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Discussione: Finalmente La Verita'

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    Predefinito Finalmente La Verita'

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Discorso tenuto da Jeffrey Blankfort alla conferenza della Commissione
    Islamica per i Diritti Umani, presso la Scuola di Studi Orientali e
    Africani, Londra, 2 Luglio 2006

    L¹Influenza di Israele e della sua lobby in America sulla politica americana
    in Medio Oriente


    Jeffrey Blankfort

    Tradotto da Mauro Manno



    Il sistema politico americano: la democrazia in vendita

    L'evidente abilità d'Israele, uno dei paesi più piccoli del mondo, nel dare
    forma alle politiche sul Medio Oriente dell¹ultima superpotenza rimasta, è
    stata sorgente di confusione, congetture, e frustrazione costante per coloro
    che combattono per la giustizia per i palestinesi e per i popoli della
    regione, in generale. Una delle radici di questo unico fenomeno storico può
    essere riscontrata nell'interpretazione di una decisione di 120 anni fa
    della Corte Suprema degli Stati Uniti che garantì alle Società per Azioni ed
    alle Corporazioni gli stessi diritti garantiti ad ogni singolo cittadino
    americano.
    Uno di questi diritti è la libertà di espressione garantita dal 1°
    emendamento della Costituzione degli USA. Grazie allo straordinario grado di
    corruzione che era palese nella società americana alla fine del 19° secolo,
    i contributi finanziari ai candidati politici finirono per essere
    considerati dalla corte come espressione di libertà politica e quindi
    ricevettero la protezione della corte stessa.
    Ciò ha portato il sistema politico americano a diventare un sistema in cui
    trionfano le campagne politiche interminabili e ancora più costose, e
    quindi, senza dubbio, il sistema più corrotto tra quelli dei cosiddetti
    ³paesi avanzati². La decisione della Corte Suprema, ribadita negli anni, ha
    aperto le porte a ben finanziati ³interessi speciali² ed alle lobby [1] ad
    essi legati, ed ha permesso a queste lobby, che si servono di ciò che è di
    fatto una forma di corruzione legale, di dare forma alla politica estera ed
    interna degli Stati Uniti.
    Già nel 1907, lo scrittore americano Mark Twain scriveva che c¹era un solo
    ceto nativo che fosse criminale in America ­ cioè il Congresso e un decennio
    dopo, l'umorista Will Rogers si prendeva gioco dell¹America, affermando che
    ³l'America ha il migliore Congresso che il danaro può comprare.²
    All'inizio furono le compagnie ferroviarie e le acciaierie che pagarono il
    dovuto prezzo, poi vennero le compagnie del legname, del petrolio e quelle
    edilizie, quindi si presentarono i fabbricanti di armi ed automobili, le
    industrie aeronautiche e quelle delle comunicazioni, e infine quelli che
    vengono eufemisticamente detti Œfornitori di salute¹ - cioè i dottori, gli
    ospedali e i produttori farmaceutici, che hanno fatto in modo che gli
    americani siano gli unici cittadini di un paese sviluppato a non avere alcun
    servizio sanitario nazionale.
    Nel campo della politica estera, nessuna lobby si è dimostrata tanto potente
    quanto l'organizzata comunità ebraica americana, che agisce in appoggio ad
    Israele. Essa di solito viene chiamata la lobby israeliana e nei corridoi
    del Congresso, semplicemente, ³the lobby.²
    La sua forza è ancora più impressionante se si pensa che la lobby
    rappresenta non più di un terzo dei sei milioni di ebrei d¹America.

    L¹obiettivo a senso unico della Lobby

    Il fanatismo e la fissazione in un¹unica direzione di questo terzo degli
    ebrei, comunque, è in netto contrasto con la mancanza da parte della
    schiacciante maggioranza degli americani di coinvolgimento in un sistema
    politico nei confronti del quale hanno perduto fiducia e rispetto molto
    tempo fa. Ciò ha reso il compito della lobby molto più semplice di quanto
    potesse sembrare di primo acchito. Questo spiega anche perché il sostegno
    incondizionato a Israele rimarrà probabilmente l'unico argomento sul quale
    Democratici e Repubblicani mettono da parte la loro ostilità e marciano a
    passo unito come animali da circo ammaestrati. Non solo i provvedimenti a
    favore di Israele ricevono di solito 400 voti sui 435 membri della Camera e
    99 su 100 al Senato, ma quando si parla di aiuti esteri, il Congresso ha
    spesso votato per garantire ad Israele più denaro di quello richiesto dal
    presidente o per far passare comunque leggi favorevoli alla lobby nel caso
    il presidente fosse ad esse contrario.
    Dal 1985 l'ammontare dell'aiuto diretto è oscillato tra i 3 ed i 3.5
    miliardi di dollari, mentre gli extra non dichiarati nel budget del
    Pentagono contribuiscono a portare quella cifra considerevolmente più in
    alto.
    Si stima che il totale oggi sia di almeno 108 miliardi di dollari.
    Questa cifra non include i costi, pari a 19 miliardi di dollari, per le
    garanzie sui prestiti ad Israele dal 1991; non include neanche i miliardi di
    dollari dei contribuenti investiti nei bond governativi israeliani presi dai
    fondi pensioni, dai governi dei singoli stati, contee e città, e nemmeno i
    miliardi di donazioni esentasse fatte dagli ebrei americani alle agenzie
    paragovernative israeliane ed alle associazioni di beneficenza sin dalla
    fondazione dello Stato di Israele.
    In tutto questo non si è mai preso in considerazione lo stato dell'economia
    americana. Quando non si sono trovati i fondi per i programmi domestici
    essenziali, come nel 199l, quando sei città americane su 10 non riuscivano a
    far quadrare il proprio bilancio e parecchi Stati la loro bilancia dei
    pagamenti, Israele continuava a ricevere, per soddisfare i desideri del
    primo presidente Bush, 650 milioni di dollari supplementari in contanti come
    rimborso parziale delle spese d'emergenza per la Guerra del Golfo. Nel
    settembre del 1992, dopo aver testardamente resistito per un anno alla
    richiesta di Israele di 10 miliardi di dollari in garanzie sui prestiti, ma
    con delle difficili elezioni contro Bill Clinton da lì a due mesi, Bush
    soddisfece la richiesta del Congresso che chiedeva una decisione favorevole
    a Israele. Decisione troppo tardiva per aiutarlo alle urne.
    Questo è non soltanto un tributo pagato per i milioni di dollari distribuiti
    da parte di ricchi ebrei americani ai candidati politici della nazione, ma è
    anche la testimonianza della paura che l'AIPAC, il Comitato degli Affari
    Pubblici Americano-Israeliano, la lobby israeliana ufficiale, ha infuso nei
    membri del congresso che non hanno alcun interesse personale a sostenere
    Israele, né un importante collegio elettorale ebraico da conquistare.
    "Se il voto fosse segreto, gli aiuti ad Israele sarebbero ridotti
    seriamente," così si è espresso un parlamentare, considerato come
    pro-Israele, in un¹intervista rilasciata a Morton Kondracke del New Republic
    (settimanale ultraconservatore sionista, ndt) nel 1989. ³Non è assolutamente
    più per puro amore di Israele che esso riceve 3 miliardi all'anno. È per la
    paura di svegliarsi una mattina e scoprire il candidato alle elezioni che si
    oppone a te ha ricevuto una donazione di 500.000 dollari per sconfiggerti².

    AIPAC e oltre

    La lobby, tuttavia, è più dello stesso AIPAC, che, da solo, non sarebbe in
    grado di esercitare un simile potere. Ci sono, in realtà, più di 60
    organizzazioni, dalle più piccole alle più grandi, impegnate con un solo
    obiettivo, promuovere gli interessi di Israele in America e
    contemporaneamente, emarginare, intimidire e mettere a tacere i suoi
    critici. Esse prendono di mira anche quegli ebrei che si oppongono sia
    all¹esistenza di Israele in quanto Stato ebraico, come me stesso ed altri
    che si sentono oltraggiati dalla continua occupazione e furto della terra
    palestinese da parte di Israele, sia si oppongono ai micidiali metodi con
    cui questa occupazione e questo furto vengono portati avanti, limitati solo
    in piccola parte dalle restrizioni della comunità internazionale.
    Circa 52 appartengono alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori
    Organizzazioni Ebraiche Americane, che è considerata la voce della comunità
    ebraica americana.
    Oltre all'AIPAC, le due più grandi e più influenti organizzazioni sono l'
    Anti-Defamation League, o ADL (Lega Anti-Diffamazione, ndt), e l'American
    Jewish Committee, o AJC (Comitato degli Ebrei Americani, ndt). I
    rappresentanti delle maggiori organizzazioni si incontrano ogni mese per
    pianificare la strategia per quel mese. Niente può essere lasciato al caso.
    L'ADL nacque nel 1914 come propaggine della più vecchia organizzazione
    sionista della nazione, B¹nai B¹rith. La sua missione era difendere gli
    ebrei da attacchi fisici e verbali anti-ebraici. Lo fa ancora, ma il
    razzismo anti-ebraico ha smesso di essere un problema serio negli Stati
    Uniti da anni, per cui il compito principale dell'ADL oggi è raccogliere
    informazioni su coloro che criticano Israele, che essa definisce i «nuovi
    anti-semiti» per poi infangarli nei Media.
    Quattordici anni fa, si sono spinti troppo oltre con la raccolta di
    informazioni. Un blitz della polizia di San Francisco negli uffici dell'ADL
    rivelò che l'organizzazione stava conducendo una grande operazione di
    spionaggio privato in tutti gli Stati Uniti. Nella sola area di San
    Francisco, i loro agenti avevano raccolto informazioni su più di 600
    organizzazioni e 12.000 persone, fra cui il sottoscritto. Non solo gruppi di
    arabi-americani, palestinesi e musulmani, ma anche neri, latini, asiatici,
    irlandesi e perfino sindacati.
    C¹erano dei dossier speciali dedicati ai militanti del movimento
    anti-apartheid, la qual cosa non era affatto sorprendente dato i legami di
    Israele con il regime di apartheid del Sud Africa. Quello che è grave però e
    che le spie dell¹ADL passavano le informazioni ai servizi segreti
    sudafricani insieme ad altre informazioni riguardanti gli esiliati neri
    sudafricani che vivevano in California.
    Le pressioni degli influenti sionisti locali convinsero le autorità
    cittadine a non portare davanti alla legge l'ADL e l'organizzazione dovette
    promettere di cessare le sue attività di spionaggio. Non c'è ragione di
    credere che l'abbia fatto. Oggi, l¹ADL lavora a stretto contatto con i
    dipartimenti di polizia in tutto il paese, istruendoli sui cosiddetti "hate
    crimes² (crimini d'odio, cioè crimini a sfondo razziale, ndt) ed organizza
    di routine viaggi gratis in Israele per gruppi di ufficiali della polizia
    americana per insegnare loro come rispondere ad "attacchi terroristici". Ciò
    non preannuncia nulla di buono per ciò che rimane delle libertà civili
    americane.
    Il Comitato degli Ebrei Americani (AJC) fu fondato da ebrei tedeschi nel
    1906 ed era stato fermamente anti-sionista fino agli eventi della Seconda
    Guerra Mondiale; fu l¹olocausto ebraico che lo portò a cambiare la propria
    posizione. Oggi, è l'ufficio esteri non ufficiale della lobby, e fino a poco
    tempo fa si accontentava di lavorare dietro le quinte facendo pressione sui
    governi stranieri per conto d'Israele. Ha cominciato a mostrare
    pubblicamente i muscoli due anni fa quando ha aperto un ufficio a Bruxelles
    per iniziative di lobby nei confronti dell¹Unione Europea.
    L'AJC tiene ora riunioni mensili con un alto dirigente del governo dell¹UE,
    quando non si tratta proprio del presidente della Commissione e di questo se
    ne possono già vedere gli effetti. Durante l'anno scorso l'UE ha fatto
    marcia indietro sul relativo sostegno ai palestinesi ed ha adottato vari
    provvedimenti che, l¹uno dopo l¹altro, seguono le richieste israeliane.
    Un bel numero di altre organizzazioni che fanno parte della lobby non
    partecipano alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni
    Ebraiche Americane. Ci riferiamo ai 117 Consigli per le relazioni tra le
    comunità ebraiche, le 155 federazioni ebraiche, e numerosi potenti ed
    "indipendenti" think tanks (centri di studi strategici e geopolitici, ndt)
    siti in Washington come il Washington Institute for Near East Policy
    (Istituto per le Politiche sul Vicino Oriente di Washington, ndt), creazione
    dell'AIPAC; l'American Enterprise Institute (l'Istituto di Iniziativa
    Americano ndt), e la Foundation for the Defense of Democracy (Fondazione per
    la Difesa della Democrazia, ndt), fondata dopo l'attacco al World Trade
    Center.
    Se aggiungiamo a quanto ho enumerato finora anche gli enti religiosi ebraici
    che anch¹essi fanno iniziative di lobby a favore di Israele, appare ovvio
    che non esiste altro gruppo etnico o religioso che può paragonarsi, per
    potenza e organizzazione alla lobby pro-israeliana, con l¹eccezione forse
    dei Cristiani Sionisti, ma l¹ambito del suo intervento è relativamente
    limitato. Questo è infatti una delle cose che distingue la lobby
    pro-israeliana dalle altre potenti lobby che difendono interessi
    particolari, a parte il fatto, naturalmente, che difende gli interessi di un
    paese straniero. Tutte le differenze sono importanti se si vogliono capire
    le ragioni del suo successo.
    La prima di queste ragioni, naturalmente, è il denaro. É impossibile sapere
    esattamente quanto denaro gli ebrei investano nei politici americani, ma è
    sicuramente molto di più di quello che investono gli altri gruppi.
    La difficoltà sta nel fatto che i gruppi che studiano i finanziamenti alla
    politica dividono i contributi in relazione al settore finanziario a cui
    appartengono i donatori. Questo tipo di classificazione, nel caso di
    Israele, tende a mascherare gli obiettivi che il donatore vuole raggiungere.
    Per esempio, l¹industria della comunicazione negli Stati Uniti è dominata
    dagli ebrei, la maggior parte dei quali sono noti sostenitori di Israele.
    Quando, tuttavia, i rappresentanti dell¹industria della comunicazione
    versano denaro ai Partiti Democratico o Repubblicano, il finanziamento non è
    attribuito alla lobby israeliana ma, appunto, all¹industria della
    comunicazione. Questo vale anche per il settore bancario e per le società
    finanziarie di Wall Street, le quali sono pure in gran parte ebraiche, o
    anche ad altri settori del mondo degli affari.
    Haim Sabam esemplifica questo problema. Saban, un miliardario
    israelo-americano nato in Egitto e, per giunta, anche proprietario di vari
    Media, nel 2002 versò 12,3 milioni di dollari al Partito Democratico, 7,5
    milioni furono versati in una sola rata. La somma donata da Saban superava
    di 2 milioni di dollari il contributo che la Exxon aveva dato al Partito
    Repubblicano in un periodo di 10 anni ma la notizia fu riportata con un
    trafiletto di pochi centimetri quadrati nel New York Times. [2] Saban, un
    buon amico dell¹ex-Primo Ministro israeliano Ehud Barak, ha versato
    sostanziosi contributi anche all¹AIPAC.
    Saban ha anche fondato il Saban Center on the Middle East presso il
    Brookings Institute, trasformando quel centro di ricerca, un tempo
    indipendente, in un¹altra articolazione della lobby. Il finanziamento di
    12,3 milioni di dollari, tuttavia, non è stato considerato come parte dei
    versamenti della lobby israeliana. [3]
    Ciò che viene considerato denaro strettamente pro-israeliano è in gran parte
    limitato a quei fondi che provengono da circa tre dozzine di PACs (Political
    Action Committees) e dai loro membri. I PACs sono gruppi autorizzati a
    raccogliere donazioni e versarle a quei politici che sostengono interessi
    particolari, dell¹industria, dei sindacati, ecc., oppure ad organizzazioni
    no-profit che hanno fondato il PAC. Ciò che distingue i PACs pro-israeliani
    dagli altri è il fatto che essi nascondono la loro identità per evitare che
    i Media e il pubblico ci metta il naso. Riescono a camuffarsi non
    menzionando Israele nella loro denominazione. Infatti i loro PACs si
    denominano, per esempio, Northern Californians for Good Government oppure
    St. Louisians for Good Government, o ancora The Desert Caucus, o Hudson
    Valley PAC, o NATPAC, ecc. Per questa ragione sono stati definititi ŒPACs
    segreti¹ da parte di un ex dirigente del Dipartimento di Stato.
    Inoltre, diversamente da altri PACs, quelli pro-israeliani sono gli unici a
    finanziare candidati di altri Stati.
    Per esempio, il Desert Caucus potrà inviare denaro ai candidati
    parlamentari, sia uno che sta per essere eletto al Senato o alla Camera dei
    Rappresentanti, nello Stato dell¹Illinois o del New Jersey, esclusivamente
    alle loro posizioni filo-israeliane. Questo ha portato i critici della Lobby
    a definirli ŒQuelli di Israele al primo posto¹ [Israel Firsters] . Per dire
    che essi si preoccupano più del benessere di Israele rispetto a quello dei
    loro concittadini americani.
    Il modo in cui io sono riuscito a calcolare i finanziamenti politici
    pro-israeliani è stato quello di andare sul sito web della rivista Mother
    Jones, un mensile pro-israeliano di sinistra. Nel 1996 e nel 2000, la
    rivista ha compilato una lista dei 400 maggiori donatori individuali ad
    entrambi i partiti politici. Ciò che ho scoperto è che nel 2000, 7 dei 10
    maggiori donatori, 12 dei 20 maggiori donatori, e perlomeno 125 su 250
    maggiori donatori erano ebrei, e che la maggior parte delle donazioni sono
    andate al Partito Democratico. In altri termini, perlomeno il 50%, ma
    sicuramente di più, delle donazioni erano di provenienza ebraica. E¹ una
    cifra veramente sorprendente, se si tiene conto che gli ebrei costituiscono
    solo il 2,3% della popolazione americana.
    La cifra del 50% corrisponde alle stime che vengono da Partito Democratico e
    dalle organizzazioni ebraiche
    sebbene alcuni pensano che la realtà si avvicina al 70%.
    Il volume di questi contributi, aggiunto a quelli che provengono dai
    sindacati, i quali sono decisamente pro-israeliani, almeno a livello della
    direzione e che hanno investito non meno di 5 miliardi di bond governativi
    in Israele, hanno trasformato il Partito Democratico in ciò che il
    professore di Diritto Francis Boyle ha recentemente definito ³La prima linea
    dell¹AIPAC ².
    Mentre, da una parte, è presente in modo massiccio nel Campidoglio di
    Washington, fino al punto da essere chiamata nel Congresso, semplicemente
    ³La Lobby ³, dall¹altra l¹AIPAC prende la sua forza dai suoi quadri di base
    e da quelli delle altre organizzazioni ebraiche con le quali è collegato in
    una rete che copre ogni Stato e ogni città importante degli Stati Uniti. Le
    sue operazioni vengono condotte da un personale di 165 impiegati, con un
    corposo bilancio annuale di 47 milioni di dollari, e uffici in tutto il
    paese. Il suo vantaggio speciale è che esso è considerato una Lobby
    nazionale e quindi non è tenuta a registrarsi come Lobby straniera secondo
    la legge denominata Foreign Agents Registration Act.
    Questo permette ai Lobbisti di accedere a luoghi dai quali sarebbero tenuti
    lontani dalla legge; per esempio possono prendere parte alle audizioni dei
    Comitati del Congresso, possono scrivere o esaminare tutti i provvedimenti
    legislativi che riguardano Israele o il Medio Oriente, possono piazzare loro
    spie come volontari negli uffici dei membri del Congresso dove raccolgono
    informazioni per l¹AIPAC.
    In realtà sono pochi i membri dell¹AIPAC che fanno direttamente azioni di
    Lobby. La maggior parte fornisce materiale di ricerca, argomenti di
    discussione, scrive discorsi per i membri del Congresso o contribuisce a
    preparare il Rapporto sul Medio Oriente dell¹AIPAC, un documento
    bisettimanale di quattro pagine che viene distribuito a tutti i parlamentari
    del Congresso. A livello locale, oltre a versare finanziamenti, i membri
    dell¹AIPAC forniscono gratuitamente la loro competenza a tutti i candidati
    alle elezioni, così chiunque vinca, assicura un nuovo sostenitore a Israele.

    La strategia dell¹AIPAC

    La conferenza annuale dell¹AIPAC si svolge a Washington ogni primavera e
    costituisce un avvenimento importante della stagione politica. Nel 2005, vi
    parteciparono 4000 suoi aderenti e 1000 ospiti borsisti. Il discorso
    introduttivo viene di solito tenuto dal Presidente degli Stati Uniti, dal
    Vice-presidente o dal segretario di Stato. Quest¹anno è toccato al
    Vice-presidente Dick Cheney, salutato da molti scrosci di applausi e una
    standing ovation. Come tributo al potere della lobby, partecipano alla
    conferenza circa la metà dei membri del Congresso, compresi i capigruppo
    Democratico e Repubblicano di entrambe le Camere. Ovviamente i loro discorsi
    riflettono la loro personale fedeltà e l¹appoggio incondizionato
    dell¹America a Israele. I nomi dei membri del Congresso che percorrono la
    passerella vengono pubblicizzati sul sito web dell¹Aipac, il che fa crescere
    le loro possibilità di ottenere contributi da parte dei principali donatori
    ebraici.
    Altrettanto importanti ma raramente pubblicizzate sono le cene e i pranzi
    regionali organizzati dall¹AIPAC nell¹intero paese, avvenimenti a cui
    vengono invitati a prendere parte i dirigenti politici locali ­ sindaci,
    sovrintendenti, consiglieri comunali, ufficiali della polizia, avvocati
    distrettuali, direttori scolastici, ecc. L¹oratore principale in queste
    occasioni è di solito un Senatore o il governatore di un altro Stato. É
    interessante notare che in queste occasioni i Media non sono mai invitati né
    informati su chi sia l¹oratore, da quale Stato provenga, su dove ha luogo la
    cena o il pranzo.
    Alla fine di questi avvenimenti, i personaggi invitati ricevono come premio
    dei viaggi completamente spesati in Israele, offerti dai Consigli della
    comunità ebraica locale, dalle Federazioni o da altre Organizzazioni
    ebraiche. In Israele, vengono ricevuti dal Primo Ministro, dal Ministro
    della Difesa e dal Capo Maggiore dell¹esercito, vengono portati in visita in
    Israele e nelle colonie in Cisgiordania, e infine vengono condotti al museo
    dell¹olocausto dello Yad Vashem. Si dà il caso che i futuri membri del
    Congresso vengano proprio da questa classe di ³servitori pubblici² e così le
    relazioni pubbliche stabilite, con questi viaggi, tra loro e influenti e
    attivi personaggi della comunità ebraica, daranno un beneficio a entrambe le
    parti.
    I politici, dai candidati al Congresso ai candidati presidenziali, si recano
    spesso in Israele per conquistarsi i voti ebraici in patria.
    George W. Bush fece il suo unico viaggio in Israele prima di prendere la
    decisione di partecipare alle elezioni per presidente, una scelta che fu da
    tutti considerata come uno sforzo per guadagnarsi il sostegno dei votanti
    pro-israeliani. Il governatore della California Arnold Swartznegger e il
    sindaco di New York Michael Bloomberg, un ebreo non praticante, hanno fatto
    esattamente la stessa cosa.
    Una volta eletti al congresso, ai deputati sono assicurati altri nuovi
    viaggi spesati in Israele, organizzati dall¹American Israel Education Fund,
    una fondazione creata da AIPAC a questo scopo. Solo nel 2005, più di 100
    membri del Congresso (sui 600 totali, ndt) hanno visitato Israele, alcuni
    più di una volta.
    É doveroso notare che pochi politici pensano di dover fare simili viaggi in
    Messico, prima o anche dopo le elezioni, malgrado il fatto che il Messico è
    un paese molto più importante per l¹economia americana di Israele ed è il
    paese d¹origine di molti più americani degli ebrei. Ma, sappiamo, non c¹è
    una lobby messicana con una simile influenza politica e finanziaria.
    L¹AIPAC non contribuisce direttamente alle campagne per le elezioni
    parlamentari o presidenziali, ma consiglia ai suoi membri e alla comunità
    pro-israeliana tutta chi va sovvenzionato con i migliori risultati, sia
    attraverso contributi personali, sia attraverso finanziamenti di uno dei
    PAC.
    Un segno distintivo importante del potere dell¹AIPAC è la sua abilità di
    raccogliere le firme di almeno 70 senatori (su i 100 totali, ndt) in fondo a
    qualsiasi lettera che desidera mandare al Presidente quando pensa che egli
    non sta operando nel migliore interesse di Israele. Uno dei casi più degno
    di nota fu la lettera che 76 senatori inviarono al Presidente Gerald Ford il
    21 maggio 1975 dopo che egli aveva sospeso gli aiuti ad Israele ed era sul
    punto di fare un importante discorso alla nazione in cui auspicava una
    correzione dei rapporti tra Stati Uniti e Israele e chiedere a quest¹ultimo
    di tornare ai confini del 1967. La lettera metteva in guardia Ford a non
    modificare minimamente la stretta relazione tra gli Stati Uniti e Israele.
    Ford non fece mai quel discorso e nessun altro presidente ha osato fare
    nuovamente una minaccia di quel genere.

    La comunità ebraica a favore del sionismo

    Mitchell Bard, ex direttore del Near East Report di proprietà dell¹AIPAC,
    dichiara che la fonte del potere della lobby è fondato sul fatto che ³gli
    ebrei si sono impegnati nella politica con un fervore quasi religioso².
    Sebbene la popolazione ebraica negli Stati Uniti è all¹incirca di sei
    milioni, o in termini percentuali un poco superiore al 2% della popolazione
    americana totale, circa il 90% degli ebrei vive i dodici Stati che
    rappresentano collegi elettorali chiave.
    ³Solo questi Stati² scrive Bard, ³valgono abbastanza voti per eleggere il
    presidente. Se ai voti ebraici si aggiungono i voti dei non-ebrei che sono
    favorevoli ad Israele quanto gli ebrei, è chiaro che Israele ha il sostegno
    di uno dei gruppi più consistenti che nel paese possono impedire politiche
    anti-israeliane²
    Bard sottolinea una cosa che è stata ovvia per anni agli osservatori
    politici. L¹attivismo politico ebraico obbliga i membri del Congresso a
    tenere in conto cosa possa significare per il loro futuro politico un
    atteggiamento incerto nel momento di votare provvedimenti relativi a
    Israele. Non ci sono benefici per coloro che criticano apertamente Israele,
    mentre ci sono ³considerevoli costi, sia in perdita di denaro, sia di voti
    ebraici ma anche non ebraici². Per un membro del Congresso, basta anche
    chiedere soltanto che gli Stati Uniti agiscano con equidistanza verso
    israeliani e palestinesi per essere preso di mira e affondato.
    Conseguentemente, i politici ad ogni livello nel governo tendono ad essere
    più attenti alle preoccupazioni dei votanti ebraici piuttosto che alle più
    ampie fasce di votanti dei loro collegi elettorali, i quali sono più
    interessati ai reality della TV, alle telenovelas, allo sport, ai loro
    cellulari piuttosto che alle politiche elettorali.
    Laddove ³è uno dei segreti di Pulcinella nella politica degli ebrei
    americani il fatto che i contributi per le campagne elettorali siano un
    elemento chiave del potere ebraico² come ha sottolineato J.J. Goldberg nel
    suo libro Jewish Power, tuttavia ai sostenitori di Israele, questo elemento
    chiave, non è mai bastato, fin dagli anni immediatamente successivi alla
    nascita di Israele. Ciò che essi ritenevano necessario è stato creare una
    struttura organizzativa superiore che unisse tutti i gruppi ebraici sì da
    influenzare ogni settore della vita americana.

    La struttura della lobby

    Sebbene questa struttura si sia evoluta nel tempo e mentre gli obiettivi
    delle sue attività si sono estesi e diventati più sofisticati, il suo modus
    operandi è rimasto per lo più lo stesso.
    La struttura e il suo modo di operare furono messe allo scoperto durante una
    Audizione del Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere, nel 1963, un
    periodo in cui l¹assistenza finanziaria e il sostegno politico a Israele da
    parte degli Stati Uniti erano insignificanti se paragonati a ciò che
    sarebbero diventati, ed era ancora possibile che per lo meno un legislatore
    eletto criticasse pubblicamente Israele dalla tribuna del Congresso. Il
    senatore J. William Fulbright, Democratico dell¹Arkansas, presidente del
    suddetto Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere diede inizio a una
    serie di Audizioni che riguardavano le attività di agenti stranieri negli
    Stati Uniti per stabilire se erano necessarie leggi più restrittive al
    riguardo.
    Tra i gruppi sospetti c¹erano quelli della giovane lobby israeliana, tra i
    quali la struttura organizzativa superiore o struttura a ombrello [4] che
    era l¹American Zionist Council (AZC), e l¹AIPAC che a quel tempo era poco
    più che una piccola organizzazione.
    In quegli anni, l¹AZC riuniva otto gruppi; solo due di questi sono attori
    importanti oggi, la Zionist Organization of America che è un¹organizzazione
    di estrema destra e la Women¹s Zionist Organization of America, più nota
    come Hadassah. L¹AIPAC era stato fondato nel 1951 come American Zionist
    Committee for Public Affairs (Comitato Sionista d¹Affari Publici in America)
    per agire come strumento lobbistico dell¹ American Zionist Council (AZC),
    successivamente, nel 1954, l¹AIPAC si era separata dall¹AZC per non mettere
    in pericolo, con la sua attività lobbistica, la condizione di esenzione
    dalle tasse delle altre organizzazioni. Nel frattempo lasciò cadere
    l¹aggettivo Œsionista¹ dal suo nome e, nel 1959, divenne l¹AIPAC
    (American-Israeli Public Affairs Committee). La separazione fu in gran parte
    un¹operazione cosmetica. Ci fu più che altro una divisione dei ruoli, così
    mentre l¹AIPAC indirizzava i suoi sforzi lobbistici verso il Congresso, le
    altre organizzazioni si incaricavano di intrallazzare a favore di Israele in
    lungo e in largo nella società americana.

    Il programma

    Perché tutto ciò divenisse chiaro bastò leggere il programma di un singolo
    gruppo dell¹American Zionist Committee, presentato all¹Audizione del
    Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere del 1963 di cui abbiamo detto.
    Si noti che a quel tempo Israele non era minacciato da nessun pericolo
    esterno e che l¹Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non
    esisteva ancora.
    Questo gruppo era il Committee on Information and Public Relations (Comitato
    per l¹Informazione e le Pubbliche Relazioni) dell¹Americam Zionist Council
    (AZC), il quale, secondo il suo programma, doveva svolgere ³la sua attività
    principale per mezzo di sottocomitati altamente specializzati composti di
    professionisti di settori specifici di attività che operavano su base
    volontaria ...². Gli stanziamenti di bilancio per l¹anno budgetario 1962/63
    erano indirizzati ad interventi nei confronti delle riviste, dei loro
    direttori, le TV, le radio, i film; i gruppi religiosi cristiani;
    l¹insegnamento universitario; la stampa quotidiana; la stampa e la
    promozione di libri; l¹estensione dei già esistenti e attivi uffici di
    comunicazione; collegamenti con altre organizzazioni, e a livello nazionale
    e a livello locale, in particolare quelle organizzazioni che avevano
    relazioni internazionali (con un¹attenzione speciale a «the Negro Community»
    [5] ); ³diffusione di materiale speciale per orientare l¹opinione pubblica
    su temi controversi come i rifugiati arabi (cioè palestinesi, ndt), la
    situazione tra Israele e Siria, ecc.²; sovvenzioni di viaggi in Israele per
    ³commentatori ed editorialisti con grande influenza sull¹opinione pubblica
    in modo da fornir loro un¹esperienza in Israele...² e l¹organizzazione di
    viaggi ³a cui questi influenti individui parteciperanno [e] forniranno
    informazioni utili riguardanti il modo in cui turisti americani vengono
    accolti in Israele;² ...³contrasto dell¹opposizione² (che a quel tempo era
    minima ma la lobby non intendeva lasciarle alcun spazio), ³il monitoraggio
    ed il contrasto di tutte le attività condotte in America dagli arabi,
    americani amici del Medio Oriente e altri gruppi ostili² e infine il numero
    12 della lista denominato ³miscellaneo² che includeva ³rispondere alle
    richieste di informazione e fornire letteratura adeguata alle migliaia di
    persone che ne fanno richiesta². Questi erano i loro obiettivi 44 anni fa.
    Vediamo adesso come sono riusciti a portarli avanti.

    Riviste e gli editori

    Il primo punto erano le riviste e i rapporti con i loro direttori.
    Sebbene un gran numero delle più importanti riviste di allora non siano più
    pubblicate, quelle che esistono oggi come Newsweek, Time, US News & World
    Report, e il Weekly Standard o sono di proprietà ebraica o nel loro
    personale editoriale vi è una parte sostanziosa di ebrei. Sebbene il fatto
    che qualcuno sia ebreo non significa necessariamente che egli o ella sia un
    militante sionista, in base alle mie osservazioni, in tanti anni, è chiaro
    che la maggior parte di loro sono sostenitori di Israele e, per lo meno, per
    i loro propri interessi, sanno come rigirare la pizza a favore di Israele.
    La televisione, la radio ed i film erano allora dominati da ebrei, ma oggi
    sostengono ancora più fortemente Israele, dai proprietari alla gestione, ai
    telegiornali. Questa è una fondamentale fonte di propaganda e di influenza
    pro-israeliana.

    Gruppi cristiani

    I gruppi religiosi cristiani sono stati un problema difficile per la lobby
    perché varie chiese, negli anni, hanno cercato di prendere una posizione
    equilibrata sul conflitto Israele-Palestina. E questo per i sionisti è un
    atto di «anti-semitismo». Nel complesso, tuttavia, i sionisti hanno fatto in
    modo che i loro rapporti con la maggior parte delle chiese cristiane sia
    tale che si possa ricorrere nei loro confronti alla colpa di secoli di
    persecuzione ebraica. Il loro più grande successo, i sionisti, lo hanno
    ottenuto riuscendo a portare le chiese cristiane evangeliche nelle file del
    movimento sionista, il che fornisce loro un massiccio sostegno in voti
    nell¹America rurale dove vivono pochi ebrei.
    Tra le chiese cristiane più liberali, i sionisti hanno dovuto lavorare a
    tempo pieno per fare in modo che i Presbiteriani, Episcopaliani e i
    Congregazionalisti non approvassero o non applicassero programmi di
    de-investimento dalle compagnie americane che traggono profitto
    dall¹occupazione.

    Insegnamento universitario

    L¹insegnamento universitario è stato da molto tempo un campo di battaglia
    tra i sionisti e i sostenitori della Palestina. Negli ultimi anni, la
    battaglia si è incentrata principalmente su due temi: sui de-investimenti e
    su ciò che può o non può essere insegnato del conflitto Israele-Palestina. I
    sionisti avevano già messo in opera il loro attivismo frenetico prima
    dell¹attuale Intifada, ma dopo che le critiche a Israele si svilupparono a
    causa dell¹assalto contro Jenin dell¹aprile 2002, ben 26 gruppi universitari
    guidati da Hillel e varie organizzazioni esterne alle Facoltà, dirette
    dall¹AIPAC, dall¹Anti Defamation League e dall¹American Jewish Committee,
    (ADL e AJC, due altre organizzazioni sioniste, ndt) hanno fondato la Israel
    Campus Coalition. Sono riusciti finora a respingere ogni tentativo di
    de-investimento verso Israele nelle Università come hanno fatto con le
    chiese cristiane.
    Nella battaglia sui contenuti dell¹insegnamento, l¹ADL ha avuto un vantaggio
    iniziale. Nei primi anni ¹80, fu la prima organizzazione che pubblicò una
    lista di professori e militanti pro-arabi e poi la distribuì ai suoi membri
    e ai Media. Il gruppo più recente, Campus Watch, si è spinto fino a mettere
    anche gli indirizzi sul suo sito web ma è stato costretto a rimuoverli.
    Nel campo universitario, l¹AJC e Campus Watch hanno fatto pressioni sul
    Congresso per far approvare una legge che preveda il monitoraggio degli
    studi universitari mediorientali nelle Facoltà onde assicurarsi che i
    professori non indottrinino i loro studenti con ³propaganda² anti-israeliana
    o anti-americana. Dal momento che una simile legge violerebbe il 1°
    emendamento della Costituzione e limiterebbe la libertà di espressione dei
    professori nelle aule, essa è bloccata in Senato.
    Proprio in quest¹ultimo scorcio di tempo, la lobby è riuscita a segnare un
    punto importante a suo vantaggio. É stata in grado di impedire alla Yale
    University, la più antica del paese, di assumere il professore ed esperto
    del Medio Oriente Juan Cole dell¹Università del Michigan, anche se
    l¹assunzione di Cole era stata raccomandata dal comitato universitario
    addetto alla scelta degli insegnanti. Il crimine di Cole? É critico verso
    Israele, verso la lobby e sostiene i palestinesi.

    Conquista dei quotidiani

    La conquista dei quotidiani ha rappresentato ha volte un problema, ma la
    lobby è uscita chiaramente vincitrice da questa battaglia. Considerando che
    sono di storica proprietà ebraica i due quotidiani più influenti del paese,
    il New York Times e il Washington Post, considerando che sono
    pro-israeliani i columnists di entrambi questi giornali e i loro articoli
    vengono venduti tramite agenzie a centinaia di altri giornali nell¹intero
    paese, si può dire che il punto di vista pro-israeliano è l¹unico che viene
    letto in America e sulle prime pagine e su quelle degli editorialisti.
    Anche i telegiornali sono gestiti da pro-israeliani, eppure questo non basta
    ai gruppi sionisti che fanno monitoraggio della stampa e che sono riuniti
    nelle organizzazioni CAMERA [6] e Honest Reporting. Accusano entrambi i
    giornali citati di essere favorevoli ai palestinesi e contrari a Israele.
    Tutto ciò, naturalmente, non ha alcun senso, ma serve a farli rigare dritto.

    Libri

    Qualsiasi rassegna dei titoli dei libri pubblicati in America rivela ancora
    un¹altro successo della lobby. Sebbene ci sia stata una pletora di libri su
    Israele e la cultura ebraica, nulla ha avuto più successo rispetto alla
    promozione di libri sull¹Olocausto ebraico e la produzione sembra non
    arrestarsi mai. Inoltre, è raro che un bimbo americano riesca a superare gli
    studi nella scuola pubblica senza subire un intenso studio dell¹olocausto,
    soprattutto attraverso il Diario di Anna Frank. Per i ragazzi americani
    quella è tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale. In effetti, gli
    scolari americani trascorrono più tempo a studiare l¹olocausto rispetto al
    genocidio dei nativi americani (13 milioni di morti nell¹America
    Settentrionale, ndt) e ai tre secoli e mezzo di schiavitù e le decine di
    anni di razzismo che seguirono. Prima di lasciare la scuola superiore, gli
    studenti americani avranno letto e sperimentato anche le piagnucolose
    recriminazioni di Eli Wiesel contro il mondo dei non-ebrei per non essersi
    precipitato in aiuto degli ebrei. Wiesel è oggi un punto fisso sulla scena
    culturale americana.

    Relazioni con le comunità Afro-americana e Latino-americana

    Non voglio scorrere oltre il programma dell¹AZC, voglio solo sottolineare
    che i contatti che essa va tessendo con la comunità Afro-americana, e più
    recentemente con l¹emergente popolazione Latino-americana, hanno
    rappresentato un fatto di importanza maggiore per la direzione della lobby.
    Ebrei di sinistra svolsero un ruolo importante in America durante le lotte
    per i diritti civili, mentre gli obiettivi principali della lobby sono stati
    da sempre quelli di controllare il programma politico dei neri e di
    determinarne la direzione. E in questo la lobby è riuscita a realizzare i
    suoi scopi. Alcuni ricchi uomini d¹affari pro-israeliani contribuiscono a
    sostenere le finanze di chiese Afro-americane e così tengono buoni i loro
    ministri; allo stesso modo vengono forniti fondi e informazioni utili ai
    politici di colore che aspirano ad un posto nelle istituzioni, così che la
    loro fedeltà ai donatori, se non addirittura ad Israele, viene assicurata.
    Coloro che si rifiutano di genuflettersi di fronte alla lobby, che a suo
    tempo richiedeva di inghiottire le critiche a Israele che forniva armi al
    regime dell¹apartheid in Sud Africa, vengono immediatamente accusati di
    antisemitismo e presi di mira allo scopo di estinguerli politicamente.
    Ciò che rimane oggi è quello che io ho chiamato ³la piantagione invisibile.²
    L¹unico membro del Congresso che non fa parte della piantagione al momento è
    Cynthia McKinney di Atlanta, Georgia. Riuscirono a sconfiggerla nel 2002 per
    aver criticato Israele e la guerra in Iraq, ma lei diede battaglia e
    riconquistò il seggio nel 2004, con gran dispiacere non solo della lobby ma
    anche del Partito Democratico.
    É pronto contro di lei un nuovo fuoco di sbarramento alle primarie del 18
    luglio 2006 in Georgia.

    Mancanza di opposizione

    Infine, ed è la cosa più sconvolgente, ciò che distingue la lobby israeliana
    dalle altre lobby è che essa non trova un significativo contrasto.
    In realtà, solo la primavera scorsa, con la pubblicazione nella London
    Review of Books del saggio intitolato ŒLa lobby israeliana e la politica
    estera degli Stati Uniti¹, scritto dai professori universitari John
    Mearsheimer della University of Chicago and Steven Walt, di Harvard,
    l¹argomento del potere e dell¹influenza della lobby sulla politica estera
    americana in Medio Oriente è diventato un tema accettabile di dibattito
    pubblico.
    Nel loro scritto i due studiosi hanno affermato, con prove abbondanti, che
    il sostegno statunitense a Israele in tutti questi anni non ha fatto gli
    interessi nazionali dell¹America e che la guerra in Iraq è stata scatenata
    essenzialmente per conto di Israele, infine essi hanno efficacemente
    contrastato l¹idea che Israele rappresenti un ³bene strategico² degli Stati
    Uniti in questo momento.
    Il fatto che si sia dovuto pubblicare il saggio a Londra, dopo che sia stato
    rifiutato dall¹Atlantic Magazine negli Stati Uniti la dice lunga su quanto
    la discussione sulla lobby sia un argomento tabù negli ambienti della
    politica Americana.
    Gli ambienti a cui mi riferisco non includono soltanto i sostenitori di
    Israele, i politici nelle istituzioni e i Media su cui i primi esercitano la
    loro influenza, ma anche la sinistra americana e la sua figura centrale, il
    prof. Noam Chomsky. Quest¹ultimo, da una parte ha lodato i due studiosi per
    aver sollevato il problema della lobby, ma dall¹altra si è affrettato, con
    aria indifferente, di liquidare le loro tesi senza nemmeno affrontarne i
    punti essenziali.
    Non è stata una sorpresa. Per più di 30 anni, in innumerevoli libri,
    discorsi e interviste, il prof. Chomsky ha sostenuto che Israele è un ³bene
    strategico² americano, che è utilizzato come ³poliziotto a tempo² in Medio
    Oriente, e che la lobby non è proprio un fattore nelle decisioni di politica
    estera a Washington. Sembra così, egli insiste, perché le posizioni della
    lobby tendono ad andare d¹accordo con quelle dell¹elite dirigente americana.
    É interessante notare anche che Chomsky si oppone fortemente a ogni forma di
    pressione economica contro Israele, sia essa boicottaggio, de-investimento o
    sanzioni simili a quelle contro il Sud Africa dell¹apartheid.
    Avendo investito tanto nella sua posizione, il prof. Chomsky non cambierà
    certo idea proprio ora. Né, pare, lo faranno altri professori, come Stephen
    Zunes, che hanno adottato rigidamente il suo punto di vista.

    I movimenti contro la guerra e per la Palestina

    Ma quello che è più grave è che questa è stata la posizione del movimento
    contro la guerra e di quello di solidarietà con la Palestina. Invece di dare
    il benvenuto all¹opportunità di criticare o per lo meno discutere il ruolo
    della lobby offerta dal saggio di Mearsheimer e Walt, i movimenti lo hanno
    ignorato o, come Chomsky e Zunes, hanno insistito nel dire che il problema
    non è la lobby, ma l¹imperialismo americano (come se le due cose si
    escludessero a vicenda) che è un obiettivo facile ma offre poco fondamento
    per un¹azione politica concreta. Il fatto che il movimento di solidarietà
    con la Palestina negli Stati Uniti abbia finora rappresentato un fallimento
    completo, credo, è dovuto al suo rifiuto di riconoscere il potere della
    lobby israeliana e quindi di combatterla a livello locale e nazionale.
    É interessante notare che già nel 1971, tre anni prima che Chomsky
    pubblicasse il suo primo libro su Israele, Roger Hilsman, che era stato
    dirigente del Dipartimento di Stato (Esteri) nel settore dell¹intelligence
    durante l¹amministrazione Kennedy, aveva scritto:

    Risulta ovvio, anche all¹osservatore più distratto, per esempio, che la
    politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, dove il fattore petrolio
    è fondamentale, è stata più sensibile alle pressioni della comunità
    ebraico-americana e al suo ovvio desiderio di sostenere Israele di quanto
    non lo sia stata agli interessi petroliferi americani.

    Stephen Green ha compiuto una ricerca su questo argomento andandosi a
    spulciare documenti del Dipartimento di Stato e così ha cominciato a
    dissodare un terreno fino allora rimasto vergine. La sua ricerca si trova
    nel magnifico libro ŒTaking Sides: America¹s Secret Relations with Militant
    Israel¹. Nel libro egli afferma, solo in un modo un po¹ più sfumato:

    Dal 1953, Israele e gli amici di Israele in America, hanno determinato a
    grandi linee la politica americana nella regione. É toccato ai presidenti
    americani realizzare quella politica, con gradi diversi di entusiasmo, e con
    la libertà di vedersela con scelte di carattere tattico.

    Il defunto prof. Edward Said non usava mezzi termini sull¹argomento. Nel
    2001, nel suo contributo dal titolo ŒL¹ultimo tabù dell¹America¹ per la
    raccolta di articoli La nuova Intifada si chiedeva retoricamente:

    Cosa spiega l¹attuale stato delle cose? La risposta si trova nel potere
    delle organizzazioni sioniste nella politica americana, il cui ruolo, nel
    corso di tutto il «processo di pace» non è stato mai affrontato in modo
    adeguato ­ un errore che è del tutto sorprendente, dato che la politica
    dell¹OLP è stata quella di gettare il nostro destino in quanto popolo nelle
    braccia degli Stati Uniti, senza nessuna consapevolezza strategica di quanto
    la politica americana sia dominata da una piccola minoranza i cui punti di
    vista sul Medio Oriente sono in qualche modo ancora più estremisti di quelli
    dello stesso Likud.

    Riguardo all¹AIPAC, Said scriveva:

    L¹American Israel Public Affairs Committee ­ l¹AIPAC ­ per anni è stato
    l¹unica strapotente lobby a Washington. Attingendo da una popolazione
    ebraica ben organizzata, ben collegata, molto visibile e ricca, l¹AIPAC
    ispira paura e rispetto in tutto l¹ambiente politico. Chi oserà ergersi
    contro questo Moloc per conto dei palestinesi quando questi non possono
    offrire nulla, mentre invece l¹AIPAC può distruggere una carriera
    professionale semplicemente staccando un assegno? Nel passato, uno o due
    membri del Congresso hanno osato resistere apertamente all¹AIPAC, ma poi i
    numerosi comitati d¹azione politici controllati dall¹AIPAC hanno fatto in
    modo che costoro non venissero mai più rieletti .... Se questo è il
    materiale del ramo legislativo, cosa ci si può aspettare dell¹esecutivo?

    La voce del prof. Said, come altre voci, caddero su orecchie per lo più
    sorde.
    Così, non dovrebbe apparire sorprendente che nell¹assenza di qualsiasi
    opposizione pubblica organizzata e nella vergognosa inadempienza da parte di
    coloro che dicono di sostenere la causa palestinese, la lobby israeliana non
    ha avuto difficoltà a mantenere il suo controllo sul Congresso degli Stati
    Uniti, e dirigere di fatto la politica mediorientale americana. Essa ha
    fatto in modo che qualsiasi presidente che si è opposto ad essa abbia dovuto
    pagare il prezzo di una prevedibile sconfitta elettorale il giorno delle
    elezioni per il secondo mandato.
    Ogni presidente, a cominciare da Richard Nixon, ha fatto qualche timido
    sforzo per costringere Israele a lasciare la Cisgiordania, Gaza e le alture
    del Golan, non per il beneficio dei palestinesi, ma per migliorare gli
    interessi regionali dell¹America. Ogni minimo sforzo è stato ostacolato
    dalla lobby.
    L¹unica eccezione è stata Jimmy Carter, un politico outsider, il quale
    costrinse Menachem Begin a evacuare la penisola del Sinai in cambio del
    trattato di pace di Camp David con l¹Egitto e nel 1978, per fargli
    inghiottire il rospo, gli ordinò di ritirare le sue truppe dal Libano, dopo
    la prima invasione israeliana del suo vicino settentrionale.
    La lobby, naturalmente, non era contenta degli accordi di Camp David, né dei
    suoi altri sforzi di fare pressioni su Israele e così anche lui dovette
    pagare il prezzo. Ciò avvenne alle elezioni del 1980 quando ricevette solo
    il 48% dei voti ebraici, la percentuale più bassa di qualsiasi candidato
    Democratico da quando si è cominciato a tenere il conto.
    Data la situazione che ho descritto, le prospettive di cambiamento della
    politica americana se non fosse altro nei termini di dare un po¹ più di
    giustizia ai palestinesi non sono affatto rosee.
    Ciò che ci resta da fare è spiegare perché e cercare di far capire a coloro
    che sono alla testa del movimento e ne stabiliscono la direzione sbagliata
    che essi devono o cambiare atteggiamento o togliersi da mezzo.



    [1] La parola Œlobby¹ in inglese indica l¹atrio, il corridoio (del
    parlamento o del senato) dove gli intrallazzatori del mondo politico o
    economico fanno pressioni (leggi: Œbustarelle¹, che è sempre il modo più
    concreto di fare pressioni) sui parlamentari o senatori per far approvare
    provvedimenti a favore degli interessi politici o economici che
    rappresentano.
    [2] Il New York Times è notoriamente un giornale filo-sionista e sta quindi
    ben attento a non allarmare gli americani sugli impressionanti finanziamenti
    ai politici di Washington da parte di Œbenefattori¹ ebrei.
    [3] Haim Saban è veramente un buon esempio per capire come funziona la lobby
    ebraica e quale sia il suo peso.
    [4] ŒOmbrella group¹, cioè un¹organizzazione che riunisce su un programma
    comune numerosi gruppi e associazioni.
    [5] L¹autore cita esattamente le parole del programma del comitato sionista.
    Tutti sanno che in America la parola ŒNegro¹ è offensiva e razzista
    [6] Committee for Accuracy on Middle East Reporting in America, comitato per
    l¹accuratezza nel giornalismo sul Medio Oriente in America.


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