Il prodotto lordo italiano registra nel secondo trimestre un aumento dello 0,5 per cento rispetto al primo. Rispetto al secondo trimestre del 2005 l’aumento è dell’1,5 per cento. Da ciò si desume che il pil italiano nel 2006, salvo mutamenti di prospettiva, attualmente non in vista (l’attentato sventato di Londra, pur nella sua drammaticità, non ha modificato le stime economiche internazionali e la politica di ritocco dei tassi della Bce è quella prevista), non sarà inferiore al due per cento e potrà superarlo.
Infatti il secondo semestre del 2005 è stato caratterizzato da un rallentamento dell’economia. Basta, dunque, una crescita moderata nel secondo trimestre del 2006 per generare, nel confronto, un incremento del pil tra lo 0,5 e l’uno per cento, così da far chiudere l’anno al più due per cento o qualche cosa in più.
L’economia italiana nel 2006 dovrebbe avere una crescita media non molto diversa da quella europea. Il traino all’espansione è dato dall’industria manifatturiera, che ha aumentato la competitività sul mercato interno e su quello internazionale.
Il 2005, secondo le statistiche ufficiali, è stato un anno di stasi del pil.
Ma non è stato un anno di stagnazione, perché la nostra industria ha attuato un rilevante processo di ristrutturazione, come risulta dalla crescita consistente dei profitti, secondo i dati di Mediobanca.
E ora la produzione industriale è tornata a trainare l’economia, anche se con un ritmo non paragonabile a quello degli anni Ottanta. E i dati semestrali sull’Iva, cresciuta del nove per cento per gli scambi interni, fanno comprendere che anche il settore dei servizi è in espansione.
Anche il turismo è in crescita.
Tutto mostra che la tesi del declino della nostra economia, così come quella per cui alle famiglie italiane nella quarta settimana del mese manca il latte, è un’errata leggenda propagandistica.
E ha ragione il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, quando dice che la ripresa è dovuta al fatto che le imprese “si sono rimboccate le maniche” e che occorre non cambiare le buone riforme di Berlusconi.
Ciò comporta l’uso dei maggiori gettiti fiscali per ridurre le imposte e per continuare la politica delle grandi opere con largo ricorso al cofinanziamento privato.
saluti




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