giovedì, 16 marzo 2006
Martiri d'Europa: Slobodan Milosevic
L'aver dipinto i serbi come gli unici responsabili sia della guerra del '92-'95, sia di quella in Kosovo, ed averli trasformati in "mostri" pronti al genocidio, ha avuto gli scopi che già abbiamo segnalato, ossia 1) l'indebolimento del ruolo egemone serbo nella regione; 2) la creazione di nazioni più piccole (poco importa in realtà se mono o multietniche, dato che il loro essere di dimensioni minori le rende di fatto poco più che "regioni", facilmente piegabili a scopi esteri); 3) la riduzione di tutta l'area balcanica in un groviglio di etnie senza forze spiccanti sulle altre e con rivalità sempre presenti. Dopo la guerra serbo-bosniaca e l'intervento "occidentale", la guerra in Kosovo era il completamento per l'indebolimento di tutta l'area.
L'affermazione secondo cui ci sarebbe stato un piano genocida anti-albanese in Kosovo ad opera dei serbi, è in realtà una menzogna facilmente smascherabile anche solo con la nota battuta "sarebbe la prima volta nella Storia che le presunte vittime di un genocidio aumentano di numero rispetto ai loro carnefici". Anche ricordando ciò che abbiamo riportato nell'intervento precedente, ossia le parole del direttore del Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo, Mirsad Tokaca, secondo cui il genocidio avviene anche in presenza di sola cacciata di popolazioni dalle proprie terre (senza uccisioni), si può notare l'ipocrisia internazionale, intervenuta sbandierando numeri ingigantiti sugli scontri tra serbi e guerriglia kosovaro-albanese (foraggiata da forze "occidentali"), trasformando il tutto in rastrellamenti e massacri indiscriminati ad opera dei soli serbi e lasciando, durante e dopo la guerra, che ben 200.000 serbi venissero cacciati dalle proprie case nella regione kosovara (senza citare le migliaia di morti, spesso civili, tra i serbi ad opera dei militari NATO. Numeri più alti dei morti effettivi albanesi).
Quei 200.000 profughi, per le élites globaliste non sono il frutto di un genocidio ben peggiore, avente per autori le forze NATO e i guerriglieri kosovaro-albanesi, ma sono appunto solo "profughi", che, secondo le parole di circostanze delle autorità internazionali, ci si augura tornino alle loro case, una volta normalizzata (!?) la situazione nella regione.
Di fronte a tutto questo, Slobodan Milosevic è stato il capro espiatorio per eccellenza, "moralmente" (soprattutto) nella guerra serbo-bosniaca e "materialmente" in quella kosovara, pagando per i piani delle élites globaliste. Piani che peraltro potevano anche essere svolti in maniera diversa (ricordiamo che in Serbia esisteva una opposizione al governo già nel decennio passato, ma che non fu aiutata a sufficienza, proprio per poter dare il via alle operazioni di "polizia internazionale"). Nel momento in cui Milosevic finiva per divenire il "criminale" da abbattere, allo stesso tempo ha finito per essere testimonianza viva sia di una ingiustizia storica, sia di una resistenza attiva, portata avanti sino all'ultimo.
La sua morte, avvenuta sabato 11 marzo 2006, dà, se ancora ci fosse bisogno, il quadro di una giustizia internazionale vigliacca e repressiva. Tutte le informazioni pervenute fanno pensare, in modo netto, ad un omicidio, il cui scopo è quello di liberarsi di un personaggio ormai scomodo, data l'assenza di episodi documentati sufficientemente eclatanti per poter giustificare ancora a posteriori le menzogne sulle due guerre, aventi avuto come protagoniste popolazioni serbe.
La sua morte, dopo un processo sostanzialmente sterile, è quanto di più utile per passare ad altro e nascondere la vergogna di una ingiustizia internazionale, che, però, sino all'ultimo ha voluto mostrare il suo volto, con la ridicola storia delle medicine sbagliate (un carcerato per crimini di guerra, libero di prendere le medicine che vuole, come se si trovasse in farmacia?), così come con la chiusura del processo per la sua morte. Se la storia delle medicine ci dà l'idea della vigliaccheria di certe autorità, la fine del processo ci permette di vedere il vero volto dell'ingiustizia internazionale: se Milosevic e i suoi uomini fossero davvero colpevoli, il processo dovrebbe essere contro un regime e una "pratica", non contro un singolo personaggio (per quanto centrale). Il chiuderlo invece è inconscia affermazione di aver creato un capro espiatorio per determinati scopi.
L'averlo trasformato in capro espiatorio in questo modo, finisce però anche per renderlo un esempio e un martire europeo: un esempio di patriotta europeo (non solo serbo) e un martire, ossia testimone di una lotta tra chi vuole il rispetto per la propria nazione e chi invece punta ad umiliare le nazioni, i popoli e le culture d'Europa.




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