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  1. #11
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    glüglülåndiå
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    ...e da bellerio risposte a spiedino...
    Bèrghem, vè a tròam, sò ché...

  2. #12
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    solo altri 100 babbi di minchia...

  3. #13
    Meda sabios paris
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    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem
    Tutto e tutti sono stati già da anni svenduti da Bossi e dai luogotenenti messi da lui (Calderoli in primis).

    Faccio mio un pensiero scritto su questo forum qualche mese fa da altri utenti (credo Pinocchio e Iuntha se non sbaglio):

    "La lega è diventata il tappo che tiene bloccate le proteste del Nord ed il sistema la terrà in piedi finchè ci sarà qualcosa da fermare. La lega non uscirà dalla cdl ed è un illuso chi ci spera. An, forza itaglia, udeur e altri sono partiti italiani, nemici dichiarati di ogni forma di autonomia per le nostre terre. La lega nord è un ostacolo ben maggiore perchè più subdolo e in grado di traghettare il malcontento del popolo padano su strade romane. Grazie alla lega, negli ultimi 20 anni, ogni sussulto autonomista è stato mortificato, represso e incanalato nelle logiche politiche romane. Fregiandosi del nome di "partito per la padania" lavora per acquisire il consenso di chi in buona fede vuole l'autonomia per poi svenderlo al miglior offerente romano in cambio di soldi e potere".
    Mi ricordano un altro partito queste parole...... Basta sostituire Cdl, AN, FI con Centrosinistra, DS (o Sinistra Federalista Sarda), Margherita.... E Padania con Sardegna!

  4. #14
    Meda sabios paris
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    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem
    Tutto e tutti sono stati già da anni svenduti da Bossi e dai luogotenenti messi da lui (Calderoli in primis).

    Faccio mio un pensiero scritto su questo forum qualche mese fa da altri utenti (credo Pinocchio e Iuntha se non sbaglio):

    "La lega è diventata il tappo che tiene bloccate le proteste del Nord ed il sistema la terrà in piedi finchè ci sarà qualcosa da fermare. La lega non uscirà dalla cdl ed è un illuso chi ci spera. An, forza itaglia, udeur e altri sono partiti italiani, nemici dichiarati di ogni forma di autonomia per le nostre terre. La lega nord è un ostacolo ben maggiore perchè più subdolo e in grado di traghettare il malcontento del popolo padano su strade romane. Grazie alla lega, negli ultimi 20 anni, ogni sussulto autonomista è stato mortificato, represso e incanalato nelle logiche politiche romane. Fregiandosi del nome di "partito per la padania" lavora per acquisire il consenso di chi in buona fede vuole l'autonomia per poi svenderlo al miglior offerente romano in cambio di soldi e potere".
    Ed ecco l'unica risposta possibile all'Autonomismo servile sardista e al suo clone in Padania......


    Franciscu Sedda

    Per un nuovo benessere.

    Discorso alla Prima Conferenza Mediterranea delle Nazioni Senza Stato.

    C’è una storiella che si racconta associandola ai sardi e che può servire ad entrare in modo drastico in quell’ingarbugliato discorso che riguarda contemporaneamente la libertà, la coscienza e il benessere. Fa più o meno così. “Un giorno Dio (ma potrebbe essere anche il genio della lampada o qualsiasi altra entità dotata di poteri magici e favolosi, non ha molta importanza) chiama un sardo e gli dice: – Esprimi un desiderio e io lo realizzerò, e di ciò che sceglierai ne darò il doppio al tuo vicino di casa. Il sardo rimane perplesso ma dopo qualche istante si illumina e dice: – Cavami un occhio!”.



    È una storia banale e terribile al tempo stesso, e la sua essenza è così generale che probabilmente molti popoli oppressi e subalterni, in forme diverse, l’hanno raccontata o ancora la raccontano a se stessi.

    La cosa più terribile, tuttavia, è che molti sardi in fondo ci si riconoscono. Dietro il sorriso dolce-amaro che la storiella suscita, emerge e risuona nella testa di molti l’altro stereotipo famoso e duro a morire: quel “pocos, locos y male unidos” scaraventatoci addosso da qualche re spagnolo ormai dimenticato dalla coscienza popolare ma le cui parole vengono sadicamente e automaticamente ripetute.



    Che i sardi si riconoscano e stancamente ripetano questi motivi non deve suonare assurdo. In fondo è un buon modo per autocommiserarsi e per sollevarsi da ogni responsabilità (per fare le due cose insieme o separatamente): invocare la disunità come il nostro male intimo, come un dato di fondo dei sardi, è come trasformare una malattia transitoria in uno stato di costante normalità. È un modo per avere la scusa di dire a se stessi che in fondo poco resta da fare e che a nulla vale provare a cambiare le cose. “Così siamo fatti”…meglio rassegnarsi e imparare a convivere con questa normalità: certo rimane la possibilità di lamentarsi di tanto in tanto, di inveire contro la sorte o il destino, ma in fondo, una volta che ci si abitua, questo stato potrebbe non essere nemmeno così spiacevole.

    Le classi dirigenti sarde, più o meno sapientemente, hanno sguazzato in questo cinismo: hanno nascosto dietro l’appello all’“atavica disunità” dei sardi la loro volontà di tenere divisi i sardi, di non dargli motivi veri e profondi per unirsi. Hanno usato e causato la disunità per difendere il loro piccolo orto, il loro piccolo spazio di privilegio assistito, per soddisfare la loro brama di gestione delle briciole di potere e prestigio garantite dalla generale logica di sottomissione e asservimento allo Stato italiano. Del resto molti di loro nemmeno credevano o credono che esista un’idea guida, un’idea-forza, un senso, capace di unire i sardi lungo un cammino comune: anche se molti di loro intuiscono (e temono) quale potrebbe essere…



    Ma se si trattasse solo di cinismo d’élite o di collettivo sadomasochismo la nostra storiella potrebbe presto sparire dalla memoria dei sardi. Il problema è che la disunità che porta i sardi ad essere deboli politicamente ed economicamente, incapaci di lavorare insieme per il proprio benessere individuale e collettivo, ha delle strane radici, recenti e tuttavia potenti. Il sentimento di rassegnazione più pesante infatti non è stato inculcato dall’esterno ma principalmente da dei sardi stessi: ancor meglio, è stato inculcato dai cosiddetti “Padri della Sardegna”, i fondatori dell’Autonomia, “i più sardi fra i sardi”, che hanno lasciato come eredità ai figli una serie di splendidi doni: la coscienza di essere una Nazione fallita (bella coscienza si dirà!), la coscienza che uno dei nostri mali è l’ostinazione a volersi sentire nazione, la coscienza di essere un’isola troppo piccola per vivere sovrana e indipendente in mezzo al Mediterraneo, la coscienza della necessità di un dominatore esterno per poter compensare la nostra mancanza di intelligenza e capacità di iniziativa, e infine, la coscienza della necessità dell’aiuto dello Stato italiano per poter sopravvivere economi-camente, per poter entrare in Europa, per poter stare nel mondo. Ecco il presupposto da cui nasce l’Autonomia sarda e su cui si basa la mitologia dominante in Sardegna.



    Ad un esterno (ma anche a molti sardi che preferiscono mettere la testa sotto la sabbia) la cosa suona al limite dell’incomprensibile, a partire dal fatto che questa generale visione anti-indipendentista si raccoglie sotto un generico discorso che si può definire “sardista” e che oggi è patrimonio base di tutte le forze unioniste, siano esse di destra, di centro o di sinistra.



    Può sembrare una storia stramba ed invece è tragica. Basta fare un piccolo gioco con l’immaginazione. Pensate ad esempio ai padri della Nazione catalana, Lluís Companys e Francesc Macià: pensateli nel momento più duro e decisivo, davanti ad una folla che attende da loro una parola, un gesto, un segno che li indirizzi, che dia l’esempio e la guida. Immaginateli venir fuori dal loro balcone a Barcellona e invece di proclamare la Repubblica catalana – e per questo giocarsi le loro esistenze – dire: “Smettiamola con questa ostinazione, ammettiamolo! Siamo una nazione fallita!”. Immaginate il trauma, la lacerazione, la scissione intima e collettiva. Immaginate l’involuzione, il ripiegamento, i complessi, l’immobilizzazione. E una volta finito il travaglio, lungo anni, immaginate quel popolo camuffato, felice di aver dimenticato ma intimamente rassegnato e rancoroso: invidioso del proprio vicino ma servile con il padrone, svogliato per il proprio destino ma pronto a morire per qualcun altro, insoddisfatto con se stesso ma incapace di spiegarselo, orgoglioso e integrato.

    Ecco, in Sardegna, in quegli stessi momenti – e cronologicamente siamo quasi in contemporanea con i fatti d’Irlanda e della Catalogna – nel momento in cui la storia era aperta, in cui si poteva lasciare un segno, coloro che la storia o il caso hanno messo sul piedistallo, coloro che hanno goduto della fiducia di masse sfiduciate nello Stato e nell’Italia, hanno scelto di parlare contro l’indipendenza e contro la Nazione sarda. Hanno parlato dell’immoralità e dell’impossibilità di quelle idee, lasciando nella massa dei sardi il sentimento di una lacerante umiliazione, come quella che cova dentro chi deve ammettere di aver sbagliato pur sapendo di aver fatto la cosa giusta. Era difficile fare altrimenti? Era impossibile fare altre scelte? Bisognerebbe chiederlo a Lluís Companys che per la libertà della Catalogna, in quegli anni, veniva fucilato dall’esercito spagnolo di Franco.



    Castrare le proprie possibilità, rinunciare a qualcosa di buono una volta che lo si è assaggiato, a un progetto esaltante quando è già avviato, e doversi convincere che in fondo è giusto così. Rassegnarsi a cedere la libertà di determinare le proprie azioni, dare a qualcun altro il potere di scegliere per noi, di dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato. Dire agli altri – ma in fondo in fondo dirlo soprattutto a se stessi –: “Senza il vostro aiuto noi non possiamo farcela, voi ci dovete aiutare”, significa dirgli che ha il potere di vita. Significa che ha anche il potere di morte.

    Significa che noi non siamo più nelle nostre mani. Che noi ci siamo rassegnati a credere che non sono le nostre mani che possono fare.

    Sembrerà così strano e insensato dire a questo punto che il problema della libertà politica, della sovranità, e quello dell’agire economico, del benessere, sono un unico e solo problema e che hanno un’unica soluzione?



    Se siamo arrivati a ridere, tutto sommato abbastanza sereni, della nostra cinica disunità è perché ci siamo attorcigliati su noi stessi, e ci stiamo strozzando. Incapaci di fare i conti con noi stessi e la nostra storia ci ritroviamo con sempre meno ossigeno: incapaci di fare una scelta radicale non riusciamo a sciogliere un nodo che ormai va tagliato.

    Del resto se non fossimo così annebbiati ci accorgeremmo in quale guaio ci ha gettato chiedere aiuto economico allo Stato, affidargli ogni nostra speranza di rinascita, anche semplicemente economica.



    Siamo nel pieno di un circolo vizioso. Lo Stato infatti da un lato prende soldi che non rende (dovrebbe rendere per contratto i 7/10 delle tasse pagate in Sardegna ma è talmente indebitato che da dieci anni si trattiene tutto) e che basterebbero alla gestione economica della Sardegna: è una verità che solo fino a qualche mese fa veniva considerata una bestemmia indipendentista e oggi è diventata una sacrosanta verità benedetta, dati ufficiali alla mano, dallo stesso potere autonomista. Una verità che però molti sardi mentalmente intrappolati ancora non sanno o stentano a credere (così come non sanno che la Sardegna ha già oggi dei parametri economici superiori a diverse nazioni indipendenti dell’Europa e del Mediterraneo). Ora, c’è da scommetterci, anche davanti a questa nuova consapevolezza molti risponderanno chiudendo il cerchio e dicendo che dall’altro lato lo Stato rende i soldi e tiene in piedi l’economia sarda attraverso i servizi e i posti di lavoro che crea. E la perversità sta nel fatto che questa seconda verità è vera.

    Lo Stato prende soldi che non rende dalla Sardegna e con i soldi non resi direttamente ai sardi l’Italia foraggia un’economia assistita e assistenzialista, fatta di clientele, piccoli privilegi, ricatti materiali e psicologici. Con i soldi dei sardi lo Stato garantisce la sua rete di potere e di sottomissione, garantisce l’anestetizzazione del corpo sociale che si crede al contempo incapace, aiutato e mantenuto.

    I sardi intrappolati nelle pastoie autonomiste si sentono così perfino in dovere di ringraziare lo Stato per aver reso loro i loro stessi soldi sotto forma di un’economia per la gran parte stagnante e svilente, fatta di sussidi, di cassa-integrazione, di precariato e molte altre offerte di “sviluppo” e “benessere” che poi vedremo. I soldi dei sardi vengono utilizzati per uccidere l’economia sarda, vale a dire qualsiasi spinta propulsiva che nasca dalle potenzialità del territorio, dalle intelligenze pronte a cogliere le innovazioni in giro per il globo e adattarle al nostro contesto o capaci di tradurre la tradizione in forme moderne, economicamente redditizie e socialmente trainanti. È come stordirsi con il proprio vino, ma pagandolo. E in più ringraziando il barista per non si sa bene quale servizio o benevolenza.



    I soldi sardi riversati in Sardegna servono per soffocare le iniziative più libere, per calmierare le situazioni più tese, per blandire la disperazione o l’ingordigia con future promesse, per dividere il corpo sociale fra chi ha avuto il suo turno di misero privilegio (i suoi stessi soldi!) stando dalla parte giusta e chi invece ne è stato escluso avendo scelto la parte italiana momentaneamente perdente.



    Tuttavia qualche mente acuta fa notare che da quando la Sardegna è sotto l’Italia le cose sono molto migliorate: un tempo vivevamo in case di pietra e lavoravamo nei campi o dietro le greggi, mentre oggi siamo pienamente entrati nel mondo civile fatto di comfort e tecnologia. Non si accorgono i fini analisti che la “civilizzazione” è arrivata in molte parti del mondo, anche dove lo Stato italiano non ha messo mano. Ovviamente non si accorgono che non basta semplicemente avere più tecnologia per stare meglio, e nemmeno si fermano un attimo a pensare a spese di quante vite, e su quali terreni concimati a guerre e miseria, sia cresciuta la ricchezza della parte del globo in cui anche noi ci troviamo.



    Del resto i difensori dello status quo, quelli che credono che il presente – per il solo fatto che c’è – è cosa buona, giusta ed eterna, non cambierebbero idea nemmeno davanti all’evidenza più palese: se non credo non vedo.

    Per fortuna molte donne e uomini sardi, sempre di più e sempre più spesso, iniziano a riflettere liberamente su ciò che gli avviene attorno. Il che apre spazi di presa di coscienza che un giorno potranno diventare luoghi di impegno per la liberazione della Sardegna e per l’abbattimento delle ingiustizie che alcuni uomini sono capaci di perpetrare su altri uomini.



    Il primo dato macrosociale che non dovrebbe sfuggire a nessuno – come ci ricorda spesso Frantziscu Sanna, uno dei fondatori di iRS ed esperto dei processi socio-economici globali – è che all’inizio di questo millennio tecnologico, pieno di progresso e civilizzazione la Sardegna, per la prima volta in secoli, ha visto la sua popolazione diminuire.

    È un segno reale, causa dell’emigrazione sempre più forte e costante, ma è anche una metafora della morte compiacente e silenziosa a cui si rischia di andare incontro lasciando che giovani e anziani, donne e uomini, con le loro intelligenze e competenze vadano via.



    È anche la metafora di un’altra aberrante morte ammantata di necessità economica e di Stato, di un vile baratto di se stessi e della propria dignità, dietro il paravento di una ricchezza che o è finta o è malata e insanguinata: la già sconfinata e crescente militarizzazione del territorio, la “servitù militare” – una dicitura che è splendido riassunto di una condizione inaccettabile –, le incessanti sperimentazioni di armi e guerre. La terra ferita e irrimediabilmente compromessa, i corpi impercettibilmente ma inguaribilmente divorati.



    È una spoliazione intima che riguarda l’espropriazione della nostra salute così come quella del nostro territorio. È uno scavarci sotto e dentro per svuotarci e poi riempirci a piacimento: come le montagne di rifiuti infilate nel terreno o la incessante militarizzazione della società e delle coscienze. Presi al laccio dalla disperata ricerca di un lavoro o dalla mancanza di fiducia in noi stessi, siamo laboratorio di nuove forme di sottile schiavismo e di utilizzo di intere generazioni come moderna carne da macello. Incoscienza, rassegnazione, cinismo, disperazione. Visto da un lato pare che si viva a stento, quel tanto che basta per morire; ma dall’altro lato, va detto con chirezza, non tutti ci rassegniamo: molte donne e uomini di Sardegna sono ben vivi e lottano. Noi lottiamo per esistere.



    Non assistiamo compiacenti alla spogliazione di materie prime che crea benessere altrove e che qui genera pochi ruspisti o fa la fortuna delle industrie dello Stato italiano e delle multinazionali che con compiacenza vengono fatte accomodare in Sardegna. Certo la battaglia è dura e complessa. Sabbie silicee, pietre, saline, stagni, persino il vento e l’acqua. La logica della sottomissione e del profitto selvaggio spoglia i sardi delle loro risorse migliori, della possibilità di lavorare loro le proprie ricchezze (o eventualmente di lasciarle intatte). Leva la possibilità di decidere, in generale: ad esempio di scegliere di definire certe risorse come “beni comuni”, di tutti, non sottoponibili alle leggi del mercato o del profitto privato ma patrimonio della collettività che li amministra e gestisce per il benessere comune.



    La spoliazione delle risorse, i soldi clientelari, il lavoro senza coscienza e senza prospettiva distruggono qualsiasi brandello di reale apparato produttivo per la Sardegna e trasforma i sardi in docili consumatori. È forse un caso che una terra che si reputa “povera” sia in cima alle classifiche per la produzione pro-capite di rifiuti? Qualcosa non torna: o la propria autopercezione o il ruolo che stiamo giocando e che ci spetta nella società globale.



    È evidente che una volta perso contatto con noi stessi, una volta modellata la nostra coscienza sul sentimento di un fallimento storico, di una catastrofe umana e culturale che ci ha impedito finora di affermare la nostra diversità nazionale, viviamo in uno stato di allucinazione, in cui lo spreco di energie, parole e intelligenze si fa grottesco. In cui si inventano soluzioni assurde e mastodontiche per problemi piccoli e le grandi questioni vengono evitate o reputate piccole noie passeggere. Ci si indigna per i panini senza il nome sardo ma non si riesce a concepire che la Sardegna sia una Nazione a tutto tondo. Ci si mette il velluto per sardizzarsi e sul velluto si fanno camminare gli interessi del peggior affarismo italiano.



    Si distrugge il tessuto produttivo e qualsiasi mercato interno – il primo passo per un’economia sana – e poi, presi dalla solita moda provinciale, si dice che bisogna andare a “conquistare il mercato cinese”, perché così i politici sardi hanno sentito dai loro superiori italiani. Senza senso del pudore e della misura, senza buon senso e senza senno. E senza distinzione di parte politica: il discorso circola sulla bocca di amministratori locali e provinciali di destra come di sinistra.



    A distruggere il tessuto produttivo e il mercato interno, non bastasse l’insipienza degli amministratori, ci pensa il sistema del credito, ormai controllato da mani esterne (non che prima fosse una panacea) che invece di aiutare e incentivare progetti seri riesce solo a sfornare persone “protestate”: il numero in Sardegna è talmente alto (e per somme individuali talmente basse) da configurare i contorni di una gigantesca trappola fatta per immobilizzare il corpo sociale.



    Date queste condizioni di fondo inutile appellarsi alla nuova monocultura, quella del “turismo”. Come si può acchiappare qualcosa che cade senza una rete? Come si possono sfruttare le opportunità che questo può aprire se non si produce più nulla, se non si hanno i soldi per investire, se nel mentre si è emigrati, in guerra o alle prese con qualche strana malattia (e fortuna che di nostro, per corredo genetico, siamo abbastanza longevi e resistenti)?



    Ma la cosa più assurda e che chiude il cerchio del rapporto fra benessere e coscienza è che in un mondo in cui ciascuno offre qualità immateriali, offre cultura, offre sapienza, offre la diversità di un luogo pieno di una vita e di un modo di vivere unico e distinto da qualunque altro, noi non solo non conosciamo e non raccontiamo la nostra storia ma non siamo nemmeno proprietari del nostro patrimonio culturale. Migliaia di nuraghi, tombe dei giganti, domus de janas, pozzi sacri, dolmen, menhir, chiese e castelli medievali, qualsiasi oggetto che ritroviamo – foss’anche una minuscola freccia di ossidiana – tutto ciò che è custodito (o nascosto) nei musei, è nostro – perché così storicamente è! – e al contempo non lo è: è proprietà dello Stato che è libero di farne (o di non farne) ciò che vuole. Un’assurdità che sembra quasi una presa in giro, un affronto, una sfida fatta per vedere fino a che punto siamo capaci di sopportare, fino a che punto accettiamo di venir castrati.

    Non c’è dubbio: la ribellione del popolo sardo, la sua volontà di esistere e di vivere libero, non potrà che passare dalla riappropriazione della sua cultura: la sua storia, la sua lingua, il suo patrimonio materiale e di sapere. I segni di questa lotta determinata e nonviolenta già si scorgono e molti sardi sono pronti a conquistare una cultura per il loro futuro. Perché ricordiamolo, la cultura, come la libertà, non è qualcosa di dato, ma va conquistata giorno per giorno.



    Il messaggio che noi portiamo a questa Conferenza Mediterranea, il messaggio che arriva dall’indipendentismo sardo, da quello praticato da iRS – indipendèntzia-Repùbrica de Sardigna, è che il nuovo benessere che si va a creare, e che noi indipendentisti dobbiamo saper creare per noi stessi e per il mondo, è fatto di una produzione di ricchezza, di beni, che non sacrifica l’essere. Il ben-essere è una qualità globale della vita, che passa attraverso le maglie della società, dei corpi, della coscienza, della capacità degli individui di saper convivere in modo solidale e collaborativo con se stessi e con gli altri, vicini o lontani.



    Il ben-essere che iRS ha in mente è qualcosa che ha a che fare con la stessa umanità dell’uomo, con la sua capacità di creare un’economia dolce al servizio di una felicità possibile, per tutti.

    “Un’economia dolce, una felicità semplice”, così ripete appassionato, ogni volta, Gavino Sale.



    La questione è che un popolo che nasconde se stesso e le sue migliori potenzialità non può minimamente ambire a questo stato: certo può accumulare soldi, ricchezze, beni (cosa che peraltro raramente capita a chi è asservito) ma difficilmente può vivere in pace con se stesso e con gli altri popoli. Men che meno questo popolo può pensare di irrompere con i suoi colori per rendere più vivida e intensa la luce che emana dalle culture della terra; non può porre come suo sogno e progetto la possibilità di dare al mondo qualcosa di suo, un modo di vivere diverso, profondo, appassionato, saggio. E invece noi vogliamo fare proprio questo. Vogliamo sfidare il mondo, vogliamo sfidare noi stessi e l’indipendentismo in generale a pensare in grande, a parlare con voce propria, a produrre qualcosa che non si è ancora visto. Dovrà essere un’esaltazione dell’uomo e dell’umanità, una piegatura nuova dello spazio e del tempo, l’esplosione di idee e pratiche ancora impensate. Bisogna camminare su strade non battute e scegliere con coraggio quelle più difficili se si vuole produrre qualcosa di nuovo.



    Le nazioni più piccole oggi si vedono addossata una grossa responsabilità: da più parti vengono indicate come le uniche che possono conciliare democraticità, solidarietà, accoglienza dell’altro, capacità di scelte elastiche, rapide e vincenti in ambito economico. Ma questa responsabilità non potrà essere raccolta se dal di dentro non maturerà un generale processo di autodeterminazione, un processo che abbattendo ingiustizie e barriere porterà all’indipendenza nazionale, alla possibilità di fare le proprie scelte. E poter scegliere di sperimentare un nuovo modo di vivere e arricchire il mondo.



    “Un giorno degli uomini chiamano un sardo (una donna o un uomo) e gli dicono: – Esprimi un desiderio e cercheremo di realizzarlo, e di ciò che sceglierai cercheremo di darne il doppio al tuo vicino di casa. Il sardo rimane perplesso ma dopo qualche istante si illumina e, unendosi a loro nel cammino, dice: – Voglio l’indipendenza della mia terra”.

  5. #15
    figlio di Zeus e Danae...
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    Red face

    Citazione Originariamente Scritto da incastigo
    so che ci sono membri del forum che stanno in bellerio,, a loro dico:: informatevi e fatemi sapere che non tutti sono coinvolti,,, altrimenti avranno ragione quelli che la pensano come berghem
    perchè leggono il forum da bellerio, al posto di lavorare ?
    haiahaiahaahiii.......

  6. #16
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    Citazione Originariamente Scritto da bastet
    perchè leggono il forum da bellerio, al posto di lavorare ?
    haiahaiahaahiii.......
    "bellerio" e "lavorare" nella stessa frase rappresentano un simpatico caso di locuzione ossimorica

  7. #17
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    Caro kornus, é bellissimo quello che hai postato...

 

 
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