
Originariamente Scritto da
brunik
L'eco di bergamo 3.8.06
«Ciao, sono papà: mi vieni a prendere?»
Via Gleno, tra gli ex reclusi appena usciti Affetti e lavoro per voltare pagina
Ricordi e speranze si sono intrecciate nelle parole dei primi ex detenuti che, grazie all'indulto, hanno potuto lasciare il carcere di via Gleno a Bergamo. C'è chi ha varcato l'uscita della Casa circondariale vestito come un turista prossimo alla partenza. Qualcuno ha messo le sue poche cose in un semplice borsone da viaggio. Qualcun altro ancora si è incamminato tenendo sulle spalle un sacco per la spazzatura con dentro i pochi effetti personali. Sui loro volti l'espressione di chi si è appena svegliato e ha scoperto che quello che aveva vissuto fino a poco prima è stato solo un brutto sogno.
«Ora che sono fuori – dice Vittorio S., milanese di nascita, 57 anni, sposato, con una figlia di tre anni – raggiungerò subito mia sorella Maria Antonietta a Terno d'Isola. E presto farò visita anche a una mia zia che risiede a Milano. In questo momento mia moglie, albanese, si trova al mare con la bambina e non appena rientra contiamo di sistemarci a Bergamo oppure di trasferirci a Brescia. Sono entrato nel carcere di via Gleno alla fine del 2001 per truffa, ricettazione e furto. Grazie all'indulto sono uscito con un mese di anticipo. Con l'aiuto di una psicologa, che mi sta assistendo, conto di trovare presto un lavoro. Sono idraulico, per cui spero di non dover faticare troppo a trovarlo, ma mi andrebbe bene anche qualsiasi altra cosa». «Quando sono arrivato in carcere – aggiunge – non si stava così male. Poi però ha cominciato ad affollarsi fino ad superare i 500 detenuti, come è oggi, praticamente il doppio di quanti ne potrebbe ospitare la Casa circondariale. Quando si entra qui la cosa più difficile è riuscire ad andare d'accordo con tutti per sopravvivere nel migliore dei modi. Cosa non facile se ti capita di finire in una cella con 12 persone».«Nei prossimi giorni – spiega Samuele L., 49 anni, sposato, con tre figli – dovrei riuscire a raggiungere mia famiglia che risiede a Cagliari. Sono metalmeccanico e conto di proseguire in questa attività mettendomi in proprio con un socio che è già disponibile a lavorare con me. Grossi problemi di reinserimento, quindi, non dovrei averne».
«Dopo aver trascorso un po' di tempo a San Vittore e al carcere di Opera – racconta Antonio C., 38 anni, torinese di nascita, condannato per rapina – sono stato in via Gleno per un anno e mezzo e avrei dovuto scontare ancora 8 mesi. Il magistrato di sorveglianza non mi ha concesso alcuna occasione di reinserirmi prima del fine pena... Per fortuna è arrivato l'indulto. Convivo con una ragazza e per prima cosa andremo al mare in Sicilia, poi ci stabiliremo nella casa a Milano, città dove vivono anche i miei genitori e una sorella. A settembre ricomincerò a lavorare come facchino in un albergo del capoluogo lombardo, attività che svolgevo già prima. Sono ottimista sul mio futuro, anche se capisco che per un pregiudicato le difficoltà da superare sono molte. Ma nella vita ho fatto anche cose buone e spero che qualcuno mi ricordi sotto questo aspetto. Del periodo trascorso in carcere mi rimane un brutto ricordo e tanti compagni che sono rimasti dentro. Li tengo nel cuore».
Tra quanti hanno beneficiato dell'indulto e sono usciti ieri dal carcere di via Gleno, abbiamo avvicinato anche M.R., 28 anni, nato a Milano e residente a Lecco, finito in prigione per traffico internazionale di droga e armi. «Dopo aver scontato quasi 3 anni in un altro carcere – dice il giovane – ho trascorso circa 18 mesi a Bergamo. Per chiudere il mio conto con la giustizia mi mancavano 2 anni e 7 mesi. Oltre alla fidanzata, ho mia madre e mia sorella, tutte a Lecco. A settembre spero di riuscire a trovarmi un posto di lavoro. Quando ho saputo che sarei uscito, ho pianto come un bambino».
«Ho trascorso in carcere 8 dei 12 mesi complessivi – racconta Francesco D.V., di Bonate Sotto – per cui sarei dovuto uscire ad ottobre. La notizia della scarcerazione anticipata, già stupenda di per sé, mi è arrivata proprio martedì scorso, giorno in cui ho compiuto i 40 anni. Ero stato condannato per rapina con pena sospesa, poi hanno trovato una dose di eroina a un mio amico e mi hanno rinchiuso. I miei non sanno ancora che sono fuori, per cui farò loro una sorpresa. Anzi, non essendo sposato, partirò con loro per una vacanza in Liguria. Poi penserò al lavoro. Del resto so fare vari mestieri, come saldatore e carpentiere meccanico, per cui spero di non faticare troppo nel trovare un'occupazione. Ma soprattutto conto di non tornare più dentro».
Nel frattempo un anziano ha chiesto alle persone ferme davanti al cancello: «C'è qualcuno che ha un cellulare?». E dopo averne trovato uno ha esclamato: «Pronto Pietro? Ciao, sono il papà, sono fuori. Mi vieni a prendere?».
Davanti al cancello del carcere di via Gleno c'era ieri anche una signora, Jessica M., bergamasca di 44 anni, madre di tre figli, in attesa della liberazione del marito. «C'è la seconda dei miei figli – dice la donna – che proprio oggi compie i 16 anni e per mio marito sarebbe una doppia gioia poterla riabbracciare. Anche lui è bergamasco, si chiama Oreste ed ha 45 anni. È in carcere dal 27 di aprile. È stato condannato per rapina a 3 anni e 4 mesi. Con l'indulto che toglie i 3 anni e avendo nel frattempo scontato la residua parte, in pratica può tornare a casa. Mio marito è naturalmente felicissimo di uscire ma anche di poter dare finalmente un definitivo colpo di spugna al suo passato».«In carcere – aggiunge Jessica – tutti i problemi vengono amplificati. Il caldo micidiale di queste ultime settimane, per esempio. Basti dire che mio marito lo hanno messo in una cella da sei persone dove però ce ne stavano in realtà otto. Inoltre il pacco di vestiti e alimenti che noi portiamo ogni settimana non può superare i 5 chili ed è impensabile recapitare in carcere formaggi ed altri generi deteriorabili, non arriverebbero al giorno dopo. Quindi occorre ripiegare sui biscotti secchi e sulla carne cotta. Inoltre è prassi che il pacco si divida con tutti i compagni di cella, soprattutto con quelli che non ricevono niente perché ad esempio sono stranieri e qui non hanno nessuno. Comunque in prigione non si mangia malissimo. E non si rimane nemmeno con le mani in mano: finora mio marito ha fatto le pulizie nell'infermeria del carcere riuscendo a guadagnare 100 euro al mese. Riguardo alle sue prospettive occupazionali a Bergamo non ci sono problemi. La sua datrice di lavoro è infatti una persona speciale: non solo nel frattempo lo ha messo in aspettativa, ma ci ha dato anche dei soldi per poter andare avanti perché io non ho un'occupazione. Ma non tutta la gente è così buona. Anzi».
Francesco Lamberini