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Discussione: Dossier.

  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Post Dossier.

    Ho ritenuto utile, dopo aver chiesto l’autorizzazione all’autore, Giampiero “Zampa” Marras, inserire nel forum il “Dossier” Come si “costruisce” un complotto, pubblicato nella rivista Sardinna, ANNO III – N° 1 – Maju 2004 fondato da Gianfranco Pinna.
    Le vicende riportate, potrebbero forse riaprire ricordi e vecchie ferite nei protagonisti delle vicende di quel periodo, ma la ricostruzione storica, per quanto possa essere ulteriormente approfondita con articoli di cronaca dell’epoca, appare alquanto attendibile.
    Per coloro i quali non fossero a conoscenza di quei precedenti storici, aiuta sicuramente ad evitare mistificazioni “di parte”, ma ciascuno è libero di interpretare come crede.
    La lunghezza del documento rende opportuno suddividerlo in più post.


    IL MOVIMENTO INDIPENDENTISTA E IL RUOLO DEI “SERVIZI SEGRETI”



  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    l. - Tra il 1967 e il 1978, con la lotta contro il Parco Nazionale del Gennargentu, progettato dalla General Piani, con le rivolte dell'Anglona, della Baronia e del Logudoro, e con la battaglia del l'Amministrazione comunale sardista di Lula - guidata dal Sindaco Giuseppe Deiana - contro l'insediamento nel proprio territorio di uno Stabilimento petrolchimico della SIR di Nino Rovelli, voluto da tutte le forze politiche, nessuna esclusa, ed inoltre con la lotta delle popolazioni d'Orgosolo contro l'installazione di un poligono militare a Pratobello, si sviluppò nel nord e nel centro Sardegna un movimento di forte opposizione al centralismo e allo statalismo. In tali anni i Servizi segreti deviati si inserirono in forma massiva nella dialettica politica isolana. In tutti i casi sopra richiamati arrivarono a frotte da ogni dove tantissimi giovani, dai "Servizi" definiti in modo sprezzante «saccopelisti rivoluzionari», per unirsi alle popolazioni in rivolta (e animate da forti sentimenti antistatalisti) contro la petrolizzazione del proprio territorio e contro la militarizzazione delle campagne. 1 Servizi segreti deviati presero quindi a tramare contro quei giovani che volevano essere protagonisti di quelle vicende, essenzialmente anticolonialiste, nazionalitarie, indipendentiste ed antimperialiste, per fare in modo che l'Autonomia regionale sarda non si trasformasse in una vera e propria «Autonomia statuale».

    Accanto al Partito Sardo d'Azione nasceva pertanto un movimento variegatissimo che, rifacendosi alle ragioni dell'Autonomia statuale e alle radici portava avanti con "Città-Campagna" il nazionalismo, con "Su Pópulu Sardu" l'anticolonialismo e con i Circoli culturali, quali soprattutto «S'Iscola Sarda», l'etnicismo, l'anticolonialismo, l'indipendentismo e l'etno-nazionalismo, e si forgiava nelle lotte popolari della Barbagia, della Baronia, dell'Anglona e del Logudoro. Tale movimento affrettò, senza avene coscienza, con l'ausilio dell'ala indipendentista sassarese del Partito Sardo d'Azione, inizialmente guidata da Antonio Simon Mossa, la fine della fase regionalistica del sardismo, e preparò la rinascita del partito dei "Quattro Mori" come partito nazionale.

    E’in questo periodo che per arrestare la rinascita del sardismo ebbe inizio una "strategia della tensione", tutta giocata nell'Isola, che sfociò in vere e proprie operazioni di intimidazione, sulle quali è opportuno riflettere se si vorranno capire i meccanismi e i fatti del secondo dopoguerra. Di tale strategia si ebbero le prime avvisaglie nel presunto tentativo, operato da Giangiacomo Feltrinelli, per coinvolgere il latitante sardo Graziano Mesina in una "struttura clandestina" che si opponesse al centralismo statale. In tal modo i Servizi segreti deviati, e per essi il potere coloniale italiano, si prefiggevano di dimostrare che era in atto una saldatura tra "banditismo" e «Movimenti indipendentisti» che puntavano a separare la Sardegna dall'Italia.

    Nel 1971 quegli stessi Servizi segreti avevano mostrato un'inquietante e ingiustifi-cata attenzione alla "risoluzione" approvata all'unanimità il 19 febbraio di quello stesso anno dal Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Cagliari - presieduto dall'esimio prof. Giovanni Lilliu, e composto da docenti di varia estrazione politica, sia sardi che "continentali" - per il riconoscimento della Sardegna quale «Minoranza etnico-linguistica» nell'ambito dello Stato italiano, e in favore dell'introduzione della Lingua Sarda nelle scuole dell'isola, accanto a quella italiana, considerata - ovviamente - alla stregua di una lingua straniera. Non è improbabile, pertanto, che essi abbiano indagato su tale importante delibera perché i suoi contenuti erano pressoché del tutto analoghi a quelli che da tempo andava propagando Antonio Simon Mossa, incurante del fatto che la polizia politica e i "Servizi" in questione lo seguissero dappertutto e controllassero continuamente i suoi movimenti e quelli dei suoi più stretti collaboratori.

    Nel 1974, con il cosiddetto "caso Pilia", i Servizi segreti deviati fomirono invece alla Magistratura le "prove" della pericolosità dell'eversione anarco-maoista-separatista. Luigi Pilia era stato arrestato a Cagliari il 29 giugno del '74 perché accusato di voler compiere attentati dinamitardi contro alcuni edifici pubblici. Vennero inoltre arrestati il 28 agosto di quello stesso anno, dalle parti di Sant'Anna nei pressi di Oristano, altri quattro giovani con i quali si volevano stabilire delle connessioni con il "caso Pilia". I giornali dell'epoca, in base alle "soffiate" ricevute dai Servizi segreti, scrissero che Saba, uno degli arrestati, aveva contatti continui con Feltrinelli; che Golosio, un altro finito in manette, era uno dei "promotori del Movimento separatista" e che secondo le indagini "si era occupato di lui con una certa assiduità".

    I Servizi segreti deviati, poche ore dopo l'arresto di Golosio, fornirono ai giornali altre notizie, quali quella che «Si è appreso che Golosio apparterrebbe a una organizzazione extraparlamentare di sinistra che nel 1967, nel periodo in cui Feltrinelli si trovava ad Orgosolo, sarebbe stato uno dei promotori del Convegno, in un cinema di Nuoro, durante il quale fu prospettata l'eventualità della costituzione di un Esercito separatista sardo». In tal modo i Servizi segreti deviati puntavano a far rientrare Feltrinelli, i moti di Orgosolo, dell'Anglona e del Logudoro, e il "separatismo" in un unico calderone esplosivo, comprensivo anche del nazionalismo, dell'indipendentismo, dell'anticolonialismo e perfino della battaglia per la lingua». Tali insinuazioni vennero avallate nel 1975 anche da un politico di rango come Ignazio Pirastru il quale sostenne che "se i servizi di sicurezza si preoccupano dell'unità nazionale, è naturale che seguano i separatisti. Li seguano, ma seriamente, senza fare provocazioni".

    Lo stesso procuratore generate Giuseppe Villasanta il 17 settembre del 1975 in una dichiarazione ufficiale fece proprie quelle insinuazioni, là dove affermò: "Questo gruppo ha ramificazioni nel banditismo e ha le spalle coperte da persone di un certo livello". Tutto Quotidiano (giornale nato da una scissione redazionale alla "Nuova Sardegna", ndc), in un articolo denunciò che: «Un intreccio assai poco chiaro, con un equivoco giro di confidenti, informatori e provocatori», era costato mesi e mesi di galera a persone coinvolte, loro malgrado, in un presunto disegno eversivo, tendente a saldare il banditismo sardo con il separatismo, cosicché il "caso Pilia" si ridusse ad una bolla di sapone, quale effettivamente era.

    Ma benché la trama ordita dai Servizi segreti deviati si fosse sfilacciata, i suoi imbastitori affermarono l'idea che in Sardegna esiste un problema "separatismo" che ha rilevanza penale, come se il professarsi indipendentisti fosse un reato. Se si pensa che per essi, tra l'altro, erano separatisti non solo coloro che chiedevano l'allontanamento dall'isola delle basi militari, e quanti sì battevano per la Zona franca, ma soprattutto coloro che promossero nel 1978 la «Proposta di legge d'iniziativa popolare per l'introduzione del bilinguismo», in quanto essi - nel difendere la lingua e la cultura sarda - si battevano allo stesso tempo «per l'unità e l'identità del Popolo Sardo, per l'integrità dell'ambiente e del territorio, contro i piani di espansione incontrollati della petrolchimica, per la difesa dei posti di lavoro, per la riapertura e la valorizzazione delle miniere e delle risorse locali, nonché contro la penetrazione selvaggia dei monopoli e i devastanti sconvolgimenti culturali conseguenti».

    Un articolo apparso su L’Unità del dicembre '75, insinuò che «Comunque non è da escludere che, dentro gruppuscoli di molte parole e di pochi fatti, si muovano dei personaggi col compito specifico non si sa da chi sollecitati! - di spingere i giovani sprovveduti e in buona fede, su posizioni di estremismo infantile». Tra coloro che giustificavano a priori l'inevitabilità della persecuzione dei "separatisti", i Servizi segreti deviati e gli altri partiti italiani si creò quindi un'inedita alleanza, nella speranza di risolvere finalmente la "questione sardista". Un anno dopo i Servizi segreti alzarono il tiro e cercarono di coinvolgere nelle loro provocazioni il Partito Sardo d'Azione, e non più i soli "estremisti", con una caccia alle streghe senza precedenti nella storia della Sardegna autonomista, ma non per questo autonoma.

    Il 26 febbraio del 1975 venne ritrovato a "Sa Carrada" nelle campagne di Ovodda, in una grotta, un grosso quantitativo di esplosivo e di munizioni, che sarebbero dovuti servire ai rivoluzionari sardi che intendevano lottare per la costruzione di uno Stato sardo sovrano, libero e indipendente. Un altro ritrovamento venne fatto a "Sa Fraigada", in territorio di Sassari nel 1977. I sardisti sapevano per certo che ambedue gli episodi tendevano a trasformare la "Questione sarda" da una questione politica e istituzionale in qualcosa di diverso. Il 18 ottobre del 1975, un giornale sardo, nel presentare il ritrovamento - al termine di una perquisizione avvenuta a Milano, nell'abitazione di una ragazza - di una tessera di un inedito "Fronte di liberazione popolare sardo" così titolò l'articolo: «Nel Nuorese il nucleo separatista?».

    Sul finire del mese di novembre di quello stesso anno alcune fonti della polizia cagliaritana informarono La Nuova Sardegna e Tutto Quotidiano di un'oscura manovra dei Servizi segreti deviati, che stavano prendendo di mira il Psd'Az., il movimento "Città-Campagna" di Antonello Satta ed Eliseo Spiga, "Su Pópulu Sardu" di Mario Carboni, Gianfranco Pintore, Angelo Caria e Bore Ventroni, alcuni Circoli culturali, tra i quali «S'Iscola Sarda» di Giampiero Marras ed altri, ed alcuni lavoratori della Petrolchimica di Ottana e Porto Torres. Provocazione, questa, che fu sventata prima che producesse gli effetti previsti, nonostante la complicità di alcuni settori del mondo politico isolano e l'omertà di altri, sui cui retroscena non sappiamo molto di più se non di quella che si è conclusa con il processo per il cosiddetto "complotto separatista".

  3. #3
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    in cussu nùmuru etotu ddu' est un'artìculu cosa mia puru: s'intervista in sardu a frantziscu màsala.

  4. #4
    Sardista po s'Indipendentzia
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    2. - Di certo a molti osservatori sardi, almeno a quelli più attenti e perspicaci, non è sfuggito l'impegno che i Servizi segreti deviati posero nel novembre del 1975 nel tessere una delle trame più subdole e pericolose contro il movimento sardista, anticolonialista e nazionalitario isolano. Trame che miravano a screditare del tutto il Partito Sardo d'Azione, facendolo apparire "al soldo dello straniero", e insinuando tra la gente il sospetto che esso si autofinanziasse con i sequestri di persona. Ma perché - vi chiederete prendersela con un partito che all'epoca sembrava agonizzante? Il perché è presto detto. 1 Servizi segreti deviati avevano fiutato nell'aria l'inizio di un tumultuoso e travolgente processo di crescita del movimento sardista: processo che era stato attivato dalla diffusione e dalla sedimentazione delle idee di Antonio Simon Mossa, il massimo ideologo del sardismo indipendentista, rivoluzionario e libertario, noto per essere stato il vero "Padre del risveglio linguistico e dei riscatto nazionalitario dei sardi".

    L'attenzione dei Servizi segreti deviati era stata infatti monopolizzata dal fatto che, nel quinquennio precedente (1970-'75), si erano sviluppati nell'isola un intenso e serrato dibattito - innescato dalla Fondazione etnoculturale «S'Iscola Sarda» sulla lingua dei sardi, che, nell'ottobre del '74, aveva elaborato per conto della Federazione Distrettuale sassarese del Partito Sardo d'Azione (allora retta da chi scrive, che la presentò alla stampa nel gennaio del 1975), la prima «Proposta di legge d'iniziativa popolare per la "sardizzazione " degli impieghi e per l'introduzione della Lingua Nazionale Sarda nelle scuole della Sardegna di ogni ordine e grado, e nei pubblici Uffici», e una ancor più ampia discussione sulla "zona franca" e sulle «servitù militari». Dibattito, quello più sopra richiamato, che era stato osteggiato duramente e con tutti i mezzi dalle "succursali sarde" di tutti i partiti politici italiani, e primo fra tutti dall'ex PCI, che, per bocca di un intellettuale stalinista, fiancheggiatore e collaborazionista dei colonizzatori, quale Girolamo Soggiu, oltremodo Il carico di complessi d'inferiorità verso la lingua e la cultura importata" si scagliò con grande "foga e livore contro tutto ciò che odorava di sardità e identità", dando così mostra - senza il benché minimo ritegno - di tutto il suo “odio viscerale verso la Lingua Sarda”.

    Attraverso la lettura dei giornali dell'epoca, intendo ora ricostruire quella torbida vicenda che ha aperto inquietanti scenari sugli sviluppi dell'autonomia e della politica sarda, in conseguenza dell'incredibile "trama antisardista" ordita dai Servizi segreti deviati italiani. Il 30 novembre del'75, in un articolo apparso in prima pagina sul quotidiano La Nuova Sardegna, dal titolo: «II Sid indagherebbe sui sequestri Riccio e Travaglino» (l'avvocato Pietro Riccio, di Sedilo, nota figura di penalista, già deputato della Dc operava ad Oristano e fu sequestrato e ucciso, ndc), si affermava: «I responsabili dei Servizi segreti in Sardegna starebbero in particolare ricercando la possibilità di esistenza di legami tra gli organizzatori di sequestri e non meglio identificati movimenti separatisti... specialmente in relazione alle recenti notizie in ordine ad una possibile intesa politica tra il Partito Sardo d'Azione, "Su Pópulu Sardu" e il movimento 'Uttà-Campagna"».

    L'articolo cosi proseguiva: «L'antiterrorismo sosterrebbe che l'impegno delle forze dell'ordine ha finora impedito il coagularsi di forze del separatismo», e che «un allentamento della pressione delle forze di polizia avrebbe negli ultimi tempi fatto rinascere forze cospirative separatistiche che si alimenterebbero anche con i sequestri di persona». Inoltre il giornale rendeva noto che in «un recente incontro tra esponenti dell'antiterrorismo e del Sid» si era stabilito «di concentrare le indagini all'interno delle aziende Eni-Momedison di Ottana e Mamoiada». Nel medesimo servizio si sosteneva pure che «il Segretario del partito sardista, onorevole Michele Columbu ed alcuni esponenti di Su Pópulu Sardu e di Città-Campagna sarebbero stati in un recente passato sottoposti a controllo», perché fra questi movimenti «sarebbero in corso contatti per un'unificazione che dovrebbe dare luogo ad un Partito Nazionale Sardo dei Lavoratori (PNSL)». Ed infine, sempre nell'ambito delle suddette indagini, «pare che si sia rivolta l'attenzione ad un deputato democristiano che vive a Roma, il quale avrebbe fatto pervenire ai movimenti separatisti (magari, solo promesso!) danari provenienti dalla Libia».

    In un secondo articolo, apparso tre giorni dopo il primo, la procura di Cagliari dichiarava che: A pura fantasia quanto scritto dal quotidiano “La Nuova Sardegna” in ordine alle indagini del Sid e dell'antiterrorismo». La smentita risultava però del tutto singolare perché in contrasto con quanto aveva affermato l'anno prima il procuratore generale della Repubblica, Giuseppe Villasanta, il quale aveva sostenuto che il gruppo “separatista” implicato nel caso Pilia «ha ramificazioni nel banditismo». Ma andiamo con ordine. Nel servizio in questione si sosteneva che: 1°) «Un tecnico dell'Eni-Montedison P.V è il maggiore finanziatore del Psd'Az. con soldi che provengono dai sequestri di persona. Anche il Sid sarebbe arrivato alle stesse conclusioni». 2°) «Oltre al tecnico di Ottana farebbero parte della banda di autofinanziatori lo zio di un imputato del caso Pilia e un anziano antifascista nuorese, oltre a una non meglio precisata "componente di latifondisti"». 3°) «Un ex deputato democristiano, M.P. (le iniziali sono certamente dell'On. Mariano Pintus, ndc), ha messo in contatto l'ambasciata libica a Roma con esponenti del Psd'Az. per una sorta di contratto commerciale: il Partito Sardo d'Azione consente alla Libia di investire in Sardegna e il governo libico assicura al Partito un congruo finanziamento». 4°) «In un rapporto inviato al ministero degli Interni italiano si chiede un rafforzamento della polizia in Sardegna, per debellare il “fenomeno del separatismo”, che sta ricominciando, che è sul punto di sfociare in qualcosa, dopo essere stato eliminato nel Nuorese negli anni '67-68, proprio grazie alla massiccia presenza delle forze dell'ordine».

    Da quanto su esposto si evince quanto pericolosa fosse, per la democrazia e la libertà, la trama ordita dai Servizi segreti deviati nei confronti di un Partito, quale quello Sardo d'Azione, e di movimenti politico- culturali che consideravano e considerano il "Separatismo" come un vecchio armamentario che non ha niente a che fare con il nazionalismo e l'indipendentismo. Nei giorni successivi all'apparizione di tale servizio, “La Nuova Sardegna" ospitò le indignate proteste del Psd'Az. e degli altri movimenti "neo-sardisti". Tra le tante ne riportiamo una sola, quella di "Città-Campagna" in cui si sosteneva che «c'è da credere che di esplosivo ci sia soltanto una pericolosa miscela di stupidità, ignoranza e volontà di provocazione nei quadri dirigenti di certi organismi pubblici». Anche in tale occasione, L'Unità si schierò, come al solito, dalla parte dei Servizi segreti deviati sostenendo che «Nessuna persona ragionevole e politicamente avvertita può oggi costruire giudizi, e neppure riferire ipotesi, o passare notizie sulle attività dei servizi di sicurezza, senza capire che, così facendo, si rischia non di provocare uno scandalo, ma addirittura di dare corpo e sostanza ad un colossale incendio».

  5. #5
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    3. - Il giorno dopo la pubblicazione su L'Unità dell'articolo nel quale si prendeva posizione contro il Partito Sardo d'Azione e i movimenti "neosardisti", schierandosi decisamente dalla parte dei Servizi segreti deviati, e avallando in tal modo i sospetti infamanti di collusione con la Libia e con "i sequestratori di uomini" da essi adombrato, i segretari provinciali di Nuoro, della federazione sindacale unitaria Cgil-Cisl-Uil affermarono l'esatto contrario, là dove sostennero in una comunicato congiunto che: «La notizia apparsa sulla stampa sarda... relativa a indagini del Sid e dell'antiterrorismo all'interno della fabbrica di Ottana, trova in certa misura conferma nella frequente presenza, nella palazzina uffici della Chimica e Fibra dei Tirso, di misteriosi personaggi accompagnati da ufficiali dei carabinieri».

    A fronte di questa testimonianza appare veramente incomprensibile l'atteggiamento di certi settori del PCI, come pure la copertura che gli altri partiti italiani hanno fornito con il loro silenzio alla provocazione messa in atto dai Servizi segreti deviati italiani contro il Partito Sardo d'Azione e gli altri movimenti cosiddetti "neo-sardisti". Dulcis in fundo l'11 dicembre del 1975 Tuttoquotidiano pubblicava con grande risalto un documento "riservato in doppia busta", a firma del prefetto Calvani, recante la data dell' 11 novembre, che la Prefettura di Cagliari inviò al ministero degli Interni, alla Direzione centrale di Pubblica sicurezza e agli altri tre prefetti dell'isola, avente per oggetto :"Partito Sardo d'Azione". In tale documento si affermava tra l'altro che: «La maggiore fonte dei finanziatori del Psd'Az. sarebbe rappresentata dalle sovvenzioni sottoscritte dai vecchi sardisti, industriali e allevatori del centro della Sardegna».

    La stessa fonte (leggi Sid) segnala inoltre che: «Alcuni giorni orsono in un ufficio dell'ambasciata di Libia a Roma sarebbe avvenuto un incontro tra l'onorevole Michele Columbu, Giampiero Marras noto "Zampa" di Sassari e un funzionario della stessa Ambasciata incaricato dal presidente libico Gheddafi di recapitare un messaggio personale ai rappresentanti del sardismo». «II messaggio - così proseguiva il rapporto - conterrebbe la promessa di aiuto del governo libico ai separatisti sardi nella misura di due miliardi di lire, da incassare per il tramite di un ufficio di credito svizzero in cambio di impegni futuri subordinati al buon esito del programma separatista». A questa ulteriore provocazione Michele Columbu - l'allora segretario nazionale del Psd'Az. - rispose, anche a nome di chi scrive, con il suo abituale sarcasmo: «Non sono mai stato in nessuna ambasciata straniera, e nemmeno italiana, con nessun compagno del mio partito né con altri».

    Come se non bastasse, Girolamo Soggiu, presidente della Commissione Scuola e cultura del Partito comunista italiano - dopo aver sostenuto nel 1975 una serie di luoghi e uni e di posizioni non solo prive di fondamento scientifico, ma a dir poco del tutto rozze e isteriche contro la Lingua Sarda, da lui definita anacronistica, arcaica, provinciale, fossilizzata, incapace di evolversi e di veicolare le grandi correnti di pensiero che dominano la scena mondiale e i moderni concetti tecnico- scientifici - nei mesi antecedenti le elezioni politiche dei '76, si scagliò con un'inusitata violenza verbale contro il Psd'Az. che aveva appena concluso un'alleanza elettorale con il PCI, reo «di essere "separatista" e di mantenere rapporti inconfessati e inconfessabili con il leader libico Gheddafi, principale sostenitore dei movimenti terroristici mondiali, e quindi di essere oggettivamente connivente con le centrali della "strategia della tensione", tacciando non solo tutti i suoi militanti, ma soprattutto quanti al di fuori del Psd'Az. si muovevano nell'area indipendentista, nazionalitaria, etnofederalista ed anticolonialista, o che si battevano per il riconoscimento giuridico della Lingua Sarda, di essere «separatisti, antiautonomisti ed anticomunisti», e additandoli ai "Servizi segreti deviati italiani" perché li perseguissero, e alla Magistratura perché li inquisisse e li facesse rinchiudere nelle "patrie" galere».

    Alcuni lustri più tardi, i soliti ignoti, i misteriosi instancabili orditori di trame dei Servizi segreti deviati italiani, si rifaranno vivi con il cosiddetto "complotto separatista". Complotto che ebbe inizio con l'arresto dei bombarolo Felice Serpi di Serrenti, al quale fecero seguito il 15 dicembre del 1981 gli arresi i di Salvatore Meloni di Ittiri, ma residente a Terralba, dei fratelli Sandro e Damiano Matzuzzi di Iglesias e di Gonario Malune di Oliena, segretario della Sezione sardista di Nuràminis. Voglio ricordare che Salvatore Meloni era all'epoca membro del Comitato direttivo centrale del Partito Sardo d'Azione. Il 3 dicembre del 1982 con un "blitz" improvviso la polizia e i carabinieri arrestarono a Sassari il professor Bainzu Piliu docente di applicazioni chimiche all'università turritana e presidente del Fis (Fronte per l'indipendenza della Sandegna" - ndc), l'insegnante Oreste Pili di Capoterra, l'albergatore Luigi Paolo Biancu di Pula, lo studente universitario Leo Talloru di Nuraminis, Antonio Pittau di Serramanna, Sergio Aresti di Sanluri, Giorgio Sanna di Guspini, Adriano Putzolu di Serramanna, Giampaolo Pisano di Cagliari, Virgilio Malgari, Orazio Mura, ed Emilio Desogus. Sfuggirono invece all'arresto Efisio Lussu di Selargius e il cittadino libico Ageli Mobammed Tabet, addetto al Consolato libico a Palermo.

    In tale occasione i Servizi Segreti deviati italiani e i carabinieri svolsero "indagini parallele", come emerse dalle domande che il presidente della Corte d'Assise di Cagliari, Carlo Piana, aveva rivolto agli ufficiali dei carabinieri nel corso del processo contro i presunti separatisti. L'8 dicembre del 1982 Giampiero Marras, intervistato da L'Unione Sarda, rilasciò la seguente dichiarazione: «La cospirazione contro lo Stato e l'accusa di attentare all'integrità dello stesso non può avere senso, se non inquadrata in una ipotesi di criminalizzazione dell'intero movimento indipendentista, poiché emerge la sensazione che si intenda porre sotto processo la stessa idea indipendentista». Il 22 dicembre dello stesso anno chi scrive inviò a tutti gli indipendentisti detenuti nelle carceri isolane per il presunto "complotto separatista", in occasione delle feste natalizie, il seguente telegramma di augurio e massima solidarietà: «Per tua temporanea, iniqua sottrazione at pacifica et democratica battaglia ideale per indipendenza nazionale Sardegna, Consiglio nazionale "S'Iscola Sarda", solidale tua lotta, esprime fraterno augurio, pronta liberazione et Buon Natale!».

    Nel gennaio del 1983, 26 intellettuali sassaresi presero posizione a favore degli arrestati con un documento pubblicato da La Nuova Sardegna titolato: "Un processo immediato agli indipendentisti arrestati". Ecco una breve sintesi di quanto da loro affermato: «L'ondata di arresti che ha colpito gli indipendentisti sardi, pone alla sensibilità dell'opinione pubblica democratica dell'isola una serie di gravi problemi e implicazioni. Fra questi c'è, in primo luogo, il rischio che le iniziative politiche degli arrestati vengano configurate da settori della magistratura come reati e quindi che si faccia un processo alle opinioni... ». «E non c'è da meravigliarsi -come ebbe a scrivere su L'Unione Sarda del 26 marzo 1985, il giornalista Alberto Testa, nell'articolo: "Tutti nella cospirazione: da Sa Ferula at bilinguismo", che - nel "rapporto finale" del Nucleo operativo dei Carabinieri, firmato dal capitano Luciano Gavelli - l'onda lunga dei sospetti (con nomi e cognomi indicati alla procura della Repubblica), figurino noti esponenti sardisti: dall'attuale assessore al Turismo Italo Ortu, a Mario Carboni, membro dell'Esecutivo, a Gianfranco Pintore (il giornalista incriminato nell'«inchiesta bis»), ad Annarita Vepraio (del Comitato centrale), ad Eliseo Spiga (uno dei fondatori e principale animatore del neonato sindacato sardo, CSS), per finire con Giampiero Marras (noto Zampa), un indipendentista che era stato responsabile della federazione sassarese del Psd'Az.».

    Erano stati tutti collocati nel grande calderone dell'Organizzazione della quale «facevano parte esponenti di varie collocazioni politiche, tutti comunque gravitanti nell'area degli indipendentisti». I carabinieri, infatti, avevano individuato l'esistenza di un complotto separatista nei seguenti indizi: mostre, manifestazioni e convegni aventi come unico obiettivo la sensibilizzazione dei sardi verso i problemi delle servitù militari, del bilinguismo e dell'indipendentismo. Tali manifestazioni - proseguiva il rapporto - concretizzatesi, in particolare, con il Festival Sa Ferula, tenutosi a Cagliari nell'autunno del 1981, e nei dibattiti patrocinati da S'Iscola Sarda, considerata la rilevanza dell'impegno organizzativo, hanno avuto sicuramente finanziamenti di una certa consistenza».

    Naturalmente tra i finanziatori figurava la Libia di Gheddafi, i cui legami con gli indipendentisti sardi erano stati rilevati anche dalla rivista "OP" del giornalista Mino Pecorelli, che venne ucciso a Roma, in circostanze particolarmente incomprensibili. I carabinieri allegarono al rapporto la rivista in questione nella quale era riportata una ricostruzione storica del Progetto indipendentista sardo, da essi ritenuto eversivo, in cui si facevano rientrare anche gli irlandesi, i baschi dell'Eta e l'Olp di Yasser Arafat, che si diceva fossero collegati ad alcuni esponenti del Movimento anticolonialista "Su Pópulu Sardu" che successivamente erano confluiti nel Psd'Az. E arrivarono persino a sospettare l'esistenza di un legame fra le Bierre e gli indipendentisti. A condurre l'inchiesta sul fantomatico "complotto separatista" furono due magistrati cagliaritani: Mario Marchetti, giudice istruttore e Walter Basilone, sostituto procuratore.

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    4. - Del presunto complotto separatista facevano parte nel tempo due distinte “associazioni indipendentiste": la prima che operò nel 1978-79 e che portò all'arresto del bombarolo Felice Serpi, di Salvatore Meloni, dei fratelli Damiano e Sandro Matzuzzi, e la seconda nel 1980-81 che portò all'arresto il 3 dicembre dell'82 del professor Bainzu Piliu ed altri. Entrambe le l'associazioni" in argomento avevano per scopo «Ia cospirazione contro lo Stato» e miravano a concretizzare «il distacco della Sardegna mediante l'uso violento delta forza, per trasformare questa regione italianissima, facente parte integrante dell'Italia, in un autonomo Stato indipendente». Questo almeno è quanto sostennero durante il processo il sostituto procuratone della Repubblica Walter Basilone con l'avallo del giudice istruttore Mario Marchetti, i due magistrati che conducevano l'inchiesta giudiziaria nei confronti di 26 presunti separatisti, parecchi dei quali erano indipendentisti, militanti nelle file del Partito Sardo d'Azione, mentre altri erano dirigenti di alto livello sempre di quel partito.

    Il presunto "piano eversivo", secondo Marchetti, si sarebbe dovuto attuare in tre fasi successive: una prima di consolidamento dell'organizzazione, una seconda di reale strutturazione dell'apparato rivoluzionario, e una terza di concretizzazione delle finalità eversive attraverso il ricorso alla lotta armata da porsi in atto con l'ausilio di un apparato militare. Al momento esistevano piccoli gruppi operativi, sparsi in varie parti dell'Isola e non ancora totalmente identificati, dotati di relativa autonomia e collegati tra di loro a livello di vertice, sempre secondo il giudice Marchetti. Inoltre dei nuclei già identificati facevano parte alcuni elementi che erano stati reclutati tra i dissidenti del Psd'Az., diversi tra gli espulsi da quel partito e molti altri tra i delinquenti comuni: «talvolta semplicemente assoldati, per fornire il proprio occasionale apporto alle varie operazioni criminose». Gli elementi d'accusa secondo quanto risultava all'Agenzia Italia, erano avvalorati da una copiosa documentazione acquisita attraverso confessioni e chiamate di correità di alcuni imputati nonché da rilievi fotografici e da deposizioni testimoniali. Il tutto era poi suffragato dalla presenza di alcuni pentiti, per i quali si sarebbero dovute applicare le disposizioni più favorevoli previste dalla legge.

    Chiusa la fase istruttoria che aveva preso le mosse dalle indagini condotte dalla polizia e dai Servizi segreti deviati tra il 1978 e il 1981, che avevano portato all'arresto di circa una trentina di cosiddetti "separatisti", il processo ebbe inizio nel gennaio del 1985 e si concluse nel mese di maggio dello stesso anno, dopo quattro mesi e 48 ore di camera di consiglio. Cosi titolava "La Nuova Sardegna" del 19 maggio 85: «Sedici le condanne per il complotto, nove assolti, c'è anche il libico Tabet, secondo i giudici Meloni e Piliu sono i capi delta "congiura" separatista».

    Sedici furono le condanne inflitte agli imputati e, tra questi, quattro sono risultati "non punibili", mentre sette sono stati assolti. Tra i condannati vanno citati: Salvatore Meloni, imputato di cospirazione politica, corruzione, acquisto, detenzione ed uso di armi ed esplosivi, per il quale il pubblico ministero aveva chiesto 17 anni di carcere, che venne condannato a nove anni; Bainzu Piliu, imputato di cospirazione, uso e detenzione di armi ed esplosivi, e di corruzione, per il quale il pm aveva chiesto una condanna a 12 anni, che subì una condanna a quattro anni di reclusione, tutti espiati e che ritornò in libertà il 5 maggio del 1989; Oreste Pili, imputato di cospirazione e spionaggio militare per il quale il pm aveva richiesto una condanna a 9 anni, che fu condannato a tre anni e quattro mesi; Efisio Lussu, imputato di cospirazione, detenzione di armi da guerra e di corruzione, per il quale fu richiesta una condanna a sette anni, che venne condannato a tre anni e otto mesi; Felice Serpi (considerato la "gola profonda" del complotto), imputato di cospirazione politica alla Costituzione, uso e detenzione di armi ed esplosivi, per il quale il pm aveva richiesto tre anni e sei mesi di detenzione, che subì una condanna a tre anni con la condizionale; Sandro Matzuzzi, imputato di cospirazione, uso e detenzione di armi e esplosivi, furto e attentato alla Costituzione, per il quale il prn aveva chiesto tre anni di carcere, che venne condannato a due anni e sei mesi; Marco Atzeni, imputato di detenzione abusiva di esplosivi, per il quale furono richiesti due anni, che la Corte condannò a due anni e sei mesi; Orazio Mura, imputato di cospirazione e ricettazione, per il quale erano stati chiesti cinque anni e sei mesi di detenzione, che subì una condanna a due anni e due mesi; Damiano Matzuzzi, imputato di ricettazione, per il quale era stata richiesta una condanna ad un anno e sei mesi, che venne condannato a un anno e otto mesi; Emilio Desogus, imputato di cospirazione e detenzione abusiva di armi, corruzione e ricettazione, per il quale fu richiesta una carcerazione di sette anni, che fu condannato a due anni e due mesi.

    Per reati minori furono condannati a pene varie: Antonio Meloni, a otto mesi con la condizionale; Giorgio Sanna, a un anno e sei mesi; Tullio Aru, a due anni e due mesi; Enerio Dessì, a un anno e sei mesi; G.Antonio Nonnis, a dieci mesi con la condizionale; Benito Murru, a tre mesi con la condizionale. Non punibili risultarono: :Pantaleo Talloru, Giampaolo Pisano, Sergio Aresti, per il quale il pm aveva chiesto un anno di carcere; Aldo Frau, per il quale erano stati richiesti due anni di reclusione. Assolti per insufficienza di prove furono: Bruno Pianu, per il quale fu richiesta una condanna a sei mesi; Franco Graziano Dessì, che avrebbe dovuto scontare sei anni di carcere; Luigi Paolo Biancu, per il quale il pm aveva richiesto nove anni di reclusione; Gonario G. Malune, che avrebbe dovuto scontare sette anni. Infine vennero assolti: Antonio Pittau, per il quale era stata chiesta una condanna a cinque anni; Francesca Bazzu, per la quale il pm aveva richiesto due anni di reclusione; Ageli Mohammed Tabet, il cittadino libico impiegato nel Consolato della Libia a Palermo, per il quale fu richiesta una condanna a otto anni.

    Conclusa questa prima fase processuale, alcuni dei condannati interposero appello, mentre dall'altra parte prendeva gambe un'«inchiesta-stralcio» che vedeva quattro pre-sunti "separatisti", accusati del reato di cospirazione politica mediante associazione. Si trattava di Bruno Vacca, un editore di Iglesias; di Gianni Contu, impiegato, componente il Comitato direttivo centrale del Partito Sardo d'Azione; lo scrittore-giomalista Gianfranco Pintore, di Irgoli e dell'operaio specializzato Ottavio Satta di Lula, i quali - allorquando ricevettero le comunicazioni giudiziarie si proclamarono immediatamente dei tutto estranei a qualunque progetto eversivo.

  7. #7
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    5. - Ricapitolando, la Corte d'Assise di Cagliari (presidente Carlo Piana, giudice a latere Francesco Sette, e a seguire i giudici popolari) - con la sentenza del 18 maggio 1985, pronunciata in un aula stracolma di pubblico per assistere alle conclusioni del cosiddetto «complotto separatista» (che sarebbe stato capeggiato da Salvatore Meloni, l'organizzatore e da Bainzu Piliu, l'ideologo) - comminò sette condanne, sette assoluzioni e quattro dichiarazioni di non punibilità in base alla legge sui pentiti". Inflisse cioè a Salvatore Meloni, a Bainzu Piliu, a Efisio Lussu, a Emilio Desogus, a Felice Serpi, a Sandro Matzuzzi, a Orazio Mura e ad altri undici imputati minori, complessivamente una condanna a 41 anni e tre mesi di carcere, contro i 129 anni e due mesi richiesti dal pm, «per avere organizzato e sostenuto una organizzazione clandestina che, negli anni tra il '79 e l'81, si prefiggeva di separare la Sardegna dall'Italia». Altri nove imputati invece, tra i quali i dirigenti sardisti Luigi Paolo Biancu e Gonario Malune, i sassaresi Bruno Pianu e Francesco Graziano Dessi, i pentiti Pantaleo Talloru e Giampaolo Pisano, il libico Ageli Moliammed Tabet, vennero assolti con formule diverse, o per insufficienza di prove o con formula piena.

    Giovanni Maria Bellu, all'epoca giornalista della Nuova Sardegna, il giorno dopo, sulle colonne di quel quotidiano, nel pezzo dal titolo "Un golpe domestico", così scrisse: «Era almeno da dieci anni che nelle questure, nelle prefetture, e nei palazzi di Giustizia, si ipotizzava che qualcuno, prima o poi avrebbe tentato di scatenare la guerriglia per fare dell'Isola uno Stato autonomo affiliato alla Libia», anche se «a dire il vero, la sentenza pronunciata ieri dalla Corte d'Assise esclude un intervento di Gheddafi nella congiura, e riduce il complotto... a un tentativo mal riuscito e abortito sul nascere. Infatti, se noi prendiamo in esame gli episodi specifici e i pseudoattentati dinamitardi che certamente sono avvenuti, erano ininfluenti alcune parti del verdetto che non ci hanno convinto allora e tanto meno oggi, anche perché il livello ideologico e militare dei congiurati, l'inconsistenza del progetto indipendentista portato avanti dal FIS, la scarsezza dei mezzi finanziari e di guerra (addirittura furono rinvenute armi di fine Ottocento inizio Novecento) e la mancanza del poderoso finanziamento libico, faceva apparire la congiura separatista ancor più fine a se stessa».

    O come disse lo stesso giornalista della "Nuova", essa era «L'equivalente di un tentato omicidio compiuto con una pistola ad acqua». Non per niente il processo, anziché accreditare nell'opinione pubblica isolana la convinzione della reale esistenza di un pericoloso complotto volto ad attentare all'unità dello Stato servì soprattutto a dare ai sardi «la certezza che nell'isola non si è mai arrivati neanche nella più lontana anticamera della guerriglia. C'è stata, se c'è stata, una storia piccola piccola che la legge definisce congiura».

    Questi i commenti a caldo raccolti dalla stampa dai protagonisti del processo (pubblico ministero, imputati e difensori e dei loro congiunti e anche da personaggi politici), non appena il presidente della Corte Carlo Piana pronunciò la fatidica frase: “L'udienza è tolta”. Il pm Walter Basilone così commentò il verdetto: «Mi sembra una sentenza equilibrata, anche se non escludo un eventuale ricorso». Da dietro le transenne Salvatore Meloni si lascia andare a questa dichiarazione: «è stata una sentenza politica di compromesso, tipicamente italiana. Mentre durante il fascismo si usava l'esilio e il confino per gli oppositori politici, oggi si usano gli arresti domiciliari e le condanne», ed ancora: «Mi aspettavo la condanna; d'altronde dall'Italia non potevo attendermi che questo. Ora più di prima continuerò a sostenere l'indipendenza delta Sardegna».

    Gonario Malune, assolto per insufficienza di prove disse: «Sono emozionato. La mia fiducia nella Giustizia, e in particolare in questa Corte, è stata ripagata. Ma non sono del tutto felice per l'amarezza che provo per gli amici condannati». Bainzu Piliu: «Non sono un congiurato. La sentenza non mi rende assolutamente giustizia. Non ho mai complottato contro lo Stato». Oreste Pili: «I miei timori non erano infondati... comunque non ho perso la fiducia nella Giustizia. In ogni caso sul piano politico è stata una vittoria. L'opinione pubblica si è schierata dalla nostra parte sin dal giorno degli arresti».

    L'avvocato Vincenzo Caredda, difensore di Oreste Pili, così commentò la sentenza: «Le condanne inflitte sono molto pesanti perché si è dato eccessivo spazio ad accuse sicuramente inquinate (il riferimento è palesemente indirizzato ai "pentiti"), mentre non si è indagato su fonti esterne all'ordinamento giudiziario». L'avvocato Patrizio Rovelli, difensore di Bruno Pianu: «Per noi è la fine di un incubo. L'assoluzione ci solleva da una angoscia. Anche se l'insufficienza di prove non ci soddisfa del tutto ... ». L'avvocato Aldo Marongiu, difensore di Bainzu Piliu: «La condanna non risponde agli atti processuali. Giuridicamente la ritenevo impossibile».

    La moglie di Oreste Pili, Margherita Dolder: «Mi aspettavo l'assoluzione. Farò di tutto per dimostrare in appello la sua estraneità ai fatti». Il padre di Gonario Malune, il signor Pietro, definisce il processo «una bolla di sapone che è scoppiata non appena è stata toccata»; mentre la moglie, la Signora Pasquina: «Ho provato tanta emozione, ora sono contenta». Carlo Sanna, segretario nazionale del Partito Sardo d'Azione e testimone al processo: «Non commento una sentenza della quale non conosco le motivazioni. Vorrei, quanto meno, conoscere il dispositivo. Poi per quanto attiene alla condanna a tre anni e quattro mesi di carcere inflitta a Oreste Pili, aggiunse: A una sentenza grave, che colpisce un iscritto al Partito, già componente dell'Esecutivo centrale. Credo che il massimo organismo dirigente del Psd'Az., se ne dovrà occupare , e lo farà nel corso della prossima riunione».

    Michele Columbu, presidente del Psd'Az., ed Europarlamentare: «Giustifico la violenza politica soltanto contro la violenza di una truce dittatura, quando non si può parlare né scrivere, né votare liberamente. Come militante del Partito Sardo d'Azione, rigorosamente democratico, rifiuto metodi violenti, sia pure nella presunzione di servire un ideale, e riaffermo che in nessun caso una minoranza ha il diritto di ricorrere alle armi per modificare il suo rapporto con la maggioranza. Circa il caso di cui si parla, così a caldo, non saprei cosa dire. Comprendo le esigenze e la logica del Codice penale ma confesso che sono molto turbato sul piano umano, e anche addolorato per la severità delle pene inflitte a Meloni, a Piliu e a Pili. Penso infine alla loro tristezza e alla tragedia delle loro famiglie».

    Battista Columbu, deputato al Parlamento della Repubblica: «Non voglio esprimere giudizi sul coinvolgimento di Pili perché non conosco il dispositivo della sentenza. Comunque con la conclusione di questo processo si chiudono una volta per tutte le assurde, illegittime e strumentali illazioni sul Partito Sardo».

    Corsi e ricorsi della Storia

    A circa trent'anni di distanza dal cosiddetto "caso Pilia", e a quasi ventiquattro dal cosiddetto «complotto separatista», noi indipendentisti dei Movimento politico «Sardigna Natzione Indipendéntzia» - che abbiamo fatto dell'Indipendenza della Sardegna il nostro Credo politico e la nostra bandiera, e che lottiamo per la costituzione di uno Stato Sardo Repubblicano «sovrano, libero, democratico e indipendente» abbiamo la netta sensazione che anche il ministro degli Interni Pisanu (che, per ironia della sorte, è un sardo!), si stia lasciando fuorviare da quegli stessi «Servizi segreti italiani», la cui "devianza" è stata poi ampiamente acclarata e dimostrata, che nel 1974 sollevarono un autentico polverone fornendo alla Magistratura le "prove" della pericolosità dell'eversione "anarco-maoista-separatista". E che pertanto si stia adoperando per delegittimare e «illegalizzare» l'intero Movimento nazionalitario e indipendentista sardo. Movimento che - come è noto - si muove, come sempre si è mosso, sul terreno della democrazia.

    Infatti il ministro Pisanu, prestando orecchio a quei "Servizi segreti" di cui discorrevamo prima - anziché rivolgersi, come avrebbe dovuto fare, a fonti più attendibili per serietà e diretta conoscenza della nostra realtà politica è stato colui che per primo ha avanzato il sospetto che tutti coloro che militano nell'area nazionalitaria, indipendentista e pacifista, siano implicati (più o meno direttamente) in una serie di "azioni terroristiche" compiute in Italia e in Sardegna dagli "anarco-insurrezionalisti" a partire dal 2002 ad oggi, finendo così con l'accreditare nell'opinione pubblica sarda e italiana l'esistenza di un legame perverso (non provato e tantomeno provabile) tra gli anarchici della cosiddetta "area insurrezionalista" e gli indipendentisti sardi, senza tener conto che gli indipenden-tisti in generale, e il nostro Movimento in particolare, hanno finora dato prova di essere del tutto estranei a simili azioni criminose che non condividono, poiché hanno sempre creduto e credono nella superiore dignità delle azioni "non violente" nella lotta politica, e di conseguenza ripudiano l'uso della forza per dirimere le eventuali controversie che dovessero nascere con lo Stato italiano.

    Non vorremmo, quindi, che, agendo in codesto modo, il ministro Pisanu abbia inteso avvalorare le geniali intuizioni del Vico sui «Corsi e ricorsi della Storia», per estromettere dall'agone politico il nostro Movimento e consentire così ai "partiti italianisti" di destra e di sinistra di continuare a fare, oggi come ieri e come sempre, i loro sporchi giuochi e interessi a danno della Sardegna e ad esclusivo vantaggio della Potenza che da 143 anni a questa parte la domina ed opprime. Detto ciò intendo porre fine alla "ricostruzione storica" dei presunti «complotti separatisti » che, personalmente, ho sempre considerato l'una montatura politico-giudiziaria", non senza prima aver detto che il 23 ottobre del 1988 la Cassazione confermò tutte le condanne con qualche lieve sconto di pena al professor Bainzu Piliu.

  8. #8
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    Ti prego di postare il 3d anche sul forum di Sardigna Natzione.

    Grazie per il contributo.

    E grazie per la sensibilità che mostri ai temi dell'indipendentismo sardista.

  9. #9
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    Caro Davide, puoi tu stesso postare il tema, semplicemente “linkando”.
    Mi pare che l’hai già fatto.

  10. #10
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Citazione Originariamente Scritto da is4morus
    in cussu nùmuru etotu ddu' est un'artìculu cosa mia puru: s'intervista in sardu a frantziscu màsala.
    Eja, ddu scìu, s’interbista dd’apu lìgia cun meda prexeri, tziu Màsala est de seguru intr’e is “mannus” de sa literadura (e curtura) in Sardinnya de is urtimus 40(?) annus.
    Ma fortzis in sa “Regioni” cuss’arrexonada si dda funt scarèscia candu ànt decìdiu sa LSC.
    No iat a essi cosa maba a dda “postai” in s’atru “3d”.

 

 
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