ad esempio, da quello italiano.
Prima di tutto, vengono punite proprio le scelte etiche: quasi tutti i palestinesi che sono andati in carcere, ci sono andati, non per aver spacciato droga, ma per aver tenuto la testa alta, quando gli si diceva, devi strisciare per terra.
Secondo, il sistema di "detenzione amministrativa" implica che non si sa perché ci si trova in carcere, non si possiedono diritti e non si sa quando, né se, si uscirà.
Terzo, l'incarcerazione è su basi esclusivamente ed esplicitamente razziali, come razziale è la divisione delle strade per ebrei e non ebrei, o razziale la libertà o l'impossibilità di muoversi. Se sei nato a Varese, ma sei della razza giusta, puoi girare con il Kalashnikov a Hebron. Se sei nato a Hebron, e ti trovi a Hebron, ma non sei della razza giusta, devi accettare che il primo veronese che passa ti vieti di andare a scuola, ti tiri i sassi o ti impedisca di portare tua moglie a partorire in ospedale.
Quarto, lo scopo del sistema carcerario israeliano non è di rieducare, ma di estrarre informazioni. Non è importante la severità delle torture inflitte: il punto non è il sadismo, che esiste ovunque. E' che tutti devono essere spinti al punto di tradire i propri amici. Per ottenere un risultato di questo tipo, in una società tutta basata sui rapporti di solidarietà, di famiglia, di intensa amicizia, si deve smontare sistematicamente e distruggere ogni individuo che finisce dentro la rete.
In particolare, questo avviene dentro una società araba. Contrariamente ai pacifisti, che tendono a smussare le differenze culturali, io ritengo che una cultura arabo-islamica esista, anche se ovviamente non nella versione caricaturale degli islamofobi. E questa cultura arabo-islamica dà un valore eccezionale alla dignità della persona, che non deve mai essere umiliata. Chi conosce il nostro meridione, ha un'idea, anche se parziale, di questo senso di rispetto e di cortesia.
Mentre l'intero sistema del dominio consiste nel ricordare ai dominati che non devono osare fiatare, e che il dominante può entrare nelle loro case in qualunque momento, può tagliare i loro ulivi come gli gira, può ordinare loro di sdraiarsi per ore sull'asfalto, finché gli gira, può mettere le mani addosso ai bambini e alle donne.
Ecco perché la liberazione dei prigionieri è una questione molto più grave di quello che potrebbe mai essere da noi. Forse perché agli arabi, privati di tutto il resto, è rimasta una briciola di dignità in più rispetto a noi.
Oggi ci sono circa 10.000 o 12.000 prigionieri palestinesi: le cifre variano, probabilmente secondo i momenti e le definizioni, comunque è come se ci fossero in Italia 170.000 persone in carcere solo per le loro idee o le loro azioni politiche.
Per questo, un gruppo armato palestinese ha recentemente preso prigioniero un soldato israeliano, chiedendo in cambio il rilascio delle sole donne e minorenni nelle carceri e nei campi israeliani.
In passato, Israele ha più volte accettato scambi di prigionieri, a differenza di altri paesi.
La cosa non è sorprendente: Moro fu sacrificato per la sacralità delle istituzioni, ma Israele è ciò che in sociologia si chiama una Herrenvolk Democracy, cioè uno stato che non ha un particolare culto delle istituzioni astratte, ma si tiene insieme per l'enorme valore attribuito a ogni singolo membro di una certa etnia, che gode di diritti certamente notevoli. Tra cui il diritto di contare sulla protezione dello stato in ogni momento. Inoltre, esistono possibilità illimitate di procurarsi nuovi prigionieri arabi.
Negli ultimi trent'anni, Israele ha rilasciato circa 7.000 prigionieri, in cambio di 19 israeliani vivi, e dei corpi di altri otto.
Nel 2004, Israele rilasciò ben 429 prigionieri in cambio di un unico imprenditore israeliano e dei corpi di tre soldati morti: è interessante notare che tra i prigionieri rilasciati, ce n'erano alcuni che Israele aveva catturato proprio allo scopo di scambiarli.
C'è qualcosa di grandiosamente imperiale e rassicurante in questo scambio, dove persino il corpo morto di un uomo bianco vale decine e decine di indigeni. La tecnologia fa di questi miracoli: la proporzione di israeliani e di libanesi morti in questi giorni è, al momento, di 1 a 41.




Rispondi Citando

