OMNIA SUNT COMMUNIA
Discorso tenuto da Jeffrey Blankfort alla conferenza della Commissione
Islamica per i Diritti Umani, presso la Scuola di Studi Orientali e
Africani, Londra, 2 Luglio 2006
L¹Influenza di Israele e della sua lobby in America sulla politica americana
in Medio Oriente
Jeffrey Blankfort
Tradotto da Mauro Manno
Il sistema politico americano: la democrazia in vendita
L'evidente abilità d'Israele, uno dei paesi più piccoli del mondo, nel dare
forma alle politiche sul Medio Oriente dell¹ultima superpotenza rimasta, è
stata sorgente di confusione, congetture, e frustrazione costante per coloro
che combattono per la giustizia per i palestinesi e per i popoli della
regione, in generale. Una delle radici di questo unico fenomeno storico può
essere riscontrata nell'interpretazione di una decisione di 120 anni fa
della Corte Suprema degli Stati Uniti che garantì alle Società per Azioni ed
alle Corporazioni gli stessi diritti garantiti ad ogni singolo cittadino
americano.
Uno di questi diritti è la libertà di espressione garantita dal 1°
emendamento della Costituzione degli USA. Grazie allo straordinario grado di
corruzione che era palese nella società americana alla fine del 19° secolo,
i contributi finanziari ai candidati politici finirono per essere
considerati dalla corte come espressione di libertà politica e quindi
ricevettero la protezione della corte stessa.
Ciò ha portato il sistema politico americano a diventare un sistema in cui
trionfano le campagne politiche interminabili e ancora più costose, e
quindi, senza dubbio, il sistema più corrotto tra quelli dei cosiddetti
³paesi avanzati². La decisione della Corte Suprema, ribadita negli anni, ha
aperto le porte a ben finanziati ³interessi speciali² ed alle lobby [1] ad
essi legati, ed ha permesso a queste lobby, che si servono di ciò che è di
fatto una forma di corruzione legale, di dare forma alla politica estera ed
interna degli Stati Uniti.
Già nel 1907, lo scrittore americano Mark Twain scriveva che c¹era un solo
ceto nativo che fosse criminale in America cioè il Congresso e un decennio
dopo, l'umorista Will Rogers si prendeva gioco dell¹America, affermando che
³l'America ha il migliore Congresso che il danaro può comprare.²
All'inizio furono le compagnie ferroviarie e le acciaierie che pagarono il
dovuto prezzo, poi vennero le compagnie del legname, del petrolio e quelle
edilizie, quindi si presentarono i fabbricanti di armi ed automobili, le
industrie aeronautiche e quelle delle comunicazioni, e infine quelli che
vengono eufemisticamente detti Œfornitori di salute¹ - cioè i dottori, gli
ospedali e i produttori farmaceutici, che hanno fatto in modo che gli
americani siano gli unici cittadini di un paese sviluppato a non avere alcun
servizio sanitario nazionale.
Nel campo della politica estera, nessuna lobby si è dimostrata tanto potente
quanto l'organizzata comunità ebraica americana, che agisce in appoggio ad
Israele. Essa di solito viene chiamata la lobby israeliana e nei corridoi
del Congresso, semplicemente, ³the lobby.²
La sua forza è ancora più impressionante se si pensa che la lobby
rappresenta non più di un terzo dei sei milioni di ebrei d¹America.
L¹obiettivo a senso unico della Lobby
Il fanatismo e la fissazione in un¹unica direzione di questo terzo degli
ebrei, comunque, è in netto contrasto con la mancanza da parte della
schiacciante maggioranza degli americani di coinvolgimento in un sistema
politico nei confronti del quale hanno perduto fiducia e rispetto molto
tempo fa. Ciò ha reso il compito della lobby molto più semplice di quanto
potesse sembrare di primo acchito. Questo spiega anche perché il sostegno
incondizionato a Israele rimarrà probabilmente l'unico argomento sul quale
Democratici e Repubblicani mettono da parte la loro ostilità e marciano a
passo unito come animali da circo ammaestrati. Non solo i provvedimenti a
favore di Israele ricevono di solito 400 voti sui 435 membri della Camera e
99 su 100 al Senato, ma quando si parla di aiuti esteri, il Congresso ha
spesso votato per garantire ad Israele più denaro di quello richiesto dal
presidente o per far passare comunque leggi favorevoli alla lobby nel caso
il presidente fosse ad esse contrario.
Dal 1985 l'ammontare dell'aiuto diretto è oscillato tra i 3 ed i 3.5
miliardi di dollari, mentre gli extra non dichiarati nel budget del
Pentagono contribuiscono a portare quella cifra considerevolmente più in
alto.
Si stima che il totale oggi sia di almeno 108 miliardi di dollari.
Questa cifra non include i costi, pari a 19 miliardi di dollari, per le
garanzie sui prestiti ad Israele dal 1991; non include neanche i miliardi di
dollari dei contribuenti investiti nei bond governativi israeliani presi dai
fondi pensioni, dai governi dei singoli stati, contee e città, e nemmeno i
miliardi di donazioni esentasse fatte dagli ebrei americani alle agenzie
paragovernative israeliane ed alle associazioni di beneficenza sin dalla
fondazione dello Stato di Israele.
In tutto questo non si è mai preso in considerazione lo stato dell'economia
americana. Quando non si sono trovati i fondi per i programmi domestici
essenziali, come nel 199l, quando sei città americane su 10 non riuscivano a
far quadrare il proprio bilancio e parecchi Stati la loro bilancia dei
pagamenti, Israele continuava a ricevere, per soddisfare i desideri del
primo presidente Bush, 650 milioni di dollari supplementari in contanti come
rimborso parziale delle spese d'emergenza per la Guerra del Golfo. Nel
settembre del 1992, dopo aver testardamente resistito per un anno alla
richiesta di Israele di 10 miliardi di dollari in garanzie sui prestiti, ma
con delle difficili elezioni contro Bill Clinton da lì a due mesi, Bush
soddisfece la richiesta del Congresso che chiedeva una decisione favorevole
a Israele. Decisione troppo tardiva per aiutarlo alle urne.
Questo è non soltanto un tributo pagato per i milioni di dollari distribuiti
da parte di ricchi ebrei americani ai candidati politici della nazione, ma è
anche la testimonianza della paura che l'AIPAC, il Comitato degli Affari
Pubblici Americano-Israeliano, la lobby israeliana ufficiale, ha infuso nei
membri del congresso che non hanno alcun interesse personale a sostenere
Israele, né un importante collegio elettorale ebraico da conquistare.
"Se il voto fosse segreto, gli aiuti ad Israele sarebbero ridotti
seriamente," così si è espresso un parlamentare, considerato come
pro-Israele, in un¹intervista rilasciata a Morton Kondracke del New Republic
(settimanale ultraconservatore sionista, ndt) nel 1989. ³Non è assolutamente
più per puro amore di Israele che esso riceve 3 miliardi all'anno. È per la
paura di svegliarsi una mattina e scoprire il candidato alle elezioni che si
oppone a te ha ricevuto una donazione di 500.000 dollari per sconfiggerti².
AIPAC e oltre
La lobby, tuttavia, è più dello stesso AIPAC, che, da solo, non sarebbe in
grado di esercitare un simile potere. Ci sono, in realtà, più di 60
organizzazioni, dalle più piccole alle più grandi, impegnate con un solo
obiettivo, promuovere gli interessi di Israele in America e
contemporaneamente, emarginare, intimidire e mettere a tacere i suoi
critici. Esse prendono di mira anche quegli ebrei che si oppongono sia
all¹esistenza di Israele in quanto Stato ebraico, come me stesso ed altri
che si sentono oltraggiati dalla continua occupazione e furto della terra
palestinese da parte di Israele, sia si oppongono ai micidiali metodi con
cui questa occupazione e questo furto vengono portati avanti, limitati solo
in piccola parte dalle restrizioni della comunità internazionale.
Circa 52 appartengono alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori
Organizzazioni Ebraiche Americane, che è considerata la voce della comunità
ebraica americana.
Oltre all'AIPAC, le due più grandi e più influenti organizzazioni sono l'
Anti-Defamation League, o ADL (Lega Anti-Diffamazione, ndt), e l'American
Jewish Committee, o AJC (Comitato degli Ebrei Americani, ndt). I
rappresentanti delle maggiori organizzazioni si incontrano ogni mese per
pianificare la strategia per quel mese. Niente può essere lasciato al caso.
L'ADL nacque nel 1914 come propaggine della più vecchia organizzazione
sionista della nazione, B¹nai B¹rith. La sua missione era difendere gli
ebrei da attacchi fisici e verbali anti-ebraici. Lo fa ancora, ma il
razzismo anti-ebraico ha smesso di essere un problema serio negli Stati
Uniti da anni, per cui il compito principale dell'ADL oggi è raccogliere
informazioni su coloro che criticano Israele, che essa definisce i «nuovi
anti-semiti» per poi infangarli nei Media.
Quattordici anni fa, si sono spinti troppo oltre con la raccolta di
informazioni. Un blitz della polizia di San Francisco negli uffici dell'ADL
rivelò che l'organizzazione stava conducendo una grande operazione di
spionaggio privato in tutti gli Stati Uniti. Nella sola area di San
Francisco, i loro agenti avevano raccolto informazioni su più di 600
organizzazioni e 12.000 persone, fra cui il sottoscritto. Non solo gruppi di
arabi-americani, palestinesi e musulmani, ma anche neri, latini, asiatici,
irlandesi e perfino sindacati.
C¹erano dei dossier speciali dedicati ai militanti del movimento
anti-apartheid, la qual cosa non era affatto sorprendente dato i legami di
Israele con il regime di apartheid del Sud Africa. Quello che è grave però e
che le spie dell¹ADL passavano le informazioni ai servizi segreti
sudafricani insieme ad altre informazioni riguardanti gli esiliati neri
sudafricani che vivevano in California.
Le pressioni degli influenti sionisti locali convinsero le autorità
cittadine a non portare davanti alla legge l'ADL e l'organizzazione dovette
promettere di cessare le sue attività di spionaggio. Non c'è ragione di
credere che l'abbia fatto. Oggi, l¹ADL lavora a stretto contatto con i
dipartimenti di polizia in tutto il paese, istruendoli sui cosiddetti "hate
crimes² (crimini d'odio, cioè crimini a sfondo razziale, ndt) ed organizza
di routine viaggi gratis in Israele per gruppi di ufficiali della polizia
americana per insegnare loro come rispondere ad "attacchi terroristici". Ciò
non preannuncia nulla di buono per ciò che rimane delle libertà civili
americane.
Il Comitato degli Ebrei Americani (AJC) fu fondato da ebrei tedeschi nel
1906 ed era stato fermamente anti-sionista fino agli eventi della Seconda
Guerra Mondiale; fu l¹olocausto ebraico che lo portò a cambiare la propria
posizione. Oggi, è l'ufficio esteri non ufficiale della lobby, e fino a poco
tempo fa si accontentava di lavorare dietro le quinte facendo pressione sui
governi stranieri per conto d'Israele. Ha cominciato a mostrare
pubblicamente i muscoli due anni fa quando ha aperto un ufficio a Bruxelles
per iniziative di lobby nei confronti dell¹Unione Europea.
L'AJC tiene ora riunioni mensili con un alto dirigente del governo dell¹UE,
quando non si tratta proprio del presidente della Commissione e di questo se
ne possono già vedere gli effetti. Durante l'anno scorso l'UE ha fatto
marcia indietro sul relativo sostegno ai palestinesi ed ha adottato vari
provvedimenti che, l¹uno dopo l¹altro, seguono le richieste israeliane.
Un bel numero di altre organizzazioni che fanno parte della lobby non
partecipano alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni
Ebraiche Americane. Ci riferiamo ai 117 Consigli per le relazioni tra le
comunità ebraiche, le 155 federazioni ebraiche, e numerosi potenti ed
"indipendenti" think tanks (centri di studi strategici e geopolitici, ndt)
siti in Washington come il Washington Institute for Near East Policy
(Istituto per le Politiche sul Vicino Oriente di Washington, ndt), creazione
dell'AIPAC; l'American Enterprise Institute (l'Istituto di Iniziativa
Americano ndt), e la Foundation for the Defense of Democracy (Fondazione per
la Difesa della Democrazia, ndt), fondata dopo l'attacco al World Trade
Center.
Se aggiungiamo a quanto ho enumerato finora anche gli enti religiosi ebraici
che anch¹essi fanno iniziative di lobby a favore di Israele, appare ovvio
che non esiste altro gruppo etnico o religioso che può paragonarsi, per
potenza e organizzazione alla lobby pro-israeliana, con l¹eccezione forse
dei Cristiani Sionisti, ma l¹ambito del suo intervento è relativamente
limitato. Questo è infatti una delle cose che distingue la lobby
pro-israeliana dalle altre potenti lobby che difendono interessi
particolari, a parte il fatto, naturalmente, che difende gli interessi di un
paese straniero. Tutte le differenze sono importanti se si vogliono capire
le ragioni del suo successo.
La prima di queste ragioni, naturalmente, è il denaro. É impossibile sapere
esattamente quanto denaro gli ebrei investano nei politici americani, ma è
sicuramente molto di più di quello che investono gli altri gruppi.
La difficoltà sta nel fatto che i gruppi che studiano i finanziamenti alla
politica dividono i contributi in relazione al settore finanziario a cui
appartengono i donatori. Questo tipo di classificazione, nel caso di
Israele, tende a mascherare gli obiettivi che il donatore vuole raggiungere.
Per esempio, l¹industria della comunicazione negli Stati Uniti è dominata
dagli ebrei, la maggior parte dei quali sono noti sostenitori di Israele.
Quando, tuttavia, i rappresentanti dell¹industria della comunicazione
versano denaro ai Partiti Democratico o Repubblicano, il finanziamento non è
attribuito alla lobby israeliana ma, appunto, all¹industria della
comunicazione. Questo vale anche per il settore bancario e per le società
finanziarie di Wall Street, le quali sono pure in gran parte ebraiche, o
anche ad altri settori del mondo degli affari.
Haim Sabam esemplifica questo problema. Saban, un miliardario
israelo-americano nato in Egitto e, per giunta, anche proprietario di vari
Media, nel 2002 versò 12,3 milioni di dollari al Partito Democratico, 7,5
milioni furono versati in una sola rata. La somma donata da Saban superava
di 2 milioni di dollari il contributo che la Exxon aveva dato al Partito
Repubblicano in un periodo di 10 anni ma la notizia fu riportata con un
trafiletto di pochi centimetri quadrati nel New York Times. [2] Saban, un
buon amico dell¹ex-Primo Ministro israeliano Ehud Barak, ha versato
sostanziosi contributi anche all¹AIPAC.
Saban ha anche fondato il Saban Center on the Middle East presso il
Brookings Institute, trasformando quel centro di ricerca, un tempo
indipendente, in un¹altra articolazione della lobby. Il finanziamento di
12,3 milioni di dollari, tuttavia, non è stato considerato come parte dei
versamenti della lobby israeliana. [3]
Ciò che viene considerato denaro strettamente pro-israeliano è in gran parte
limitato a quei fondi che provengono da circa tre dozzine di PACs (Political
Action Committees) e dai loro membri. I PACs sono gruppi autorizzati a
raccogliere donazioni e versarle a quei politici che sostengono interessi
particolari, dell¹industria, dei sindacati, ecc., oppure ad organizzazioni
no-profit che hanno fondato il PAC. Ciò che distingue i PACs pro-israeliani
dagli altri è il fatto che essi nascondono la loro identità per evitare che
i Media e il pubblico ci metta il naso. Riescono a camuffarsi non
menzionando Israele nella loro denominazione. Infatti i loro PACs si
denominano, per esempio, Northern Californians for Good Government oppure
St. Louisians for Good Government, o ancora The Desert Caucus, o Hudson
Valley PAC, o NATPAC, ecc. Per questa ragione sono stati definititi ŒPACs
segreti¹ da parte di un ex dirigente del Dipartimento di Stato.
Inoltre, diversamente da altri PACs, quelli pro-israeliani sono gli unici a
finanziare candidati di altri Stati.
Per esempio, il Desert Caucus potrà inviare denaro ai candidati
parlamentari, sia uno che sta per essere eletto al Senato o alla Camera dei
Rappresentanti, nello Stato dell¹Illinois o del New Jersey, esclusivamente
alle loro posizioni filo-israeliane. Questo ha portato i critici della Lobby
a definirli ŒQuelli di Israele al primo posto¹ [Israel Firsters] . Per dire
che essi si preoccupano più del benessere di Israele rispetto a quello dei
loro concittadini americani.
Il modo in cui io sono riuscito a calcolare i finanziamenti politici
pro-israeliani è stato quello di andare sul sito web della rivista Mother
Jones, un mensile pro-israeliano di sinistra. Nel 1996 e nel 2000, la
rivista ha compilato una lista dei 400 maggiori donatori individuali ad
entrambi i partiti politici. Ciò che ho scoperto è che nel 2000, 7 dei 10
maggiori donatori, 12 dei 20 maggiori donatori, e perlomeno 125 su 250
maggiori donatori erano ebrei, e che la maggior parte delle donazioni sono
andate al Partito Democratico. In altri termini, perlomeno il 50%, ma
sicuramente di più, delle donazioni erano di provenienza ebraica. E¹ una
cifra veramente sorprendente, se si tiene conto che gli ebrei costituiscono
solo il 2,3% della popolazione americana.
La cifra del 50% corrisponde alle stime che vengono da Partito Democratico e
dalle organizzazioni ebraiche
sebbene alcuni pensano che la realtà si avvicina al 70%.
Il volume di questi contributi, aggiunto a quelli che provengono dai
sindacati, i quali sono decisamente pro-israeliani, almeno a livello della
direzione e che hanno investito non meno di 5 miliardi di bond governativi
in Israele, hanno trasformato il Partito Democratico in ciò che il
professore di Diritto Francis Boyle ha recentemente definito ³La prima linea
dell¹AIPAC ².
Mentre, da una parte, è presente in modo massiccio nel Campidoglio di
Washington, fino al punto da essere chiamata nel Congresso, semplicemente
³La Lobby ³, dall¹altra l¹AIPAC prende la sua forza dai suoi quadri di base
e da quelli delle altre organizzazioni ebraiche con le quali è collegato in
una rete che copre ogni Stato e ogni città importante degli Stati Uniti. Le
sue operazioni vengono condotte da un personale di 165 impiegati, con un
corposo bilancio annuale di 47 milioni di dollari, e uffici in tutto il
paese. Il suo vantaggio speciale è che esso è considerato una Lobby
nazionale e quindi non è tenuta a registrarsi come Lobby straniera secondo
la legge denominata Foreign Agents Registration Act.
Questo permette ai Lobbisti di accedere a luoghi dai quali sarebbero tenuti
lontani dalla legge; per esempio possono prendere parte alle audizioni dei
Comitati del Congresso, possono scrivere o esaminare tutti i provvedimenti
legislativi che riguardano Israele o il Medio Oriente, possono piazzare loro
spie come volontari negli uffici dei membri del Congresso dove raccolgono
informazioni per l¹AIPAC.
In realtà sono pochi i membri dell¹AIPAC che fanno direttamente azioni di
Lobby. La maggior parte fornisce materiale di ricerca, argomenti di
discussione, scrive discorsi per i membri del Congresso o contribuisce a
preparare il Rapporto sul Medio Oriente dell¹AIPAC, un documento
bisettimanale di quattro pagine che viene distribuito a tutti i parlamentari
del Congresso. A livello locale, oltre a versare finanziamenti, i membri
dell¹AIPAC forniscono gratuitamente la loro competenza a tutti i candidati
alle elezioni, così chiunque vinca, assicura un nuovo sostenitore a Israele.
La strategia dell¹AIPAC
La conferenza annuale dell¹AIPAC si svolge a Washington ogni primavera e
costituisce un avvenimento importante della stagione politica. Nel 2005, vi
parteciparono 4000 suoi aderenti e 1000 ospiti borsisti. Il discorso
introduttivo viene di solito tenuto dal Presidente degli Stati Uniti, dal
Vice-presidente o dal segretario di Stato. Quest¹anno è toccato al
Vice-presidente Dick Cheney, salutato da molti scrosci di applausi e una
standing ovation. Come tributo al potere della lobby, partecipano alla
conferenza circa la metà dei membri del Congresso, compresi i capigruppo
Democratico e Repubblicano di entrambe le Camere. Ovviamente i loro discorsi
riflettono la loro personale fedeltà e l¹appoggio incondizionato
dell¹America a Israele. I nomi dei membri del Congresso che percorrono la
passerella vengono pubblicizzati sul sito web dell¹Aipac, il che fa crescere
le loro possibilità di ottenere contributi da parte dei principali donatori
ebraici.
Altrettanto importanti ma raramente pubblicizzate sono le cene e i pranzi
regionali organizzati dall¹AIPAC nell¹intero paese, avvenimenti a cui
vengono invitati a prendere parte i dirigenti politici locali sindaci,
sovrintendenti, consiglieri comunali, ufficiali della polizia, avvocati
distrettuali, direttori scolastici, ecc. L¹oratore principale in queste
occasioni è di solito un Senatore o il governatore di un altro Stato. É
interessante notare che in queste occasioni i Media non sono mai invitati né
informati su chi sia l¹oratore, da quale Stato provenga, su dove ha luogo la
cena o il pranzo.
Alla fine di questi avvenimenti, i personaggi invitati ricevono come premio
dei viaggi completamente spesati in Israele, offerti dai Consigli della
comunità ebraica locale, dalle Federazioni o da altre Organizzazioni
ebraiche. In Israele, vengono ricevuti dal Primo Ministro, dal Ministro
della Difesa e dal Capo Maggiore dell¹esercito, vengono portati in visita in
Israele e nelle colonie in Cisgiordania, e infine vengono condotti al museo
dell¹olocausto dello Yad Vashem. Si dà il caso che i futuri membri del
Congresso vengano proprio da questa classe di ³servitori pubblici² e così le
relazioni pubbliche stabilite, con questi viaggi, tra loro e influenti e
attivi personaggi della comunità ebraica, daranno un beneficio a entrambe le
parti.
I politici, dai candidati al Congresso ai candidati presidenziali, si recano
spesso in Israele per conquistarsi i voti ebraici in patria.
George W. Bush fece il suo unico viaggio in Israele prima di prendere la
decisione di partecipare alle elezioni per presidente, una scelta che fu da
tutti considerata come uno sforzo per guadagnarsi il sostegno dei votanti
pro-israeliani. Il governatore della California Arnold Swartznegger e il
sindaco di New York Michael Bloomberg, un ebreo non praticante, hanno fatto
esattamente la stessa cosa.
Una volta eletti al congresso, ai deputati sono assicurati altri nuovi
viaggi spesati in Israele, organizzati dall¹American Israel Education Fund,
una fondazione creata da AIPAC a questo scopo. Solo nel 2005, più di 100
membri del Congresso (sui 600 totali, ndt) hanno visitato Israele, alcuni
più di una volta.
É doveroso notare che pochi politici pensano di dover fare simili viaggi in
Messico, prima o anche dopo le elezioni, malgrado il fatto che il Messico è
un paese molto più importante per l¹economia americana di Israele ed è il
paese d¹origine di molti più americani degli ebrei. Ma, sappiamo, non c¹è
una lobby messicana con una simile influenza politica e finanziaria.
L¹AIPAC non contribuisce direttamente alle campagne per le elezioni
parlamentari o presidenziali, ma consiglia ai suoi membri e alla comunità
pro-israeliana tutta chi va sovvenzionato con i migliori risultati, sia
attraverso contributi personali, sia attraverso finanziamenti di uno dei
PAC.
Un segno distintivo importante del potere dell¹AIPAC è la sua abilità di
raccogliere le firme di almeno 70 senatori (su i 100 totali, ndt) in fondo a
qualsiasi lettera che desidera mandare al Presidente quando pensa che egli
non sta operando nel migliore interesse di Israele. Uno dei casi più degno
di nota fu la lettera che 76 senatori inviarono al Presidente Gerald Ford il
21 maggio 1975 dopo che egli aveva sospeso gli aiuti ad Israele ed era sul
punto di fare un importante discorso alla nazione in cui auspicava una
correzione dei rapporti tra Stati Uniti e Israele e chiedere a quest¹ultimo
di tornare ai confini del 1967. La lettera metteva in guardia Ford a non
modificare minimamente la stretta relazione tra gli Stati Uniti e Israele.
Ford non fece mai quel discorso e nessun altro presidente ha osato fare
nuovamente una minaccia di quel genere.
La comunità ebraica a favore del sionismo
Mitchell Bard, ex direttore del Near East Report di proprietà dell¹AIPAC,
dichiara che la fonte del potere della lobby è fondato sul fatto che ³gli
ebrei si sono impegnati nella politica con un fervore quasi religioso².
Sebbene la popolazione ebraica negli Stati Uniti è all¹incirca di sei
milioni, o in termini percentuali un poco superiore al 2% della popolazione
americana totale, circa il 90% degli ebrei vive i dodici Stati che
rappresentano collegi elettorali chiave.
³Solo questi Stati² scrive Bard, ³valgono abbastanza voti per eleggere il
presidente. Se ai voti ebraici si aggiungono i voti dei non-ebrei che sono
favorevoli ad Israele quanto gli ebrei, è chiaro che Israele ha il sostegno
di uno dei gruppi più consistenti che nel paese possono impedire politiche
anti-israeliane²
Bard sottolinea una cosa che è stata ovvia per anni agli osservatori
politici. L¹attivismo politico ebraico obbliga i membri del Congresso a
tenere in conto cosa possa significare per il loro futuro politico un
atteggiamento incerto nel momento di votare provvedimenti relativi a
Israele. Non ci sono benefici per coloro che criticano apertamente Israele,
mentre ci sono ³considerevoli costi, sia in perdita di denaro, sia di voti
ebraici ma anche non ebraici². Per un membro del Congresso, basta anche
chiedere soltanto che gli Stati Uniti agiscano con equidistanza verso
israeliani e palestinesi per essere preso di mira e affondato.
Conseguentemente, i politici ad ogni livello nel governo tendono ad essere
più attenti alle preoccupazioni dei votanti ebraici piuttosto che alle più
ampie fasce di votanti dei loro collegi elettorali, i quali sono più
interessati ai reality della TV, alle telenovelas, allo sport, ai loro
cellulari piuttosto che alle politiche elettorali.
Laddove ³è uno dei segreti di Pulcinella nella politica degli ebrei
americani il fatto che i contributi per le campagne elettorali siano un
elemento chiave del potere ebraico² come ha sottolineato J.J. Goldberg nel
suo libro Jewish Power, tuttavia ai sostenitori di Israele, questo elemento
chiave, non è mai bastato, fin dagli anni immediatamente successivi alla
nascita di Israele. Ciò che essi ritenevano necessario è stato creare una
struttura organizzativa superiore che unisse tutti i gruppi ebraici sì da
influenzare ogni settore della vita americana.
La struttura della lobby
Sebbene questa struttura si sia evoluta nel tempo e mentre gli obiettivi
delle sue attività si sono estesi e diventati più sofisticati, il suo modus
operandi è rimasto per lo più lo stesso.
La struttura e il suo modo di operare furono messe allo scoperto durante una
Audizione del Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere, nel 1963, un
periodo in cui l¹assistenza finanziaria e il sostegno politico a Israele da
parte degli Stati Uniti erano insignificanti se paragonati a ciò che
sarebbero diventati, ed era ancora possibile che per lo meno un legislatore
eletto criticasse pubblicamente Israele dalla tribuna del Congresso. Il
senatore J. William Fulbright, Democratico dell¹Arkansas, presidente del
suddetto Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere diede inizio a una
serie di Audizioni che riguardavano le attività di agenti stranieri negli
Stati Uniti per stabilire se erano necessarie leggi più restrittive al
riguardo.
Tra i gruppi sospetti c¹erano quelli della giovane lobby israeliana, tra i
quali la struttura organizzativa superiore o struttura a ombrello [4] che
era l¹American Zionist Council (AZC), e l¹AIPAC che a quel tempo era poco
più che una piccola organizzazione.
In quegli anni, l¹AZC riuniva otto gruppi; solo due di questi sono attori
importanti oggi, la Zionist Organization of America che è un¹organizzazione
di estrema destra e la Women¹s Zionist Organization of America, più nota
come Hadassah. L¹AIPAC era stato fondato nel 1951 come American Zionist
Committee for Public Affairs (Comitato Sionista d¹Affari Publici in America)
per agire come strumento lobbistico dell¹ American Zionist Council (AZC),
successivamente, nel 1954, l¹AIPAC si era separata dall¹AZC per non mettere
in pericolo, con la sua attività lobbistica, la condizione di esenzione
dalle tasse delle altre organizzazioni. Nel frattempo lasciò cadere
l¹aggettivo Œsionista¹ dal suo nome e, nel 1959, divenne l¹AIPAC
(American-Israeli Public Affairs Committee). La separazione fu in gran parte
un¹operazione cosmetica. Ci fu più che altro una divisione dei ruoli, così
mentre l¹AIPAC indirizzava i suoi sforzi lobbistici verso il Congresso, le
altre organizzazioni si incaricavano di intrallazzare a favore di Israele in
lungo e in largo nella società americana.
Il programma
Perché tutto ciò divenisse chiaro bastò leggere il programma di un singolo
gruppo dell¹American Zionist Committee, presentato all¹Audizione del
Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere del 1963 di cui abbiamo detto.
Si noti che a quel tempo Israele non era minacciato da nessun pericolo
esterno e che l¹Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non
esisteva ancora.
Questo gruppo era il Committee on Information and Public Relations (Comitato
per l¹Informazione e le Pubbliche Relazioni) dell¹Americam Zionist Council
(AZC), il quale, secondo il suo programma, doveva svolgere ³la sua attività
principale per mezzo di sottocomitati altamente specializzati composti di
professionisti di settori specifici di attività che operavano su base
volontaria ...². Gli stanziamenti di bilancio per l¹anno budgetario 1962/63
erano indirizzati ad interventi nei confronti delle riviste, dei loro
direttori, le TV, le radio, i film; i gruppi religiosi cristiani;
l¹insegnamento universitario; la stampa quotidiana; la stampa e la
promozione di libri; l¹estensione dei già esistenti e attivi uffici di
comunicazione; collegamenti con altre organizzazioni, e a livello nazionale
e a livello locale, in particolare quelle organizzazioni che avevano
relazioni internazionali (con un¹attenzione speciale a «the Negro Community»
[5] ); ³diffusione di materiale speciale per orientare l¹opinione pubblica
su temi controversi come i rifugiati arabi (cioè palestinesi, ndt), la
situazione tra Israele e Siria, ecc.²; sovvenzioni di viaggi in Israele per
³commentatori ed editorialisti con grande influenza sull¹opinione pubblica
in modo da fornir loro un¹esperienza in Israele...² e l¹organizzazione di
viaggi ³a cui questi influenti individui parteciperanno [e] forniranno
informazioni utili riguardanti il modo in cui turisti americani vengono
accolti in Israele;² ...³contrasto dell¹opposizione² (che a quel tempo era
minima ma la lobby non intendeva lasciarle alcun spazio), ³il monitoraggio
ed il contrasto di tutte le attività condotte in America dagli arabi,
americani amici del Medio Oriente e altri gruppi ostili² e infine il numero
12 della lista denominato ³miscellaneo² che includeva ³rispondere alle
richieste di informazione e fornire letteratura adeguata alle migliaia di
persone che ne fanno richiesta². Questi erano i loro obiettivi 44 anni fa.
Vediamo adesso come sono riusciti a portarli avanti.
Riviste e gli editori
Il primo punto erano le riviste e i rapporti con i loro direttori.
Sebbene un gran numero delle più importanti riviste di allora non siano più
pubblicate, quelle che esistono oggi come Newsweek, Time, US News & World
Report, e il Weekly Standard o sono di proprietà ebraica o nel loro
personale editoriale vi è una parte sostanziosa di ebrei. Sebbene il fatto
che qualcuno sia ebreo non significa necessariamente che egli o ella sia un
militante sionista, in base alle mie osservazioni, in tanti anni, è chiaro
che la maggior parte di loro sono sostenitori di Israele e, per lo meno, per
i loro propri interessi, sanno come rigirare la pizza a favore di Israele.
La televisione, la radio ed i film erano allora dominati da ebrei, ma oggi
sostengono ancora più fortemente Israele, dai proprietari alla gestione, ai
telegiornali. Questa è una fondamentale fonte di propaganda e di influenza
pro-israeliana.
Gruppi cristiani
I gruppi religiosi cristiani sono stati un problema difficile per la lobby
perché varie chiese, negli anni, hanno cercato di prendere una posizione
equilibrata sul conflitto Israele-Palestina. E questo per i sionisti è un
atto di «anti-semitismo». Nel complesso, tuttavia, i sionisti hanno fatto in
modo che i loro rapporti con la maggior parte delle chiese cristiane sia
tale che si possa ricorrere nei loro confronti alla colpa di secoli di
persecuzione ebraica. Il loro più grande successo, i sionisti, lo hanno
ottenuto riuscendo a portare le chiese cristiane evangeliche nelle file del
movimento sionista, il che fornisce loro un massiccio sostegno in voti
nell¹America rurale dove vivono pochi ebrei.
Tra le chiese cristiane più liberali, i sionisti hanno dovuto lavorare a
tempo pieno per fare in modo che i Presbiteriani, Episcopaliani e i
Congregazionalisti non approvassero o non applicassero programmi di
de-investimento dalle compagnie americane che traggono profitto
dall¹occupazione.
Insegnamento universitario
L¹insegnamento universitario è stato da molto tempo un campo di battaglia
tra i sionisti e i sostenitori della Palestina. Negli ultimi anni, la
battaglia si è incentrata principalmente su due temi: sui de-investimenti e
su ciò che può o non può essere insegnato del conflitto Israele-Palestina. I
sionisti avevano già messo in opera il loro attivismo frenetico prima
dell¹attuale Intifada, ma dopo che le critiche a Israele si svilupparono a
causa dell¹assalto contro Jenin dell¹aprile 2002, ben 26 gruppi universitari
guidati da Hillel e varie organizzazioni esterne alle Facoltà, dirette
dall¹AIPAC, dall¹Anti Defamation League e dall¹American Jewish Committee,
(ADL e AJC, due altre organizzazioni sioniste, ndt) hanno fondato la Israel
Campus Coalition. Sono riusciti finora a respingere ogni tentativo di
de-investimento verso Israele nelle Università come hanno fatto con le
chiese cristiane.
Nella battaglia sui contenuti dell¹insegnamento, l¹ADL ha avuto un vantaggio
iniziale. Nei primi anni ¹80, fu la prima organizzazione che pubblicò una
lista di professori e militanti pro-arabi e poi la distribuì ai suoi membri
e ai Media. Il gruppo più recente, Campus Watch, si è spinto fino a mettere
anche gli indirizzi sul suo sito web ma è stato costretto a rimuoverli.
Nel campo universitario, l¹AJC e Campus Watch hanno fatto pressioni sul
Congresso per far approvare una legge che preveda il monitoraggio degli
studi universitari mediorientali nelle Facoltà onde assicurarsi che i
professori non indottrinino i loro studenti con ³propaganda² anti-israeliana
o anti-americana. Dal momento che una simile legge violerebbe il 1°
emendamento della Costituzione e limiterebbe la libertà di espressione dei
professori nelle aule, essa è bloccata in Senato.
Proprio in quest¹ultimo scorcio di tempo, la lobby è riuscita a segnare un
punto importante a suo vantaggio. É stata in grado di impedire alla Yale
University, la più antica del paese, di assumere il professore ed esperto
del Medio Oriente Juan Cole dell¹Università del Michigan, anche se
l¹assunzione di Cole era stata raccomandata dal comitato universitario
addetto alla scelta degli insegnanti. Il crimine di Cole? É critico verso
Israele, verso la lobby e sostiene i palestinesi.
Conquista dei quotidiani
La conquista dei quotidiani ha rappresentato ha volte un problema, ma la
lobby è uscita chiaramente vincitrice da questa battaglia. Considerando che
sono di storica proprietà ebraica i due quotidiani più influenti del paese,
il New York Times e il Washington Post, considerando che sono
pro-israeliani i columnists di entrambi questi giornali e i loro articoli
vengono venduti tramite agenzie a centinaia di altri giornali nell¹intero
paese, si può dire che il punto di vista pro-israeliano è l¹unico che viene
letto in America e sulle prime pagine e su quelle degli editorialisti.
Anche i telegiornali sono gestiti da pro-israeliani, eppure questo non basta
ai gruppi sionisti che fanno monitoraggio della stampa e che sono riuniti
nelle organizzazioni CAMERA [6] e Honest Reporting. Accusano entrambi i
giornali citati di essere favorevoli ai palestinesi e contrari a Israele.
Tutto ciò, naturalmente, non ha alcun senso, ma serve a farli rigare dritto.
Libri
Qualsiasi rassegna dei titoli dei libri pubblicati in America rivela ancora
un¹altro successo della lobby. Sebbene ci sia stata una pletora di libri su
Israele e la cultura ebraica, nulla ha avuto più successo rispetto alla
promozione di libri sull¹Olocausto ebraico e la produzione sembra non
arrestarsi mai. Inoltre, è raro che un bimbo americano riesca a superare gli
studi nella scuola pubblica senza subire un intenso studio dell¹olocausto,
soprattutto attraverso il Diario di Anna Frank. Per i ragazzi americani
quella è tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale. In effetti, gli
scolari americani trascorrono più tempo a studiare l¹olocausto rispetto al
genocidio dei nativi americani (13 milioni di morti nell¹America
Settentrionale, ndt) e ai tre secoli e mezzo di schiavitù e le decine di
anni di razzismo che seguirono. Prima di lasciare la scuola superiore, gli
studenti americani avranno letto e sperimentato anche le piagnucolose
recriminazioni di Eli Wiesel contro il mondo dei non-ebrei per non essersi
precipitato in aiuto degli ebrei. Wiesel è oggi un punto fisso sulla scena
culturale americana.
Relazioni con le comunità Afro-americana e Latino-americana
Non voglio scorrere oltre il programma dell¹AZC, voglio solo sottolineare
che i contatti che essa va tessendo con la comunità Afro-americana, e più
recentemente con l¹emergente popolazione Latino-americana, hanno
rappresentato un fatto di importanza maggiore per la direzione della lobby.
Ebrei di sinistra svolsero un ruolo importante in America durante le lotte
per i diritti civili, mentre gli obiettivi principali della lobby sono stati
da sempre quelli di controllare il programma politico dei neri e di
determinarne la direzione. E in questo la lobby è riuscita a realizzare i
suoi scopi. Alcuni ricchi uomini d¹affari pro-israeliani contribuiscono a
sostenere le finanze di chiese Afro-americane e così tengono buoni i loro
ministri; allo stesso modo vengono forniti fondi e informazioni utili ai
politici di colore che aspirano ad un posto nelle istituzioni, così che la
loro fedeltà ai donatori, se non addirittura ad Israele, viene assicurata.
Coloro che si rifiutano di genuflettersi di fronte alla lobby, che a suo
tempo richiedeva di inghiottire le critiche a Israele che forniva armi al
regime dell¹apartheid in Sud Africa, vengono immediatamente accusati di
antisemitismo e presi di mira allo scopo di estinguerli politicamente.
Ciò che rimane oggi è quello che io ho chiamato ³la piantagione invisibile.²
L¹unico membro del Congresso che non fa parte della piantagione al momento è
Cynthia McKinney di Atlanta, Georgia. Riuscirono a sconfiggerla nel 2002 per
aver criticato Israele e la guerra in Iraq, ma lei diede battaglia e
riconquistò il seggio nel 2004, con gran dispiacere non solo della lobby ma
anche del Partito Democratico.
É pronto contro di lei un nuovo fuoco di sbarramento alle primarie del 18
luglio 2006 in Georgia.
Mancanza di opposizione
Infine, ed è la cosa più sconvolgente, ciò che distingue la lobby israeliana
dalle altre lobby è che essa non trova un significativo contrasto.
In realtà, solo la primavera scorsa, con la pubblicazione nella London
Review of Books del saggio intitolato ŒLa lobby israeliana e la politica
estera degli Stati Uniti¹, scritto dai professori universitari John
Mearsheimer della University of Chicago and Steven Walt, di Harvard,
l¹argomento del potere e dell¹influenza della lobby sulla politica estera
americana in Medio Oriente è diventato un tema accettabile di dibattito
pubblico.
Nel loro scritto i due studiosi hanno affermato, con prove abbondanti, che
il sostegno statunitense a Israele in tutti questi anni non ha fatto gli
interessi nazionali dell¹America e che la guerra in Iraq è stata scatenata
essenzialmente per conto di Israele, infine essi hanno efficacemente
contrastato l¹idea che Israele rappresenti un ³bene strategico² degli Stati
Uniti in questo momento.
Il fatto che si sia dovuto pubblicare il saggio a Londra, dopo che sia stato
rifiutato dall¹Atlantic Magazine negli Stati Uniti la dice lunga su quanto
la discussione sulla lobby sia un argomento tabù negli ambienti della
politica Americana.
Gli ambienti a cui mi riferisco non includono soltanto i sostenitori di
Israele, i politici nelle istituzioni e i Media su cui i primi esercitano la
loro influenza, ma anche la sinistra americana e la sua figura centrale, il
prof. Noam Chomsky. Quest¹ultimo, da una parte ha lodato i due studiosi per
aver sollevato il problema della lobby, ma dall¹altra si è affrettato, con
aria indifferente, di liquidare le loro tesi senza nemmeno affrontarne i
punti essenziali.
Non è stata una sorpresa. Per più di 30 anni, in innumerevoli libri,
discorsi e interviste, il prof. Chomsky ha sostenuto che Israele è un ³bene
strategico² americano, che è utilizzato come ³poliziotto a tempo² in Medio
Oriente, e che la lobby non è proprio un fattore nelle decisioni di politica
estera a Washington. Sembra così, egli insiste, perché le posizioni della
lobby tendono ad andare d¹accordo con quelle dell¹elite dirigente americana.
É interessante notare anche che Chomsky si oppone fortemente a ogni forma di
pressione economica contro Israele, sia essa boicottaggio, de-investimento o
sanzioni simili a quelle contro il Sud Africa dell¹apartheid.
Avendo investito tanto nella sua posizione, il prof. Chomsky non cambierà
certo idea proprio ora. Né, pare, lo faranno altri professori, come Stephen
Zunes, che hanno adottato rigidamente il suo punto di vista.
I movimenti contro la guerra e per la Palestina
Ma quello che è più grave è che questa è stata la posizione del movimento
contro la guerra e di quello di solidarietà con la Palestina. Invece di dare
il benvenuto all¹opportunità di criticare o per lo meno discutere il ruolo
della lobby offerta dal saggio di Mearsheimer e Walt, i movimenti lo hanno
ignorato o, come Chomsky e Zunes, hanno insistito nel dire che il problema
non è la lobby, ma l¹imperialismo americano (come se le due cose si
escludessero a vicenda) che è un obiettivo facile ma offre poco fondamento
per un¹azione politica concreta. Il fatto che il movimento di solidarietà
con la Palestina negli Stati Uniti abbia finora rappresentato un fallimento
completo, credo, è dovuto al suo rifiuto di riconoscere il potere della
lobby israeliana e quindi di combatterla a livello locale e nazionale.
É interessante notare che già nel 1971, tre anni prima che Chomsky
pubblicasse il suo primo libro su Israele, Roger Hilsman, che era stato
dirigente del Dipartimento di Stato (Esteri) nel settore dell¹intelligence
durante l¹amministrazione Kennedy, aveva scritto:
Risulta ovvio, anche all¹osservatore più distratto, per esempio, che la
politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, dove il fattore petrolio
è fondamentale, è stata più sensibile alle pressioni della comunità
ebraico-americana e al suo ovvio desiderio di sostenere Israele di quanto
non lo sia stata agli interessi petroliferi americani.
Stephen Green ha compiuto una ricerca su questo argomento andandosi a
spulciare documenti del Dipartimento di Stato e così ha cominciato a
dissodare un terreno fino allora rimasto vergine. La sua ricerca si trova
nel magnifico libro ŒTaking Sides: America¹s Secret Relations with Militant
Israel¹. Nel libro egli afferma, solo in un modo un po¹ più sfumato:
Dal 1953, Israele e gli amici di Israele in America, hanno determinato a
grandi linee la politica americana nella regione. É toccato ai presidenti
americani realizzare quella politica, con gradi diversi di entusiasmo, e con
la libertà di vedersela con scelte di carattere tattico.
Il defunto prof. Edward Said non usava mezzi termini sull¹argomento. Nel
2001, nel suo contributo dal titolo ŒL¹ultimo tabù dell¹America¹ per la
raccolta di articoli La nuova Intifada si chiedeva retoricamente:
Cosa spiega l¹attuale stato delle cose? La risposta si trova nel potere
delle organizzazioni sioniste nella politica americana, il cui ruolo, nel
corso di tutto il «processo di pace» non è stato mai affrontato in modo
adeguato un errore che è del tutto sorprendente, dato che la politica
dell¹OLP è stata quella di gettare il nostro destino in quanto popolo nelle
braccia degli Stati Uniti, senza nessuna consapevolezza strategica di quanto
la politica americana sia dominata da una piccola minoranza i cui punti di
vista sul Medio Oriente sono in qualche modo ancora più estremisti di quelli
dello stesso Likud.
Riguardo all¹AIPAC, Said scriveva:
L¹American Israel Public Affairs Committee l¹AIPAC per anni è stato
l¹unica strapotente lobby a Washington. Attingendo da una popolazione
ebraica ben organizzata, ben collegata, molto visibile e ricca, l¹AIPAC
ispira paura e rispetto in tutto l¹ambiente politico. Chi oserà ergersi
contro questo Moloc per conto dei palestinesi quando questi non possono
offrire nulla, mentre invece l¹AIPAC può distruggere una carriera
professionale semplicemente staccando un assegno? Nel passato, uno o due
membri del Congresso hanno osato resistere apertamente all¹AIPAC, ma poi i
numerosi comitati d¹azione politici controllati dall¹AIPAC hanno fatto in
modo che costoro non venissero mai più rieletti .... Se questo è il
materiale del ramo legislativo, cosa ci si può aspettare dell¹esecutivo?
La voce del prof. Said, come altre voci, caddero su orecchie per lo più
sorde.
Così, non dovrebbe apparire sorprendente che nell¹assenza di qualsiasi
opposizione pubblica organizzata e nella vergognosa inadempienza da parte di
coloro che dicono di sostenere la causa palestinese, la lobby israeliana non
ha avuto difficoltà a mantenere il suo controllo sul Congresso degli Stati
Uniti, e dirigere di fatto la politica mediorientale americana. Essa ha
fatto in modo che qualsiasi presidente che si è opposto ad essa abbia dovuto
pagare il prezzo di una prevedibile sconfitta elettorale il giorno delle
elezioni per il secondo mandato.
Ogni presidente, a cominciare da Richard Nixon, ha fatto qualche timido
sforzo per costringere Israele a lasciare la Cisgiordania, Gaza e le alture
del Golan, non per il beneficio dei palestinesi, ma per migliorare gli
interessi regionali dell¹America. Ogni minimo sforzo è stato ostacolato
dalla lobby.
L¹unica eccezione è stata Jimmy Carter, un politico outsider, il quale
costrinse Menachem Begin a evacuare la penisola del Sinai in cambio del
trattato di pace di Camp David con l¹Egitto e nel 1978, per fargli
inghiottire il rospo, gli ordinò di ritirare le sue truppe dal Libano, dopo
la prima invasione israeliana del suo vicino settentrionale.
La lobby, naturalmente, non era contenta degli accordi di Camp David, né dei
suoi altri sforzi di fare pressioni su Israele e così anche lui dovette
pagare il prezzo. Ciò avvenne alle elezioni del 1980 quando ricevette solo
il 48% dei voti ebraici, la percentuale più bassa di qualsiasi candidato
Democratico da quando si è cominciato a tenere il conto.
Data la situazione che ho descritto, le prospettive di cambiamento della
politica americana se non fosse altro nei termini di dare un po¹ più di
giustizia ai palestinesi non sono affatto rosee.
Ciò che ci resta da fare è spiegare perché e cercare di far capire a coloro
che sono alla testa del movimento e ne stabiliscono la direzione sbagliata
che essi devono o cambiare atteggiamento o togliersi da mezzo.
[1] La parola Œlobby¹ in inglese indica l¹atrio, il corridoio (del
parlamento o del senato) dove gli intrallazzatori del mondo politico o
economico fanno pressioni (leggi: Œbustarelle¹, che è sempre il modo più
concreto di fare pressioni) sui parlamentari o senatori per far approvare
provvedimenti a favore degli interessi politici o economici che
rappresentano.
[2] Il New York Times è notoriamente un giornale filo-sionista e sta quindi
ben attento a non allarmare gli americani sugli impressionanti finanziamenti
ai politici di Washington da parte di Œbenefattori¹ ebrei.
[3] Haim Saban è veramente un buon esempio per capire come funziona la lobby
ebraica e quale sia il suo peso.
[4] ŒOmbrella group¹, cioè un¹organizzazione che riunisce su un programma
comune numerosi gruppi e associazioni.
[5] L¹autore cita esattamente le parole del programma del comitato sionista.
Tutti sanno che in America la parola ŒNegro¹ è offensiva e razzista
[6] Committee for Accuracy on Middle East Reporting in America, comitato per
l¹accuratezza nel giornalismo sul Medio Oriente in America.
TUTTO E' DI TUTTI




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