Democrazia sionista
di Oreste Sartore
02/08/2006
Qualche mese fa, in una delle ennesime trasmissioni giudaiche, la «giornalista» Fiamma Nirenstein, per rispondere alle (ovviamente benevole) obiezioni mosse dal conduttore alla politica di Israele, fece presente la «difficoltà per Israele di costruire una democrazia sionista».
La moglie del colonnello del Mossad aveva le sue ragioni, e che ragioni forti!
Costruire una democrazia sionista quando centinaia di migliaia di arabi abitano ancora il suolo di Israele è effettivamente un compito arduo che richiede il lavoro di più generazioni.
La soave preoccupazione della gentile signora mi richiamò alla mente un episodio del 1978.
Salendo da Gerusalemme al lago di Tiberiade, poco dopo Gerico, passammo davanti ad un paio di villaggi sventrati ed abbandonati.
Il conducente del pullman si sentì in dovere di darci una spiegazione: «non dovete impietosirvi. I palestinesi sono un popolo molto intelligente rispetto alle altre popolazioni arabe. Le persone che hanno abbandonato i villaggi lo hanno fatto di loro volontà. Ora probabilmente hanno un lavoro più remunerativo in qualche Stato petrolifero e molti a questo punto si saranno arricchiti».
Schadenfreude, gioia maligna.
Chutzpah, umorismo impudente.
Molto è stato scritto sul sionismo e su Israele in questo sito.
Aggiungo a parziale integrazione solo alcune notizie ed osservazioni.
Il sionismo nasce in Germania e Russia quando alcuni rabbini teorizzarono che la redenzione non sarà opera di Dio, ma del popolo ebraico.
Nella Germania dell ‘800 gli ebrei, che ancora vivevano separati dal resto della nazione, invece di aspirare, come in Francia, alla loro emancipazione civile, influenzati dalle filosofie idealiste ivi imperanti, cominciarono nel 1843 a pensare alla ricostituzione di un proprio Stato in Palestina.
Nella Russia di fine ‘800 i pogrom zaristi produssero una innaturale alleanza tra gli ebrei atei socialisti e quelli chassidici, entrambi nostalgici di Gerusalemme.
Nacque così il progetto politico: Eretz Israel (la Terra d’Israele) agli ebrei.
Al primo Congresso Sionista a Basilea nel 1898, Mandelstamm si espresse così: «gli ebrei rifiutano energicamente di fondersi con altre nazioni e confermano la loro speranza storica: quella dell’impero mondiale» (1).
Il problema era che, per realizzare un tale progetto, bisognava prima espungere i palestinesi che abitavano quella terra.
Agli inizi del movimento, sulla scorta di enunciati talmudici, il sociologo Yehezekiel Kanfman teorizzava il genocidio dei palestinesi. (2)
Il filosofo Hugo Bergman si limitava invece a sostenere la loro deportazione in Iraq.
Decenni dopo, il generale Rehavam Ze’evi «proponeva di deportare tutti i palestinesi nei Paesi arabi», (3) misura inevitabile per impedire l’obbrobrio dei matrimoni misti.
Il sionismo ricevette il suo crisma con la lettera del ministro degli Esteri britannico Balfour a sir Lionel Rothschild (dichiarazione Balfour, 1917) che annunciava: «Sua Maestà vede con favore l’istituzione di una sede nazionale in Palestina per il popolo ebraico e farà del suo meglio perché tale fine venga raggiunto». (4)
Hanno finanziato il sionismo non solo i banchieri ebrei, ma anche quelli semplicemente massoni, come Hyalmar Schacht, il ministro per l’economia del Reich.
Una storia particolare nell’ambito del sionismo è quella del Partito revisionista, fondato nel 1924 da Vladimir Jabotinsky in polemica con i moderati, che cercavano un accomodamento con inglesi e arabi. Jabotinsky, di Odessa, era l’editore del giornale dei Giovani Turchi (il mondo della cospirazione è molto piccolo).
Le sue dottrine che portarono all’incandescenza il razzismo ebraico, non distano da quelle nazionalsocialiste: esiste solo lo Stato e questo è fondato sul sangue.
Ateo, Jabotinsky di ebraico conservava solo l’idea che la terra di Israele apparteneva di diritto agli ebrei e ad essi solo.
Le sue idee sul fondamento razziale delle nazioni gli valsero la stima di Mussolini, che fece ospitare ed addestrare le milizie di Jabotinsky - chiamate Bétar - presso la scuola marinara di Civitavecchia.
Il fatto non desta meraviglia: l’Unione degli ebrei di Torino è stata la prima organizzazione a plaudire al regime fascista, l’ «Apologia del paganesimo» è un libro scritto da ebrei italiani.
Una diramazione della sezione francese del Bétar era il Fronte degli studenti ebrei (FEJ), che collaborò con l’estrema destra in occasione della guerra d’Algeria. (5)
L’impresa sionista, dopo i primi pacifici insediamenti, nel secondo dopoguerra non esitò a ricorrere al terrorismo.
La storia dello Stato di Israele è segnata fin dagli inizi dal sangue (strage all’Hotel King David e uccisione del conte Bernadotte) e dalla discriminazione antiaraba (i.e. antisemita).
Il primo ministro Begin era un seguace di Jabotinsky.
Un altro futuro premier, Shamir, era membro della banda Stern e della sua fazione scissionista, Irgun.
Stern credette nella vittoria di Hitler fino al 1941 giungendo a proporre alla Germania un patto militare.
La scrittrice ebrea Hannah Arendt ha dato una spiegazione a questi accordi nazi-sionisti: molti sionisti, a partire dal fondatore Theodor Herzl, erano convinti che l’antisemitismo fosse di giovamento nel compattare il popolo ebraico, il quale anzi, senza questo nemico, rischiava l’assimilazione. (6)
Israele da subito ha pensato se stesso come Stato etnico e, in base a questa premessa, ha agito da sempre con ferrea consequenzialità.
Da un lato ha «favorito» l’esodo dei palestinesi promulgando leggi odiose, atte a porre i gentili in condizioni di inferiorità.
Vi sono in queste leggi limitazioni basate sulla razza per ciò che riguarda l’acquisto di proprietà e l’accesso a funzioni statali.
I kibbutz, che tutti pensano socialisti (e quindi laici), escludono dalla partecipazione i cittadini non ebrei. Israele è oggi Stato etnico, uno Stato dove non c’è posto per i non ebrei, se non come minoranza privata di molti diritti fondamentali.
L’ex giudice della Corte Suprema di Israele, Haim Cohen, lamentava sconsolatamente e a ragione, che «le stesse tesi biologiche e razziste divulgate dai nazionalsocialisti, e che hanno ispirato le infamanti leggi di Norimberga, servono di base alla definizione di ebraicità in seno allo Stato di Israele» (7).
Gli israeliani non si sono limitati a comperare le case dagli arabi.
Molti villaggi arabi sono stati rasi al suolo, dai cannoni in azioni di guerra, dai bulldozer durante azioni di rappresaglia.
Dall’altro lato Israele ha aumentato forzosamente la popolazione di etnia ebraica a suon di rimpatri della propria gente.
Molti rimpatri sono stati sanciti da accordi stipulati con gli Stati ospitanti, in particolare con l’URSS. (8)
Vi sono stati ponti aerei che hanno portato in pochi giorni pressoché tutti gli ebrei yemeniti ed etiopi in Israele.
Uno dei ponti aerei ha riguardato la Moldavia.
Ricordo che, quando accadde, la stampa trepidava in quanto l’esodo improvviso dicevano fosse motivato dal grave pericolo che correva la popolazione giudaica locale.
Anni dopo, una donna moldava mi ha dato personalmente una versione leggermente diversa: le stesse personalità giudaiche che per decenni avevano conculcato i cristiani in nome del comunismo, avevano osato allora ripresentarsi come leader politici in nome della democrazia, suscitando una furibonda reazione.
Ora, grazie alle vittorie nelle periodiche guerre che si sono succedute, l’impresa sionista può dirsi in parte compiuta (la popolazione cristiana nella regione è stata ridotta ad esigua minoranza).
In parte, come noto, è tuttora in atto.
In Israele il rabbinato ha penetrato le scuole e le istituzioni, anche militari.
Il governo sopravvive da anni grazie ai voti dei partiti ortodossi (9), che impediscono qualsiasi cessione territoriale e politica ai palestinesi.
La cosa terribile è che le prescrizioni del tutto teoriche (irrealizzabili in un contesto laico) dell’Halakah, del Talmud e dei rabbini, hanno altri e devastanti effetti se ribadite in uno Stato etnico.
Il rabbino Yosef Ovada si rammaricava che, non essendo ancora gli ebrei abbastanza forti, forse era opportuno restituire alcuni territori.
Si rammaricava anche che, «a causa della protezione del diritto internazionale, non fosse lecito distruggere i luoghi dove si pratica l’idolatria (cioè le chiese cristiane, ndr), come imposto dalla Torah». (10)
In occasione dell’uccisione di 29 arabi palestinesi, mitragliati dal dottor Goldstein nel 1994 mentre erano in preghiera nella Caverna dei Patriarchi di Hebron, il rabbino Israel si chiedeva se «la morte di un arabo non sia un evento fortunato e propizio... la vita degli ebrei deve avere assoluta priorità... l’atto di Goldstein è stato il sacrificio di sé per salvare la vita degli ebrei».
Il Sionismo, con la demonizzazione di ogni oppositore interno (ipso facto antisemita) e con il ricatto psicologico verso i tiepidi, è riuscito a compattare dietro di sé tutti gli ebrei che man mano arrivavano in Israele, sia quelli atei e socialisti, sia quelli ortodossi.
Chi fosse stato contro i piani di conquista, doveva «aver dentro l’odio di sé» ed avere dimenticato due millenni di antisemitismo, insomma doveva essere una vittima della sindrome di Stoccolma, un paziente da curare.
Con analogo ricatto sono state ricondotte nei ranghi tutte le comunità ebraiche della diaspora. (11)
Ad esse veniva detto, colpevolizzandole, che gli ebrei che non venivano in Israele non dovevano essere del tutto «normali»; almeno dunque si dessero da fare per coloro che difendevano Eretz Israel; dovevano inoltre ricordare che Israele un giorno sarebbe potuto diventare l’unico loro riparo contro la furia antisemita
delle nazioni.
Grazie al lavorio della diaspora, la politica di Israele è stata accettata ed aiutata dal potere mondiale.
Il fondatore del Mossad, Isser Harel, ha dichiarato che ovunque «i governi non potevano o non volevano frenare l’ondata antisemita... abbiamo creato organizzazioni ebraiche di difesa, in Europa e nel mondo intero. Ciò non è stato fatto in coordinazione con le autorità locali, abbiamo preso questa iniziativa unilateralmente». (12)
In precedenza, osservando l’ascesa del fenomeno naziskin, aveva dichiarato: «perché mai il dipartimento azione del servizio segreto israeliano non dovrebbe eliminare lui stesso, discretamente, ovunque sia necessario, i nuovi adepti della peste bruna?». (13)
Lo Stato di Israele ha risuscitato una lingua, l’ebraico, che almeno per il popolo era morta, e l’ha posta come lingua nazionale.
Il segno di addizione (l’aborrita croce) è stato sostituto con una «t» rovesciata.
Solo il 15% degli israeliani è religioso, eppure il 90% afferma che la terra è stata loro data da Dio.
Con un paradosso forse non tanto scherzoso Woody Allen ha detto: «Dio non esiste e noi siamo il suo popolo eletto».
Il popolo eletto non disdegna di avvalersi dei servizi di gentili opportunamente selezionati ed agghindati:
in questi anni «gli ebrei hanno usato le logge massoniche per aggregare gli elementi più in vista della minoranza araba», come ha confidato un sacerdote di Nazareth. (14)
I cristiani che frequentano le logge hanno rivelato che, «quando mostrano l’anello della loggia, si spalancano loro tutte le porte».
Oreste Sartore
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Note
1) Citato da Blondet in «I fanatici dell’Apocalisse», il Cerchio, 1995.
2) Sul modello di ciò che fecero Giosuè e i suoi seguaci contro gli Amaleciti, i Cananei e i Madianiti.
3) Shahak, «Storia ebraica e giudaismo», Centro Librario Sodalitium, 1997.
4) Balfour, spiritista e teosofo, era stato tra i fondatori della Loggia Quatuor Coronati di Londra (omonima di quella di Vienna cui apparteneva Mozart).
5) Il FEJ si è reso in tempi più recenti responsabile di gravi episodi, tra cui l’aver malmenato lo scrittore Elie Liobel e sfigurato col vetriolo Michel Cagnet.
6) Hannah Arendt, «Ebraismo e modernità», Feltrinelli, 1993.
7) Vedi Joseph Badi, «Fundamental Laws of the State of Israel», New York, 1960.
8) In Israele ebbi uno scambio di opinioni con un ebreo russo, da pochi mesi «rimpatriato» in Israele. Pieno di ammirazione per il mosaismo e sinceramente commosso per aver assistito la sera prima ad un’esibizione di danzatrici ucraine «rimpatriate» poche ore prima, chiesi all’uomo: «Ora che è qui, anche se è stato educato nell’ateismo, può finalmente riabbracciare la fede». La risposta mi lasciò di sasso: «Oh no, io resto ateo. Sono contento di star qui, ma solo perché qui non c’è la miseria come in URSS».
9) Nel reclutare gli ortodossi al sionismo ha giocato un ruolo fondamentale Martin Buber, il quale ha rivalutato lo chassidismo, dipingendone un quadro edulcorato e falso, sùbito fatto proprio dalle comunità ebraiche che contano.
10) «Yated Ne’eman», 18 settembre 1989.
11) Già il fatto di dar loro questo nome, le chiamava ad accomunare il proprio destino con quello di Israele.
12) «Tribune Juive», 23 gennaio 1993.
13) «Le Monde», 26 novembre 1992.
14) «30giorni», 7 luglio 1990.




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