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Discussione: Modello Svizzera

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    Thumbs up Modello Svizzera

    Niente paura!!!! Sarà la prima e ultima discussione di tal risma che inserisco in questo forum. Non vorrei esser bacchettato (si usa più? ) da amici come Templares.
    Ma ritengo che da quasiasi prspettiva si accetti l'opzione conservatrice, si debba aver a che fare con il tema del federalismo. In più, nel recente scontro elettorale rederendario, i "beoti" centrlisti hanno più volte dileggiato noi autonomisti, invitandoci a prendere l'aero per la Svizzera.
    Ebbene la Svizzera ha preso l'aero ed è venuta a trovarci, con il suo modello di eccellenza, forse perché realmente federalista.
    Buona lettura!

    Dossier Federalismo svizzero (1)

    La nazione-volontà che riuscì a piegare Napoleone il centralista.

    Di Alessandro Vitale


    F élites
    Studi e progetti sul federalismo del Nord e Sud.
    Supplemento a Fondazione Liberal n° 6
    (giugno-luglio 2001)


    «La Natura ha fatto il vostro Paese in modo federale. Volerla contrastare non può essere opera d’un uomo saggio». A pronunciare queste parole ai rappresentanti dei Cantoni elvetici non fu un acceso federalista, ma niente meno che, nel 1803, Napoleone Bonaparte, il campione dell’esportazione dell’unitarismo centralizzante e nazionalista giacobino (le cui conseguenze sanguinose si vedono ancora oggi in gran parte dell’Europa e in particolare dei Balcani), colui cioè che come massimo esponente dei princìpi rivoluzionari francesi e del giacobinismo, si pone storicamente all’esatto opposto del principio federale. Da profondo conoscitore della politica, arrivò a comprendere in che cosa risiedesse la natura irriducibile del federalismo elvetico. Il tentativo del 1798 di creare una “Repubblica Elvetica”, imponendone dopo la conquista militare il modello giacobino dell’unité-indivisibilité a costituzione unitaria, con un catalogo di diritti civili e politici, un parlamento e la separazione funzionale dei poteri, fallì miseramente. Il tentativo unitarista-centralizzante alimentò, infatti, solo l’ostilità della popolazione elvetica contro I francesi e il modello che imponevano, ai quali rispose con ininterrotte ribellioni e insurrezioni. Napoleone stesso, con l’Atto di Mediazione, mise così fine all’esperimento invitando i Cantoni a stipulare quel nuovo patto costituzionale che portò al ripristino dell’antica Confederazione. Così di fatto fu proprio Napoleone a riconoscere la piena legittimità di quello che oggi gli unitaristi, più realisti del re, contestano come federalismo «illegittimo»: il «federalismo per disgregazione», contrapposto ad un presunto unico «federalismo possibile», quello «per creare l’unità».
    Ma in che cosa risiedeva quel carattere «naturalmente federale» che nemmeno Napoleone riuscì a spianare in Svizzera? Non certo in un destino soprannaturale imprescrutabile. L’«eccezione» elvetica risiede tutta nel processo di formazione della Confederazione, in quei cinquecento anni pre-stautali moderni e integralmente contrattuali nei quali si sono consolidate istituzioni spontanee di una struttura “cellulare” animata da comunità rurali, vallate, città, Cantoni. La Confederazione ha visto alla sua base grandi associazioni spontanee che hanno dato vita ad assemblee comuni anche in singoli Cantoni, in un «regime di quasi ideale anarchia» (de Rougemont). Al contrario di quanto faranno le classi politiche degli Stati nazionali europei, con la loro opera di accorpamento centralizzazione, gli svizzeri proseguiranno la via che in Europa è stata per secoli la regola e non l’eccezione (come oggi vorrebbe far credere la retorica del “progresso” rappresentato dallo Stato nazionale): quella della libera e volontaria associazione, per aggregazione successiva, di comunità indipendenti. La Confederazione Elvetica, infatti, [B]è una Willensnation [/B](una «nazione-volontà»), una «nazione per consenso»(M.N. Rothbard) ( e non a caso il consenso esteso, autentica tutela di tutte le minoranze e rinnovantesi contiuamente, è la linfa vitale del suo sistema politico) e non ha niente a che fare con il criterio etnico tedesco o con quello della cittadinanza maggioritaria di tipo francese, ritenuti erroneamente “universalmente validi” per stabilire che cosa debba essere una “nazione”, nonostante tutti i disastri che l’identificazione dello Stato con una maggioranza etnica e culturale abbia comportato e continui a provocare nel mondo dominato dagli Stati nazionali (dalla Serbia allo Sri Lanka). Si capisce allora perché Thomas Fleiner, studioso del federalismo, abbia scritto: «Non si può capire il federalismo elvetico utilizzando le categorie politiche e filosofiche dello Stato moderno».
    La Svizzera è un’«eccezione» (Sonderfall), dunque, solo se vista in rapporto al recente diffondersi del modello inverso: quello degli Stati unitari centralizzati del continente, creati con la violenza e l’omogenizzazione forzata; non si tratta certo di un’«eccezione» rispetto alla plurisecolare normalità della storia europea: quella della frammentazione del potere, delle città libere, delle aggregazioni confederali, tutte spianate e soppresse nel corso degli ultimi secoli dalle unificazioni forzate. Un universo «totalmente altro», dunque, irriducibile alla logica opposta degli Stati nazionali, costruiti per la maggior parte sul modello francese.

    Il sistema federale elvetico è la più clamorosa smentita vivente del fatto che per svolgere determinate funzioni (soprattutto la difesa) siano necessari sistemi politici di grandi dimensioni, unitari e centralizzati. Ma non solo. Spesso questi ultimi (poiché maggiormente dotati di potenza) vengono ritenuti necessari per scoraggiare e prevenire I conflitti. Nulla di più falso. Le dimensioni degli Stati e il loro carattere unitario “nazionale” si sono dimostrati nei fatti strettamente correlati alla natura delle guerre totali contemporanee, delle quali hanno teso ad aumentare la durata, l’entità e la distruttività, fino alle «orge di sangue» del XX secolo. La Svizzera, invece, oltre che a garantire la propria autodifesa dai potenti e spesso “impazziti” vicini, è riuscita a vivere secoli di pace e prosperità che non hanno paragoni nella storia europea.

    In realtà anche le altre funzioni, ritenute dallo statalismo contemporaneo ancora dominanti in Europa come coessenziali all’attività necessari dello Stato (regolamentazione dell’economia e dello sviluppo; fornitura di sevizi pubblici; garanzie di giustizia sociale) sono state svolte in modo molto più efficace, equilibrato e molto meno dispendioso (nonostante il fatto che abbiano prodotto gravi alterazioni nella struttura del federalismo elvetico, a causa della centralizzazione progressiva e dell’aumento del peso dello Stato Federale) di quanto non abbiano fatto Paesi unitari di grandi dimensioni, legati a politiche standardizzate e centralizzatrici-uniformatrici, finanziate da una tassazione mai vista in precedenza e in crescita esponenziale, con buon pace di politologi come Dahl, fautori delle aggregazioni politiche di grandi dimensioni o di economisti neokeynesiani. La realtà è che, nonostante le degenerazioni stataliste subite da tutti i sistemi federali esistenti (che vanno in senso opposto rispetto alla logica del principio federale) il sistema elvetico ha continuato a stimolare, grazie alla sopravvivenza del federalismo, pur macinato da tendenze di segno opposto, comportamenti orientati alla collaborazione volontaria, l’abitudine al pensiero e al «comportamento federativo», l’elevato controllo da parte delle comunità, dei comuni e dei Cantoni sui propri problemi, il mantenimento dell’autogoverno e delle risorse necessarie per garantirlo, un’elevata percezione dei bisogni, degli interessi e delle necessità degli individui e delle comunità e soprattutto una struttura politica libera, con una Costituzione erede di quella Storia d’Europa «totalmente altra» rispetto a quella degli Stati nazionali unitari.

    Il risultato è la permanenza di un complesso di condizioni straordinarie, che spesso vengono ignorate nei Paesi centralizzati.


    Basta pensare innanzitutto alla collaborazione fra le più piccole comunità per risolvere i problemi quotidiani, al fatto che anche il più piccolo comune ha il diritto di dire la propria in merito alle questioni che lo riguardano (ad esempio le opere pubbliche), alla pluralità di comunità autogovernantesi (qualsiasi problema a livello locale viene compreso molto meglio, più in fretta e le correzioni alle soluzioni adottate sono molto più rapide). Nessuna comunità in Svizzera è troppo piccola o priva d’importanza, come accade invece nei sistemi centralizzati, nei quali è la relazione con il centro, con le capitali a determinare il ruolo o l’importanza di ciascuna. Anche un piccolo comune può ostacolare la costruzione di un’autostrada e riuscire a fronteggiare, con le sole sue forze, periodi di stagnazione economica, senza dover dipendere dalla politica federale. Proprio come I comuni medievali. Il «motore immobile» centrale, infatti, è inesistente in un sistema autenticamente federale, nel quale contano le reti locali, il collegamento fra cellule indipendenti costitutive e ogni componente del sistema politico può svolgere funzioni fondamentali, indipendentemente dalle altre.

    Questa si chiama «non-centralizzazione» (D. Elazar), opposta al decentramento, che invece non solo dipende da un centro, ma dà anche ossigeno a quest’ultimo, quando esso stia per schiattare sotto il peso del suo stesso strapotere.

    Come ha scritto Leopold Khor, il segreto del federalismo è la frammentazione del potere, non l’unione complessiva. In un Paese così organizzato, poi, non a caso è inesistente la questione delle minoranze (tallone d’Achille, invece, di tutti gli Stati nazionali unitari). Il ruolo che il consenso esteso gioca per l’approvazione delle leggi (Konkordanz-system) è fondamentale, come lo sono il compromesso permanente (che non blocca, tuttavia, il processo decisionale) «legge ferrea» del sistema federale svizzero e il referendum. Quest’ultimo agisce da freno all’arbitrio legislativo, piaga dello statalismo parlamentarista moderno. Anche i Cantoni più piccoli e minoritari possono esercitare il diritto di veto e il referendum obbliga il potere federale ad accogliere rivendicazioni di gruppi e cittadini che in tal modo occupano un posto determinante nel sistema. Referendum e iniziativa popolare rimangono potenti strumenti d’interdizione e controllo sul potere, diviso su base territoriale. I cittadini elvetici possono votare su quasi tutto: per cambiare la Costituzione, per accettare o respingere una legge (anche fiscale) e un trattato internazionale. La tradizione elvetica di diffidenza del sistema rappresentativo , considerato come un qualcosa di non democratico e una forma di “democrazia imperfetta”, inferiore, è ancora molto viva e deriva dalla tradizione germanica delle votazioni popolari del basso Medioevo, ancora visibile “allo stato puro” nelle assemblee popolari con voto per alzata di mano delle Landesgemeinden (assemblee popolari) riunite sulla piazza di alcune città dei cinque Cantoni. Lo Stato moderno europeo che rivendica la sua legittimazione attraverso la sovranità popolare ha trasferito ai cittadini solo un potere fittizio. Il potere vero è, invece, in esso nelle mani di una casta parlamentare erede delle funzioni della monarchia assoluta [non di quella tradizionale N.d.R.] e negli organi rappresentativi intoccabili, inconciliabili con il federalismo (O. Hintze): infatti, i sistemi pseudofederali che hanno cercato di conciliare il metodo parlamentare inglese col federalismo, sono degenerati in sistemi unitari decentrati: si pensi al Canada, all’India etc…

    I cantoni continuano a mantenere il frutto del potere condiviso (shared-rule), ostacolo al monopolio del potere e coessenziale, assieme al self-rule (autogoverno) al federalismo (D. Elazar). In particolare possiedono assemblee, un governo proprio e l’indipendenza impositiva (gestiscono le imposte dei propri cittadini e non fondi trasferiti da Berna), che innesca fenomeni di concorrenza istituzionale che obbligano i Cantoni più esosi e voraci a contenere l’imposizione fiscale e l’interventismo nell’economia per non perdere aziende e contribuenti a vantaggio di altri Cantoni. Il sistema fiscale elvetico è, infatti, non-uniforme e rimane fondamentalmente competitivo. La Federazione, i Cantoni, i Comuni hanno proprie imposte in concorrenza orizzontale (anche fra Comuni di uno stesso Cantone). Inoltre, la spesa pubblica di cantoni e Comuni è regolata in base alle entrate effettive e I cittadini sono più interessati a controllare come vengano utilizzati i loro soldi. Per non parlare dell’indipendenza nella gestione della giustizia, della scuola, della sicurezza, di parte della politica estera. Tutto questo non in base ad una delega di competenze da parte del potere centrale che rimane una fonte unica di potere (come nella devolution o nel decentramento amministrativo unitario), ma grazie all’autentica pluralità di fonti di potere. Chi ha competenze costituzionalmente limitate è la Federazione. In Svizzera non è mai riuscita da affermarsi la concezione statuale moderna di tipo gerarchico, dominante nella cultura politica europea (come dimostrano ancora le allucinazioni gerarchizzanti nella tentata costruzione dell’Europa politica unitaria), ossessionata dalla sovranità, da una struttura verticale centro-periferia e dal dominio del potere esecutivo. I Cantoni non hanno mai avuto un disegno giuridicamente organico per indirizzare la propria traiettoria di sviluppo, ma hanno dato vita ad un ordine spontaneo frutto del gioco dinamico degli interessi sociali, economici e culturali, base dell'esistenza della Svizzera stessa.

    Anche la Svizzera, come gli altri sistemi federali esistenti, ha dovuto fare i conti con la statalizzazione «a cascata», che in gran parte ha soffocato la vitalità del federalismo
    .

    Lo Stato federale esiste da soli 145 anni (mentre la Federazione precedente è durata cinquecento) e dal 1874 il 70 % delle riforme costituzionali ha attribuito crescenti poteri alla Federazione; ma è solo negli ultimi cento anni (in particolare dopo la depressione degli anni ’30 e le due guerre mondiali) che lo stillicidio di potere cantonale in favore della Confederazione ha presentato aspetti gravi e patologici. Il governo federale ha cominciato ad intervenire nell’economia con misure congiunturali, regolamentando quella privata; ha esteso la sua potestà legislativa nei settori del Welfare, ottenendo nel settore fiscale e dell’allocazione delle risorse maggiori prerogative; ha esteso i controlli burocratici, parallelamente all’aumento delle attività sussidiate dall’autorità federale. I trasferimenti redistributivi e la perequazione finanziaria egualificante hanno portato con i «finanziamenti a pioggia» deresponsabilizzazione, inefficienza e, nonostante i nobili obbiettivi di solidarietà confederale, i sussidi maggiori hanno finito paradossalmente per favorire i Cantoni finanziariamente più forti. Inoltre, ha preso piede il «federalismo d’esecuzione», parte integrante del «federalismo cooperativo» (ostacolo alla competizione essenziale alla libertà federale) che ha gerarchizzato-verticizzato maggiormente il sistema politico: la Federazione stabilisce le regole e sorveglia l’esecuzione delle leggi federali, affidata ai Cantoni, delegati parzialmente e limitatamente ad alcuni ambiti ad organi decentrati. Un sistema che accresce gli oneri dei Cantoni, che vedono sottrarsi poteri esclusivi, in parte risorse e che rende difficile il controllo delle sovvenzioni erogate, oggi comunque in calo, a causa della crisi tendenziale delle finanze pubbliche e delle difficoltà di una continuata politica redistributiva. Alcuni giuristi sono arrivati persino ad auspicare persino criteri di «armonizzazione» e perequazione diretti a omogeneizzare il tasso delle imposte in tutta la Confederazione: una svolta che sola porterebbe al declino del federalismo elvetico. L’estensione delle risorse fiscali del governo federale (imposta federale diretta) ha limitato fortemente la capacità impositiva e le entrate dei Cantoni, danneggiando soprattutto quelli economicamente deboli o poveri (di montagna o a vocazione agricola). Questo ha provocato il problema della perequazione agricola fra Cantoni e Federazione, cioè misure di redistribuzione concesse in base alla capacità finanziaria dei Cantoni stessi: il tentativo di un rimedio statale per un male provocato dallo Stato, come spesso accade…Alcuni problemi politici di fondo del federalismo elvetico hanno, però, avuto origine con l’incauta introduzione del regime parlamentare nel 1848 (G.Miglio), sull’esempio allora alla moda delle assemblee parlamentari elettive a base partitocratica. Questo ha comportato un’attenuazione della logica territoriale di collocazione del potere diviso e l’emergere del ruolo dei partiti, in progressiva degenerazione, parallelo all’espansione dell’autorità federale e dei funzionari che la incarnano. Tuttavia, la forma di governo direttoriale rimane estremamente efficace, soprattutto se al posto dei partiti riuscirà in futuro a far partecipare i Cantoni rafforzati, rivitalizzando il sistema federale.
    Nonostante il processo di statalizzazione-centralizzazione, che è la dimostrazione più chiare di come il federalismo sia incompatibile con i princìpi e le pratiche sulle quali si basa lo Stato moderno tendenzialmente unitario e centralizzato (il compromesso instabile fra principio federale e statalismo ha inizio in Svizzera con il 1848), la vitalità del federalismo elvetico rimane molto elevata. Quest’ultimo, che continua ad orientare l’ordinamento, stimola la cooperazione sociale (che invece la statalizzazione paralizza), impedisce l’invadenza della politica nella vita dei cittadini, frena la tendenza che il potere ha ad autoaccrescersi e a concentrarsi (garantendo il limited rule), offre i vantaggi e la libertà del pluralismo, che pure impone precisi obblighi e doveri e soprattutto funziona da stimolo per l’attività economica e il benessere dei cittadini, come dimostra la ricchezza di un Paese totalmente privo di materie prime, eppure ai vertici mondiali per reddito pro capite. Il Federalismo, inoltre, stimola la sperimentazione cantonale, della quale si avvale poi l’intera Confederazione. Non esistono in Svizzera né l’ipertrofia né l’uniformità legislative dei sistemi centralizzati, gli sprechi, gli errori colossali e i relativi costi che pagano i contribuenti. La piaga del parassitismo è molto contenuta ed è assente la politica di carriera. La dipendenza dei Cantoni dal governo federale, cresciuta in forma degenerativa, rimane comunque di natura legislativa e non finanziaria.

    La Svizzera non è un «corpo territoriale» fisico e spaziale né uno Stato nazionale, ma una formula federativa, che ha nel suo codice genetico un sistema di unioni giurate a volontarie, create a garanzia della libertà politica, eredi della rivolta di pastori libertari contro il dispotismo dei Principi circostanti ed eredi dello spirito dei Comuni, che attraverso il Gottardo penetrò fino ad Uri, Svitto Unterwaldo, nucleo originario della Confederazione, che infatti ottennero dall’Impero franchigie analoghe a quelle delle città libere. La Svizzera, nata «dal basso» e unico monumento sopravvissuto alle lotte per l’idea comunale, incarna un’intera tradizione politica europea. La sua storia è molto più antica rispetto ai pochi secoli di esistenza degli Stati unitari “nazionali”
    Spesso si sente dire che il suo modello non è imitabile né esportabile perché:

    1) Può funzionare solo in «Paesi piccoli» e scarsamente abitati
    2) Possiede un’anomale “arcaicità” non adatta a sistemi politici più moderni
    .

    Si tratta di due ragioni infondate . La prima ragione rivela una scarsa conoscenza dei meccanismi e della logica del Federalismo, nonché pregiudizi sul legame fra grandi dimensioni e centralismo, diffusi dalla Scienza dell’Amministrazione più antiscientifica, figlia del mito della centralizzazione pianificante. La seconda rivela il collegamento fra l’ideologia del progresso e il mito dell’unità, intesa come «avanzamento» rispetto al federalismo, arcaico e pre-moderno, forma «imperfetta» di organizzazione politica e da superare con l’unificazione statuale. La realtà è che nel federalismo elvetico è congenita una flessibilità che è apparsa superficialmente “premoderna” (in base appunto al mito moderno – e teologico secolarizzato – dell’unità), ma che nella fase storica attuale si sta rivelando estremamente innovativa in termini primariamente di garanzia di libertà e per la soluzione dei disastri peggiori creati dagli Stati unitari centralizzati. I suoi meccanismi fondanti , applicabili anche a comunità politiche di grandi dimensioni ma federalmente articolate, appaiono oggi sempre più come una via d’uscita dal vicolo cieco illiberale imboccato da qualche secolo dagli Stati nazionali unitari, unificati, spianati e omogeneizzati da dinastie conquistatrici.





    Memento:

    Gli italiani senza il federalismo saranno sempre discordi, invidiosi, infelici

    (Carlo Cattaneo)

    http://vandeano2005.splinder.com/

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  2. #2
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    Il modello svizzero non è facile da applicare FRANCO MASONI « Il modello svizzero non è facile da applicare »
    Da qualche anno, periodicamente, la vicina penisola s’infiamma sul tema del federalismo
    e spesso i suoi sostenitori fanno riferimento al modello elvetico come se il progetto
    italiano corrispondesse al nostro.
    Ma le cose stanno davvero così? E a che punto è il federalismo svizzero? Lo abbiamo
    chiesto all’avvocato Franco Masoni, presidente dell’Associazione Carlo Cattaneo.
    Che cosa pensa del progetto di « devolution » italiano? « Dall’esterno non è facile capire
    le differenze fra il progetto della maggioranza e quello dell’opposizione sulla devolution. Il
    progetto dell’Ulivo arriva fino ad un certo punto, quello di Bossi va un po’ oltre. Come
    straniero non vedo differenze enormi e soprattutto non vedo un pericolo di dissolvimento
    che qualcono oggi paventa. Il pericolo piuttosto è quello della difficoltà di attuare bene
    delle riforme fatte in fretta. Spaventa soprattutto il fatto che in Italia oggi è difficile go-
    vernare perché le opposizioni ( una volta gli uni, una volta gli altri) in generale fanno
    un’ostruzionismo che va al di là della funzione dell’opposizione come la concepiamo noi.
    Se questa mentalità passasse anche nel federalismo potrebbe essere pericoloso. In certe
    cose fondamentali le opposizioni devono sapere cooperare e poi nelle altre cose critichino
    pure. Ma non si può impedire di governare » .
    Il modello federalista svizzero è visto con grande interesse in Europa e alcuni Paesi
    pensano di poterlo applicare alla loro realtà. È realistico? « Il modello svizzero, se è
    inteso quale ispirazione generale, può essere ottimo. Lo diceva anche il Cattaneo e con
    lui molti altri. Lo si è visto come eventuale modello per l’Europa e per alcuni Paesi.
    Tutti quelli che hanno introdotto un maggior federalismo sono venuti a conoscere quello
    svizzero.
    Nei particolari, però, il federalismo svizzero non è realisticamente applicabile in
    altri Paesi che non abbiano una storia analoga, e cioè dove non c’è una base di
    autogoverno delle regioni o dei comuni e dove soprattutto non c’è questo sforzo di
    andare d’accordo tra minoranze diverse. Credo che il federalismo svizzero si caratterizzi,
    sì, attraverso norme costituzionali, ma anche attraverso una volontà di cooperare che si
    manifesta non solo nella convivenza tra cantoni, lingue e religioni diverse, ma pure nei
    singoli organismi attraverso la concezione dell’opposizione che partecipa al governo e
    lavora insieme ad esso in quanto è corresponsabile anche se in certe cose si distanzia. In
    altri Paesi non sarà facile introdurre questo tipo di cooperazione di punto in bianco » .
    In un’Europa che cerca di unirsi economicamente e politicamente il federalismo svizzero
    avrà bisogno di adattamenti? « Il federalismo svizzero ha avuto continui adattamenti,
    perché la realtà cambia e il sistema federalista inteso, come era all’origine, sarebbe stato
    estremamente frenante nel mondo attuale dove tutto va così in fretta. Il federalismo deve
    continuamente adattarsi. Magari per un centinaio di anni si è sviluppato come federalismo
    di esecuzione e di centralismo delle decisioni principali, magari si dovrà fare marcia
    indietro e ridare certe responsabilità, ma è molto difficile attuarlo.
    Quindi, se già sempre il federalismo ha avuto bisogno di adattamenti, questo capiterà a
    maggior ragione nei confronti dell’Unione europea. A questo livello c’è però un grosso
    problema » .
    Quale? « I ministri dell’Unione europea sono chiamati ad una quantità di sedute. Se la
    Svizzera dovesse partecipare analogamente a questi organismi, c’è da chiedersi come
    farebbe coi sette consiglieri federali attuali e anche coi segretari di Stato. Ci sono molte
    cose nelle quali bisogna stare attenti agli sviluppi senza perdere niente della nostra
    essenza. Il punto cruciale è quello del referendum e dei diritti popolari » .
    C’è chi parla di crisi del federalismo ( non solo svizzero) incalzato dalla globalizzazione.
    Cosa ne pensa? « Penso che il fenomeno della globalizzazione prima di essere politico è
    economico e viene da una quantità di fattori che si sono assommati negli ultimi secoli:
    dalle esposizioni universali alle grandi guerre che hanno distrutto tradizioni e valori, su su
    fino alla formazione degli stati sovra- nazionali e delle Nazioni Unite. Si tratta di un
    fenomeno che ci ha regalato un secolo di pace ( anche se il confronto fra i due blocchi era
    una guerra latente) e senza guerre cruente a livello mondiale. Ci ha regalato anche un
    aumento del benessere, almeno nelle popolazioni che hanno un’educazione civile
    corrispondente a quella dell’Europa e di certi Paesi orientali. Un benessere che non era
    concepibile prima, inarrivabile.
    Certo, la globalizzazione porta pure degli svantaggi. Di fronte a questi svantaggi credo
    che il federalismo sia una chance. La globalizzazione non si combatte come tale perché è
    un fenomeno che viene da lontano e non si può impedire, però si possono togliere certe
    sue conseguenze attraverso una politica culturale, una politica che capisca i pericoli e
    cerchi di porre degli argini. In questo il federalismo può essere una chance, come la
    coltivazione delle culture locali. Una chance contro lo sconcerto, lo sradicamento che
    qualche volta sono i portati della globalizzazione e per mantenere il radicamento,
    l’identità culturale, linguistica ed etnica » .
    Ma non c’è il rischio che la globalizzazione spazzi via il federalismo? « La globalizzazione
    rischia di spazzarlo via, ma ripeto: il federalismo ben inteso può essere una chance per
    dare alla globalizzazione limiti importanti.
    L’uomo che partecipa a certe conoscenze culturali ha la capacità ogni tanto di guardare al
    di sopra delle cose per rendersi conto di dov’è. Il grande pericolo in tutte le
    globalizzazioni è che tu sei in un flusso nel quale ti perdi. Ebbene, le culture locali e il
    federalismo ti danno la possibilità di spazi di riflessione sottratti a questa ansia della
    globalizzazione » .

  3. #3
    the dark knight's return
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    vandeano ti ammirosempre di +

  4. #4
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    Cool Modello Svizzera (II Parte)

    Dossier Federalismo svizzero (2)


    Storia (e vantaggi) di una democrazia “a cielo aperto”

    Di Victoria Curzon Price

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    La Svizzera rappresenta un Paese di straordinario successo dalla maggior parte dei punti di vista. E’ pacifica, prospera e senza disoccupati. E’ anche non priva di stranezze. Si tratta, infatti, della sola democrazia al mondo a fare un frequente ricorso (secondo taluni, anche troppo) all’istituto del referendum. Possiede fratture socio-economiche molto rilevanti per una popolazione così piccola (7,1 milioni di persone): è separata religiosamente fra cattolici e protestanti; è divisa etnicamente tra Europa settentrionale e meridionale (mediterranea); come è ben noto è pure ripartita linguisticamente in aree che parlano il tedesco, il francese, l’italiano e il ladino; è divisa tra alte montagne e fertili pianure, tra Cantoni “interni” e “di frontiera”, tra città e campagna, tra cittadini svizzeri e una larga presenza di popolazione immigrata. Tuttavia tali diversità non conducono a conflitti poiché sono gestite dal sofisticato sistema politico elvetico. Una grande cura, in particolare, è consacrata a non turbare mai una minoranza, con la conseguenza che ogni decisione collettiva è discussa fino al momento in cui non si raggiunge un compromesso che sia considerato accettabile da tutti. E questa è una delle qualità recondite che sono all’origine della buona riuscita della Svizzera.
    Un altro segreto del successo elvetico (connesso al suo ordine policentrico) è che in questo Paese il Federalismo e il principio di sussidiarietà sono applicati con inusuale determinazione. Per tale ragione il governo federale non ha molto da fare (la politica estera, la difesa, la gestione del sistema pensionistico minimale di competenza statale, i servizi postali, le ferrovie, le autostrade e i due istituti federali per l’insegnamento superiore nel campo della scienza e della tecnologia). Sempre per tale motivo ben poche decisioni devono essere assunte a livello federale. La maggior parte degli oneri di governo è lasciata ai 26 cantoni, il più piccolo dei quali ha una popolazione di 14.500 persone e il maggiore arriva a solo 1.200.000 persone. All’interno di queste unità, comunque piccole, il metodo svizzero basato sul compromesso e sul rispetto delle minoranze continua a regnare sovrano. E questo deriva dal fatto che gli svizzeri, forse più che ogni altro popolo, amano la loro libertà e indipendenza, rifiutando di essere angariati e prendono molto sul serio la vita politica e civile. La dimensione locale delle loro decisioni politiche è, già in se stessa, un vantaggio che altri Paesi sfortunatamente non possono emulare. Così è difficile per quanti ricercano profitti politici riuscire ad ottenerli a spese altrui senza essere smascherati (in Svizzera non vi sono una politica industriale o regole protezionistiche di cui valga la pena parlare, con la sola eccezione dell’agricoltura, che rappresenta davvero un caso speciale). La piccola mole delle unità politiche spiega anche perché quella del parlamentare non sia una professione a tempo pieno (le camere sono riunite in sessione solo poche settimane all’anno) e si presume che I rappresentanti del popolo abbiano un loro lavoro nell’economia «reale». Poiché essi hanno bisogno di condurre una vita all’esterno del mondo politico, essi non solo rimangono con i piedi per terra, ma restano in costante contatto con la gente comune. Hanno una buona percezione di ciò che la “base” sta pensando, di ciò che è realistico e di ciò che non lo è.
    L’imposizione tributaria cambia da Cantone a Cantone e tale competizione fiscale mantiene il livello impositivo globale ai livelli più bassi del mondo occidentale (31% del PIL). Il Cantone di Zug è famoso per non imporre alcuna tassa sulle imprese. Questo è un punto di fondamentale importanza su cui le più grandi federazioni, e la stessa Unione europea, dovrebbero riflettere con attenzione. Gli svizzeri non difettano di alcun bene offerto pubblicamente (spendono anche circa l’1,5% del pil per la difesa, paragonabile all’1,7% dell’Italia, ad esempio), ma essi gestiscono tutto questo a livello di un governo più basso di ogni altra nazione sviluppata. Questo discende dal fatto che la competizione fiscale non spinge solo a tenere le imposte a livelli modesti con lo scopo di attirare capitali, ma induce pure ad offrire servizi pubblici di qualità. I cittadini svizzeri (e le loro imprese) votano costantemente con i piedi, scegliendo tra le diverse offerte di costi/benefici e mantenendo costantemente sotto pressione il settore pubblico, in modo da lasciare ad esso ben limitati margini di manovra.

    Dall’esperienza svizzera l’Europa, e in generale il mondo stesso, devono trarre questa lezione, imparando a resistere di fronte ad ogni tentativo di armonizzare la pressione fiscale, anche in forma moderata.


    La ragione grazie alla quale la Svizzera combina un basso livello di tassazione con un’offerta del tutto adeguata di beni pubblici è che essa è estremamente ricca in termini assoluti. E una delle ragioni in virtù delle quali essa è così ricca è conseguente al fatto che il livello della tassazione è tanto basso. In termini assoluti, i governi della Svizzera e della Svezia prelevano prelevano circa la medesima tassa pro capite (nel 1997, 1.000 dollari a testa in Svizzera; e 1.125 dollari in Svezia). Ma il livello svedese era al 61,5%, doppio rispetto a quello elvetico. Questo invidiabile primato non discende dal fatto che I politici svizzeri siano migliori di quelli svedesi, ma è principalmente la conseguenza della competizione fiscale, la quale mantiene moderata l’imposizione fiscale e alti, invece, gli investimenti e lo spirito imprenditoriale.

    Un’altra ragione di questa felice situazione è l’istituto davvero straordinario del referendum, che non solo impone ai governi federali e cantonali di sottoporre importanti questioni al voto popolare, ma permette pure ai cittadini di prendere iniziative referendarie su questioni d’interesse pubblico e, in particolare, di rigettare quelle scelte politiche che emergono da un già complesso sistema di decisioni collettive. Così, mentre le coalizioni che governano la Svizzera sono considerevolmente stabili ed inclusive (nessuno dei maggiori partiti è lasciato fuori gioco, a formare una forte opposizione politica) si può certo affermare che il ruolo di opposizione al governo è giocato dalla popolazione nel suo insieme. Nessun altro Paese al mondo si è tanto avvicinato ad essere democratico, per la buona ragione che nelle altre democrazie la classe politica non sopporterebbe di avere il proprio potere circoscritto ed è per tale ragione che una simile questione viene mai inclusa nelle piattaforme dei partiti. Come la Svizzera sia giunta ad adottare un tale sistema è un interessante esempio d’imitazione istituzionale hayekiana.
    Per coloro che hanno bisogno che lo si ricordi, Friedrich von Hayek affermò che le società – attraverso errori e tentativi (trial and error) – e grazie a un processo di selezione naturale, gradualmente adottano istituzioni sociali e politiche che creano un Ordine di libertà (quelle che falliscono nel fare ciò sono destinate a scomparire). Questa evoluzione sociale, però, è quanto mai lenta poiché il processo di apprendimento è inconscio e il processo di lezione spontanea è tutt’altro che razionale. Tutte le cose vanno in tal modo e molte società non riescono a progredire. Ciononostante l’evoluzione sociale è molto più veloce di quella biologica perché «l’intera eredità culturale…è trasferita attraverso l’apprendimento e l’imitazione». Così le società possono evolvere grazie a tentativi ed errori in virtù della loro propria esperienza (l’apprendimento), ma possono anche imparare dalle esperienze altrui (l’imitazione). Quando un’istituzione sviluppata da una società è ammirata da altri come particolarmente felice e capace di produrre frutti, essa viene adottata , imitata e adattata. Questo accelera in modo rilevante il processo di apprendimento per tentativi ed errori. Ad esempio, la democrazia e il libero mercato si sono dimostrati molto più efficienti dell’autoritarismo statalista e stanno per essere fati propri da un numero sempre più alto di società.
    Nel caso della Svizzera solo i tre minuscoli montuosi cantoni interni avevano una tradizione di democrazia diretta a cieli aperto, dato che fin dall’XI e XII secolo si erano liberati dal giogo dei signori feudali e dall’aristocrazia. Aiutati dalle loro inespugnabili montagne, questi remoti contadini svizzeri mantennero con fierezza l’indipendenza, la libertà individuale e le forme democratiche di governo. Nel 1291 diedero vita a un’Alleanza, destinata al successo, al fine di proteggersi dall’Imperatore, che avrebbe desiderato controllare i passi alpini. Più tardi essi furono raggiunti da una dozzina di altri Cantoni, ugualmente ansiosi di essere indipendenti da ogni potere politico straniero. Questi Cantoni di pianura avevano le loro aristocrazie e anche corporazioni, signori, principi e vescovi. Essi guardavano di traverso questi montuosi Cantoni “interni”, con quel loro singolare metodo ugualitario che coinvolgeva tutti i maschi adulti in ogni decisione collettiva, senza fare ricorso all’aiuto di una stabile élite. Ma il sistema era durato mille anni quando, nella prima metà del XIX secolo un’ondata di sentimenti rivoluzionari attraversò l’Europa e gli stessi Cantoni aristocratici ella Svizzera. I modesti contadini di pianura di questi Cantoni avevano avuto modo di osservare I loro cugini dei Cantoni “interni” e certo invidiavano la loro libertà da ogni governo aristocratico. Essi divennero sempre più inquieti e difficili da controllare. Il conflitto latente tra queste due forme di governo esplose in una guerra civile nel 1847 ed da qui che lo Stato moderno della Svizzera è nato. Tra le altre cose, la Costituzione del 1848 generalizzò a tutti i Cantoni il sistema referendario. Ma le richieste per una maggiore rappresentanza a livello cantonale continuarono a crescere al di fuori dei Cantoni “interni”. Nel 1869 l’aristocratico cantone di Zurigo riconobbe il sistema referendario e d’iniziativa popolare: una decisione presto imitata da tutti gli altri Cantoni rimanenti, così che il paese iniziò a costruire quel suo destino pacifico, prospero e ordinato che oggi conosciamo.
    Le élites aristocratiche, certamente a causa delle pressioni a cui erano sottoposte, imitarono un’istituzione che aveva dato mostra del proprio valore all’interno dei Cantoni vicini. Essa fu appassionatamente adottata dalla gente comune, da allora essa mostra tutta la sua validità. Oggi essa costituisce il principale ostacolo ad un ingresso della Svizzera nell’Unione Europea meno male per loro che hanno questa fortuna N.d.R.]. Il referendum dà potere all’uomo comune (adesso anche alla donna comune) con il risultato che il marxismo e socialismo interventista non sono mai riusciti ad ottenere consensi. La larghissima coincidenza d’interessi tra datore di lavoro e dipendente è pienamente riconosciuta e gli scioperi sono un qualcosa di quasi sconosciuto. C’è molta poca legislazione “progressista” in tema di lavoro e, in particolare, nessun minimo salariale imposto. Se la disoccupazione è circa dell’1,5% della popolazione lavoratrice questa è la conseguenza del fatto che i mercati del lavoro sono flessibili. Diversamente che negli altri Paesi europei, è una pratica comune quella degli imprenditori che condividono con i dipendenti i vantaggi conseguiti nei momenti di successo distribuendo bonus non salariali, ma anche – nei momenti difficili – decidendo tagli salariali. La gente preferisce una riduzione dello stipendio piuttosto che la perdita del lavoro. Se l’azienda è gestita in modo inefficace, naturalmente non riuscirà a tenere per lungo i propri dipendenti, e fallirà. Ma se le difficoltà sono dovute ad una situazione generale di carattere macroeconomico, l’economia svizzera attraverserà la tempesta con una disoccupazione notevolmente bassa, grazie alla flessibilità del suo mercato del lavoro.
    L’interrogativo a lungo termine per il resto d’Europa, allora, è il seguente: quanto ci vorrà prima che in Gran Bretagna, in Germania o in Italia un partito politico si proponga di attribuire potere agli elettori grazie al referendum? [Non solo con lo strumento del referendum N.d.R.]

    Quanto tempo ci vorrà prima che stanchi e disillusi elettori avvertano I vantaggi connessi all’imitazione di un’istituzione come questa, di così incredibile successo? [In teoria ce ne vorrebbe molto, ma gli eventi esterni all’Europa porteranno ad una accelerazione vertiginosa di questo processo, pena la scomparsa dell’Europa, travolta dai nuovi barbari N.d.R.]



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  5. #5
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    Thumbs up Grazie

    Citazione Originariamente Scritto da P.F.Barbaccia
    Il modello svizzero non è facile da applicare FRANCO MASONI « Il modello svizzero non è facile da applicare »
    Da qualche anno, periodicamente, la vicina penisola s’infiamma sul tema del federalismo
    e spesso i suoi sostenitori fanno riferimento al modello elvetico come se il progetto
    italiano corrispondesse al nostro.
    Ma le cose stanno davvero così? E a che punto è il federalismo svizzero? Lo abbiamo
    chiesto all’avvocato Franco Masoni, presidente dell’Associazione Carlo Cattaneo.
    Che cosa pensa del progetto di « devolution » italiano? « Dall’esterno non è facile capire
    le differenze fra il progetto della maggioranza e quello dell’opposizione sulla devolution. Il
    progetto dell’Ulivo arriva fino ad un certo punto, quello di Bossi va un po’ oltre. Come
    straniero non vedo differenze enormi e soprattutto non vedo un pericolo di dissolvimento
    che qualcono oggi paventa. Il pericolo piuttosto è quello della difficoltà di attuare bene
    delle riforme fatte in fretta. Spaventa soprattutto il fatto che in Italia oggi è difficile go-
    vernare perché le opposizioni ( una volta gli uni, una volta gli altri) in generale fanno
    un’ostruzionismo che va al di là della funzione dell’opposizione come la concepiamo noi.
    Se questa mentalità passasse anche nel federalismo potrebbe essere pericoloso. In certe
    cose fondamentali le opposizioni devono sapere cooperare e poi nelle altre cose critichino
    pure. Ma non si può impedire di governare » .
    Il modello federalista svizzero è visto con grande interesse in Europa e alcuni Paesi
    pensano di poterlo applicare alla loro realtà. È realistico? « Il modello svizzero, se è
    inteso quale ispirazione generale, può essere ottimo. Lo diceva anche il Cattaneo e con
    lui molti altri. Lo si è visto come eventuale modello per l’Europa e per alcuni Paesi.
    Tutti quelli che hanno introdotto un maggior federalismo sono venuti a conoscere quello
    svizzero.
    Nei particolari, però, il federalismo svizzero non è realisticamente applicabile in
    altri Paesi che non abbiano una storia analoga, e cioè dove non c’è una base di
    autogoverno delle regioni o dei comuni e dove soprattutto non c’è questo sforzo di
    andare d’accordo tra minoranze diverse. Credo che il federalismo svizzero si caratterizzi,
    sì, attraverso norme costituzionali, ma anche attraverso una volontà di cooperare che si
    manifesta non solo nella convivenza tra cantoni, lingue e religioni diverse, ma pure nei
    singoli organismi attraverso la concezione dell’opposizione che partecipa al governo e
    lavora insieme ad esso in quanto è corresponsabile anche se in certe cose si distanzia. In
    altri Paesi non sarà facile introdurre questo tipo di cooperazione di punto in bianco » .
    In un’Europa che cerca di unirsi economicamente e politicamente il federalismo svizzero
    avrà bisogno di adattamenti? « Il federalismo svizzero ha avuto continui adattamenti,
    perché la realtà cambia e il sistema federalista inteso, come era all’origine, sarebbe stato
    estremamente frenante nel mondo attuale dove tutto va così in fretta. Il federalismo deve
    continuamente adattarsi. Magari per un centinaio di anni si è sviluppato come federalismo
    di esecuzione e di centralismo delle decisioni principali, magari si dovrà fare marcia
    indietro e ridare certe responsabilità, ma è molto difficile attuarlo.
    Quindi, se già sempre il federalismo ha avuto bisogno di adattamenti, questo capiterà a
    maggior ragione nei confronti dell’Unione europea. A questo livello c’è però un grosso
    problema » .
    Quale? « I ministri dell’Unione europea sono chiamati ad una quantità di sedute. Se la
    Svizzera dovesse partecipare analogamente a questi organismi, c’è da chiedersi come
    farebbe coi sette consiglieri federali attuali e anche coi segretari di Stato. Ci sono molte
    cose nelle quali bisogna stare attenti agli sviluppi senza perdere niente della nostra
    essenza. Il punto cruciale è quello del referendum e dei diritti popolari » .
    C’è chi parla di crisi del federalismo ( non solo svizzero) incalzato dalla globalizzazione.
    Cosa ne pensa? « Penso che il fenomeno della globalizzazione prima di essere politico è
    economico e viene da una quantità di fattori che si sono assommati negli ultimi secoli:
    dalle esposizioni universali alle grandi guerre che hanno distrutto tradizioni e valori, su su
    fino alla formazione degli stati sovra- nazionali e delle Nazioni Unite. Si tratta di un
    fenomeno che ci ha regalato un secolo di pace ( anche se il confronto fra i due blocchi era
    una guerra latente) e senza guerre cruente a livello mondiale. Ci ha regalato anche un
    aumento del benessere, almeno nelle popolazioni che hanno un’educazione civile
    corrispondente a quella dell’Europa e di certi Paesi orientali. Un benessere che non era
    concepibile prima, inarrivabile.
    Certo, la globalizzazione porta pure degli svantaggi. Di fronte a questi svantaggi credo
    che il federalismo sia una chance. La globalizzazione non si combatte come tale perché è
    un fenomeno che viene da lontano e non si può impedire, però si possono togliere certe
    sue conseguenze attraverso una politica culturale, una politica che capisca i pericoli e
    cerchi di porre degli argini. In questo il federalismo può essere una chance, come la
    coltivazione delle culture locali. Una chance contro lo sconcerto, lo sradicamento che
    qualche volta sono i portati della globalizzazione e per mantenere il radicamento,
    l’identità culturale, linguistica ed etnica » .
    Ma non c’è il rischio che la globalizzazione spazzi via il federalismo? « La globalizzazione
    rischia di spazzarlo via, ma ripeto: il federalismo ben inteso può essere una chance per
    dare alla globalizzazione limiti importanti.
    L’uomo che partecipa a certe conoscenze culturali ha la capacità ogni tanto di guardare al
    di sopra delle cose per rendersi conto di dov’è. Il grande pericolo in tutte le
    globalizzazioni è che tu sei in un flusso nel quale ti perdi. Ebbene, le culture locali e il
    federalismo ti danno la possibilità di spazi di riflessione sottratti a questa ansia della
    globalizzazione » .
    Grazie amico per aver arricchito la discussione con questo tuo intervento. Spero che ne seguano altri.

    Per Luca D: sono felice che tu sia oltre che monarchico anche federalista e filo-usa: ma filgio mio ce l'hai almeno un difetto?

  6. #6
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    Thumbs up Sei grandi principi

    Dossier Federalismo svizzero (3)


    Vi spiego i sei grandi principi federali contro il totalitarismo
    .


    Nel 1947, a Montreux (nel cantone di Vaud), in occasione del Congresso dell’Union Européenne des Fédéralistes il neocastellano Denis de Rougemont tenne una relazione sui principi della teoria federale. Abbiamo scelto di riproporre alcuni brani perché, a distanza di più di cinquant’anni, molte delle intuizioni espresse allora rimangono valide e straordinariamente interessanti. L’autore di L’Amore e l’Occidente, in effetti, presenta un’idea «forte» dell’individuo, difendendo una visione personalistica che rigetta ogni forma di statalismo e centralismo

    Di Denis de Rougemont


    F élites
    Studi e progetti sul federalismo del Nord e Sud.
    Supplemento a Fondazione Liberal n° 6
    (giugno-luglio 2001)


    Come tutte le grandi idee, l’idea federalista è molto semplice, ma non al punto da essere definita in poche parole, in una formula. Essa è di tipo organico più che razionale, e dialettico più che semplicemente logico. Sfugge alle categorie geometriche del razionalismo volgare, ma corrisponde alle forme di pensiero introdotte dalla scienza relativista. A mio parere il movimento intimo del pensiero federalista potrebbe essere paragonato ad un ritmo, a una respirazione, a un’alternanza perpetua di sistole e diastole. Il pensiero federalista non progetta davanti e sé un’utopia europea che si tratterebbe semplicemente di raggiungere, o dei piani statici che bisognerebbe realizzare in quattro o cinque anni (aggredendo in modo spietato le realtà vive che ostacolano il piano). Essa cerca, al contrario, il segreto di un equilibrio delicato (e costantemente in costruzione) tra i gruppi: i quali vanno composti nel loro pieno rispetto, e non affatto sottomessi gli uni agli altri, o distrutti l’uno dopo l’altro.
    Non si saprebbe troppo insistere su questo doppio movimento che caratterizza il pensiero federalista, su questa interazione, questa dialettica e questa bipolarità che è il battito stesso del cuore di ogni regime federalista. Dimenticarlo sarebbe condannarsi a ricadere continuamente in un malinteso fondamentale, che l’esempio delle nostra politica svizzera illustra molto chiaramente. In effetti, le parole Federazione e Federalismo sono comprese in due modi molto diversi dagli svizzeri tedeschi e dagli svizzeri francesi. In tedesco, Confederazione si dice Bund, che significa “unione” ed evoca prima di tutto l’idea di centralizzazione. Nella Svizzera romanza, al contrario, coloro che si proclamano federalisti sono in realtà I difensori gelosi dell’autonomia dei Cantoni contro la centralizzazione. Per gli uni, federare vuol dire semplicemente unirsi. Per gli altri, essere federalisti vuol dire semplicemente “Restare liberi a casa propria”. Gli uni e gli altri hanno torto, perché la loro è solo una mezza verità.
    L’autentico federalismo non consiste né nella sola unione dei cantoni, né nella loro sola autonomia.

    Esso consiste nell’equilibrio continuamente tutelato dell’autonomia delle Regioni e della loro unione, nella composizione costante di queste due forze di segno contrario, affinché si sostengano reciprocamente.

    Quest’ultimo punto è perfettamente espresso dal motto della Svizzera, paradossale o “dialettico” nella sua forma: «Uno per tutti, tutti per Uno». In effetti, «uno per tutti» indica lo slancio delle persone e delle regioni verso l’unione, mentre «tutti per uno» simboleggia l’aiuto che l’unione deve portare ad ogni regione e ad ogni persona. E’ molto probabile che, sul piano europeo, si vadano a delineare due tendenze simili a quelle che ho segnalato a proposito della Svizzera. Avremo federalisti che non penseranno che a fare l’unione e a rinforzarla, e avremo federalisti preoccupati soprattutto di salvaguardare i diritti di ogni Nazione contro le empietà del potere centrale. E dovremo costantemente ricordare ai due partiti che il vero federalismo non è né l’una né l’altra delle due tendenze, ma che risiede al contrario nella loro coesistenza accettata, nel loro dialogo, nella loro tensione feconda.
    Quando si leggono gli antichi storici svizzeri, precedenti il 1848, si è stupiti di constatare che essi non impiegano mai il termine federalismo, che l’ignorano e che si riferiscono solo raramente e in modo vago, all’idea federalista in sé. Questo avviene forse perché quest’idea, come vengo dal sottolineare, è al tempo stesso semplice da ascoltare e delicata da formulare.
    E’ incontestabile, in effetti, che l’idea federalista, non ha smesso d’inspirare e guidare il cammino dei migliori uomini di Stato svizzeri nel corso dei secoli.

    Ma non è meno vero che quest’idea è rimasta non formulata, e anche accuratamente non formulata, fino a che la crisi di una guerra civile, nel 1847, non l’ha obbligata a prendere forma e forza di legge. E solo nel ventesimo secolo i nostri pensatori e sociologi si sono messi a pensare e filosofare a tale riguardo. Fino al 1848 le cose andavano da sé, come la vita stessa; era la vita del civismo e della pratica politica degli svizzeri. E’ la sfida rappresentata dallo spirito totalitario che li obbliga a fare oggi la teoria di questa pratica e a trasformarla in una specie di pratica e di manifesto vivente. Grazie alla forza delle cose, l’unione pacifica di due religioni, di quattro lingue, di ventidue repubbliche e di non so quante “razze” in uno Stato che li rispetti, questa unione prende il carattere di anti-razzismo dichiarato e, al tempo stesso, di un anti-nazionalismo. L’istinto aggredito diventa coscienza; il costume attaccato diviene programma; la pratica, messa in discussione da una propaganda aggressiva, si vede costretta a sviluppare una teoria a propria difesa. Viviamo questo momento della storia in cui il Federalismo svizzero, se vuole durare, deve diventare a sua volta missionario. Tale è la sua crisi:

    o negarsi, o trionfare, ma sul piano dell’Europa intera.

    Il grande pericolo dell’ora presente, per la Svizzera, io lo vedo nel fatto che essa deve riformularsi. Deve dire ciò che non c’era bisogno di definire e che anche per questo funzionava la meglio. Essa si espone al rischio massimo: quello di staccarsi dalle proprie basi concrete, perdendo così in forza originaria quello che potrebbe guadagnare in coscienza dei fini.
    La stessa cosa vale per il Federalismo europeo. Un sentimento comune si formava, a poco a poco, dalla guerra 1914-1918. La Società delle Nazioni fu uno di questi sintomi, per quanto fosse ancora debole. L’idea di una rete di patti bilaterali ne fu un altro. Nei due casi il sentimento federalista fu prontamente deviato a profitto di politiche di egemonia. Tuttavia questo sentimento non smetteva di crescere e di rafforzarsi nella maggior parte dei popoli. La guerra di cui ora usciamo è venuta a risvegliarlo. Bruscamente la questione che si pone è di federare quest’Europa in cui la pace è ristabilita. Ma poiché essa si pone bruscamente, rischia di essere malposta. Intendo dire che essa rischia di non suscitare altro che piani razionali e sistemi.

    Sei principi direttivi

    E’ per evitare più che possibile questa trappola che ora mi dedicherò a delineare, uno dopo l’altro, alcuni dei principi direttivi che in modo del tutto empirico hanno formato la nostra Federazione. E li sceglierò tra quelli che mi paiono applicabili, immediatamente, nello stato presente dell’Europa.

    Primo Principio:

    La Federazione non può nascere che dalla rinuncia a ogni idea d’egemonia organizzatrice, esercitata dall’una delle nazioni che la compongono.


    Tutta la storia svizzera illustra questo principio. Ogni volta che uno dei Cantoni (come Zurigo) o anche un gruppo di Cantoni cittadini (più ricchi o più popolati degli altri) hanno creduto d’imporre il loro primato, gli altri si sono costituiti in Lega contro di loro, li hanno obbligati a rientrare nei ranghi e in questo modo l’unione federale ha marcato un progresso. In occasione dell’ultima grave crisi, la guerra civile del 1847 che ha opposto cattolici e protestanti, i vincitori non hanno ottenuto altro che di rendere ai vinti la loro piena uguaglianza di diritto. E da questo atto di rinuncia all’egemonia conquistata è risultata la Costituzione del 1848, vera base dello Stato federale moderno. E per questo motivo la Svizzera non guarderà mai senza un certo timore tali “Grandi” arrogarsi l’iniziativa di una Federazione continentale o mondiale [L’utopia perseguita oggi dall’Unione (sovietica) europea e dall’ONU, Organizzazione non utile N.r.D]. Lo scacco di Napoleone, e poi quello di Hitler, nei loro tentativi nel fare l’Unità d’Europa sono avvertimenti utili. Ci confermano nella convinzione che non si può raggiungere l’obbiettivo, che è l’unione, grazie a mezzi imperialisti. Questi non possono condurre che a un’unificazione forzata, caricatura di un’unione autentica [Come purtroppo sta avvenendo oggi N.d.R.].


    Secondo Principio:

    Il Federalismo non può nascere che dalla rinuncia da ogni spirito di sistema.

    Ciò che ho appena detto a proposito dell’imperialismo o dell’egemonia di una Nazione vale ugualmente per l’imperialismo di un’ideologia. Si potrebbe definire l’attitudine federalista come un costante ed istintivo rifiuto di ricorrere a soluzioni sistematiche, a piani semplici costruiti attorno a linee, chiare e soddisfacenti per la logica, ma anche al tempo stesso infedeli al reale, che vessano le minoranze e distruggono le diversità che sono la condizione di ogni vita organica. Ricordiamo sempre che federare non è mettere in ordine secondo un piano geometrico, a partire da un centro o da un’asse; federare è solo semplicemente mettere insieme, comporre in un modo o nell’altro queste realtà concrete ed eteroclite che sono le nazioni, le regioni economiche, le tradizioni politiche ed è metterle d’accordo secondo i loro caratteri particolari, e che vanno rispettati ed articolati in un tutto.


    Terzo Principio:

    Il Federalismo non conosce problemi di minoranze.


    Si obietterà che il totalitarismo, anch’esso, sopprime tale problema: ma lo fa sopprimendo le minoranze. C’è un totalitarismo (almeno in germe) in ogni sistema quantitativo: c’è un federalismo ovunque c’è la qualità che premia. Per esempio: il totalitarismo vede un’ingiustizia o un errore nel fatto che una minoranza abbia gli stessi diritti di una maggioranza. E’ che ai suoi occhi la minoranza non rappresenta che una cifra, e la più piccola. Per il federalista va da sé che una minoranza che una minoranza possa contare per quello che è, cioè in certi casi più di una maggioranza, perché ai suoi occhi rappresenta una qualità insostituibile (Si potrebbe dire anche una funzione). In Svizzera questo rispetto delle qualità non si traduce solo nel modo d’elezione del Consiglio degli Stati, ma soprattutto – e in un modo molto più efficace – nei costumi della vita politica e culturale, dove si vede che la Svizzera romanza e la Svizzera italiana giocano un ruolo che ha relazione con il numero dei loro abitanti o dei loro chilometri quadrati.

    Quarto Principio:

    La Federazione non ha per scopo quello di cancellare le diversità e fondere tutte le nazioni in un solo blocco, ma, al contrario, quello di salvaguardare le loro qualità proprie.


    La ricchezza della Svizzera, ad esempio, risiede nelle sue diversità gelosamente difese e mantenute. Al tempo stesso la ricchezza dell’Europa e l’essenza stessa della sua cultura sarebbero perdute se si tentasse d’unificare il Continente, così da mescolare tutto e ottenere una sorta di nazione europea in cui i latini e i tedeschi, gli slavi e gli anglosassoni, gli scandinavi e i greci si vedrebbero sottomessi alle stesse leggi e agli stessi costumi che non potranno soddisfare nessuno di questi gruppi e che li distruggerà tutti. Se l’Europa deve federarsi è perché ciascuno dei suoi membri possa trarre beneficio dall’aiuto di tutti gli altri e riesca così a conservare le proprie particolarità e la propria autonomia. Se le nazioni dell’Europa arrivassero a concepirsi in questo ruolo di organi diversi all’interno di uno stesso corpo, esse comprenderebbero che la loro armonia è una necessità vitale e non una concessione che si domanda loro o una domanda del loro proprio valore. Esse comprenderebbero anche che in una Federazione non avrebbero a confondersi , ma a funzionare di concreto, ciascuna secondo la propria vocazione. Non sarebbe nemmeno una questione di tolleranza, virtù puramente negativa e che nasce dallo scetticismo. A ogni nazione sarebbe chiesto di dare il meglio di sé, alla propria maniera e secondo il proprio genio. Dopo tutto il polmone non deve “tollerare” il cuore. Tutto ciò che gli domando è di essere un vero polmone, d’essere un polmone più che possibile, e, in questa misura, di aiutare il cuore a essere un buon cuore.


    Quinto Principio:

    Il Federalismo poggia sull’amore della complessità, per contrasto con il semplicismo brutale che caratterizza lo spirito totalitario.

    Dico proprio l’amore, e non il rispetto o la tolleranza. L’amore delle complessità culturali, psicologiche e anche economiche, questa è la santità del regime federalista. E i suoi peggiori nemici sono coloro di cui annunciava la venuta già nel 1880 il grande Jacob Burckardt, in una lettera profetica, parlandone come dei «terribili semplificatori». Quando gli stranieri si stupiscono dell’estrema complessità delle istituzioni svizzere (di questa specie di movimento d’alta orologeria che compone i nostri ingranaggi comunali, cantonali e federali, così variamente accordati), bisogna mostrare che tale articolazione è condizione stessa delle nostre libertà. E’ grazie ad essa che i nostri funzionari sono costantemente richiamati al concreto e che i nostri legislatori sono obbligati a mantenere un contatto attento con le realtà umane e naturali del Paese. La Svizzera è composta da una moltitudine di gruppi e organismi politici, amministrativi, culturali, linguistici, religiosi, che non hanno le stesse frontiere e che si ripartiscono secondo differenti divisioni. E’ chiaro che leggi o istituzioni concepite in uno spirito unitario, giacobino o totalitario vesserebbero necessariamente uno o più di questi gruppi, tenderebbero a ridurre la loro varietà e mutilerebbero così in molte delle loro dimensioni le persone stesse che in essi si riconoscono.


    Sesto Principio:

    Una Federazione si forma da vicino a vicino, tramite persone e gruppi, e non certo a partire da una centro o tramite governi.

    Vedo la Federazione europea comporsi lentamente, un po’ ovunque, e in tutti i modi. Qui c’è un accordo economico e là c’è una parentela culturale che si affermano. Qui ci sono due Chiese di confessioni vicine che si aprono l’una all’altra e là c’è un gruppo di piccoli Paesi che costituiscono un’unione doganiera. E soprattutto vi sono persone che creano a poco a poco reti differenziate di scambi europei. Niente di tutto questo è inutile. E tutto ciò che appare così frammentato e spesso così poco efficace forma un po’ alla volta strutture complesse, disegna I lineamenti di un’ossatura e il sistema dei vasi sanguigni di ciò che diventerà un giorno il corpo degli Stati Uniti d’Europa. Al di sopra e al di sotto dei governi, L’Europa è molto più pronta da organizzarsi di quanto non sembri.



    Totalitarismo e Federalismo

    Nel mondo del ventesimo secolo non ci sono che due campi, due politiche, due attitudini umane possibili. Non si tratta della Destra o della sinistra, divenute quasi indistinguibili nelle loro manifestazioni. Nemmeno del social-comunismo e del capitalismo, dato che l’uno tende a farsi nazionale e l’altro statalista. Non sono La Tradizione e il Progresso, che pretendono allo stesso modo di difendere la libertà. E non sono nemmeno la Giustizia e la Libertà, che è anche impossibile opporre tanto in linea che in linea di principio. Oggi, allontanando tutti questi vecchi dibattiti vi sono solo il Totalitarismo e il Federalismo. Una minaccia e una speranza. Quest’antitesi domina il secolo [E quest’inizio di XXI secolo con l’aggiornato Totalitarismo della dissoluzione morale e antropologica N.d.R.]; e ne è il vero dramma. Tutte le altre impallidiscono di fronte ad essa, sono secondarie o illusorie o, nel migliore dei casi, ad essa subordinate. I principi del Federalismo, quali li ho ricordati, si oppongono diametralmente e punto per punto, con una precisione stupefacente, ai dogmi del Totalitarismo. Tutti I sistemi totalitari, in effetti, sono fondati sull’egemonia di un partito o di una nazione, sullo spirito di sistema, sulla distruzione delle minoranze e delle opposizioni, sull’unificazione forzata delle diversità, sull’odio verso le complessità viventi, sulla distruzione dei gruppi e sul disprezzo delle vocazioni, rimpiazzate da una scheda di mobilitazione personale, politica e infine militare.

    Il Totalitarismo è semplice e rigido, come la guerra, come la morte
    .

    Il Federalismo è complesso e flessibile, come la pace, come la vita.


    E in quanto semplice e rigido, il Totalitarismo è una tentazione permanente per la nostra fatica, per i nostri dubbi e per le nostre vertigini di diserzione spirituale. Lo spirito totalitario non è pericoloso solo perché trionfa oggi in una decina di paesi e progredisce più o meno rapidamente in tutti gli altri; ma perché li minaccia tutti, all’interno dei nostri pensieri e al minimo indebolimento della nostra vitalità, del nostro coraggio e del senso della nostra vocazione.


    Memento:

    Ogni Costituzione libera
    è per sua natura variabile;
    ed è variabile nella misura in cui è libera.
    Volerla ricondurre ai suoi elementi originari senza modificare niente
    È un’impresa folle.

    (Joseph De Maistre)


    Sono sicuro che i principii ai quali ho consacrato la mia vita sono oggi più attuali che mai e indicano il cammino che il mondo seguirà nei prossimi secoli.
    Gli scettici potranno sorridere, ma il sorriso degli scettici non è mai riuscito a fermare la marcia vittoriosa di coloro che hanno Fede.

    (Plinio Corrêa de Oliveira)


    http://vandeano2005.splinder.com/

    http://fedeledamore.splinder.com/

 

 

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