Afghanistan, «ribelli» anche alla Camera
Oggi in Aula il rifinanziamento della missione a Kabul. Cannavò e altri tre deputati Prc contrari. Al Senato decisivi gli 8 dissidenti
ROMA — L'ultimo appello lo ha lanciato la vicecapogruppo dell'Ulivo Marina Sereni, che ha invitato i ribelli a non tradurre il dissenso in un voto contrario al disegno di legge del governo. Ma i pacifisti non arretrano e oggi pomeriggio, in diretta tv, grideranno il loro no al rifinanziamento della missione in Afghanistan. Non sono molti rispetto ai 348 deputati del centrosinistra, non sono decisivi come gli otto senatori che da settimane fanno tremare la maggioranza, ma il segnale politico che si preparano a inviare è forte: sulla politica estera l'Unione è divisa, Rifondazione è lacerata e il 24 luglio il provvedimento che turba i sonni di Romano Prodi arriverà al Senato.
RIFONDAZIONE DIVISA - «Votare sì? Ma come faccio, mi vergogno...» confessa l'onorevole no global Francesco Caruso, così combattuto tra istanze arcobaleno e richiami di Bertinotti da aver delegato la sua scelta ai centri sociali: «Deciderà il movimento». Più netto il no di Salvatore Cannavò, primo firmatario di due emendamenti in cui si chiede di autorizzare la missione Isaf solo in funzione della sua fine e di sopprimere la missione a guida Usa Enduring Freedom. «Io la guerra non la voto» è il leitmotiv di Cannavò, che ha convinto alla causa i colleghi Burgio e Pegolo. Alberto Burgio ha apprezzato D'Alema su Israele, eppure non si smuove: «Tra Israele e Afghanistan non c'è nesso». Quindi dirà sì alla mozione dell'Unione (che Cannavò invece non voterà) e no al disegno di legge sull'Afghanistan, «Paese devastato da una guerra di aggressione».
SANZIONI AI DISSIDENTI - Il segretario del Prc Franco Giordano ha promesso sanzioni disciplinari, e Burgio replica duro: «Fondamentalismo, grave tono di intolleranza. Siamo tutti sotto minaccia». C'è una deputata, Mercedes Frias, che porta scritto negli occhi il suo travaglio: «È una vera sofferenza. Il no lascerebbe spazio a geometrie variabili, ma il sì sarebbe un tradimento di me stessa». Che fare, dunque? «Alla fine, forse, voterò sì. Ma ai miei figli, come lo spiego?». Franco Russo (come Paolo Cacciari) ha trovato una sua personale via d'uscita, il non voto. Ha apprezzato «la giusta presa di distanza di D'Alema da Israele», ma il suo dissenso non è scalfito: «Non vedo atti di discontinuità nel sistema della guerra». Gianluigi Pegolo voterà no, insofferente alle pressioni di Bertinotti e Giordano: «Semmai un provvedimento disciplinare dovrebbe essere applicato al gruppo dirigente del Prc, che prima di andare al governo ha sempre votato contro». Eppure il capogruppo Gennaro Migliore spera ancora di recuperare «una posizione unitaria».
MAGGIORANZA GARANTITA - La tenuta della maggioranza, che ha più di trenta voti di scarto, non è in discussione. Il Pdci, dopo tanto gridare, voterà compatto. «È una missione di guerra, ma non metteremo in difficoltà il governo» è la linea di Diliberto e anche i maldipancia di Verdi e sinistra Ds guariranno al momento del voto. Questa mattina i capigruppo dell'Unione decideranno il voto contrario alle due mozioni della Cdl, che ricambierà la cortesia bocciando la mozione che ha unito la maggioranza: portare nelle sedi internazionali una riflessione sull'Afghanistan, valutare la possibilità di concludere Enduring Freedom e istituire un comitato parlamentare di monitoraggio sulle missioni. Via libera sofferto, ma scontato. Lo scoglio è il Senato, dove lunedì i dissidenti torneranno a riunirsi. Hanno apprezzato il j'accuse di D'Alema su Israele, ma il dissenso è intatto. «La nostra posizione critica — gela le speranze del governo Fosco Giannini — non cambia».


Rispondi Citando


