di John Reid
Garantire la sicurezza è uno dei compiti principali che si trova ad affrontare un governo in questi tempi di incertezza sia sul piano interno che internazionale. Anche in momenti relativamente recenti, per la maggior parte della gente, nel linguaggio di tutti i giorni il termine “sicurezza” ha mutato il suo significato da auspicabile obiettivo di agio finanziario negli anni della vecchiaia, o descrizione formale di potenza militare, fino ad assumere la connotazione di una delle maggiori preoccupazioni del nostro vivere quotidiano. Viviamo ormai in un mondo in cui l’insicurezza è un fenomeno trasversale a ogni elemento economico e sociale, interno e internazionale, psicologico e fisico, individuale e collettivo.
L’attuale generazione ha assistito a enormi cambiamenti globali. Fino a una ventina d’anni fa la guerra fredda paralizzava il mondo in una situazione statica in cui: le frontiere erano inviolabili; le tensioni etniche venivano soffocate; l’estremismo religioso era implacabilmente represso; gli stati non potevano fallire; le migrazioni erano a livelli trascurabili.
Ora invece ci troviamo davanti a un fiume di sfide che si susseguono dal disgelo della guerra fredda. Frontiere permeabili, stati al tracollo, guerre civili e tensioni etniche che riprendono forza.
Globalizzazione significa che decisioni prese dall’altra parte del mondo vanno ad incidere sulla vita di ogni comunità locale anche nel Regno Unito. (...) Con la fine della guerra fredda è arrivata anche la migrazione di massa a livelli precedentemente mai visti, portando con sé grandi benefici ma anche enormi questioni da risolvere. C’è un più grande potenziale per la creazione di nuova ricchezza e per espandere maggiori opportunità ai singoli e alle comunità di questa nazione, ma il volume e la rapidità dei movimenti portano anche l’insicurezza nel cuore delle nostre comunità.
Effettivamente, a mio parere, la migrazione di massa e la gestione dell’immigrazione è attualmente la principale delle sfide che tutti i governi europei si trovano a fronteggiare. Dobbiamo abbandonare l’idea che chi vuole parlare di immigrazione sia, per quanto in minima parte, razzista. La gente si rende conto che gli immigrati possono portare delle grandi competenze al paese, ma vuole anche essere rassicurata che l’immigrazione sia gestita in modo corretto e che i servizi e i sussidi pubblici siano protetti da ogni abuso.
Dobbiamo aprire una discussione matura su queste questioni, basata su informazioni corrette e indipendenti sull’impatto che le migrazioni hanno sul nostro mercato del lavoro e sulle nostre comunità locali, per far sì che ciò non diventi una delle questioni politiche di cui si parla tanto ma che non trovano mai soluzione. E dobbiamo lavorare a livello internazionale con i nostri vicini europei per rafforzare le frontiere esterne dell’Unione europea e condividere le informazioni su coloro che possono minacciare la nostra sicurezza. Come ho già scoperto, uomini politici europei come Nicholas Sarkozy comprendono l’importanza di amministrare bene la questione. Èun problema che coinvolge tutta Europa.
Noi abbiamo tracciato il percorso per gestire la questione immigrazione e ricompattare la fiducia nei confronti di un sistema che è equo, efficace, e fidato.
Abbiamo cambiato completamente il nostro approccio alla sicurezza interna in questo paese. Il governo ha più che raddoppiato le risorse disponibili per il contro-terrorismo nel Regno Unito, portandole da 900 milioni di sterline a quasi 2 miliardi. (…) Tuttavia, la sicurezza nazionale non è un compito che il governo possa affrontare da solo. Le misure efficaci in termini di sicurezza dipendono dalla partecipazione di un numero molto più ampio di attori, dai governi agli enti pubblici, dalle aziende private ai singoli cittadini. Il governo non può dare la sicurezza in appalto esterno, ma le reti di organizzazioni pubbliche e private giocano un ruolo congiunto nel garantire la sicurezza a livello locale, nazionale, e internazionale. Èsolo unendo le forze che svilupperemo una risposta efficace alle minacce globali dei nostri giorni. Una collaborazione sempre più stretta sarà dunque uno dei punti della nostra agenda politica.
La settimana scorsa Tony Blair ha detto che se la sfida dei cambiamenti rapidi è enorme, altrettanto fondamentale deve essere la nostra risposta. Ovvio che sono d’accordo. Poiché i nostri avversari possono muoversi liberamente, i terroristi internazionali sono spietati nell’abusare delle nostre libertà per colpirci. Essi cercano di volgere a loro vantaggio i grandi punti di forza della nostra società come la libertà dei media, la facilità di accesso agli spostamenti e alle merci, per farli diventare le nostre debolezze. Essi tentano di indebolire il nostro morale e le nostre risorse, distorcendo ogni errore o eccesso di reazione come fossero il nostro scopo primario o reale. Alcuni di loro lottano per ottenere asilo politico nel Regno Unito, fuggendo da regimi oppressivi, non per diffondere la libertà, ma per complottare e tramare a favore di regimi ancor più repressivi. Alcuni vengono come studenti e pur tuttavia esprimono liberamente il loro disprezzo per le libertà intellettuali che sono da sempre i pilastri delle nostre istituzioni accademiche. Altri sostengono di detestare l’usura ma finanziano i loro complotti con frodi, corruzione e crimine organizzato.
Dal 2000 noi abbiamo riformato radicalmente la nostra normativa anti-terrorismo e abbiamo introdotto quattro nuove leggi, portando a quasi mille gli arresti per crimini legati al terrorismo. Dal fatidico 7 luglio dell’anno scorso abbiamo sventato con successo quattro attentati terroristici.
Ma nonostante tutti questi successi non riusciamo ancora ad adattare le nostre istituzioni e l’ortodossia giuridica con la velocità che occorre. Questa è l’area che ci mette maggiormente a rischio in termini di sicurezza nazionale. Ci sono diversi fattori che contribuiscono a ciò, tra i quali le ripicche politiche dei conservatori e dei liberali dell’opposizione durante la discussione in parlamento delle misure chiave della legge anti-terrorismo attraverso i ripetuti appelli alla legge sui diritti umani che io continuo a contestare.
Come ha detto la settimana scorsa il primo ministro, «la natura del crimine organizzato o dello sfacelo sociale in alcune parti delle nostre comunità, nonché della minaccia del terrorismo globale il cui scopo è l’eccidio di massa, ci portano a dire che le argomentazioni tradizionali basate sulle libertà civili non sono sbagliate, ma semplicemente fatte per un’altra epoca». (...) Oggi, però, ci troviamo di fronte a una nuova sfi- da – forse ancor più grande di qualunque altra mai affrontata nel corso degli ultimi cinquant’anni – a questo nuovo consenso intorno ai valori principali di una società libera. E la sfida è questa. Che succede quando la minaccia al nostro paese – e dunque a tutti noi in quanto individui – non proviene da uno stato fascista, ma da coloro che potremmo definire individui fascisti. Individui liberi dalle convenzioni internazionali, dalle leggi, dagli accordi o da qualsiasi altro standard, e che hanno perciò piena libertà d’azione.
Individui che fanno un uso distorto dei nostri diritti basilari e delle nostre libertà, ma che – se le cose andassero come dicono loro – creerebbero una società che negherebbe tutti quei diritti basilari individuali che oggi diamo per scontati. Come hanno dimostrato i talebani in pratica, e al Qaeda a livello globale, la società che vogliono non lascerebbe spazio alla libertà d’espressione, di pensiero o di culto.
Non ci sarebbe rispetto per la vita privata o per i diritti delle donne. Non ci sarebbero scrupoli nei confronti di detenzioni o omicidi illegali.
La più grande conquista del socialismo democratico non è soltanto una cornice legale per i diritti umani, ma il fatto che il vero potere venga esercitato dai tanti e non dai pochi, in un modo che i nostri padri non avrebbero potuto neanche immaginare.
Istruzione, opportunità di lavoro, possibilità di viaggiare, nuove forme di intrattenimento, diritti delle donne. Sono questi gli obiettivi raggiunti dal nostro stato aperto, tollerante e democratico, guidato dalla legge.
Ciò che temo è quel che può accadere quando questo progresso viene contestato dagli altri che non condividono il nostro punto di vista. Alcuni dei quali non vogliono vedere le donne istruite, né permettere loro l’accesso ai tribunali. Molti dei quali provengono da terre lontane dalle nostre sponde e non hanno alcun legame con il nostro paese, a parte un desiderio di aggredirlo.
In un momento in cui un singolo terrorista può causare danni irreparabili alla nostra società e alla nostra fiducia nel nostro paese su scala finora mai vista prima, ci si trova in una situazione in cui, trattando con stranieri sospetti di terrorismo: non possiamo sempre perseguire gli individui a causa delle difficoltà a ottenere prove sufficienti per sottoporli a giudizio penale; spesso non possiamo deportarli, anche se non hanno basi suf- ficienti per richiedere asilo, a causa delle preoccupazioni per il tipo di trattamento che potrebbero ricevere nel loro paese d’origine; e non possiamo tenerli in custodia in attesa della deportazione se la deportazione non è un’opzione realistica a causa delle preoccupazioni sul loro trattamento al ritorno, perché così facendo li discrimineremmo.
Tutto ciò pone me, o qualsiasi altro ministro dell’interno con il compito di proteggere la cittadinanza dal terrorismo internazionale, in una posizione molto difficile. Io credo nei nostri valori. Non ho dubbi sul fatto che siano condivisi dalla maggioranza in tutto il paese, di qualsiasi origine sociale, religiosa o etnica. Ma non ho dubbi sul fatto che siano proprio questi valori l’obiettivo dei terroristi.
Abbiamo bisogno di comprendere la profondità e la magnitudo della minaccia – tutti noi, ciascuno di noi, attraverso l’intero spettro politico, mediatico, legale e pubblico. Credo che la maggior parte della gente capisca quanto è seria questa minaccia.
Ma quando vedo: l’opposizione dei nostri politici alle misure che la polizia e le agenzie di sicurezza ritengono necessarie per combattere questa minaccia alla nostra comunità e ai nostri valori; la sentenza Chahal dei giudici europei, secondo la quale ci verrebbe proibita la possibilità di soppesare la deportazione di un sospetto terrorista di fronte alla sicurezza di milioni dei nostri connazionali; molti dei nostri commentatori danno più importanza alle opinioni dei terroristi islamici che a quelle dei politici musulmani democraticamente eletti, come il premier Maliki o il presidente Karzai.
Quando vedo e sento tutte queste cose, a volte penso che tante persone che dovrebbero riconoscere prima degli altri la serietà della minaccia, semplicemente non ci arrivano.
Charles Darwin scrisse che «non è la più forte delle specie che sopravvive, e neanche la più intelligente, ma quella più reattiva al cambiamento». Ecco perché dobbiamo guardare la sicurezza nazionale in un nuovo contesto, e tutti noi, politici, uomini d’affari, avvocati e cittadini dobbiamo far evolvere il nostro modo di pensare per il ventunesimo secolo.
Inoltre, mentre portiamo avanti il dibattito sul terrorismo, non ci deve essere nemmeno un’oncia di compiacimento nei nostri ragionamenti. Capisco che siamo molto occupati a pensare a ciò che succede in Medio Oriente, Iraq e Afghanistan. Ma non dobbiamo mai, nemmeno per un momento, dimenticare che oggi viviamo in un mondo in cui sussiste una rete ininterrotta che attraversa eventi interni ed esteri. Tutti dobbiamo essere vigili, e il nostro essere vigili è il prezzo per difendere le nostre libertà.
Ecco perché non devono esserci dubbi: ci troviamo probabilmente nel più prolungato periodo di grave minaccia a partire dalla fine della seconda guerra mondiale; se da una parte sono fiducioso che i servizi di sicurezza e la polizia offriranno il 100% degli sforzi e il 100% dell’impegno, non potranno mai garantire un successo al 100%; le nostre forze di sicurezza e l’apparato dello stato forniscono la condizione necessaria per sconfiggere il terrorismo, ma non saranno mai in grado di farlo da soli. La sicurezza comune potrà essere assicurata solo da uno sforzo comune da parte di tutte le componenti della società; a volte potremmo dover modificare alcune delle nostre libertà, nel breve termine, per prevenire il loro abuso da parte di coloro che si oppongono ai nostri valori fondamentali e vorrebbero distruggere tutte le nostre libertà.
Sta a ciascuno di noi rispondere alle domande: che prezzo ha la sicurezza? A quale costo preservare la libertà? Quali sono i valori in gioco? E qual è il prezzo di una decisione sbagliata?




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