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    Predefinito INTERVISTA A VINCENZO MILIUCCI


    C'era una volta Via dei Volsci....




    INTERVISTA A VINCENZO MILIUCCI (leader dei Comitati Autonomi Operai "Collettivo di via dei Volsci) – 11 LUGLIO 2000 (tratto dai sito futuro anteriore)

    Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e quali sono state le tue prime esperienze militanti?

    Io provengo da una famiglia operaia e quindi ho avuto sempre in casa questi riferimenti: lo scontro di classe che si viveva in prima persona nel dopoguerra, l’Unità, il giornalino de l’Unità per i giovani, Il Pioniere, che ci si immagini che all’epoca era completamente filonucleare. Quindi, tenuto conto che ho sempre convissuto come idee nell’area di sinistra, nelle scuole degli anni ’60 non c’erano movimenti adeguati a quelli che si è poi potuto conoscere successivamente e anche in epoca attuale, dunque non ci sono state che pochissime manifestazioni più che altro di pensiero piuttosto che di mobilitazione. L’esperienza del militare che mi ha portato al Nord mi ha fatto concepire tra l’altro il conoscere tanta disperazione della gente del Sud che veniva mandata lì: io ho fatto il militare in una zona Nato, una delle più grandi tra le basi d’Italia, e sono arrivato con il grado di caporalmaggiore, tranquillamente e senza nessuna richiesta, mandavano diplomati e laureati a fare questo controllo di truppa. Io mi ero portato su un po’ di dischi e tra questi c’era anche l’Internazionale, e per il primo scaglione che si è congedato ho fatto il presentatarm con l’Internazionale, ciò in una situazione completamente dominata dalla Nato, negli anni ’65-’66. Così è stato per gli altri quattro scaglioni che se ne sono andati; per gli artiglieri, che erano poi sotto il mio “comando”, c’è stato il saluto come si faceva nel circuito militare (nell’emiciclo con l’alzabandiera ecc.) ma con l’Internazionale che scorreva. Ciò giusto per dire che non era una boutade, era un fatto che veniva acquisito, non dico che ce ne fosse completamente piena coscienza ma sicuramente era determinato dalla stima, dal rispetto, dalla solidarietà tra le persone, tra coloro i quali si sentivano molto simili pur non avendo la percezione politica.
    Poi ci fu il ritorno a casa dal militare, la discussione con i primi giovani che partecipavano nell’università ai fatti post-’66, a Roma c’era stato l’omicidio di Paolo Rossi ancora una volta da parte dei fascisti; quindi, alcuni di questi che poi diventarono compagni erano universitari e discutevamo ai muretti dell’epoca che erano i bar. Ci agganciò un compagno più vecchio di noi che ci disse che era del Partito Comunista, diventammo amici dato che si viveva e si discuteva come si dice, e un bel giorno alla vigilia del ’68 ci propose di riaprire la sezione del Partito Comunista di un quartiere periferico di Roma, di una zona edile. Le sezioni delle periferie del PCI all’epoca, fino alla metà degli anni ’60, erano state tutte chiuse, perché la mescita del vino gli aveva completamente distrutto i quadri per cui non era più accedibile poter fare attività politica, un po’ come quello che avviene oggi in qualche centro sociale dove lo spaccio della birra, per non dire qualche altra cosa, ottenebra le menti e quindi diventa un motu proprio di mercificazione piuttosto che attività politica: in quell’epoca ci sono varie letterature e libri scritti su questa vicenda, almeno una decina, su questa distruzione delle sedi del Partito Comunista a causa della permessività, a quell’epoca la sezione diventava un po’ un’atipica osteria, si veniva in sede per bere un litro di vino. Allora la sezione era stata chiusa, ci presentarono due capi nobili del Partito Comunista dell’epoca, uno era uscito dai campi di Dachau ed era l’ex colonnello comandante partigiano della piazza di Roma, arrestato nell’autunno del ’43, si era fatto questo campo di concentramento ed era tornato; l’altro era un senatore che ebbe un episodio notevole durante il fascismo perché, essendo incazzato a morte per la collusione tra fascismo e Chiesa cattolica, prese un martello, andò dentro San Pietro e diede una martellata sul piede della Pietà, quindi è noto per questo, all’epoca era definito anarchico, poi diventò senatore del PCI. Uno si chiamava Forti e l’altro si chiamava Cianca, oggi non c’è più nessuno dei due, erano già anzianotti all’epoca. Loro però erano i numi tutelari, dove passavano si aprivano le porte di Botteghe Oscure: prima facemmo una grossa discussione politica con costoro, noi ventenni-venticinquenni e loro già cinquantenni-sessantenni, affidarono le sorti della rinascita di questa sezione a questi giovani in maniera molto veloce alla vigilia del ’68 e a metà del ’67 aprimmo questa sezione. Era un buco dentro un quartierino popolare tutto abitato da edili, iscrivemmo più o meno 130 edili e poi questo senatore, questi compagni: era la vigilia dello Statuto dei lavoratori, c’era la storia delle occupazioni delle case, c’era già il comitato d’agitazione borgate. Roma era piene di borgate, si viveva nelle lamiere, quelle che si vedono adesso alle periferie del mondo, c’era la mancanza di scuole, di servizi, di strade, di luce, di fogne, insomma quello che era l’agit-prop dei bisogni. Quindi, ci riuscì facile, anche per la rete che offriva il Partito Comunista dell’epoca, di organizzare la soddisfazione di questi bisogni: eravamo presi da tantissimo entusiasmo, vivevamo chiaramente insieme attività politica e personale. La sezione fu inaugurata da Enrico Berlinguer, presumo (adesso non ricordo benissimo) per i trascorsi di questi due grossi personaggi: all’epoca Berlinguer era vicesegretario del PCI sotto Longo. Uno dei primi passi che facemmo fu l’ospitalità a un’importante delegazione vietnamita (a quell’epoca eravamo la generazione Vietnam), per cui il fatto che in una piccolissima sezione di periferia arriva il numero quattro o cinque del Partito Comunista vietnamita ha un certo significato; questi fu accompagnato sempre da Enrico Berlinguer presumo sempre per questi due numi tutelari che avevano tutte le porte aperte e Botteghe Oscure. Io feci la prima e ultima campagna elettorale nel maggio del ’68, quindi capì come funzionava anche qui la campagna elettorale, molto pulita, senza andare, come faceva la Democrazia Cristiana, a prendersi anche i militanti in carrozzella, ma sicuramente però ricordando a tutti che bisognava andare a votare presto la mattina e tutte queste robe qui, preceduta da un grosso battage: ognuno di noi diventò un piccolo agit-prop, l’avevi fatto già nel sociale poi dovevi farlo nel politico per le elezioni, quindi hai battuto tutto il quartiere e hai cominciato a conoscere, oltre al quartiere tuo in cui ti sentivi come un pesce nell’acqua, anche il quartiere limitrofo, perché le elezioni abbracciano chiaramente le zone più estese. Noi stavamo in un quartiere molto nero, io ci abitavo lì dentro, quindi questa presenza diurna e notturna ti fece apprezzare moltissimo e quanto meno conoscere, e questa è una delle caratteristiche che insegnava il PCI all’epoca a tutti. In più, questi tre giovani compagni che furono contattati dai vecchi per riaprire la sezione, a scalare ognuno divenne poi segretario di quella sezione. Io ero stato appena assunto all’Enel, ero fuori e dunque mi trovavo solo il fine settimana con questi compagni, quindi toccò a me, alla vigilia del ’68, diventare il segretario. In questa situazione ci fu un’accelerazione perché le elezioni furono vinte, nel senso che il movimento studentesco votò rosso, diede l’indicazione di votare PSIUP e PCI, con l’adunanza a piazza San Giovanni di Longo dove parlò anche Oreste Scalzone con questa indicazione. Ci fu tutto questo e la discussione di notte con i giovanissimi compagni dell’università che già davano luogo al movimento studentesco attraverso i gruppi, a Roma erano i Nuclei Comunisti Rivoluzionari, c’era il primo Potere Operaio ecc.; quindi la sera passava tra una facezia, uno scazzo, “vieni tu dentro il PCI” “no, esci tu dal PCI”, “guarda come stanno le cose” “guarda come non stanno” ecc., ma soprattutto poi la discussione politica seria cominciò a partire dalla primavera di Praga. Quel ’68 con i carri armati a Praga portò a una discussione pazzesca, anche perché la storia di questa generazione politica era fatta di un dibattito collettivo: chi oggi si metterebbe a discutere politicamente Il capitale a partire dal primo libro, oppure Salario, prezzo e profitto, oppure i Grundrisse ecc.? Eppure all’epoca o eri in dieci o eri spesso anche in venti o trenta si discuteva collettivamente, magari con qualcuno che relazionava in sintesi e gli altri che facevano domande, anche quelli che non sapevano nulla dell’ABC del marxismo. Quindi, sul documento di Dubceck e del Partito Comunista cecoslovacco, che ci appariva molto moderato all’epoca, facemmo moltissime discussioni, capendo la situazione, rigettando chiaramente l’invasione sovietica e non solamente per spirito di solidarietà con coloro i quali venivano aggrediti, ma anche perché non c’era mai appartenuta, essendo arrivati nel ‘67-’68, quel grande rispetto nei confronti dell’Unione Sovietica, anche se a casa mia avevo un padre stalinista e c’era il rispetto che ne veniva da l’Unità. Dunque, ci fu la discussione sul documento dubceckiano e poi su quello ancora peggiore delle trecento parole di Ota Sik, che era l’economista del partito: sembravano nettamente e spudoratamente identici alla socialdemocrazia italiana che aborrivamo mentre tenevamo in giusto rispetto la socialdemocrazia svedese per quello che leggevamo della ridistribuzione della ricchezza sociale che era stata in grado di poter fare in quella situazione, quindi per noi era un valore da mettere in una giusta collocazione pur se noi chiaramente pensavamo a tutt’altro, al ribaltamento appunto del capitalismo.
    Quindi, questi sono stati i prodromi: dentro questa vicenda si assume anche una partecipazione a maggiore responsabilità, poiché quel partito che si è ingigantito durante il voto del 1968, che è arrivato a sfiorare al Senato la Democrazia Cristiana, ha avuto la necessità di allargare la sua presenza sul territorio. In questo allargamento della presenza sul territorio mi dettero altre responsabilità sul piano della zona, si trattava della Tiburtina che all’epoca subito dopo Pomezia era la seconda zona operaia di Roma, dove c’erano le fabbriche dell’elettronica, metalmeccaniche, le vetrerie e quant’altro: in quella zona come responsabile venne a lavorare Petroselli, il quale poi diventò sindaco di Roma. Quindi, lavorammo a stretto contatto per circa un anno e mezzo, io consideravo lui un moderato, veniva dall’esperienza dell’occupazione di terra del viterbese, era un uomo che meritava rispetto perché aveva fatto queste tre grandi esperienze di mobilitazioni delle masse contadine con altrettante cariche della polizia, arresti e cose di questo genere. Dunque, l’esperienza di zona fu estremamente importante perché ci permise di avere un contatto costante con altre sei sezioni completamente a carattere operaio e giovanile. In quell’epoca chiaramente si svolse un po’ tutto, perché in quel ‘68-’69 avviene che la FGCI, che aveva 200.000 iscritti, si scioglie, era una FGCI con dentro certi quadri e certe teste, poi fornì con i rientri anche i segretari dei Partiti Comunisti successivi; e ci fu questa grossa forma relazionale, soprattutto le manifestazioni contro gli Stati Uniti, per la tutela del Vietnam e anche per Cuba furono il grosso cemento che non fece separare la nascente sinistra extraparlamentare da quella che era la sinistra del PCI, allora insieme alla FGCI. Allora si riusciva ad andare sotto l’ambasciata americana, a differenza delle epoche successive quando quasi mai riuscimmo ad arrivarvi; non c’era ancora l’uso della molotov che venne scoperta negli anni successivi (fine ’69, inizi ’70), ma sicuramente c’erano dei corpo a corpo con la polizia, con degli arresti estremamente paurosi. Questa è l’incubazione di questa storia.
    Alla fine del ’68 comincia l’epopea del Manifesto, prima attraverso la rivista, quindi con tutti coloro i quali erano eretici rispetto alla vicenda cecoslovacca, alla vicenda dell’URSS ed erano propedeutici rispetto alla storia della rivoluzione culturale cinese, che vedevano se non come faro quanto meno come fonte di utilizzo anche qui dalle nostre parti quello che era il maoismo; ci sembrava, almeno all’epoca, un pensiero sicuramente alternativo a quella che era stata la staticità dell’Unione Sovietica. La morte di Guevara, che era già avvenuta ma che aveva fatto produrre velocemente i suoi scritti e testi, fu l’altro viatico che ci permise di dar vita a questo dibattito all’interno della rivista del Manifesto, che durò un anno e quattro mesi, quindi all’interno di quello riconoscerci, cominciando ad agire quasi da frazione all’interno del Partito Comunista. Questa cosa divenne ancora più rilevante perché, nonostante il PCI si fosse molto aperto sul territorio, cosa dovuta anche al voto, per cercare di riassumere questa capacità egemonica che stava assumendo, si accorse chiaramente che il suo limite era quello di essere comunque filosovietico nonostante il nascente berlinguerismo, e che rispetto al movimento operaio non si poteva andare oltre lo Statuto dei lavoratori. Questo comunque all’epoca lo consideravamo un effetto rivoluzionario e ci consideriamo dei portatori ufficiali di grossi contributi perché abbiamo fatto tanti di quei comizi nei cantieri edili e tante di quelle iniziative che è stato tutto più facile arrivare poi nel 1970, l’anno dei contratti, ad avere questa partecipazione corale, questa assunzione di afflato operaio, di autonomia operaia, di centralità operaia che in una città come Roma non nasceva da sé. Per cui il percorso di discussione politica si spostava in avanti, diventava maggiormente internazionalista dentro la rivista del Manifesto, venivi a contatto maggiore con le aree trotzkiste e internazionaliste, e tutto questo arricchiva il tuo bagaglio e il tuo patrimonio e lo commisuravi tutti i giorni con quello che facevi come attività. In questo contesto nasce una discussione organizzata e propedeutica nel gruppo del Manifesto, tutto il ’69 ha questa funzione. Nel 1970, mentre c’è il grande sbocco della lotta del contratto metalmeccanico, mentre, essendo lavoratore, avevo già fatto i primi scioperi qui dentro l’Enel e avevo già avuto i collegamenti attraverso il partito con altri segmenti (alla Fiat, alla Fatme soprattutto, che per noi è stata un caposaldo di battaglie per quello che ha espresso, in mezzo agli edili e via dicendo), avevi già un linguaggio appropriato del mondo del lavoro a differenza di molti altri giovani compagni, soprattutto gli studenti che ne masticavano poco e al massimo ne avevano un afflato ideologico, quindi di portare a darsi una mano. Questo contesto ci porta ad elaborare la possibilità della rottura senza conseguenze sentimentali nei confronti del PCI, a cui comunque riconoscevamo un contributo chiaramente determinante nella storia politica italiana, che però era insufficiente a poter rappresentare quello che si stava muovendo. Del resto anche l’esperienza nel comitato d’agitazione borgate, che ci ha fatto vedere quanto era esplosiva la miseria di Roma e quanto erano evidenti le forme dello sfruttamento, i palizzinari chi erano, e tra loro c’erano anche enormi sovvenzionatori delle Botteghe Oscure, ci fece incontrare anche lì dentro una serie di altre realtà, anche cattoliche di base oltre che realtà del PSIUP: quindi, il comitato d’agitazione borgate era composto da queste tre componenti, noi, il PSIUP e le realtà cattoliche, dunque si tratta di un altro pezzo della vicenda romana che poi ci ha portato sempre a mantenere alto il radicamento sui bisogni sostanziali, il lavoro/reddito, la casa, i servizi ecc., insomma la teoria dei bisogni di helleriana memoria. In questo contesto chiaramente arriva presto la necessità di far fare un salto di qualità a questo partito, cosa che verifichiamo sia molto difficile, al dodicesimo o tredicesimo numero della rivista si arriva a formulare una specie di tesina riguardo al bombardare il quartier generale, dunque di maoista memoria in questo caso. Ci fu questo grosso articolo della Rossanda Da Mao a Mao, che interpretava questo bisogno di rompere le cristalizzazioni, i compartimenti, la burocrazia, quello che era il controllo della segreteria sul comitato centrale. Ma tutto questo non sortì nulla dentro la casa madre, anzi sortì l’effetto di costruire le purghe, a questo vi erano ovviamente abituati mentalmente oltre che organizzativamente: fu dato mandato a Natta di preparare l’espulsione del cosiddetto gruppo dirigente e diedero mandato al comitato centrale di organizzare in tutta Italia le purghe. Tenuto conto che questa ormai era la deriva si mise mano a scrivere le tesi effettive: io partecipai fin dall’inizio alla stesura delle tesi del gruppo del Manifesto, che da lì a un mese vennero rese edite al gruppo militante, il quale era informale anche se al solito era formato da maggiorenti come la Rossanda, Natoli, Pintor, Caprara, poi si aggiunse Magri ecc. Questo per dire che durante tutto l’arco degli anni ‘69-’70 si produce questa rottura, la quale ha anche delle forme di visibilità, è la prima volta che cinquecento militanti a vari livelli (segretari di partito, di federazione ecc.) fanno una manifestazione davanti alle Botteghe Oscure, quindi provocano chiaramente una oggettiva espulsione di fronte a questa lesa maestà. Io me ne vado dalla sezione perché, nonostante questa partecipazione attiva, non mi volevano espellere per via del legame fondamentale umano oltre che politico che si costruisce all’interno dei segmenti popolari; come ho già detto la sezione era per il 90% piena di edili con cui ho mantenuto comunque dei rapporti fecondi, oltre che umani, compresi anche quelli nei confronti dei più vecchi che per ideologia potevano avercela ancora di più con questa nostra uscita estremista come la definivano loro. Quindi, la nascita a Roma soprattutto del Manifesto viene sanzionata dal tentativo di Armando Cossutta di farla finita con questa compagine, doveva liquidarla in termini di tre ore in un dibattito in una delle sezioni centrali del Partito Comunista, a Montesacro: la discussione dura notte e giorno per tre giorni di seguito, con grande fervore da parte dei più giovani. E alla fine siamo diventati anche furbi: il Partito Comunista aveva sempre nella zona di Montesacro anche un circolo culturale, noi, avendo capito che fine voleva far fare Cossutta a tutto quanto, essendo stato abituato a far purghe per tutta la vita, organizzammo notte tempo un numero di iscrizioni enorme in questo circolo e ce lo prendemmo, diventò poi circolo Montesacro e per circa un anno e mezzo fu praticamente polmone del gruppo del Manifesto a Roma.
    Le cose hanno volto molto velocemente per questa formazione, anche per un giovane che nell’arco di tre anni si vede proiettato al di fuori di una grande casa madre all’avvio della costruzione di un’avventura e di un’impresa di cui è parte di frazione. Tant’è che la discussione precedente con i gruppi, innanzitutto Potere Operaio e quegli altri che c’erano a Roma (ma non la parte moderata di questi gruppi, non Avanguardia Operaia, ma neanche Lotta Continua all’epoca), ci permette di costruire un patto di azione con Potere Operaio per dar vita ad una effettiva stagione di lotte, a credere in tale possibilità. Ciò dal momento che avevamo già potuto osservare e leggere quello che veniva prodotto dai Quaderni Rossi, dalle esperienze torinesi, dal primo concetto di autonomia operaia all’interno delle carrozzerie di Mirafiori, vedevamo questa possibilità, facendo fulcro sulla centralità dell’autonomia operaia, di creare attorno a questo fulcro un impianto rivoluzionario che potesse, attraverso una dichiarata anti-istituzionalità, contribuire a rompere i vincoli che si erano costruiti fino a quel momento, il partito come intellettuale complessivo, il sindacato come cinghia di trasmissione, la lunga marcia attraverso le istituzioni nella costante mediazione del riformismo, la possibilità di vittoria delle sinistre nel nostro paese, questi erano i tre corni della situazione. Voglio ricordare che l’anno ‘69-’70 è stato quello delle grandi manifestazioni sia contrattuali che per la casa, per le pensioni, per la salute ecc.; quindi, Roma in particolare ha vissuto questa grande partecipazione popolare di 100.000, 50.000, 70.000 lavoratori, pensionati, occupanti le case ecc. che ha fatto sì che sia chi lavorava sia chi non lavorava si trovava sempre in presenza a manifestare, finanche all’interno o sotto il Ministero del Lavoro dove si celebrava questo grande braccio di forza tra la Confindustria e i metalmeccanici in cui fu mediatore Donat Cattin. Mi sembrava di vivere in una situazione irreale perché ci eravamo creati un accesso libero di entrata dentro il Ministero del Lavoro fino alla partecipazione in quegli stanzoni, non era da tutti, c’era una specie di decisione, una volontà, una concezione dell’autonomia operaia, quindi rendersi conto anche di fatto come avvenivano certi sforzi per arrivare a determinati compimenti. Dunque, io mi sono trovato spesso a sentire le ultime battute di questa forma contrattuale, oggi sarebbe impossibile stante il livello della selettività che avviene nei gruppi dirigenti, dell’esclusività, dei palazzi blindati come sono in questo tempo. Quindi, era ciò in quei tempi che perpetuava anche la vecchia classe dirigente democristiana in quanto tale, o quanto meno si accorgeva che non poteva fare a meno di essere pervasa da questa situazione.
    Per concludere questo preludio, sicuramente la costruzione di quella che è stata la mia formazione iniziale politica avviene dentro casa per motu proprio dovuto alla presenza di un comunista tra le mura domestiche, e quindi alle letture iniziali di carattere politico semplice, dai giornali alle letture legate al primo Gramsci delle Lettere dal carcere o cose di questo genere; con la possibilità, avendo dei cugini che già lavoravano, di leggere invece gli autori moderni, americani soprattutto, quindi capire un altro tipo di realtà, un altro linguaggio e via di seguito. L’approccio con un’iniziale militanza che ti mette allo sprone, alla necessità di approfondimento, di diventare marxista da un punto di vista culturale, di accedere a quelle categorie, di comprenderle nella loro sintesi e nella loro profondità, in questa visione collettiva di uno studio non solo individuale ma in via collettiva com’era la formazione dell’epoca di un giovane militante comunista. In più immediatamente questo bilanciamento tra teoria-prassi-teoria, o prassi-teoria-prassi, quindi tutto quello che potevi desumere con quella iniziale e parziale intelligenza poteva essere immediatamente confrontato con tutto questo. L’arricchimento successivo dovuto al confronto con l’esperienza dei nascenti gruppi o i compagni a cui questi partecipavano. La rivista del Manifesto che ti fa abbracciare uno scibile largamente internazionale, l’approccio con il maoismo, misconosciuto anche perché bollato all’interno del Partito Comunista come deviazione Tutto questo ha costruito, insieme al guevarismo, ai lasciti delle iniziali letture guevariste, il bagaglio iniziale, perché poi diventa parte integrante di quel capitolo che immediatamente, sempre nell’arco di tempo velocissimo, dà luogo alla formazione dell’autonomia operaia.

    Arriviamo dunque alla tua uscita dal Manifesto e all’inizio dell’esperienza dei Comitati autonomi operai.

    Sì, tutto avviene molto velocemente, questo è un anno eccezionale in cui si consuma la scelta moderata del gruppo dirigente (o autodeterminatosi tra l’altro gruppo dirigente, potrei dire di averne fatto parte anch’io ma in una certa misura). Ci fu in quell’anno, nel ’71, questo enorme florilegio di esperienze: si pensi che nasce a Roma il comitato operaio Fiat, il comitato operaio Pirelli che c’era qui alla periferia di Roma, il comitato operaio della Fatme, alla fine del ’70 nasce il comitato politico dell’Enel, il collettivo del Policlinico, tante di quelle esperienze che si subordinano a questa militanza all’esterno dei cancelli, in particolare Luciana Castellina con cui abbiamo lavorato in simbiosi per tutto quell’anno, con un’abnegazione particolare per una forma intellettuale com’era la sua. Ciò fa sì che il pensiero dominante sia appunto quello della costruzione, intorno al nucleo centrale dell’autonomia operaia o della centralità operaia, di un contesto che rompesse appunto con le vecchie concezioni, quelle del partito separato, con l’autonomia del politico e con la concezione del quadro sindacale che al massimo si limita a sobbarcarsi la vertenzialità. Questo frutto che viene da noi imparato all’epoca ce l’ha insegnato la strada, ce l’ha insegnato la realtà, ce l’ha insegnato anche Panzieri se vuoi e il dibattito che avveniva all’interno de La Classe, i Quaderni Rossi, il primo Potere Operaio, la rivista stessa del Manifesto: tutto questo ci comporta chiaramente una grossa base solida, una grossa identificazione. Quando avvertiamo i primi scricchiolii si mette in moto un dibattito che dura un anno all’interno del Manifesto e che è fatto di tesi contrapposte: dopo aver fatto tante iniziative politiche in comune con Potere Operaio, sotto grandi tende, meeting ecc., capiamo poi dai fatti essenziali che la cosa non è più tale e che c’è stato quanto meno questo scivolamento costante che avviene all’interno di tutte le sinistre del non poter fare a meno del loro limite istituzionale. Quindi, il loro limite istituzionale si produce nel ’72 con la scelta di fondare il PDUP e di partecipare alle elezioni, che furono misere, se non erro portarono a casa poco più dell’1% o qualcosa di questo genere. Ma tant’è, la frattura si era già determinata e nella mentalità anche di bravi compagni si era reinserito il virus dell’elettoralismo, della ricerca del consenso di opinione pubblica e non del radicamento in mezzo alla popolazione, in mezzo al proletariato, quindi il creare segmenti di democrazia diretta piuttosto che di democrazia delegata. Dunque, è stato un giocoforza la presentazione poi all’interno del quadro militante del Manifesto qui a Roma (parliamo di 200-300 militanti) della rottura, quindi di tutta la parte che ha fatto riferimento alla centralità operaia. Ci interessava quasi esclusivamente quella, forse con qualche errore perché poi avremmo dovuto sistemare nel dibattito tutti quei compagni che erano giovani, che provenivano dagli studenti medi e questi in quell’anno (1972-’73) a Roma erano una generazione formidabile, che a 13-14 anni già stava rivoltando le strade di Roma, e altrettanto gli universitari, per non dire che la struttura del comitato d’agitazione borgate aveva già trovato delle evoluzioni e che quindi eravamo già posizionati all’interno del dibattito con il movimento operaio.
    Comunque sia, le quattro situazioni (comitato politico dell’Enel, collettivo del Policlinico, comitato operaio, la CUB dei ferrovieri) danno vita alla sede di via dei Volsci. Ciò con il documento politico fatto dalla tesi di uscita dal Manifesto, che produce chiaramente la nemicità nei confronti di questo sistema, il rifiuto del lavoro, l’aggressione al nazionalismo per l’ipotesi sostanziale di un vissuto e di un collegamento costante internazionalista, e lo sparare a zero nei confronti di qualsiasi passaggio istituzionale: questi sono i quattro prodromi a partire chiaramente da quello che in quel momento si viveva, che era l’autonomia operaia. Intorno all’apertura di questa sede si situa subito una grossa responsabilità che è quella di cui non abbiamo fino a questo momento parlato, ossia la reazione borghese, la strage di Stato del ’69 e la verifica che non è possibile esercitare l’attività politica di riscossa delle masse proletarie senza l’uso della violenza, senza la capacità cioè di difenderti, di saper contrattaccare, di essere preparato non solo a usare le armi della critica ma anche la critica delle armi. Quella fu un’altra lezione estremamente importante che era stata in qualche misura già appresa all’interno del Partito Comunista che arrivava, già durante gli anni ‘67-‘68-’69, a chi aveva responsabilità, a partire dal segretario di sezione, con le indicazioni velocissime di asportare dalle sezioni le tessere dei militanti, perché c’erano dei motivi giusti che poi avremmo compreso successivamente nella nostra storia. Il golpismo è sempre stata un’attività presente, del resto i colonnelli greci andavano al potere nel ’67, l’attività sei fascisti c’era sempre stata e quello che è avvenuto all’università lo testimonia. Dunque, la strage di Stato fece da campanello d’allarme, fece anche determinare una crescita improvvisa da parte di quelli che avevano un’età compresa tra i venti e i trent’anni, che dovettero assumersi anche la responsabilità di contrastare le attività golpiste di fronte a una situazione che li vedeva quasi soccombenti, tenuto conto che la strage era stata dichiaratamente segnata a sinistra con l’assassinio di Pinelli, l’arresto di Valpreda ecc. Quindi, nasce il comitato contro la strage di Stato, di cui ne facciamo parte come comitato politico dell’Enel e come collettivo del Policlinico, che già all’epoca dell’anno ’70 veniva riconosciuto, nel contesto dei grandi gruppi (Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia Operaia ecc.), come uno degli elementi non di natura lavoristica ma di natura complessiva. Dunque, partecipiamo a tutti questi eventi a partire dai grandi conflitti che avvengono soprattutto sulla piazza di Milano, con il 12 dicembre 1970, ’71, ’72 e via di seguito, con la grande partecipazione di un movimento che sposta pullman a non finire, con gli scontri di piazza estremamente duri. Già tra la fine del ’69 e la primavera del ’70 c’è la scoperta e l’utilizzo della bottiglia molotov, qui a Roma a partire in particolare dalla venuta di Nixon in Italia, che dette luogo a degli scontri decisivi, non riuscimmo mai a vedere neanche l’ombra dell’ambasciata americana ma ci si scontrò ripetutamente all’interno dell’emiciclo della stazione e nelle zone limitrofe. Ciò dette il là ad una capacità di dire: “Non possiamo limitarci ad avere dei gesti platonici di fronte all’aggressione dell’imperialismo a questi livelli, quindi noi dobbiamo avere la libertà di sostenere la caduta dell’imperialismo americano in Vietnam e la soluzione per i palestinesi”; questo era l’impegno profuso e scritto oltre che praticato da queste prime dieci squadrette di compagni che, tra l’altro a livello ridicolo, facevano le prime molotov con le bottiglie della Coca Cola e verificavano che non si rompevano, questo era l’avvio attraverso quanto trasmesso dai partigiani che all’epoca avevano qualche anno più di noi. Quindi, strage di Stato, comitato contro la strage di Stato, comitato per la libertà di Valpreda, manifestazioni, bombe da tutte le parti, assassinii dei compagni soprattutto sulla piazza di Milano ma anche Roma non è da meno, blindatura di ogni situazione, arresti.
    E tutto questo chiaramente formula le difficoltà nel passaggio di ulteriori avventure in questo caso, l’apertura della sede di via dei Volsci è sicuramente un’impresa titanica perché è vero che è l’epoca di gruppi, gruppetti e gruppettini, che danno la rappresentazione che qui in Italia c’è un’altra forma della politica, non ci sono solo i partiti tradizionali che si contendono il potere. Dunque, i gruppi, 100 o 1000 militanti, rappresentando un’altra faccia sicuramente estremamente anti-istituzionale anche tra i più moderati, dimostrano la possibilità di indicare che la politica si riappropria dal basso. Questa è una storia fondamentale, difficilmente si ritrova in altri contesti mondiali o limitrofi qui in Europa, si ritrova magari con l’esperienza del movimento studentesco tedesco, Rudy Dutschke soprattutto ecc., che poi si riverbererà anche all’interno del movimento antinucleare tedesco, ma non in quello francese ad esempio, che è dominato invece soprattutto dalla componente tradizionale filosovietica e da quella trotzkista. La variabile, la stranezza italiana è appunto che c’è spazio per tutti, forse per troppi; tutto questo surroga la possibilità della democrazia qui in Italia, poi in definitiva deve essere questo, la capacità di poter respingere il diktat o le trame che si svolgono tra la CIA, i servizi segreti e il partito dominante è stato sopportato grandemente dalle spalle dei gruppi della sinistra rivoluzionaria, in cui eravamo in parte un riferimento anche noi. L’impresa di via dei Volsci a ritroso in effetti si sbaglierebbe a non definirla titanica perché come si può pensare che un centinaio di lavoratori innanzitutto, con una ventina di piccoli quadri complessivi, si mettano in testa di poter affrontare uno scibile così grande, la rottura anche dei capitoli di una base teorica da una parte e storica dall’altra, che ha delle esperienza enormi sul campo nazionale e internazionale? Quindi, è proprio la desunzione di una possibilità da ripetere in ogni occasione, se tu vuoi creare le condizioni per rivoluzionare il sistema questa è una delle esperienze da poter fare, poco importa se si è in 100, in 10 o in 50, il problema è di avere e mantenere un sano radicamento in mezzo alla classe, di fare al massimo un passo o due in avanti e non farne di più per non fare ruzzoloni, di non creare separatezze d avanguardismo tra quanto uno si promette di fare e l’impossibilità di farlo, il che crea chiaramente anche le forme terroristiche, quindi c’era il rifiuto del terrorismo in quanto tale. Dunque, questo ci permise di costruire un magma, un tessuto, un riconoscimento attorno a noi, e immediatamente, senza cristallizzarsi mai (perché questo è stato il principio), di andare a cercare i nostri simili. E ciò lo si è trovato immediatamente nel confronto, avendo ben perpetuato il concetto, il sostegno (questo all’inizio probabilmente molto gramsciano) che l’epicentro di una forza politica è relativa soprattutto, in termini marxiani, alla centralità operaia: e quindi, dove se non a Milano, a Torino ecc.? Dunque, partiamo, andando a trovare quelli che non conoscevamo, l’assemblea autonoma di Mirafiori, che poi troveremo e diventiamo fratelli e amici con Alfonso Natella, che sfiora l’assemblea autonoma ma ci permette di contattare e di fare esperienze per tutti quei primi anni, dal ’69, ’70, ’71, con gli operai di Rivalta e di Mirafiori, dormendo nelle loro case, facendo intervento ai cancelli insieme a loro. Distaccandoci chiaramente dalle nostre vicende anche romane, ciò ci permette questo accumulo, questa riconoscibilità, alla stessa stregua l’assemblea dell’Alfa Romeo, il comitato politico della Sit-Siemens, quello della Pirelli, poi l’assemblea autonoma di Porto Marghera che era l’altro corno della situazione. Ma non c’erano anche qui dei capisaldi generali più importanti o meno importanti, c’era l’esperienza che insieme ad altri avevo fatto nella rivolta dei tecnici, sempre altra espressione di quell’epoca, che in più posti di lavoro dove erano presenti figure, appunto i tecnici, i quadri intermedi insomma, ci permise chiaramente di collocare questa esperienze di natura politica e sindacale insieme e a sostegno del movimento operaio piuttosto che a essere subordinati al ciclo produttivo e quindi al capitale. Questa fu un’altra possibilità che ci permise di mantenere rapporti a Bologna con la Ducati e con la Sasib, che erano due medie fabbriche ma importanti e decisive, a Firenze con la Galileo: questo per dire che il tessuto era molto più vasto, e a Sud con l’Italsider di Taranto e soprattutto a Napoli con l’Ignis e addirittura con una formazione politica che era il PCI-ML Lotta di Lunga Durata, quindi una formazione maoista, la linea rossa uscita dal disastro del PCd’I, e tale formazione ebbe un comportamento correttissimo e felicissimo nei nostri confronti.
    Ci fu tutto questo magma preso insieme, questo passaggio, questo lavorio dell’anno ’72, questa apertura del giornale Potere Operaio del lunedì, questo dibattito fecondo, questa richiesta di scioglimento dei gruppi più afferenti alla centralità operaia, cosa che una buona parte di Potere Operaio fece, un’altra parte scelse di dedicarsi a processi interini alla nascente cosiddetta lotta armata. Tutto ciò ci permise di arrivare a quella convocazione del marzo del 1973 che era una specie di stato generale dell’autonomia operaia senza a e senza o maiuscole, tant’è che storicamente verrà definita così: l’assemblea di Bologna del marzo del ’73 è lo stato generale dell’autonomia operaia, si è lì a descrivere questa forma di movimento, questa possibilità di sfondamento nei confronti delle istituzioni rappresentative, questa alternativa al riformismo, questo rifiuto dell’unico partito esistente ecc., attraverso quelle piccole tesi che sono documentate nel libro Antologia dell’autonomia operaia. Questa è l’altra fase, la partenza qui da Roma, almeno dal punto di vista di chi sta parlando, la ripartenza ci mancherebbe, a Milano ci sono le espressioni compiutissime dell’Alfa, della Sit-Siemens, capaci di aver fatto imprese estremamente eccezionali, di aver creato loro poi quello che è stato il vero e autentico autunno caldo dal punto di vista epicentrico, il sabotaggio delle merci, il salto della scocca, il rifiuto del lavoro, lo sciopero lavoratore per lavoratore, a scacchiera ecc., sono tutte invenzioni di quell’autonomia operaia lì, che hanno determinato loro. Ciò è stato poi riassunto dai sindacati nella tematica dei consigli; tutta la sinistra operaia e rivoluzionaria storica, quella che nasce alla vigilia del ‘900 e che poi si riverbera sotto il leninismo e viene falcidiata da questo, si trova in quell’aspetto consigliare, e quindi nella nascita dei consigli dei delegati spontanei, nella decisione fatta prima a Mirafiori, poi a Rivalta, poi all’Alfa e poi via via pure qui giù da noi all’Enel, al Policlinico ecc., e poi la scimmiottatura della sinistra sindacale dà vita invece a una forma istituzionale che trova spazio poi nello Statuto dei lavoratori come forma evolutiva di un sindacato verso la riunificazione. Ecco, credo che questa sia la base costitutiva di quello che diede appunto vita all’esperienza dell’autonomia operaia senza a e senza o maiuscole, un tentativo che poi lì non riesce, come non sono riusciti altri tentativi, di dar vita ad una compagine plurale, duttile, capace di saper essere rappresentativa del tutto. Anche perché, nonostante l’appartenenza all’unica barricata, c’erano compagni plurimi di questa vicenda, Potere Operaio del lunedì ha dato molto contributo alla nascita di questo, probabilmente non ne poteva fare a meno perché Potere Operaio era già in scioglimento, poi una parte di esso già guardava di malocchio l’esperienza dell’autonomia operaia ritenendo chiaramente un’altra l’avventura da percorrere, ossia quella della lotta armata. Quindi, c’era da parte loro il pensare immediatamente che già intorno al ‘71-’72 si erano aperti i giochi rivoluzionari qui in Italia, quando invece il bastone del comando ancora una volta lo manteneva la borghesia alleata all’imperialismo mondiale, per cui aveva potuto permettersi una strage di Stato, aveva potuto permettersi di avere questa internazionale nera come cordone ombelicale intorno all’Italia, in Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia, Turchia ecc. Quindi, questi sono gli errori di valutazione che sembrano di una forma soreliana, avventurista in assoluto. E’ vero che hanno contribuito a tutto questo anche gli esperimenti della soggettività di Feltrinelli, che nell’aggancio con qualche forma di partigianesimo aveva visto nel golpismo del generale De Lorenzo e di tutta la casta legata alla CIA e alla NATO la necessità di essere preparati, tutt’al più una forma di natura gappistica. Quindi, c’era questa forma estrema di soggettività (poi espressa da una figura che va moltissimo rispettata però più di questo no, da un punto di vista politico era di un’impoliticità tremenda) prepara e predispone almeno alcune forme dell’intellettualità a questa tipica scelta avventuristica che si ripropone nella storia. E altrettanto in alcuni pezzi di Potere Operaio (penso a Piperno più che a Negri) c’è un invaghimento per questo passaggio, si scrive su quelle colonne che già nel ’71 si è esaurito il ciclo dell’autonomia operaia e quindi si comincia lì quanto meno a smarronare. Non c’è proprio paragone, non c’è proprio possibilità di confronto nel sostenere che si era concluso un ciclo quando invece il ciclo comincia ad aprirsi nel ’69 e non voglio dire che si debba per forza concludere nella caduta dei 51 giorni della Fiat nel 1980, ma più o meno possiamo raffigurarlo in questo periodo piuttosto che in altre scimmiottature. E alla stessa stregua, soprattutto a partire da piazze del Nord, dove probabilmente il tessuto militante era molto più accentuato o era altrettanto accentuato, ci sono episodi di legittima difesa, di violenza nei confronti delle cose, nei confronti anche delle persone, dovute a questo massiccio sfruttamento del movimento operaio in quelle latitudini, che non trovando il posizionamento di una vicenda marxista all’interno di quel territorio hanno preferito dedicarsi o far spendere tutta la soggettività possibile in un’azione quasi irrefrenabile di conflittualità armata, che più che altro poi ha rappresentato episodi di propaganda armata più che episodi di capacità contraente, di rapporto di forza effettivo. Perché se la lotta armata non può essere che una variante temporanea di un’attività politica deve poter costruire uno sbilanciamento dei rapporti di forza, deve saper far guadagnare qualche passaggio piuttosto che farlo arretrare. E lì invece, senza nessun controllo, di solito poi cosa succedeva? Se dovesse essere stato fatto minimamente il paragone con il movimento partigiano, è abbastanza noto che di fronte nelle formazioni partigiane armate, di fronte ai combattenti c’era sempre il commissario politico: ciò non era solo una forma di controllo contro gli eccessi, ma era la capacità di saper completare l’indirizzo di quella attività. Perché se quella attività era senza indirizzo, se io costruisco delle bande per creare difficoltà al nemico e invece sposto tutta l’attenzione sui soldi, sulle rapine a titolo si dice politico, poi magari diventano a titolo personale, o su effetti nefasti nei confronti della popolazione, che non sono solo quelli delle ruberie ecc., ma che potrebbero essere gli stupri o cose ancora peggiori, errori di valutazione del campo di battaglia: bé per questo c’erano i commissari politici che comandavano più dei capi militari sotto questo profilo. E questo contesto non c’è mai stato, con un’attenta riflessione non si sarebbero mai connessi gli eccessi né sul campo né nella valutazione. Quindi, c’è stato fin già dall’inizio di quello che è il processo veloce di un tentativo di produrre autorganizzazione e autogestione all’interno dell’autonomia operaia, un tentativo di denegazione, di sottrazione, un lucrare anche su quelle forze che facevano lavoro di costruzione importante all’interno dell’epicentro della fabbrica e del territorio per arrivare a creare i presupposti di questo avventurismo successivamente. Perché si sfruttava poi la possibilità di ritenere questi compagni come compagni comunque e quindi non compagni neanche che sbagliavano, poi magari usata anche quella definizione, si conoscevano anche parecchi di loro, e non si poteva arrivare a concepire che potessero essere offerti impunemente alla repressione, allo Stato borghese. E’ negli anni successivi, all’indomani proprio dell’aver compreso fischi per fiaschi, di avventura in avventura fino al sequestro Moro, dell’aver capito che quello era l’epicentro dello Stato e quindi di aver fatto completamente a cazzotti con qualsiasi teoria e prassi marxista sotto questo profilo. Ma io mi limito qui in questa risposta, tenuto conto che il percorso comunque dell’iniziale formazione fino alle responsabilità completamente in prima persona nella costruzione di un percorso rivoluzionario significativo qui in Italia ha comportato chiaramente quest’avvio.

    Continua 2

    Viva la Comune

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    Predefinito Rif: INTERVISTA A VINCENZO MILIUCCI

    C'era una volta Via dei Volsci....



    Continua2

    Come analizzi i motivi politici che portarono alla formazione di Rivolta di classe, quindi alla divisione dell’autonomia romana rispetto a Rosso e successivamente a fare I Volsci?

    I passaggi avvennero successivamente a quello che fu questo punto di avvio e di raccordo dell’assemblea di Bologna del marzo, probabilmente con molta velleità anche, noi giovani, ancora inesperti dal punto di vista della costruzione di una forza politica o una forza di carattere politico, a partire da se stessi, parliamoci chiaro. Il bollettino che ebbe vita per tre numeri non poteva compendiare di per sé la ricchezza complessiva che c’era all’interno di tutti questi segmenti, quindi si decise anche di proseguire per posizionamenti territoriali riaggrumando tutto quello che sul territorio c’era. Questo passaggio ci permise di arrivare a costruire anche i relativi bollettini o giornali locali, uno di questi fu appunto a Roma Rivolta di classe, che è praticamente il resoconto delle battaglie che si fanno in quest’area, è il resoconto dell’informazione di quelle che sono le componenti dell’autonomia operaia senza a e senza o maiuscole, ed è anche il confronto con gli altri gruppi a cui si indica per via critica una strada di confronto. In questo contesto non si poteva, dovendo affrontare appunto il contesto milanese, non incontrarci con Negri e Rosso, che all’epoca era parte integrante di quella redazione. Il Rosso della rivista, che usciva una volta ogni uno o due mesi, che trova già lì nei numeri del 1973-’74 alcuni nostri articoli e che produce uno sforzo dal ’74 al ’75 relativo alla possibilità di fare un foglio, molto facsimile a quello che era stato il foglio di Potere Operaio, dunque assume questa veste e se ne fanno alcuni numeri. Si assume chiaramente fin dal ’75 anche il nostro contributo a carattere nazionale sulla crisi del riformismo, facemmo nella palazzina Liberty questo discorso anche a proposito della formula 35 per 40 (le 35 ore pagate 40), e immediatamente legato a questo facemmo anche, sempre all’interno, una riflessione nazionale sulla repressione che poi venne pubblicata dai Quaderni di Rosso, sulla repressione qui in Italia, in Europa, come avveniva attraverso l’avvio delle carceri speciali ecc. Il confronto con Rosso è stato sempre molto tribolato, ovvero con la redazione di via Disciplini, che in particolare era in mano a Negri, Tomei, e qui incontrammo anche il primo Bifo con il suo carattere dandista che poco ci azzeccava con i nostri radicamenti, non dico con la nostra serietà ma insomma con un modo e una dizione sicuramente più legata alle lotte dei lavoratori e dei proletari piuttosto che a un pur necessario affrontamento dei temi culturali, dei temi dell’innovazione modernista.
    Un contesto di cui spesso ci si picca è questo vizio (che non è dismesso ancora in quegli anni ‘74-’75) del gruppettarismo, che è l’evoluzione finale dei gruppi che hanno avuto una loro significanza all’interno del nostro paese; di questi ho già detto che hanno supportato (per delega chiaramente) una battaglia storica nei confronti dello stragismo e quindi in definitiva “per la democrazia”, anche se pensavamo di combattere per molto altro. Ciò presagendo appunto di poter utilizzare pochi strumenti e poche persone per poter disegnare alcuni propri fini. Il proprio fine lì dentro non era neanche estremamente ben chiaro se non era collimante con una sperequazione da parte anche di quello che poteva pensare Negri all’epoca e che non compiutamente riusciva a scrivere almeno nelle riviste, magari poi si alimentava i libri che lui ha scritto: quello cioè di una possibilità, tutta da dimostrare, che qui in Italia ci fossero i presupposti di un confronto finale con la borghesia. E in questo contesto il forzare i tempi, per quanto attiene Milano riguardo ai tempi di maturazione dell’autonomia operaia interna all’Alfa Romeo, è stato uno dei contrasti più forti che ci ha dato la possibilità poi di arrivare a rompere questa collaborazione alla vigilia del 1976. In questa vicissitudine si situa appunto un ulteriore pezzo della differenza di quelli che tentarono di costruire un percorso lineare, semplice di una formazione politica proveniente chiaramente dalla visione della centralità operaia e dalle caratteristiche della sua autonomia rispetto alla produzione, rispetto al capitale ma rispetto anche a qualsiasi forma di sovradeterminazione. Forse era una velleità, ma del resto bisognava procedere per velleità, perché le costituzioni di qualsiasi altro partito, compresi i partiti che furono definiti rivoluzionari (da quello leninista a quello maoista per non dire anche quello cubano, anche se l’esperienza di quello cubano viene dopo la vittoriosa rivoluzione) avvengono per una forma elitaria, per una forma di autorappresentazione di gruppi estremamente limitati e spesso di gruppi che non avevano se non pochi radicamenti all’interno dei movimenti operai e proletari: avevano delle grosse convinzioni ideologiche, tutto qui. Ecco, in questo caso si rompe anche questa vicissitudine, perché di fronte alle convinzioni ideologiche, in questo caso a Milano di Negri o anche quelle di Oreste che pure lui sventagliava a suon di idee piuttosto che di fatti, si produce questa rottura della codeterminazione (sovradeterminazione da questo punto di vista). Ci si libera, almeno per quanto riguarda la situazione milanese, di questa cappa che non permette la possibilità dello svilupparsi dei terreni di conflitto relativi a quelle che sono le esperienze, le capacità, le possibilità di quella centralità operaia a cui poi peraltro ci si riferisce. Perché se no si fa un’ulteriore estrapolazione se si parla e si scrive di autonomia operaia, di centralità operaia e non se ne colgono quelle che sono le sue effettualità, le sue naturalità, le realtà; piuttosto si vagheggia, ci si immedesima estrapolando e castellando sotto ogni profilo.
    Il percorso di rottura di qualsiasi tendenza tesa a costruire un partito separato dalla classe, ripetendo vizi e vezzi che sono stati anche il portato della fine degli anni ’60 e degli anni ’70 di tutta l’intelligenza estranea al Partito Comunista, compresa appunto quella dei Quaderni Rossi ecc., è questo attacco da parte nostra all’autonomia del politico complessivamente intesa. Questo percorso su cui sono stati spesi enormi chili di parole, che ad una lettura positiva dovrebbe essere quella di non essere condizionato dalle oscillazioni dei movimenti e quindi anche delle centralità operaie ecc., si è risolto invece costantemente nel negativo di poter indicare sempre e costantemente quelle che sono le vie da seguire e quali sono le riformulazioni della teoria spesso dimenticando quella che è la prassi; per cui c’è stata una teoria (se c’è stata) senza prassi, il che significa che si è usciti fuori dal seminato marxista. Allora, non voglio dire che gli unici marxisti sono stati quelli che hanno dato vita all’autonomia operaia senza a e senza o maiuscole, senza sigle, però sicuramente c’è stato un percorso relativo ad una conoscenza estremamente precisa dei propri limiti e delle proprie categorie e della distinzione estremamente precisata di quelli che sono i fini e di quelli che sono gli strumenti, i mezzi; spesso e volentieri si è confuso fine con mezzo. A noi ci è sempre pochissimo importato, ed è caratteristica anche dei giorni presenti, la possibilità del feticcio dello strumento o del mezzo. Ciò non è caratteristica invece di un percorso storico che ha caratterizzato la nascita dei movimenti operai dalla metà dell’800 fino ad ora: il partito o il sindacato o il labour sono stati chiaramente un feticcio, che tuttora viene difeso e sostenuto, e diventa il potere, diventa la sovrastruttura, anzi da sovrastruttura diventa struttura. La vicissitudine invece più propria a questa compagine legata alla nascita dell’autonomia operaia e alle sue evoluzioni ha fatto sempre una netta distinzione, quindi non offrendo possibilità di fuga da questa distinzione: lo strumento è tale che può e deve essere estremamente leggero e deve rappresentare la possibilità del suo esaurimento all’esaurirsi del ciclo rappresentativo di lotte di una certa fase e di un certo passaggio, costruendo altri strumenti adeguati al successivo ciclo, alla successiva composizione di classe, ai successivi epicentri (se devono esistere) trascinatori di una determinata vicenda politica rivoluzionaria. Altra cosa è il fine, e su questo discorso del fine chiaramente ci si limita a delle dichiarazioni, a delle affermazioni che spesso sono lontane nel tempo: “il comunismo è l’abbattimento dello stato di cose presente”, spesso è molto limitante questa affermazione, bisognerà invece saper prefigurare, indicare e praticare già nello stato di cose presente quelli che sono gli elementi prefiguranti di una società che uno vuole costruire. Questi non possono chiaramente appartenere al programma dei sogni finitesimali oppure alle astrazioni di cui ci si rimanda poi l’effettività solamente nel momento in cui si è compiuta la rottura, poi spesso e volentieri ci si limita a verificare esclusivamente la forma primaria di questa rottura, quando almeno nel maoismo o quanto meno l’insegnamento che Mao ha potuto produrmi è che le contraddizioni, esemplificate nel leninismo con la dittatura del proletariato, continuano a persistere anche dopo la spallata e quindi le classi non scompaiono ovviamente e immediatamente, anche perché le produzioni dall’oggi al domani non possono permettersi l’abolizione del lavoro salariato, non possono chiaramente progredire sotto questo profilo e limitare i danni, ma bisognerà pur capire alla fin fine che tipo di società si vuole costruire. Gli esempi costruiti, pur in una transizione che a questo punto non potremmo definire estremamente limitata se l’Unione Sovietica è perdurata per settant’anni, se la Cina ha vissuto fino a questo momento per sessant’anni, ebbene tutto questo ci rimanda al fine da non scambiare con il mezzo; il mezzo può servire alla rottura, per creare appunto un fine in cui le forme che sono state costruite vanno allo scioglimento, cioè il mezzo va sciolto nel fine. E’ impossibile chiaramente determinare un percorso della permanenza eterna del mezzo per sostenere un fine, diventerebbe una contraddizione non solo semantica ma in sé, in quanto tale. Quindi, il raggiungimento del comunismo bisogna che sia esso stesso precisato se si vuole arrivare a concepire (a maggior ragione all’oggi piuttosto che quando ne discutevamo in quella vigilia del ’77) quelle che sono poi le percezioni, le capacità di trascinamento, le aggregazioni non solamente delle decine di migliaia ma anche dei milioni di persone, attraverso la concezione di questa possibile società desiderante, alternativa ecc. Se no, altro che utopia, è solo un annuncio e basta, banale in quanto tale e soprattutto è quasi un vessillo, un ricordo piuttosto che una materialità. Poiché si è o dovremmo essere materialisti dovremmo dire che la cosiddetta messa in comune dei mezzi di produzione (perché è uno dei presupposti fondamentali da questo punto di vista) deve permettere la possibilità a ciascuno di cooperare per poter mantenersi e di poter creare le condizioni affinché ci sia, nel più breve tempo possibile, l’abbattimento del lavoro salariato, che è uno dei fondamenti della riproduzione del capitale. Questo ciclo si pratica nell’esistente attraverso una pedagogia costante del rifiuto del lavoro (quello salariato ovviamente) che può e deve essere attraverso la riduzione dell’orario di lavoro ecc., ma non nelle forme in cui esiste solo la rivendicazione salariale: 35 ore sono una rivendicazione salariale, le 4 ore di lavoro nella permanenza del ciclo capitalistico del lavoro salariato sono un processo evolutivo acceleratorio verso questo percorso, pur nella non distruzione del ciclo capitalistico, perché questo continua ad essere corroborato nel plusvalore anche attraverso 4 ore di sfruttamento. E poi le vicissitudini legate ai bisogni, alla tutela ambientale e poi chiaramente il discorso della politica, in qualità della riappropriazione da parte dei soggetti e non da parte del partito in quanto tale: la politica non può appartenere al partito, deve essere redistribuita e riappropriata dalle stesse masse che producono un fine da questo punto di vista. Se noi non riusciamo a esplicitare questo passaggio in maniera cogente, quasi fosse una bibbia, credo che avremmo come al solito, come hanno fatto fino a questo momento anche gli amici e i compagni a cui ci siamo riferiti, dei grossi esercizi di intellettualità e basta: mi riferisco ai Negri e ai Piperno perché un contributo sicuramente lo hanno dato rispetto a compagni appartenenti agli altri gruppi, ma si sono posti al di fuori della vicenda più nostra, interina, della costruzione di una alternativa rivoluzionaria qui in Italia a partire da quella base iniziale che fu la centralità operaia. Perché poi guai a pensare che nello sviluppo delle stesse contraddizioni alimentate dal conflitto che poi è messo in atto questa centralità potesse essere permanente, perché anche qui ammetteremmo una contraddizione fondamentale: al superamento dei cicli produttivi nel massimo sfruttamento e quindi all’adeguamento capitalistico di essi non può permanere la stessa forma organizzata sia nella produzione che nella società. Tant’è che l’impreparazione a capire questo percorso ci ha portato anche a questo ritardo attuale di risposta nei confronti di questa società che ammette sicuramente il ciclo dello sfruttamento attraverso una variazione di macchine, che non sono solamente quelle della catena di montaggio ma sono anche le macchine intelligenti.
    Quindi, la critica nei confronti di questi compagni, oggi al massimo nei confronti di Negri, è quella di continuare a propalare castelli in aria. Si pensi a questa presunta strategia degli anni ’90 del municipalismo, cioè dell’internità attraverso la presenza sul microterritorio, scimmiottando in parte Marcos, il quale si può permettere di fare questo ed altro per poter difendere una minoranza in un accerchiamento formidabile com’è il ventre dell’imperialismo, quindi se lo può permettere nel senso che spetterà comunque a noi poterlo contraddire. Ma creare delle condizioni o pensare che dalla Selva Lacandona possa nascere o rinascere la fiammella della rivoluzione mondiale è un assioma che in quella dimensione e in quella vicenda lo si può accettare, salvo chiaramente criticarlo se deve valere per tutto il mondo. Alla stessa stregua pensare che il conflitto tra capitale e lavoro si sia quasi esaurito all’interno delle nostre latitudini e che sia stato riassorbito nella macchina intelligente del computer oppure oggi si potrebbe dire nella nuova economia, è un’altra di quelle follie, di quell’essere andati fuori tema. Di conseguenza sarebbe sufficiente reinserirsi all’interno di questa problematica italiana con delle microstrutture per poter codeterminare una rivoluzione di fatto e quindi un esaurimento in sé del dominio, dunque basterebbe questa spallatina, questa riappropriazione dal basso: ciò mi sembra fuori luogo, siamo in tutt’altre dimensioni in questa vicenda, presumo che il capitale la faccia da padrone, che stia stabilendo addirittura lui, dopo averlo costruito già cento e passa anni fa, un nuovo far west in cui la competizione che passa dal livello globale a quello locale diventa una sfida di tutti contro tutti, che tende a fare esaurire, almeno per un lunghissimo periodo, il ciclo del conflitto. Quindi, se si esaurisce il ciclo del conflitto le parti in causa non si sentono più parti, non si sentono più classi, e del resto stiamo verificando la caduta di classe che c’è stata nel comportamento della forza-lavoro operaia, messa in competizione individualmente, non in termini di segmenti collettivi, assume la competizione piuttosto che la risposta di controtendenza. E’ un po’ una follia; tra l’altro non è neanche farina del proprio sacco, perché intorno agli anni ’60 l’abbattimento definitivo delle velleità pciiste sulla dicotomia tra socialismo e democrazia risolta poi nella lunga marcia attraverso le istituzioni, ha fatto sì che si potesse rappresentare nel municipalismo dell’epoca, nella buona amministrazione in quanto tale l’asse di risultanza della possibilità di andare poi a gestire e a vincere un’elezione, queste sono state le prospettive di quegli anni. Quindi, mi sembra ciarpame che non serve a creare nell’oggi le possibilità di una condizione di ripresa di teoria e di ripresa di prassi che ci possa far intendere quello che necessita all’interno di questa situazione, in cui ben difficilmente potremmo trovare dei risultati immediati. Però, non credo, come è alla verifica dei fatti, che possano esistere terze vie, cioè la possibilità di un liberismo attenuato come hanno creato o cercato di dirci; non c’è più possibilità dell’uso dei vecchi welfare scaturiti dalla crisi del ’29 e quindi dalla possibilità che i volani della produzione si producessero attraverso la redistribuzione della ricchezza e quindi di nuovi consumi. La scelta mondiale oggi è quella liberista, e dentro la scelta liberista convinta anche della vecchia socialdemocrazia o di chi si rifà ad essa, il liberismo attenuato doveva essere questa compagine, cioè la possibilità di togliere a chi aveva conquistato attraverso la lotta di classe delle posizioni di natura materiale per darle e redistribuirle a coloro i quali il ciclo liberista non può più garantire niente, che sono i disoccupati ecc. In questo orologio della storia e in questa sinergia si situerebbe il liberismo attenuato. Ma tanto vale fare una proposta migliore ai figli e ai padri di allearsi contro coloro i quali ci vogliono dare questa sonora fregatura. Esemplificando tutto questo (cosa che non si può fare) ci troviamo in una situazione oggi tra le peggiori da affrontare, nel senso più vicino a quelli che sono stati gli epicentri del conflitto che sicuramente sono stati all’interno; per cui alla perdita di conflittualità dovuta alla competitività e al globalismo corrisponderà sicuramente l’allargamento dei mezzi di produzione. Qui sta il globalismo, qui sta la risposta invece più positiva, che se non ci addormentiamo subirà delle accelerazioni e quindi la delocalizzazione delle produzioni fordiste, sia nell’est europeo, sia nel sud-est asiatico, sia nell’America Latina, verranno ancora più accentuate per creare le condizioni di ricarico di profitto nella maniera più veloce possibile. Ma altrettanto ciò susciterà, in questa ulteriore delocalizzazione più ancora verso il sud del mondo, altrettante reazioni e resistenze che metteranno oggettivamente in collegamento gli strati di classe che sicuramente si sono venuti a creare in questa velocizzazione infernale del ciclo globale. In tutto questo il vecchio Manifesto di Marx e di Engels può essere ancora il suggello di una riconduzione ancora attuale a quel modello in quanto tale, chiaramente con relativi aggiornamenti alla luce delle stratificazioni che sono avvenute e dell’entrata in ballo effettivamente di tutti gli strati popolari di tutto quanto il mondo, con il valore che hanno assunto e che lì è appena accennato (è invece accennato nei Grundrisse) l’ambiente e la natura in quanto tali, quindi del rifiuto di essere sfruttata in maniera così devastante o finale dall’impresa capitalistica.

    Tu prima hai parlato del vizio del gruppettarismo: per quanto riguarda invece l’esperienza romana, secondo te quali sono state le ricchezze e i limiti delle forme organizzative che si sono espresse?

    Dal punto di vista positivo qui c’è stata questa capacità prefigurante che nel 1975 ha preso la forma di un’assemblea cittadina dei comitati operai e di quartiere, e che quindi ha riassunto all’interno di questo soviet, di questo consiglio le strutture, le realtà, le forze antagoniste dell’epoca, creando molto di più di un parlamentino: è stato la forma della democrazia diretta che riconosceva i propri partecipi, li rispettava e dava luogo a questa istituzione dove potevano essere prese le decisioni a partire anche da una richiesta estremamente locale. Tutto questo ha avuto vita per due anni, fino alla vigilia del 1977, ed è stato un elemento estremamente creativo, stante anche l’eventuale scelta da parte di qualcuno di formazioni armate. Io quando parlo di formazioni armate parlo di formazioni decisamente dedicate solo alla lotta armata, perché il percorso dell’autodifesa era proprio non solo dei gruppi ma anche delle formazioni dell’autonomia operaia, anche delle loro articolazioni, dei comitati, dei collettivi ecc. Ciascuno era chiaramente in grado di poter difendere non solamente le conquiste realizzate, ma di poter risolvere spesso alcune contraddizioni con piccole e medie spallate, senza mai ovviamente debordare dallo strumento dell’offesa rispetto alla capacità di massa che uno era in grado di avere. Si pensi, giusto per dare un esempio, all’esautoramento della virulenza fascista, che a Roma era già fortissima ed è stata sempre forte fin dalla repubblica, dal ’48, dalla scelta cioè di riaprire le carceri da parte di Togliatti e di mettere in libertà questi sgherri fascisti; si pensi agli attacchi che a Roma all’università si sono subiti con i Caradonna, gli Almirante, Paolo Rossi morto, Oreste Scalzone quasi messo a morte ecc., gli assalti, gli accoltellamenti, i mazzieri, le cose ben raccontate da Giulio Salierno come ex mazziere poi diventato compagno. Tutto questo non poteva non produrre un’autodifesa, una capacità di dire “meglio la morte tua che la morte mia”, giusto per esemplificare, non è che uno ha questo come principio ma sicuramente visto che tu aspiri a questa tendenza, a questa tua forma individualistica, a questa concezione del super-io, se non sei direttamente pagato quattro soldi dal tuo partito o qualche soldo di più da qualche servizio. Basti pensare che a me personalmente, che ero la figura che piano piano poi sono diventato, già nel ’72 si recapitano a casa i proiettili di vario calibro firmati Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo ecc., si tenta di rapire mia figlia di appena sei mesi dalle braccia della madre; io giravo armato pensando chiaramente che era meglio sfuggire alla morte da parte di un fascista che essere arrestato dalla polizia, dal momento che tutte le sere potevi essere arrestato dalla polizia mentre tornavi a casa, perché questo era il clima. Dunque, se tu non solo non volevi soccombere ma volevi creare le condizioni per liberarti da questa cappa dei fascisti dovevi per forza attrezzarti e quindi mantenere questa attrezzatura, saperla evolvere e avere la capacità di saperla comunicare successivamente con tutte le precauzioni del caso, con tutto il discirnimento dovuto a non fare capire fischi per fiaschi ai nuovi militanti ecc., spiegando che l’uso della forza era un uso appropriato alla dimensione degli obiettivi e del programma che tu stavi perseguendo, non poteva essere separato; e che quindi questa parola violenza che veniva insita dentro era altrettanto una formula della politica senza la quale non erano risolvibili determinati passaggi, questa era un’ovvietà insomma.
    Dicevo dunque che l’assemblea cittadina dei comitati ha funzionato come forma della democrazia diretta, l’altra società, come forma di una società altra in questa città: esprimeva la natura del conflitto relativamente a determinati bisogni da perseguire, gli ambulatori gratis, le case occupate (l’esperienza di Roma sulle case occupate ha fatto sì che fossero distribuiti fino ad oggi 20.000 appartamenti, non sono pochi), la tutela del mondo del lavoro, i picchetti, gli sfratti, la solidarietà tra di noi ecc. Tutto questo ha funzionato chiaramente senza ministri e senza sottosegretari, ci mancherebbe altro, ma con dei compiti distribuiti dentro questo, con queste assisi che si facevano nell’auletta del Policlinico che era capiente di duecento persone che erano espressione di tutta questa realtà romana. Il proprio limite dove è stato? E’ che ancora, pur subordinandosi a questa necessità, ciascuno, forse per troppo poco tempo a disposizione e per le insorgenze più forti di noi che avvenivano all’interno del quadro politico generale, poi riferiva ancora al proprio gruppo di appartenenza, quindi c’era una specie di rappresentazione anche qui, non di tipo parlamentare ma sicuramente surrogata. Quando arriva il ’77 è ovvio che questa struttura subisce un repentino sbandamento e un autoscioglimento. Del resto, gli stessi Comitati autonomi operai sono vissuti come strumento, come mezzo e mai come fine, ci mancherebbe; quando sono avvenuti i due grandi epicentri per esempio, questa valutazione insieme al pensiero scientifico sul mezzo ha avuto delle sue applicazioni. Per esempio, ci sono state le grandi occupazioni di case che hanno sommovimentato tutto l’anno ’74, quando poi a San Basilio nella rivolta è morto Fabrizio Ceruso, in quell’anno tutti occupavano case, però due gruppi in assoluto hanno occupato: i Comitati autonomi operai e i comitati popolari. In quell’epoca ci fu uno scontro all’interno dei Comitati autonomi operai sul fatto se questo fosse un asse principale o secondario; qualcuno oppose resistenza tenuto conto che la grande epopea dell’occupazione delle case doveva per forza costruire un passaggio onnicomprensivo, non era possibile mantenere l’attività dentro il Policlinico, dentro la Fiat, dentro la CUB dei ferrovieri e fare l’occupazione delle case, abbisognava chiaramente di un quadro così estensivo per arrivare a fare occupazioni in tutta Roma. Questo scontro ha portato ad una decisione ponderata, chi non l’aveva capito e non l’aveva voluto capire proseguisse nelle sue attività, ma non poteva essere impedito a chi aveva capito che quella era l’epopea di poter convergere, fare punto di forza su questo, sciogliersi nella realtà del comitato occupazione case, salvo poi riprendere le fila successive. Questa stessa decisione, più o meno simile, fu presa all’avvento del ’77; fu un dibattito molto leggero da una parte, veloce dall’altra, molto intenso e critico alla stessa stregua, ma alcuni compagni compresero questo, altri invece si lamentarono di questo scioglimento nel movimento del ’77. Se andavi propalando, andavi scrivendo, andavi sollecitando questo discorso del fine e del mezzo, quindi del mezzo che era contemperato con la stagione politica, con gli obiettivi ecc., dunque se il ’77 si configurava come un movimento antagonista effettivo tu dovevi essere partecipe di questo movimento in tutte le sue viscere. Allora tutto questo da una parte di noi fu compreso, altri posero delle resistenze che magari si sciolsero man mano durante l’anno ’77 per poi magari riproporsi all’indomani della conclusione dell’anno, anche se poi il ’77 dura e va oltre. In questo caso i limiti di queste esperienze in gran parte romane sono quelli della cristallizzazione, della permanenza all’interno dei propri reticoli, se si vuole della non formazione continua che è mancata nei confronti di questo patrimonio di compagni complessivamente della sinistra romana, comprensiva chiaramente anche di quella autonoma. Dunque, l’aver continuato a mantenere all’interno di queste strutture, pur pensate e fatte vivere significativamente, delle riserve: la riserva era anche di carattere piccolo organizzativo, se non quella precedente, che mantenesse inalterata la possibilità della preminenza dell’uno rispetto all’altro. Può aver caratterizzato anche questo i Volsci, probabilmente è stato così, non voglio sostenere che essi siano stati immuni da egemonia organizzativa: normalmente ci siamo riservati il patrimonio di aver creato sì un’egemonia ma dal punto di vista sensoriale, della capacità di comprendere qual era il livello del percorso da seguire piuttosto di creare un indirizzo univoco. E tra l’altro ci si fa critica (mi riferisco sia a quelle bonarie sia a quelle malefiche) di non aver perseguito ciò e di essere degli anti-partito, di essere dei movimentisti, quindi in quanto tali di aver peccato non avendo saputo o voluto contribuire a costruire un percorso più finemente organizzativo che desse luogo alla possibilità di riparare poi alla sconfitta con la S maiuscola che è quella che chiude il ciclo degli anni ’70.
    In definitiva, nella vicenda romana ci sono delle grosse intuizioni che hanno portato a far vivere in prevalenza il portato dell’esperienza e delle valutazioni di natura luxemburghiana, la preminenza cioè del fine rispetto al mezzo, quindi intendendo per questo i prodromi del fine che sono delle articolazioni soviettiste, consiliari, i fondamenti iniziali della nuova società, i pezzi della democrazia diretta ecc. Quindi, ci sono state queste grosse intuizioni legate all’attenzione che c’è stata nella sinistra romana, di tutta la sinistra operaia, in particolare verso il pensiero e le azioni di Rosa Luxemburg, in critica chiaramente con il leninismo. Dall’altra parte, c’è stato questo peccato, che probabilmente c’è, che spesso la misura non è in grado di saper essere calibrata finemente, come dunque si contempera la vicenda del fine con la vicenda del mezzo. Dunque, spesso sfuma la vicenda del mezzo, lo strumento, sia esso di natura gruppettara o di natura partitica, che in alcuni tempi può essere necessario per accelerare i passaggi e per poter resistere meglio alle successive fasi reazionarie.

    Continua 3


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    Predefinito Rif: INTERVISTA A VINCENZO MILIUCCI

    C'era una volta Via dei Volsci....




    Continua3


    Secondo te, quanto le analisi dei limiti e delle ricchezze che si sono espressi nei movimenti, nei percorsi e nelle proposte politiche degli anni ’60 e ’70 possono essere attualizzabili nella realtà odierna e quindi la loro lettura può essere utile?

    La loro lettura è senz’altro necessaria al pari di tante altre letture: io spero che ancora ci sia nei giovani la voglia di studiare oltre che leggere i classici, l’opera di Marx come buona parte dell’opera di Lenin come anche gli autori moderni. Il coacervo di indagini che ognuno può approfondire sia in sede universitaria, sia in sede collettiva, sia come autodidatta, intanto permettono di sostenere il punto di vista di quell’annuncio, di quello svisceramento della società, ma io parlo soprattutto dell’annuncio. In quegli anni è stata visionata e sviscerata anche attraverso l’inchiesta, soprattutto attraverso strumenti classici di indagine oltre che dall’esperienza. Questi sicuramente offrono la possibilità di comprendere ancora meglio quello che è stato lo sviluppo di questa società, compresi chiaramente tutte le cose che poi sono andate sotto il segno dello scandalo, si pensi a Tangentopoli, cioè quello che è poi il circuito stesso della società: l’affarismo non è un segmento straordinario, è connotato direttamente nella stessa società. Il ridurre e mantenere in miseria pezzi notevoli di società, quello che oggi trovano con scandalo i giornali sostenendo che ci sono sei milioni di poveri (ogni tanto l’Istat ci dà questo annuncio), non è una maledizione, un postulato impossibile da eliminare, è un atto voluto, deliberato; allo stesso modo è deliberato lo sfruttamento ambientale, lo sfruttamento dell’immigrazione. Quindi, è sicuramente illuminante da questo punto di vista e al limite anche sotto una specie di regia cinematografica quello che si è potuto individuare nei passaggi che sarebbero potuti avvenire e che sono del resto avvenuti. Sicuramente si può scorgere nella lettura dei documenti del 1977 la capacità di indicare che non si erano aperti i giochi rivoluzionari, per cui non c’era la possibilità anche accedibile alla spallata e quindi ad ulteriore confronto di lotta armata che procedesse poi alla vittoria o alla sconfitta: piuttosto c’era la comprensione che tutti quei passaggi che la produzione capitalistica e la strumentazione ad essa adeguata si erano dati sono stati poi pienamente realizzati e oltrepassati attraverso quest’epoca, ma lì già erano dati. Quel movimento ebbe quasi un sussulto, la capacità veniva da un’onda lunga, probabilmente ebbe solo la capacità di ritardare questa possibilità, di saperla dimostrare, illuminare, far comprendere, aver ritardato solamente questo ciclo non essendo stato in grado di saper quanto meno contrastarlo in maniera efficace né dal punto di vista di chi ha voluto anticipare i tempi (se mai si può definire tale la lotta armata), sia di coloro i quali non avevano ancora ben compiuto il percorso di posizionamento anche della capacità di una strumentazione politica che fosse in grado di contrarre al dominio capitalistico e alle sue evoluzioni il passaggio che si sarebbe determinato.
    Nel periodo posteriore al boom economico, quando si capiva chiaramente che tipo di facilità il capitalismo italiano rappresentava in Europa e nel mondo occidentale, c’erano questi strumenti di indagine, per cui la società italiana era ancora possibilitata ad essere bucata da percorsi antidemocratici, quindi era una società incompiuta: del resto, quale compiutezza può avere una repubblica così giovane, all’epoca nemmeno di trent’anni, che veniva dalla Seconda Guerra mondiale, dallo sfacelo del fascismo ecc., quindi non una repubblica qualsiasi? Si pensi al confronto agli atti costituivi della Francia, dell’Inghilterra, della loro statualità. Era l’indicazione dell’attenzione che oggi sicuramente è irriproducibile dal punto di vista del possibile tentativo di golpe della Nato, della Cia ecc.: perché oggi è impossibile? Perché oggi più di ieri il dominio dell’economia globale è deciso da alcuni fondamenti e strumenti internazionali, che sono la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Ocse, più o meno tutti anche se col Wto ci sono ancora alcuni punti da regolare. Per cui dal momento che finanche Bertinotti (tanto per dire l’estremista della compagine parlamentare) ha fatto a gara per far rapinare gli italiani di oltre 120.000 miliardi per entrare nell’Europa di Maastricht, è ovvio che si è entrati dai parametri decisi da un golpe internazionale, quindi un golpe locale non avrebbe più occasione. Del resto, per quanto riguarda la nascita di Maastricht si ha voglia a dire, chiunque voglia fare il retrò, che potrebbe portare ad una ripresa di conflitto statuale tra alcuni stati dell’Europa, sarebbe impossibile, perché uno dei presupposti dell’Europa economica e militare è quello di spostare il contrasto alla periferia della propria dimensione piuttosto che all’interno. Questo è uno dei parametri che sicuramente sono mutati e la lettura della fine degli anni ’60 ha potuto indicare quello che sicuramente sarebbe avvenuto, compreso chi le ha fatte le cose: si pensi alla stagione golpista, al partito di riferimento, alla Gladio, a tutto quello che è l’insieme dell’incompiutezza della democrazia italiana. L’altro parametro era l’incompiutezza dell’assetto della produzione in Italia, con la valutazione che il sindacato italiano non poteva non essere concertativo, nel senso che l’esperienza tutta italiana dello Stato corporativo ha potuto e può indurre a questa visione. Quindi, le ricerche che sono state effettuate già nell’epoca, non da tutte le parti contraenti del movimento ma sicuramente da una parte più attenta, hanno potuto sostenere questo nella ragione, perché i sindacati per esempio come la CISL e la UIL erano già in questa misura dalle origini; nel sindacato CGIL c’è una sua struttura adeguata alla scelta soccombente in questa vicissitudine. Del resto le discussioni e le analisi sulla critica che si faceva e si fa nei confronti delle socialdemocrazie nordiche può essere utile, all’epoca se ne è fatta tantissima perché il confronto era tra riformismo e rivoluzione; oggi di rivoluzione non se ne può parlare e il discorso è sul riformismo, su chi pensa che si sia aperto un capitolo riformista qui in Italia a partire appunto dal liberismo attenuato e chi pensa che il riformismo non sia accedibile. Se dovessimo parlare di riformismo e dovessimo indicare una soluzione a tutti ci viene in mente, fin dall’epoca degli anni ’60 e ’70, il discorso delle democrazie scandinave, perché già a quell’epoca il livello di partecipazione agli utili, la cosiddetta cogestione, è uno dei capisaldi di quella democrazia, che sicuramente è diversa non solo dalla democrazia italiana ma anche da quella inglese ecc. E’ una situazione in cui la redistribuzione della ricchezza è molto più estensiva, ma soprattutto a noi interessa questo discorso, che era molto sentito all’epoca e che ha fatto parte di dibattiti negli anni ’70, su quella che era la possibilità della concertazione vissuta come accentrazione della trattativa e invece la contrattazione articolata che era un forma di battaglia quasi anarchica all’interno delle posizioni di lavoro. Oggi ciò ritorna molto illuminante, ad esempio nella proposta di D’Antoni della CISL odierna e soprattutto in chi vuole da parte di tutti essere indicato come futuro presidente del consiglio, l’attuale presidente della Banca d’Italia Fazio, che recentemente sostiene il discorso della partecipazione agli utili che si traduce nella formula attuale nella redistribuzione delle azioni e quindi nell’azionariato diffuso da parte del mondo del lavoro: dunque, la forza-lavoro si sentirebbe più attratta allo sfruttamento in virtù i questa partecipazione allo sfruttamento. Questo è uno dei dibattiti che è stato antesignano da questo punto di vista. Per quanto riguarda i documenti e i dibattiti sul ’77, si pensi per esempio a tutta la vicenda del lavoro nero o se vogliamo l’abolizione delle festività aggiuntive, che sono state intraviste non solo come razionalizzazione della produzione, che non poteva essere più fermata neanche dalla religione; c’era comunque nello Stato ancora un altro Stato, lo Stato del Vaticano che abbiamo visto quanta interferenza metta nelle cose italiane a proposito del Gay Pride ma anche di altre situazioni. L’accordo sull’abolizione delle festività infrasettimanali è un accordo storico, è paragonabile al Concordato, perché in una società confessionale come la nostra abolire San Giuseppe, l’epifania ecc. per i fini della produzione e della mercificazione è uno dei dati che poteva far capire il livello di trend e di tendenza. Lo stesso sviluppo del lavoro nero è paragonabile alle agenzie del lavoro interinale: nel ’77 abbiamo infranto quaranta buchi del lavoro nero, tutti sapevamo e nessuno se ne voleva accorgere di questo passaggio. Quindi, il taglio del posto di lavoro, il taglio dei diritti, la riduzione a mercede di tutto quello che è il circuito delle conquiste, dell’emancipazione del lavoratore, in realtà va a farsi fottere.
    Dunque, quel moto di ribellione, in virtù ancora della visione internazionale, il PCI che era ancora PCI, ha potuto produrre ancora quello scoppio così quasi improvviso anche se nelle cose ha potuto solo ritardare quelli che sono poi i processi in corso. Quindi, chiunque volesse fare il preveggente, potendo sommare o addirittura mettere nel computer questo, ne trova un motivo per cui potrebbe vedere quello che accade tra quindici anni: ci sarà un punto di non ritorno oggi si può dire, perché non è difficile scorgere, almeno nella situazione occidentale e in particolare in quella italiana, quale sarà il punto di caduta finale, perché la Confindustria attraverso le sue modificazione e attraverso anche i suoi contrasti è arrivata a concepire che l’unica forza-lavoro che vuole è quella disponibile a un fischio, pagata quando gli va e quando gli pare, magari zero. Quanto è sopportabile tutto questo? Tutto questo ha un limite di natura oggettiva oltre che soggettiva, ha il limite della necessaria riproducibilità del capitale anche sul territorio nazionale, perché guai a pensare che essendo strumenti fondamentali che governano l’economia mondiale lo Stato nazionale non abbia più una sua funzione: esso ha ancora la funzione di poter drenare le risorse all’interno di un proprio territorio, di partecipare in competizione a una redistribuzione di ricchezza l’una diversa dall’altra, di mantenere sfumature diverse. Ma appunto il limite del capitale nell’abbattimento di qualsiasi struttura organizzata del lavoro e della risposta politica è quello di non ridurre i consumi a zero all’interno del proprio spazio, perché riducendo i consumi a zero riduce proprio la sua possibilità di accumulazione. Per cui in questo contrasto non è difficile scorgere quale sarà il tipo di società provvisoria che significherà la sanzione vittoriosa del capitale su qualsiasi altra forma della politica. Però, a tutto questo corrisponderà chiaramente poi la nuova soggettività che può dire: “ma si può vivere più o meno a livello di schiavitù grosso modo come quella del tempo delle piramidi in una situazione in cui si vola con gli aerei subsonici eccetera?”. Su questo ci possono essere non solo le rivolte del pane o dell’acqua o di qualche altro genere alimentare, ma sicuramente una sommatoria di tutto questo può far pensare a quello che è avvenuto nell’arco di tempo di meno di dieci anni nei paesi ex socialisti. All’indomani del crollo del Muro, del crollo dell’identificazione coatta con lo Stato sovietico, essi hanno potuto e dovuto per forza liberarsi mandando al potere partitelli del cavolo di natura anticomunista, mettendo anche dei limiti alle cariche di ex comunisti come è avvenuta nella Repubblica Ceca; però, alla fine dopo cinque o sei anni, verificando che la struttura è tipicamente liberista, che le merci ci sono dentro i magazzini però non le puoi compare perché non hai una lira, hanno ricominciato a rivotare gli emuli dei vecchi partiti perché la promessa quanto meno era la redistribuzione di pezzi di ricchezza paragonabili almeno a come si viveva durante il percorso dei paesi socialisti. Quindi, c’è stato fin già dall

    Però, questa soggettività di classe ha molte volte espresso delle forme di conflitto o di rabbia in senso orizzontale, individuale o reazionario, quindi tutt’altro che antagoniste. Dunque, partendo dalla pesante colonizzazione della soggettività di classe imposta dal dominio capitalistico, come pensi che si possa andare tendenzialmente verso delle forme di ricomposizione di classe che superino semplici conflitti o esplosioni di rabbia che di per sé non sono certo antagonisti rispetto al sistema capitalistico?

    Intanto qui la differenza con gli altri paesi sicuramente ancora c’è, noi non diamo luogo a delle forme di insorgenza tutto fumo e niente arrosto, abbiamo piuttosto il percorso probabilmente più lento ma più legato alle nostre tradizioni, quindi a una concezione organizzata quanto meno; ciò anche se parlare di organizzazione potrebbe essere un eufemismo tenuto conto che poi non si è stati in grado di maturare effettivamente un’organizzazione complessiva e duratura, e probabilmente i difetti stanno proprio in questa nostra concezione molto radicale tra fine e mezzo. Io mi immagino la differenza tra il maggio francese e le situazioni nostre: il primo fu una contraddizione importante, imponente ma con un’estrema capacità di vissuto alle spalle di questa esperienza, sulle sue spalle c’è la rivoluzione del 1789, la Comune di Parigi, c’è un’eguaglianza tra destra e sinistra parlamentare rispetto alla difesa dei valori sostanziali del repubblicanesimo francese, la Marsigliese tutti, destra e sinistra, fascisti stessi, la cantano, eppure non dovrebbe appartenere a tutti. Ma cosa può appartenere dell’Elmo d’Italia alle varie classi sociali? Non appartiene nemmeno alla borghesia, non credo che ci possa essere un’identificazione tra la borghesia e quell’inno patrio. In questo contesto però, stante la sottrazione attraverso uno strumento costituzionale come quello dei referendum al tempo del maggio francese, con De Gaulle che attraverso anche la capacità di quello Stato di saper combattere per le proprie presunzioni, quindi prende atto della sconfitta: quel movimento si riposizionò, quindi il maggio riuscì a portare a casa quello che aveva. Allo stesso modo a Parigi e in Francia due anni fa il grande movimento che si sviluppò nei servizi, ferrovieri, elettricità, telefonici, contro il salario di ingresso, fece sì che si dimisero i ministri. Qui in Italia questi passaggi ancora non avvengono: succede che un primo ministro come D’Alema si può dimettere perché ha fatto il gigolò della politica, lo sbruffone, dicendo che lui vinceva tutto e poi si trova perdente, perché gliene poteva fregare, essendo un’elezione regionale, di fare lo sbruffone, quindi poteva rimanere in sella. Però, non appartiene a questa mentalità, a questa esperienza storica la possibilità di dire “qui ho toppato e, siccome ho perso, mi dimetto, mi astengo, me ne vado”. La La situazione italiana è molto diversa, non ammette vicende separate. Se si pensa al tentativo della Democrazia Cristiana di mantenere il potere con ogni mezzo, non c’è differenza tra quanto ha fatto Tambroni con l’uso dei fascisti nel ’60, con le bome della strage di Stato, con quelle relative ad una situazione che ammette il confronto con la malavita sulle bombe di Firenze ecc. C’è un segnale ancora lì di estrema stabilità, ovvero un segnale che anche la mafia è stata estraniata da quel sistema di stabilità e quindi ammette un colpo di reazione: si pensi alla vicenda Andreotti che viene messo al bando per avere creato screzi nei confronti del superalleato americano. In questo contesto i movimenti che ci sono stati sono un derivato anche della tradizione, ma comunque sia c’è la discontinuità rappresentata dal ’68 nei confronti degli altri movimenti operai, qualcuno vuole fare risalire piazza Statuto alla forma dell’avviso nei confronti di quello che avverrà poi nel ’68, probabilmente esso sta all’autunno caldo più che al ’68 in quanto tale. Però, tutto questo lo ritroviamo in una tradizione che è nostra propria e che non ammette invece folate: ammette sì ogni tanto dei picchi, ma non folate che si disperdono. Se uno dovesse andare a ritrovare adesso che cosa c’è stato dopo il maggio francese, cosa c’è stato in Francia? Ci sono stati trent’anni di silenzio, c’è stato un pezzetto di movimento antinucleare che rispetto a quello italiano e a quello tedesco fa ridere, c’è stato sì ed è morto pure Morelon, quindi non è che non ci siano stati scontri, ma trent’anni sono troppi per potere determinare poi queste iniziative dell’ultimo tempo fatte dalle insorgenze degli studenti e dei lavoratori perché ce ne avevano piene le palle nei confronti del governo di centro-destra, e poi dall’immigrazione in assoluto per quello che sta avvenendo.
    Quindi, io credo che la lettura che si deve dare della situazione italiana è di un accumulo di forze e di esperienze; che tutto questo non abbia maturato ancora la possibilità di creare con continuità almeno una rappresentazione di tutto quello che non si riduce a compatibilità, è uno di quei rovelli, dei grandi interrogativi in cui ci possiamo mettere dentro tutto compreso il tentativo, che dobbiamo dirlo e affermarlo alla luce degli anni passati, in cui anche il partito dominante, la Democrazia Cristiana, ha saputo mantenere una capacità riformista al proprio interno, quindi ha saputo quanto meno garantire dei pezzi di redisitribuzione a settori e a segmenti (si pensi a quello delle campagne con la Coldiretti, ai settori del nord bianco con le Acli, alla struttura delle parrocchie ecc.), dunque una capacità di riassorbimento un po’ di tutti i conflitti. Ma per quanto riguarda poi la parte più autoctona, senza dare risposte sempre agli altri e dandocele a noi stessi, le prospettive in questa stagione non è che sono offerte da grandiosità; però, se dovessi scorgere quello che è successo in questi ultimi due anni all’interno del mondo del lavoro tradizionale, quello dipendente, oggi c’è una capacità Cobas di poter determinare scioperi in continuità. Anzi, posso ben affermare che negli anni ‘99 e 2000 la gran parte degli scioperi effettuati sono stati convocati dai Cobas, e alcuni sono stati fondamentali, si pensi allo sciopero della scuola del febbraio di quest’anno, agli scioperi degli Lsu, anche ai nostri scioperi dell’energia, delle telecomunicazioni e della sanità che ormai sono tutti scioperi superiori a due cifre, sono magari l’11% ma arrivano anche al 55%. Quindi, ciò significa che oggi si è rotto definitivamente un vincolo, chiaramente non abbiamo azzerato nel mondo del lavoro il trascinamento goduto da CGIL, CISL e UIL e da tutti i loro sistemi di ricatti e dalle loro forme istituzionali, però si è rotto un vincolo per cui ritorna in altra forma quello che negli anni ’70 chiamavamo la convenienza operaia: oggi c’è convenienza a fare le battaglie, a garantire quanto meno tutele da parte dei Cobas, perché sono gli unici, anche se sono stati estremizzati, che possono garantire tutele. Si è stati in grado di poter affrontare la vicenda degli immigrati in maniera tale che questo non diventasse un paese razzista, e così è, se tutti gli immigrati del mondo sanno che devono arrivare in Italia perché prima o poi ci sarà una sanatoria; e questo non perché gliela passa il governo dominante in quel momento, ma perché c’è una rete sociale, che avrà anche le sue forme sbilenche, anche le sue forme piccolo malavitose, ma che soprattutto ha capito, magari per averne partecipato in qualità di immigrazione precedente, che l’immigrato è fratello a noi, l’immigrato ha bisogno di essere garantito come noi. Quindi, questo è un altro dei frutti che troviamo in Italia e ci si spieghi perché non lo si trova in Germania, in Francia, dentro le frontiere di Shengen. La lotta per la casa. Noi siamo un paese in cui il 74% ha in proprietà la casa, a differenza del 30% del sistema inglese, del 36% tedesco e francese, quindi dovrebbe essere soddisfatto il bisogno della casa, chiaramente rispetto al fatto che ancora venti milioni di persone ancora non ce l’hanno in proprietà, la case popolari non se ne costruiscono più, c’è un accentramento nelle metropoli con quello che significa il pagamento di affitti ecc. Invece, c’è questa tradizione di battaglie su tutto il territorio nazionale, in particolare su questo territorio laziale, io sono nato qui con il comitato di agitazione borgate, ma ho vissuto subito Quarto Oggiaro a Milano, Nichelino a Torino, Porto Marghera, sono andato in quelle lotte sviluppate. Dunque, ciò testimonia che questo ciclo dei bisogni, questo ciclo dei diritti è un ciclo che è rimasto, ha un suo radicamento, ha una sua storia, ha una sua cultura, ha una sua propedeutica, appartiene non solamente a chi le fa le cose ma appartiene al ciclo delle università, al ciclo della cultura cinematografica, delle antologie. Tutto questo insieme alla vicenda ambientale, ho citato più volte la Germania che è l’altro paese dove la battaglia antinucleare è stata vissuta con una profondità estrema, in virtù della frontiera che rappresentava, frontiera significava Nato, Nato significava ogive nucleari, il che significava la rappresentazione finale di quello che avevano vissuto durante la Seconda Guerra mondiale, la distruzione delle più grandi città tedesche ecc. Per questo c’è stato il riversamento nel movimento studentesco tedesco piuttosto che nelle Rote Arme Fraktion o nelle cellule del movimento nucleare per questa occupazione militare americana, perché poi c’era questo doppio senso, era intrinseco sul nucleare ed era anti-imperialistico. Ma noi siamo partiti qui e abbiamo portato avanti quel movimento in maniera fondamentale, nell’arco di tempo di otto anni questo movimento è passato da un’iniziale battaglia persa a una vittoria totale e ha costruito una generazione che ha inteso liberarsi di queste pestilenze oltre che di parte di questa sovraesposzione del capitale; ed è passato con altrettanta velocità, anche con certe pause, a capire il valore del rifiuto delle biotecnologie, del perché l’elettrosmog è dominato dalle grandi multinazionali, il significato degli inceneritori ecc.
    Tutto questo è il prodotto di una società matura, in via di maturazione, in via di crescita; è ancora una forma separata, spesso non è connettibile, ma laddove l’operato della forma antagonista, della forma anticapitalista riesce ad avere sul territorio espressioni plurime, ricompositive, di per sé già ricompone una parte di questo spaccato. E se questo spaccato iniziale riesce ad essere includente piuttosto che escludente, quindi fa venia di tutta una serie di cristallizzazioni, separatezze, contraddizioni che si è portato appresso, scontri spesso inutili dal punto di vista dei principi, credo che riesca ad incontrare un formidabile spaccato di società che è disponibile ad affrontare un passaggio di superamento di questa società capitalistica che ci si presenta davanti in forma disperante. Anche coloro i quali hanno soddisfatto al meglio le misure sostanziali del benessere sono sicuramente insoddisfatti rispetto a questa continua capacità repressiva e militare, a questa limitazione delle libertà, dove tutto è libero di circolare dal punto di vista delle merci tranne che le idee, gli uomini, le persone. Quindi, sotto questo profilo non ho formule di ricomposizione, ma una minima forma di avvio di quello che potrà essere il tentativo di riproporsi all’interno di un connettivo che merita una sua ricomposizione e riaggregazione non è sicuramente sul circuito parlamentare, elettorale, bensì in una forma ampia di consulta, convergenza, convenzione, coordinamento, non so che nome dargli, sarebbe inutile dare il nome perché magari viene subito bruciato, e che abbia sia una dimensione territoriale che una sua dimensione nazionale. Su questo ci voglio mettere di mezzo anche l’ultima vicenda del Gay Pride: è stata una manifestazione politicamente tremendamente importante, l’aspirazione a uno Stato laico, uno Stato comunardo, lo definisco così, in cui siano messi in comune i mezzi di proprietà, in cui ci sia la laicità, la possibilità di respirare libertà. Se 200.000 persone, di cui molte più di 100.000 erano persone non omosessuali, hanno voluto partecipare a questo, rifiutando i diktat della Chiesa cattolica, del governo, di questa stupidità, di questa disgrazia che abbiamo della sinistra, io sono convinto che ci sia questa maturità, a cui manca i motivi di espressione. Noi ne abbiamo fatti tanti di errori anche per l’immagine che ogni tanto diamo di noi stessi, ma si può rappresentare un punto di svolta, un punto nodale dopo che loro (cioè la situazione generale del popolo italiano) hanno verificato l'impossibilità di altre forme; questo segno lo voglio ricavare anche dalle ultime quattro elezioni dove il livello di astensione è andato dal 30 al 50%, dalle elezioni amministrative a quelle europee, per non dire poi di aver fatto fallire gli ultimi due referendum.

    Di fronte a chi ritiene la classe polverizzata o addirittura scomparsa, a chi individua via via nuovi soggetti di punta o tendenzialmente ricompositivi (il lavoratore immateriale, il lavoratore autonomo, il cognitariato ecc.), tu pensi che esista o possa tendenzialmente esistere un soggetto centrale o degli ambiti che possano essere politicamente trainanti?

    Io non lo so se questo sarà possibile. Il giorno della manifestazione della scuola, il 17 febbraio di quest’anno, quando improvvisamente sono arrivati circa 100.000 professori, li ho definiti i nuovi metalmeccanici. Quindi, se dovessi aver sentito gli insegnamenti del passato che dicevano che c’era un lavoro produttivo e un lavoro improduttivo e che quindi al di fuori della manifattura tutto era improduttivo, questo faceva a cazzotti con il discorso di classe; eppure è stato sempre molto legato alla classe il discorso sul lavoro produttivo. Dunque, si vive di stereotipi che fanno paura. Quei lavoratori della scuola si sono comportati come dei metalmeccanici, anzi hanno fatto di più, hanno fatto dimettere un ministro, cosa che in Italia non avveniva dall’800. Quindi, guai a individuarlo dal punto di vista intellettuale, se questo avverrà sarà fattualmente. Nessuno poteva sostenere che negli anni ’70 non dominava la centralità operaia: questa aveva dei comportamenti di oggettivo trascinamento, tant’è che bottegai, commercianti, piccoli borghesi in genere si sentivano accomunati allo sforzo della classe operaia di fare acquisire anche a loro quelle previdenze che la classe operaia conquistava non solamente per sé ma anche per tutto il mondo del lavoro se non degli italiani. E questo è stato: quando all’inizio ho parlato di quello che è stato il ‘69-’70 attraverso le grandi riforme strutturali, come diceva il partito all’epoca, cioè la casa, la sanità, la pensione, ecc., chi le ha agitate? Allora, laddove troveremo una classe che sia in grado di interpretare i bisogni generali e collettivi sicuramente in quel tempo rappresenterà il livello di trascinamento, quindi l’epicentro su cui si organizzerà in quella fase strumentalmente e oggettivamente la vicenda rivoluzionaria, transitoriamente rivoluzionaria, la capacità di trasformazione della società. Allora perché non il lavoratore universale, di cui ho sentito parlare? C’è chi dice: “Il globalismo che cosa ha costruito? Ha costruito un’altra categoria, è il lavoratore universale. Chi è il lavoratore universale? E’ l’emigrante, dovunque lo mandi fa una tipologia del lavoro.” Ma allora perché non chiamarlo lavoratore e basta? Nella ripetizione pedissequa di mansioni talmente ripetitive, tutti siamo intercambiabili, quindi è un lavoratore intercambiabile. Quello che appartiene è altrettanto intercambiabile, sempre in certe relative proporzioni, anche il lavoratore di questa piccola strumentazione tecnologica che sono i computer. Se penso a quanti giovani in forma autodidattica hanno dovuto imparare non solo a usarlo, ma a navigarci, come avrebbero fatto con qualsiasi motorino, con qualsiasi altra strumentazione. Dunque, spesso sono soluzioni che servono a destare l’attenzione, indicare questo o quello serve a far vendere libri, sicuramente non rappresentano i processi materiali che sono all’ordine del giorno.
    Certo, l’unica cosa che mi preoccupa in assoluto, e credo che preoccupi molti di noi, è questo smarrirsi della classe. C’è uno smarrimento in giro che fa paura, c’è una paura anche che dovrebbe rappresentare soprattutto il disoccupato; ma Marx ci ha insegnato che il disoccupato magari non ha da perdere che le proprie catene e quindi è meno preoccupato. Ma la paura ha preso anche il lavoratore dipendente (operai, impiegati, tecnici ecc.) che è quello che ha costruito il benessere di questa Italia, le certezze di alcuni pezzi, il rispetto minimo del lavoro, le garanzie al minimo della tutela del lavoro. Invece, smarrendosi tutto questo, avendo un esercito di riserva infinito e globale questo mette in crisi ciascuno. Inoltre, il livello di competizione immesso caratterizza proprio l’esatto contrario del processo e del concetto di classe. Dunque, in questo contesto a maggior ragione oggi necessitano più mezzi, più strumenti per poter rendere più evidente i processi di classe.

    Nel quadro che hai delineato, come pensi che si possa affrontare il discorso sulla soggettività politica? Come è possibile ripensare il discorso dell’attualità del comunismo?


    L’esperienza fin qui delineata e vissuta ci porta a creare le condizioni di una riflessione attenta su quello che è stato il passato, e a creare le condizioni affinché le vicissitudini che competeranno alla nuova dimensione tengano conto della frammentazione attuale, pur non diventando questa un alibi. L’abbiamo potuto verificare con la ripresa successiva all’83, quando i centri sociali costituentisi a quell’epoca rappresentavano comunque uno spazio di ripresa dopo la débâcle successiva ai grandi movimenti, dopo la batosta presa dalla reazione borghese, la sconfitta di tutti i processi costituiti. L’esperienza dei centri sociali rappresentava comunque una soggettività vissuta attraverso la ripresentazione di una tematica politica vissuta in termini più leggeri, senza grandi presunzioni di ricostruire percorsi di natura rivoluzionaria in assoluto: essi tentavano cioè di trovare la ricomposizione di un tessuto in questo caso più giovanile attraverso la riconnessione di terreni di solidarietà, di riappropriazione, di dare di sé una rappresentazione più sociale che politica, con questo non diventando meno impolitico quello che si faceva. Ho citato questa storia dei centri sociali almeno dell’avvio, poi strada facendo sono man mano diventati altra cosa, si sono riconnessi alle tematiche prevalenti che hanno saputo ricostituirsi; però, la delusione o l’illusione di quello che c’è stato precedentemente ha comportato, rispetto alla soggettività, un andare un po’ più cauti, più con i piedi di piombo rispetto alle ripropoisizioni di grandi tematiche desideranti o riproponenti la vicenda del comunismo. Voglio dire che sicuramente la generazione vissuta durante l’arco di tempo che va dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’80 ha avuto modo ancora di rappresentarsi come aspetto di una scelta di vita riguardo alla sfida nei confronti del capitalismo, vissuta attraverso il postulato di quelli che furono i dettami dell’epoca, la casistica, la cultura ecc. Poi nel frattempo è arrivata anche la caduta del Muro, quanto meno la crisi immediata di quello che è stato il socialismo reale, quindi nell’immaginario collettivo è anche venuta meno la nozione del comunismo, in quanto non era possibile separare le vicende della dimensione dell’affrontamento di una nuova società liberata dal lavoro salariato con quello che era stata la materialità dei processi statuali o costituitisi in chiave alternativa al capitalismo. Quindi, la critica sostanziale ha messo in crisi anche la stessa natura della riproponibilità di una società comunista. Allora, all’oggi da una parte il percorso o quanto meno l’assetto vittorioso del capitalismo in tutte le sue dimensioni, tenuto conto della sconfitta anche dei movimenti operai, dei movimenti antagonisti, ha precipitato in una situazione in cui c’è quasi carta libera per la dimensione capitalistica anche senza la ricerca di un consenso. Quindi, questa negazione del consenso stesso ad una società consumistica e mercificatoria produce sicuramente un assetto di barbarie che dovrebbe oggettivamente essere incompatibile con la possibilità di vivere all’interno di questa natura stessa, quindi riproporre un altro tipo di società. Quale tipo di società? Credo che le dimensioni di natura costituente, di natura relazionale di quello che abbiamo pensato attraverso i postulati teorici e strategici del comunismo siano oggettivamente riproponibili, tenuto conto che da una situazione del genere non può trovarsi nel medio periodo la possibilità che si riproponga una riformabilità del capitalismo stesso. Credo che anche le attuali gestioni di natura socialdemocratica, o tentativi di natura socialdemocratica della gestione capitalistica, diano la misura della irriformabilità di questo sistema. Partendo da questo postulato, la soggettività oggi non so se debba dichiararsi immediatamente comunista, ma sicuramente la possibilità di poter realizzare una attività politica indipendente e fuori dal coro capitalistico non può che muovere attraverso la ripartenza da quelli che sono i valori fondamentali, i valori universali che vengono vieppiù negati; quindi, trovare la ripartenza dagli ultimi, dai sistemi di povertà che il capitalismo ha costruito, e su questo annunciare di nuovo la possibilità, quasi in parallelo con quello che è stato poi lo sprofondamento delle società del socialismo reale. Ciò non dico attraverso la riproposizione di scenari post-comunisti, ma soprattutto con l’annuncio che possa darsi che la barbarie presente non possa che far nascere una ripresentazione dello scenario possibile e augurabile, che viva sotto l’egida di una redistribuzione della ricchezza, di una critica alla stessa produzione di merci, quindi la discriminante è ancora su questo; e che le caratteristiche di questo annuncio societario non possano essere che nella accezione e oggettivazione che il comunismo non può che essere libertario, non possa che annunciare libertà, non tanto rifacendoci ai sacri testi per cui il comunismo è il regno delle libertà, ma sicuramente non possiamo stare sotto quella soglia. Qualsiasi riproposizione della nostra soggettività deve essere all’interno della soddisfazione dei bisogni materiali, e da questo si deve ripartire, attraverso il maggior radicamento possibile negli strati più deboli della popolazione, all’interno di coloro i quali sono sotto la soglia di povertà, dentro ad essa, dentro il lavoro/reddito dipendente, dentro le nuove forme di ricerca di reddito e di libertà che sono le immigrazioni ecc. Dunque, a partire da queste condizioni, per cui lì si deve esprimere questa ricerca di libertà e quindi di comunismo, possa darsi questa natura in sé, questa redistribuzione, questa critica della produzione capitalistica.
    Rimane il discorso sullo Stato. E qui c’è la critica matura, che ormai dovrebbe esserci, alla transizione che sicuramente si deve nel passaggio ad una società all’altra attraverso qualsiasi remota soluzione, per affrontamento armato, per scontro finale, per superamento di fatto, per abbandono dei contendenti; per qualsiasi forma essa assuma, il processo nella transizione ad una riproposizione di uno Stato e di un’impalcatura deve essere la nostra critica presente. Riuscire a determinare nuove soluzioni di contropotere nella vigenza ancora del potere costituito borghese costruendo una critica serrata allo statalismo è un altro dei passaggi ineludibili di questa nostra vicenda. Ciò tenuto conto che se non c’è il passaggio, se non c’è l’assioma che al comunismo si arriva attraverso non solo la distruzione dei modi di produzione e riproduzione capitalistici, ma anche attraverso l’abolizione di quelle che sono state le impalcature che hanno dato vita sia ai sistemi borghesi sia ai sistemi del socialismo reale, credo che avremmo commesso l’ennesimo errore. Per cui il passaggio anche qui di critica a ciò che lo Stato dovrebbe essere nell’accezione storica di transizione, cioè la dittatura del proletariato, è una critica serrata: dobbiamo costruire una soluzione in cui la politica è rappresa direttamente dai soggetti reali che si autocostituiscono e costruiscono chiaramente anche la riappropriazione della politica, e quindi la loro forma di autogestione, la loro forma autogestionaria. E la soluzione di successiva transizione non può essere che la democrazia diretta, cioè la possibilità di una rappresentazione, la più collettiva possibile, affinché le forme decisionali siano relative alla quantità di partecipazione via via più spedita, più convinta, più matura, che riesca a creare la soggettività del proprio futuro, del proprio destino. Il discorso che viaggia tra costruire la nuova società ed essere i destinatari del futuro di questa società deve essere un’accezione e un’equazione lineare; senza questa equazione lineare credo che gli errori del passato tenderebbero a riproporsi e, riproponendosi, darebbero vita chiaramente a nuove impalcature, quelle che ogni tanto abbiamo chiamato burocrazia che però, più che burocrazie, sono forme ottundenti dei processi di libertà. Quindi, l’annuncio che noi dovremmo fare nella nostra soggettività e che si esprime attraverso i bisogni deve essere espresso attraverso la riappropriazione della politica e quindi l’abolizione delle forme statuali e delle istituzioni totali che noi abbiamo visto rappresentarsi fino adesso, non dunque la loro perpetuazione.

    Viva la Comune

 

 

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