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  1. #1
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    Predefinito a proposito di camilleri

    amici siciliani, scusate se uso il vostro forum per un interesse personale. volevo chiedervi, generalizzando per ovvi motivi, se credete che l'operazione che fa camilleri col siciliano nella sue opere sia in definitiva un bene o un male per la vostra parlata. e cosa ne pensate voi e il grande pubblico dei lettori. vi chiedo questo perché anche in sardegna, forse in ragione del suo successo commerciale, questa scuola di pensiero sta prendendo piede e sempre più autori sardi in italiano usano colorare i loro scritti con un po' di sardo qua e là. personalmente nel caso sardo non mi piace molto, io stesso scrivo ma solo in sardo, in quello siciliano non riesco ad inquadrare a pieno il fenomeno. forse avete già affrontato l'argomento, in questo caso se mi indicate un link mi leggo le puntate precedenti!
    grazie molte, ivo murgia

  2. #2
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    Caro Ivo,
    la faccenda è da tempo oggetto di un dibattito che a tratti si fa aspro. Ho conosciuto e conosco molte persone che, senza aver letto Camilleri, si sono improvvisate "puriste" dicendo che i libri di Camilleri davano un'immagine macchiettistica della Sicilia. In realtà, l'ingiustizia nei confronti della Sicilia e della sicilianità l'ha fatta la cinematografia e la televisione italiana, nelle quali il "siciliano" era pressocché sempre il tipetto basso, baffuto e scuro dalla "parlata strana", quasi sempre una comparsa per strappare qualche risata, insomma, una specie di "selvaggio" familista e semi-ignorante. Altrimenti, i siciliani di talento si italianizzavano (e si italianizzano tutt'oggi, anche seppur meno, lasciando trapelare un po' di sicilinità, come Fiorello, o meglio ancora Luigi Burruano, Tony Sperandeo, Aldo Baglio, o Ficarra&Picone). Questo mentre finanche la napolitanità (Totò, i De Filippo) era innalzata e mitizzata.

    A leggerlo (come è accaduto ad un caro mio amico "convertitosi" dalle posizioni di cui sopra ad un caldo entusiasmo "camilleriano"), Camilleri rende molta giustizia alla Sicilia ed alla sicilianità, dipingendoci così come siamo (una nazione) e a volte spingendosi fino a limiti politico-affettivi che poi lo stesso è pronto a negare (insomma, la sete d'indipendenza ce l'ha anche lui, ma la sovrastruttura politico-culturale da cui proviene, quella socialcomunista, storicamente nega questa rivendicazione del Popolo Siciliano).

    Se consideriamo che il massimo della "lingua siciliana" che arrivava in italia, a parte le comparse cinematografiche, erano l'italiano di Verga e Capuana (dove non so chi ci legge una certa "sicilianità linguistica"...mah!) e le poesie della Scuola Siciliana tradotte dai monaci fiorentini...in volgare fiorentino, per l'appunto, la "lingua franca camilleriana" è un buon modo per esportare in bene la Sicilia. E poi, anche se a volte caricato (ma ricordiamoci che, in realtà, in molte zone non metropolitane della Sicilia spesso si parla come Montalbano-Zingaretti), anche il "Siciliano" (in realtà, una trasposizione un po' più italianizzata della "lingua camilleriana", insomma un italiano con accento e alcuni termini siciliani) parlato nei films tratti dai libri di Camilleri rende lo stesso servigio, assieme agli splendidi scenari naturali ed artistici filmati (prima invece, c'erano solo "la Piovra" et similia).

    Su analoghe iniziative in Sardegna, non saprei dire. Già il fatto che si tratti di emuli di Camilleri è un problema (le imitazioni non vanno mai bene come l'originale), ma secondo me il guaio più grosso è che il Sardo e l'Italiano, per le differenze fonetiche e lessicali che li dividono, si "sposano male", mentre il Siciliano (in particolar modo se non si usano i pur tanti grecismi ed arabismi che sono però il patrimonio autentico della nostra lingua) per la sua affinità al Latino si mischia meglio all'Italiano. E forse, anche per questo è sopravissuto e sta vivendo una nuova giovinezza (sempre in meno si "affruntunu", si vergognano a parlarlo anche in pubblico).

  3. #3
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    caro nicheja, grazie per le informazioni utilissime. ero completamente fuori strada, chissà perché credevo ne aveste un'idea più negativa, boh!
    dici che nelle aree metropolitane il siciliano è più parlato che nelle zone rurali? è questo che intendi o ho capito male?
    il fatto che siano "emuli di camilleri" è forse un'esagerazione, è un paragone che ho fatto io tanto per rendere l'idea ma sono fondamentalmente d'accordo che per bene che riesca una fotocopia non potrà mai essere nient'altro che una fotocopia.
    per complicare ulteriormente la questione, non sono neanche per l'originalità a tutti i costi, se una cosa è ben detta si può anche ridire, semplicemente nel caso sardo mi pare non funzioni, anche per i motivi che hai detto tu. lo vedo quasi come un accontentarsi di un po' di sardo in un impianto tutto italiano quando abbiamo l'immensa ricchezza della lingua sarda dietro l'angolo, per chi la conosce. mah, gusti personali.
    ancora grazie, alla prossima.

  4. #4
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    Dunque, parto dalla tua considerazione finale, che mi sembra equilibrata. Dipende dallo spirito con cui scrive l'autore (o meglio gli autori) in questione. Anche qui in Sicilia abbiamo avuto, anche prima di Camilleri, altri autori che hanno inserito termini derivati dal siciliano nei loro testi. Ma lo facevano, per così dire, con uno spirito da colonizzati al 100%. Insomma, usavano (ed usano) elementi del siciliano inteso come "dialetto" dell'italiano. Camilleri è ben consapevole del valore "rivoluzionario" di questa riscoperta del siciliano autentica lingua, e ha di conseguenza (prono alla sua appartenenza politica) smentito, paradossalmente, la pariteticità del siciliano all'italiano, dichiarando di preferire fra i due, il secondo idioma.

    Ben inteso: in questo procedimento di "esportazione" del siciliano Camilleri è successore, fatte le dovute proporzioni, dello scomparso (eppur di soli pochi anni più anziano) Stefano D'Arrigo, autore del meraviglioso "Horcynus Orca". La storia, che se pure fosse stata scritta in una lingua "standard" si meriterebbe il posto accanto a "Ulysses" di Joyce, era autoconclusiva nella prima stesura: "I giorni della fera" (edito come "I fatti della fera"). La "fera" è la bestia, l'Orcaferone del titolo definitivo. Il romenzo ha subito una lunghissima fase di revisione da parte dell'autore, approdando alla fase conclusiva con una incredibile mistura di fiorentino colto, siciliano popolare, il tutto legato da una sintassi ed un lessico originali, opera dell'autore. Un testo assolutamente unico, sottovalutato e misconosciuto, forse perché apparentemente arduo da affrontare (nei fatti, dopo poche pagine si entra nella logica della lingua di D'Arrigo e il testo scorre via), ma in realtà uno dei testi più importanti che abbiano mai visto la luce. Fortunatamente, è ritornato disponibile nelle librerie.

    Concludo: gli equivoci esistono. Jean Guy Talamoni, leader di "Corsica Nazione Indipendente", credeva ad esempio che la lingua in cui scrive Camilleri fosse siciliano puro. Ma in realtà non sbagliava del tutto, dato che il testo cui faceva riferimento è "Il gioco della mosca", un libriccino di varie memorie scritto in italiano "puro", al fine di spiegare fatti e storie della Sicilia e della sua vita, indicati con titoli e definizioni in siciliano "puro".

    Il siciliano, nelle aree metropolitane è più a contatto con la lingua italiana. In sostanza, nelle grosse città si parla l'italiano, ma con cadenze e termini che richiamano al siciliano. Ma nei ceti a più alta scolarizzazione (e quindi più esposti all'assimilazione culturale italiana) non mancano i non parlatori del siciliano, e spesso la parlata è poco influenzata dal siciliano.

    Nelle zone non metropolitane, e negli entroterra, la "firma" del siciliano è più forte nella parlata: lì l'italiano è una seconda lingua, utilizzata come "lingua di rappresentanza" o per i "forestieri". In queste zone, non mancano i parlatori non italofoni. Io, ad esempio, conosco il siciliano sì come prima lingua (accanto ad italiano ed inglese), ma con un peso lessicale ben inferiore a quello della mia fidanzata, siciliana madrelingua (proveniente da un centro "minore") che ha imparato l'italiano solo in età immediatamente prescolare e scolare (anche se lo ha imparato benissimo, potrebbe fare la scrittrice...), tenedolo peraltro ben distinto dal siciliano: se parla italiano, sembra appena uscita da una scuola di dizione, se parla siciliano, ci si sente in piena Rivoluzione del Vespro!

  5. #5
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    grazie nicheja mi son fatto un'idea più chiara e precisa. interessante questo libro di d'arrigo, che non conoscevo, mi documenterò. interessantissimi anche alcuni parallelismi tra le situazioni di diglossia sardu-italiano e sicilianu-italiano, per alcuni aspetti piuttosto simili.
    tornando a camilleri, scusa se insisto!, credi che un giorno potrebbe decidersi a scrivere un romanzo integralmente in siciliano? ora che è conosciuto e affermato potrebbe anche levarsi lo "sfizio" facendo un grande servizio al siciliano. ma piuttosto, ne sarebbe in grado? sempre che ne abbia intenzione. voi come movimento politico esercitate una qualche pressione a favore delle produzioni letterarie in siciliano, con gli autori, gli editori, i lettori, i politici etc.? esistono associazioni di editori o di autori in siciliano?
    grazie ancora se vorrai rispondermi!

  6. #6
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    Personalmente non credo che Camilleri si spingerà mai a scrivere (o meglio: a pubblicare) un libro in siciliano. Per varie ragioni: in primis perché verrebbe criticato aspramente (anche e soprattutto per ragioni politiche), ma anche perché non rientra nei suoi obiettivi (lui ha intelligentemente venduto "scampoli di sicilianità", ma non intende affatto aderire a qualsivoglia operazione di recuper della cultura siciliana), ed anche perché un simile lavoro si rivolgerebbe al solo mercato siciliano. Che, di per sé, è poco abituato alle produzioni in siciliano. E quindi si tratterebbe di un mero divertissement che l'autore sembra non avere in mente. Anche se, ne sono certo, sarebbe in grado si stendere vari volumi in siciliano (e di certi, fra le sue carte, non mancano le pagine interamente siciliane: anzi, si direbbe che i suoi scritti nascano proprio in siciliano, per essere "italianizzati" successivamente).

    Il MIS intende con forza (e già fa, in varie occasioni) fungere da volano e stimolo a quella "rivoluzione culturale siciliana" che è uno dei centri della nostra azione, ed intendiamo, quando non in prima persona, fungere da stimolo e raccordo per autori (tanto letterari quanto teatrali e musicali) ed editori, oltre al promuovere specifiche associazioni.

  7. #7
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    anche il mercato dei libri in sardo "est unu disisperu" (è una disperazione!). il sardo non è obbligatorio nelle scuole di nessun ordine, lo spazio riservatogli dai mass media è scarsissimo, il pubblico dei lettori è costituito da pochi aficionados, forse in crescita. esistono in teoria tutti gli strumenti legislativi ma il bilinguismo perfetto sardu-italiano è tuttaltro che realizzato sia nelle città che in molti paesi. tuttavia in questi anni c'è una forte riscoperta e rinascita della lingua sarda, il clima pare favorevole e molti interessanti fenomeni, non ultima la letteratura in lingua sarda, stanno prendendo piede. anzi proprio la produzione letteraria in lìngua possiamo dire, senza trionfalismi, abbia raggiunto un livello di tutto rispetto. certo i numeri sono quelli che sono e gli autori in sardo ne sono ben consci, tuttavia la battaglia culturale per la lingua sarda va avanti seppure tra mille difficoltà: editoriali, economiche, politiche e culturali appunto.
    nessuno oggi si sognerebbe di criticare un autore perché scrive in sardo, almeno pubblicamente, come ti dicevo, il sardo oggi gode di una certa benevolenza presso il grande pubblico anche se poi tutto questo non si traduce nei numeri delle vendite. esistono diversi autori bilingui sardu-italiano e anche monolingui in sardo, oltre a quelli che scrivono in italiano con una spruzzatina di sardo come dicevamo; questi di norma non sarebbero in grado di scrivere in sardo e si accontentano del poco che possono governare, almeno fino a quando il sardo sarà di moda. storicamente la produzione letteraria ma anche amministrativa in sardo ha radici antiche, anche se non copiose, è forse questo ci ha aiutato, dandoci coraggio. non mancano neanche alcune perle come, tra gli altri, il romanzo "po cantu biddanoa" vero capolavoro di benvenuto lobina autore universale ma ben piantato nella sua terra. esiste la versione bilingue, se puoi procurartelo te lo consiglio caldamente.
    ti faccio notare con rammarico che i partiti sardisti e indipendentisti non hanno una posizione ufficiale sulla lingua sarda e troppo spesso alle dichiarazioni di intenzioni non segue un'azione politica efficace in favore della lingua, come se questa non fosse una questione fondante per una nazione. a loro parziale discolpa debbo dire che la questione "lingua sarda" è storicamente delicatissima e spinosa in quanto ragione di scontri a dir poco epocali e dunque è anche comprensibile una certa circospezione e prudenza nell'affrontare l'argomento.
    chiudo, ciao

  8. #8
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    Pur essendo d'accordo nell'affermare che Camilleri ha fatto una operazione commerciale con i suoi romanzi, non credo che abbia voluto svendere degli scapoli di sicilianità o di Sicilia . Camilleri ama troppo la sua terra e la rispetta troppo per poterla svendere. Penso che invece sia difficile rappresentare e descrivere la sicilianità e la Sicilia a parole o con un romanzo. La sicilianità è una mistura di culture e di modi di essere e di fare, che non si esauriscono in poche parole e, il cercare di descrivere un concetto articolato e complesso ,spesso ci costringe a restringere inevitabilmente il campo di azione. Posso solo dire che grazie a Camilleri e al fenomeno mediatico e letterario che è riuscito a creare, la considerazione e il concetto dei siciliani e della Sicilia è cambiato e in meglio. A volte per diffondere un concetto o un pensiero è necessario usare la via più immediata e più diretta. Certo si deve rinunciare a qualcosa, nella fattispecie nei romanzi camilleriani si rinuncia ad un uso più concreto del siciliano per permettere a tutti di capire il testo. Il concetto de il fine giustifica i mezzi penso sia calzante

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Firemind
    Pur essendo d'accordo nell'affermare che Camilleri ha fatto una operazione commerciale con i suoi romanzi, non credo che abbia voluto svendere degli scapoli di sicilianità o di Sicilia . Camilleri ama troppo la sua terra e la rispetta troppo per poterla svendere. Penso che invece sia difficile rappresentare e descrivere la sicilianità e la Sicilia a parole o con un romanzo. La sicilianità è una mistura di culture e di modi di essere e di fare, che non si esauriscono in poche parole e, il cercare di descrivere un concetto articolato e complesso ,spesso ci costringe a restringere inevitabilmente il campo di azione. Posso solo dire che grazie a Camilleri e al fenomeno mediatico e letterario che è riuscito a creare, la considerazione e il concetto dei siciliani e della Sicilia è cambiato e in meglio. A volte per diffondere un concetto o un pensiero è necessario usare la via più immediata e più diretta. Certo si deve rinunciare a qualcosa, nella fattispecie nei romanzi camilleriani si rinuncia ad un uso più concreto del siciliano per permettere a tutti di capire il testo. Il concetto de il fine giustifica i mezzi penso sia calzante
    Sono d'accordo con te quando dici che il linguaggio camilleriano abbia il nobile scopo di "esportare" e far conoscere la Sicilia. Infatti, i fruitori di letteratura e televisione "standard" sulla Sicilia si lamentano del fatto che Camilleri non insista sulla mafia e sui problemi della Sicilia: ne parla, ma non nel modo immanente, opprimente ed irreale che ne fanno certi autori e certi film ("la Piovra").
    Mi dispiaccio se in precedenza non sono riuscito a far intendere quesa mia opinione.

    Per quanto riguarda il successo commerciale, non credo sia dovuto ad una specifica "strategia" di Camilleri. Lui scriveva così, aveva già pubblicato senza successo alcune cose già a partire dagli anni '80, solo che a un certo punto il mercato è diventato recettivo verso il prodotto. Certo, ha poi seguitato a seguire il percorso tracciato: ma invero, già umanamente ed economicamente realizzato, non aveva fatto altri "tentativi" per ragguingere il successo. Non ne ha mai fatti. Semplicemente, ha raccontato storie di Sicilia a modo suo. Toccando livelli altissimi: il più alto, secondo me, è il "Re di Girgenti".

    Per questo dico che, seppur quasi coetaneo, è successore di D'Arrigo. Tutt'altro il tenore degli scritti, è identica la tensione emotiva e l'amore per la Sicilia di entrambi. Così come il disinteresse economico.

    L'unica cosa che, dal mio canto, mi permetto di rimproverare a Camilleri è l'orientamento politico atto a negare l'individualità e la piena personalità della lingua siciliana e della cultura nazionale siciliana. Solo che a parole, nelle interviste, compia tale scempio, ma negli scritti...spesso è più indipendentista di noi. Come Pirandello, del resto.

    Firemind, permettimi la divagazione: noi indipendentisti rifiutiamo concettualmente (anche se poi per semplificazione la utilizziamo dialetticamente) la definizione politica di "sicilianista". Perché noi siamo siciliani. Per noi "sicilianista" è un non Siciliano che apprezza la Sicilia. E sempre ricordando che per essere siciliani, basta aderire alla nostra cultura e sentimento nazionale, anche senza averne natali o radici.

    Da qui la mia domanda: varesotto e monarchico, sei "sicilianista" (magari ci vieni in visita e ami la nostra terra e cultura) o hai radici in Sicilia?

  10. #10
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    Vedo con piacere. caro Nicheja che ti sei informato sul mio conto!!!
    Noto pure che fai le ore piccole, io per lavoro, tu spero per piacere!!!
    Comunque svelo subito l'arcano: sono siciliano e non sicilianista; amo la mia terra e vengo, quando posso, a rifugiarmi nelle mia città natale, dove ancora vivono i miei genitori e dove ho lasciato una buona parte del mio vissuto e della mia anima; vivo fuori dalla bella Sicilia per lavoro, ma il cuore è siciliano, anche se non indipendentista, come avrai potuto capire. Ciò non toglie che alcuni concetti da voi espressi, non siano più che condivisibili. Il mio cruccio è questo: di sangue se ne è versato troppo per l'Italia e per unificarla, perchè non vivere assieme accettando le diversità e favorendo lo sviluppo dell'individualità e di quanto ci rende unici come popolo??? So a priori che non sarai d'accordo con me, ma mi piacerebbe trovare un terreno comune, sul quale poter costruire qualcosa!!!

 

 
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