La mia vita é un'arma
Storia e psicologia del terrorismo suicida
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La mia vita è un'arma
Trad. di U. Gandini
Saggistica-TEA, pp. 316;
Prima edizione
scheda del libro:
http://www.scriptamanent.biz/SchedaDettaglioLibro.asp?ID=1792
Articolo di recensione tratto da La Stampa a cura di Giovanni de Luna:
SBUCARONO come un'onda umana dalle trincee e dai ricoveri; a decine di migliaia presero ad avanzare senza soste. Erano quasi tutti adolescenti; alcuni riuscivano a reggere con fatica il kalashnikov, altri si limitavano a levare e agitare i pugni. Le mitragliatrici cominciarono a sparare, mirando come a una fila di bottiglie, ma quelli continuavano a correre, scavalcando i morti, saltando, cadendo, falciati anche dagli elicotteri che tiravano dall'alto. Gli strateghi chiamarono "onda offensiva umana" quella che si rivelò l'arma più efficace dell'esercito iraniano nella sanguinosa guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein. Si era agli inizi degli anni 80 e quella battaglia segnò l'esordio in età contemporanea dei combattenti suicidi. I ragazzini avevano il cranio rasato, molti portavano fasce o bende rosse legate alla fronte, e ognuno aveva una chiave appesa al collo. Con quella, gli avevano detto, avrebbero potuto aprire la porta del paradiso.
Tra il 1982 e il 1983 cinque attentati suicidi segnarono il debutto del terrore degli hezbollah a Beirut e a Tiro; quei cinque autocarri esplosivi indussero gli Usa e la Francia a ritirare le loro truppe dal Libano, e Israele ad arroccarsi in quella striscia meridionale che avrebbe poi sgomberato nel maggio del 2001. Nel 1987 i kamikaze apparvero nello Sri Lanka, tra le file indipendentiste delle Tigri tamil - un gruppo etnico, non un movimento religioso. Nel 1993 toccò a Israele sperimentare la prima "bomba umana": Ala'a Kahlout, un seguace della Jihad islamica, si tagliò la barba, si mise una kippah in testa così da essere scambiato per un israeliano, salì su un autobus affollato ad Ashod e si fece saltare in aria. Poi fu la volta della Turchia, del Kashmir, della Cecenia, fino ad arrivare alla strategia globale di Al Qaeda.
Per quanto i protagonisti siano diversi per provenienza, programmi, obiettivi e strutture, tutti gli attentatori suicidi hanno in comune una concezione del valore della propria vita radicalmente diversa da quella dei loro nemici e un dichiarato obiettivo politico: trasformare "il potere degli impotenti in un'impotenza dei potenti". No, non è solo una cronologia di morte quella che Christoph Reuter riattraversa nel suo libro La mia vita è un'arma (Longanesi). t anche e soprattutto il tentativo di spiegare un fenomeno che ha trovato gli occidentali del tutto impreparati, psicologicamente e militarmente.
Lungo tutto il corso del '900 l'occidente ha moltiplicato le sue frequentazioni maledette con il corpo del nemico ucciso. Preda da cacciare e da esibire, immondizia da buttare, monumento per terrorizzare, nessuno scempio è stato risparmiato a quei corpi, in nessun teatro di guerra. Più in generale il corpo si è associato alla politica e il corpo è diventato un "segno" per distinguere l'amico dal nemico: è direttamente sui corpi degli ebrei che il Lager disvela la mostruosità totalitaria della biopolitica. Ebbene, proprio quando il '900 stava per passare, è accaduto l'imprevisto: il corpo del nemico è diventato un'arma nelle sue mani, un'arma tanto terrificante quanto imprevedibile.
Perché? Perché soltanto dal 1993 in Israele e dal 1983 in Libano, e non da prima? Perché non nel 1948, oppure nel 1967, durante la prima Intifada? "Ci sono voluti 25 anni di lotta dei palestinesi contro Israele e contro gli israeliani in tutto il mondo, prima che i palestinesi cominciassero a compiere attentati suicidi", ha fatto notare l'esperto israeliano di terrorismo Boaz Ganor nel febbraio 2001 all'inizio della relazione con cui ha partecipato alla "Conferenza per la lotta contro il terrorismo suicida" svoltasi nella israeliana HerzIiya. "Perché la fase di incubazione è durata così a lungo?" si è domandato. La risposta: "Non lo so".
Reuter si confronta con questi interrogativi dando vari ordini di spiegazioni. La prima è la più semplice e la più terribile: una bomba umana costa poco; a parte la persona disposta a diventarlo, occorrono solo chiodi, esplosivo, una batteria, un semplice dispositivo d'accensione, un pezzetto di cavo, un po' di reagenti chimici e una solida cintura con grandi tasche. Compiuta la missione, l'organizzazione responsabile paga il funerale e la tomba del "martire", e versa alla famiglia una somma variabile fra i tre e cinquemila dollari. Costa poco e rende molto. Dei 72 attentatori suicidi che, secondo i rilevamenti del giornale Yediot Ahronot, si sono avviati per compiere un'azione, 54 hanno anche puntualmente raggiunto il loro obiettivo. Minimo investimento economico, massimo risultato militare.
In Israele non si è capito per tempo che non c’è soluzione di continuità tra i lanciatori di sassi dell’intifada e gli uomini bomba, convinti che si può fare di più con la morte che con la vita.
La seconda si riferisce al consenso sociale che circonda "i martiri". Perché ci siano uomini-bomba debbono maturare le condizioni sociali, culturali e religiose che ne rendano accettabile le scelte. Oggi queste condizioni ci sono. Sui giornali, alla radio, dagli anni 90 anche durante i programmi dell'emittente televisiva di Hezbollah, se ne,esaltano i nomi e le imprese, si pubblicano immagini dell'attentato di cui sono stati protagonisti e si trasmettono i brevi video di congedo che hanno girato prima di andare a morire. Al mantenimento delle vedove degli orfani provvede la "Fondazione martiri". Dispone di ospedali, cooperative di consumo, scuole, consorzi di vario genere, giardini d'infanzia e asili nido; elabora e realizza progetti edilizi abitativi; tiene corsi di addestramento professionale nei quali si insegna un po' di tutto, dal cucito fino all'allevamento delle api.
La terza è la cultura della morte che fa da sfondo ai gesti dei singoli individui. È il passaggio per noi più difficile da capire. Le bombe umane non pensano di uccidersi, né tantomeno di esercitare una vendetta privata. Nelle loro ultime volontà affiorano le motivazioni del gesto (la Palestina, la libertà, il paradiso dove rivedrà gli altri martiri ... ), soprattutto, la consapevolezza di compiere esclusivamente un'operazione militare. Non un suicidio, ma un'azione ponderata in cui non è, tanto, importante il morire quanto, la portata dell'offesa che si può recare al nemico. Bisogna prendere confidenza con la morte, liberarsi dalla paura; poi, alla fine, quasi la si dimentica, diventa un particolare di un'operazione in cui mille altri dettagli sono altrettanto importanti.
La quarta, infine, si riferisce alla specificità del conflitto tra israeliani e palestinesi. Gli attentatori suicidi non sono venuti dal nulla. C'è voluto un lungo periodo di guerra non dichiarata perché si arrivasse al punto che un'intera comunità si convincesse che, oggi, "si può fare qualcosa più con la morte che con la vita". Eppure c'erano stati dei segnali premonitori, ma non erano stati colti. Non si era capito che non ci sarebbe stata nessuna soluzione di continuità tra i lanciatori di sassi dell'Intifada e gli uomini bomba. "Questi ragazzini che si concedono le loro battaglie con l'esercito israeliano scagliando pietre dovevano essere un segnale d'avvertimento. Ma non sono stati presi sul serio, perché non costituivano, né costituiscono, un pericolo per gli armatissimi soldati israeliani protetti dai giubbotti antiproiettile, né per le loro jeep provviste di grate metalliche, né tanto meno per i loro carri armati Merkava". Reuter riferisce in questo senso un colloquio esemplare con uno di quei ragazzi: "Perché scagliare sassi se non colpiscono nessuno?". "Come vuole che noi riusciamo a colpire quei soldati corazzati da capo a piedi e armati fino ai denti?". "Ma allora non è ridicolo quello che state facendo? ". "No, non c'è niente di ridicolo. Qualche volta un sasso colpisce la lamiera di una jeep, ed è già qualcosa". Riflette per qualche momento, poi aggiunge: "Il vero obiettivo è riuscire a non aver paura".
Non ci sono spiegazioni di lungo periodo nelle risposte di Reuter. La chiave per capire gli uomini-bomba non è nella storia dell'Islam, né tantomeno nello scontro epocale tra due civiltà e due religioni. E non si tratta neppure di un'eredità avvelenata del '900. Tutto sembra piuttosto appartenere alla catena di eventi la cui trama distruttiva è stata drammaticamente svelata dall’11 settembre2001. Non il passato ma il futuro sembra essere il tempo degli uomini-bomba. Di qui lo sgomento che ne circonda le gesta ma anche la disperata necessità di dotarsi di strumenti conoscitivi efficaci.
Gli israeliani sono ovviamente quelli che li hanno studiato più da vicino. Per anni gli analisti dei servizi segreti hanno lavorato al profilo dei "tipico attentatore suicida", per accorgersi infine che questo profilo non esiste. La supposizione iniziale, che si trattasse esclusivamente di giovani che vivevano da soli, poveri, scarsamente preparati, ultrareligiosi e senza prospettive, è risultata esatta sì e no per il primo della serie. "Oggi non c'è più niente di, valido in quell'ipotesi", ammette Ephraim Kam, ex maggiore del servizio segreto militare, che ora dirige a Tel Aviv il "Centro di studi strategici". No, c'è qualcosa dì oscuro e di più terribile: il potere del corpo. Non più il corpo del nemico umiliato e deriso, ma un corpo che attraverso la propria morte trasforma le vittime in carnefici, restituisce al suicida l'ebbrezza di "avere letteralmente fra le proprie mani la vita o la morte propria e d'una dozzina forse dì altre persone", fornendogli, per una volta, la possibilità di esercitare "una forma estrema di potere". Per un'unica volta nella vita prima di morire.





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