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    Il Nord non ha solo bisogno di schei

    Dobbiamo ripartire dal pensare che un rafforzamento delle identità non può essere fondato solo su un diffuso benessere o sulla voglia di fare impresa. I tanto amati “schei” da soli non ci faranno mai ritrovare la nostra identità: un popolo non può vendere la propria anima per denaro

    aro direttore, ho letto con grande interesse e un po’ di tristezza il suo articolo di fondo “Po in piena” comparso sul numero del Federalismo del 3 luglio scorso. Per chi come me è nato a poca distanza dal Grande Fiume, ciò che Lei ha scritto sui nostri territori ricalca perfettamente la verità, anche se dobbiamo dire che è una realtà in progressivo dissolvimento e questo, va ricordato, dipende anche e soprattutto dalle scelte che amministrati ed amministratori hanno fatto. È vero, sulle rive del grande fiume sono sorte civiltà antiche, spesso precedenti all’arrivo dei romani così come dimostrano i reperti archeologici che, ogni tanto, tornano alla luce e, in tutto il loro splendore, ci ricordano quali sono e dove sono le radici profonde, direi dimenticate, che dovrebbero nutrire la nostra anima ed il nostro senso di appartenenza.
    Nel suo articolo traspare un richiamo profondo anche ai nostri territori caratterizzati dallo scorrere continuo delle acque, dalle bettoline, da isole di sabbia e pioppeti oltre ai temuti mulinelli ma anche dalle terre coltivate e dalla fatica di chi, tenacemente, con la vanga cercava di affrancarsi dallo spettro della fame. Ebbene, i tempi sono cambiati e con essi la nostra percezione di comunità e, me lo consenta, anche di popolo. Ad una diffusa solidarietà che definirei di comunità si è sostituita una ampia partecipazione ad eventi solidali tanto globali quanto anonimi ed è comparsa una competizione esasperata a tutti i livelli che, inutile negarlo, ha di fatto allontanato gli individui fra di loro portando ad una atomizzazione perniciosa della società.
    In questo contesto il richiamo ultimo alla realtà anche del Lombardo - Veneto potrebbe, per certi versi, essere deviante in quanto la realtà territoriale e sociale con cui confrontarci ai giorni nostri è qualcosa di incredibilmente lontano da ciò che è stato l’ambito all’interno del quale si sono sviluppate le nostre comunità. Un movimento identitario non può dimenticare queste cose e, forse, dovrebbe decidere che la via più importante da seguire, oggi, è quella del rafforzamento del nervo culturale spesso dimenticato.
    Cultura e identità sono due aspetti inscindibili della vitalità di un popolo ma, non dimentichiamo, l’identità si nutre e si rafforza con l’identificazione anche territoriale: non è pensabile che un popolo mantenga nel tempo un orgoglio identitario se l’ambiente nel quale vive si degrada, se diventa disarmonico e tutto uguale privo di elementi caratteristici. Così anche la cultura non può essere schematizzata e pianificata, non può essere ridotta ad un insieme di nozioni ma deve rappresentare un modo di essere e un modo di esistere condivisi.
    Come ebbe a dire un professore di Sociologia di Venezia, Ulderico Bernardi, «Una cultura ha senso se vi è una comunità che la esprime»: noi, mi chiedo, siamo ancora Comunità? Eppure dobbiamo ripartire da questo, dal pensare che un rafforzamento delle identità non può essere fondato solo su un diffuso benessere o solamente sulla voglia di fare impresa, non solo sulle infrastrutture, sulle strade, sulle vie di trasporto o sul federalismo fiscale, sulle lottizzazioni selvagge o sulla distruzione territoriale ma, tutto questo, deve essere integrato in una visione più ampia ed articolata tendente a ricostruire il tessuto organico delle nostre comunità all’interno del quale possa rifiorire lo spirito vitale che, ultimamente, pare abbandonare soprattutto le generazioni più giovani. Certamente la via può sembrare utopica e non percorribile ma, credo, sia l’unica che ci permetterà di contrastare la desertificazione intellettuale che sta avanzando alimentata da scelte ed ideologie globalizzanti. Per questo, però, occorre investire in idee ed in cultura, in modo costante e preciso anche a costo di scelte magari difficili ma proiettate agli sviluppi futuri, guardando certamente l’aspetto economico, i tanto amati “schei”, ma pensando che quelli da soli non ci faranno mai ritrovare la nostra identità: un popolo può vendere la propria anima per denaro ma, con lo stesso denaro, non può più ricomprarla. La sfida è difficile, forse impossibile in questo scorcio di storia ma, nella nostra proverbiale tenacia e caparbietà forse si nascondono le energie da recuperare per lo scontro che ci aspetta, l’importante è fermarsi a riflettere e capire quali sono i traguardi da raggiungere e lottare per essi. Viceversa l’unica identità che rimarrà solida ed inattaccabile, come si vede attualmente, sarà quella della nazionale di calcio.
    Cordiali Saluti.

    di Franco Verzola

  2. #2
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    Predefinito

    ottima esposizione;
    credo comunque che la riscoperta delle radici culturali e identitarie, non possa avvenire in questa fase storica dove il primato assoluto dei valori, è occupato dal denaro e dall'anacronistico "sviluppo" che serve a generare altro denaro...........

    poco male se il circolo vizioso fose una partita di giro simile al gioco di monopoli; purtroppo qui si stanno fisicamente modificando in modo irreversibile, i caratteri stessi del territorio inteso come luogo ancestrale dell'anima...........

    il massacro che esso subisce quotidianamente dovuto al carico di infrastruttture di ogni genere, non terminerà se non con la fine della disponibilità dell'ultimo metro quadrato di verde..........

    P.S.

    il programma di ogni governo nazionale, regionale, provinciale, comunale, comincia,(o finisce) con le magiche parole:

    .................bisogna attivarsi per far ripartire lo sviluppo..............

 

 

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