I cattolici e il re senza corona
di EUGENIO SCALFARI
RACCONTANO le cronache che l'altro ieri, al "meeting" riminese di Comunione e liberazione, l'ospite d'onore fosse impacciato. Trattandosi di Silvio Berlusconi l'aggettivo impacciato stupisce. Se c'è un personaggio totalmente disinibito, uno "showman" a prova di bomba, un professionista del video e dei bagni di folla, è lui. Una platea come quella di Cl, settemila allievi di Don Giussani, il crocifisso brandito come una clava e la Compagnia delle Opere come un salvacondotto sulla strada del paradiso, equivale per lui ad una flebo di adrenalina.
Dunque come mai impacciato? Nonostante che un terzo di quei settemila fosse composto dalla "claque" mobilitata da Forza Italia? Io lo capisco Berlusconi, pensava d'essere insostituibile alla guida dell'Italia. Pensava d'aver creato un rapporto di ferro con Putin, con Blair, soprattutto con Bush e Condoleezza Rice. Pensava che i soldati italiani a Nassiriya fossero il pegno la garanzia e il pilastro della sua politica estera.
Pensava che il governo d'Israele avrebbe buttato fuori a calci D'Alema e Prodi semmai avessero osato farsi vedere dalle parti di Gerusalemme. E infine pensava che sulla missione militare in Libano il centrosinistra si sarebbe sfarinato e dissolto come nebbia al sole.
Invece è accaduto tutto il contrario. L'Italia di Prodi, D'Alema e Parisi è diventata il partner più affidabile per Bush.
Il ritiro dall'Iraq del nostro contingente militare non ha provocato neppure un battito di ciglia né al Pentagono né alla Casa Bianca. L'unità europea si è ricostruita proprio sulla questione libanese e l'embrione di una struttura militare ha fatto la sua comparsa per la prima volta proprio in seguito all'iniziativa italiana. Lo credo bene che fosse impacciato. Tanto più che, al punto in cui sono le cose, gli toccherà perfino di dover dare i voti di Forza Italia, graditi ma non determinanti, alla strategia dell'odiato Prodi.
E chi aveva a fianco come ospite d'onore al raduno di Cl? Roberto Formigoni, uno dei suoi concorrenti, il benamato, lui sì, di Don Giussani, il vero padrone della Lombardia teocon, la sua bestia nera dopo Casini o forse perfino prima di lui. Sicché dire impacciato è dir poco. In realtà chi lo conosce riferisce che fosse furibondo, ammalato di malinconia, appannato nella postura e nell'eloquio non più fluente come un tempo. Non avendo molti argomenti da offrire al pubblico, ha ritirato fuori la delicata questione dell'uomo della provvidenza aggiungendo che metà dell'Italia lo odia ma un'altra metà lo ama e lo costringe a restare in politica.
Francamente è raro che un uomo politico si vanti d'aver spaccato il Paese in due e lo consideri un merito storico. Forse qualcuno dei suoi consiglieri dovrebbe avvertirlo che quella spaccatura da lui considerata il segno del suo successo rappresenta invece una pietra tombale sui sogni di rivincita. Se avesse dei consiglieri. Ma non li ha. Ha avuto una corte e dei cortigiani. Scomparso il potere scomparsi i cortigiani. Forse Apicella, ma anche sul chitarrista non ci giurerei.




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