La concupiscenza ai tempi di David, ....
....Yusuf e Shahrazad
di Siegmund Ginzberg
Da che mondo è mondo ci raccontano storie di concupiscenza sessuale che hanno a che fare con la politica e col potere. E spesso la cosa su cui si concentra l’attenzione del narratore non è il fatto in sé – normale e banale – quanto il rischio che si venga a sapere, “finisca sui giornali o in tv” diremmo oggi, l’eco che può suscitare. Nella Bibbia, uno dei fatti più gravi riguarda un re – e che re! David “vide una donna che faceva il bagno”, “la donna era molto bella”, “mandò dei messi a prenderla”, “ella venne da lui ed egli giacque con lei” (Samuele, 11). Il peccato non è la concupiscenza. E’ quello che il re, approfittando della sua posizione, fa per mettere a tacere lo scandalo, quando lei gli fa sapere che è rimasta incinta. Il suo problema è che il marito, impegnato di giorno in guerra, si ostina a non giacere con la moglie anche quando il re lo richiama apposta dal fronte e gliene dà la possibilità. Passa la notte all’addiaccio. “L’Arca di Dio, Israele e Giuda bivaccano sotto le tende…, ed io dovrei andare a casa mia, per mangiare, bere e dormire con mia moglie?”. Al re, per mettere a tacere le voci che non mancheranno, non resta che mandarlo a morire, scrivendo al suo comandante: “mettilo in prima linea, dove il combattimento è più aspro, poi abbandonalo… che muoia”. Quanto a Betsabea, non ci viene detto se poteva dire di no, se ci sia stata volentieri o di malavoglia, sappiamo solo che, rimasta vedova, si fa sposare, gli dà un primo figlio su cui si abbatte la vendetta del Signore per l’adulterio, poi, perdonati tutti, un secondo, che viene chiamato Salomone, dandosi molto da fare perché venga riconosciuto come erede al trono. Se è vittima della concupiscenza dei potenti, è anche abbastanza astuta per trarne un vantaggio personale e politico.
La Bibbia è un testo sacro denso di concupiscenze carnali ed erotismo. Concupiscenze simmetriche, come nello splendido Cantico dei Cantici, forse il più sensuale testo di tutti i tempi, oppure asimmetriche, e quindi fonte di guai. David concupisce Betsabea, i secchioni concupiscono la giovane e bella Susanna, Giuseppe viene concupito dalla moglie di un potente d’Egitto, Putifarre. Donne concupite da uomini, uomini concupiti da donne, uomini concupiti da uomini, angeli di sesso incerto concupiti dai sodomiti. Ma a parte quest’ultimo episodio, dove l’offesa, contrariamente all’interpretazione corrente, potrebbe non avere niente a che vedere col sesso ma riguardare la xenofobia nei confronti dello “straniero”, a bene vedere però tutte le concupiscenze asimmetriche hanno qualcosa a che fare con il potere, anzi con l’immagine del potere, quel che del potere diranno la voce del popolo oppure i media.
Sesso, potere e pettegolezzo sono il sottofondo anche dell’assai più erotica e sensuale versione della storia di Giuseppe (Yusuf) concupito fornitaci da un altro testo sacro, il Corano. C’è molto sesso e desiderio carnale nel Corano, forse quanto e più che nella Bibbia. Ma c’è chi ha sostenuto che “in nessun altro punto il Corano è ricco di erotismo come in questo”. Bello è Giuseppe, bella e affascinante la sua padrona. Tra i due potrebbe anche nascere una storia d’amore, un banale adulterio. Quel che li separa è che lui è un sottoposto, un servo raccattato in fondo al pozzo in cui l’avevano gettato i suoi fratelli, lei la moglie di uno degli uomini più potenti d’Egitto, una che potrebbe fargli fare carriera, o distruggerlo. “Ora la donna, nella cui casa egli abitava, gli chiese che si desse a lei, e chiuse tutte le porte, e disse: ‘Vieni qui!’” (Corano, XII, 22 e seguenti). E lui ci starebbe anche, non fosse che la cosa è sconveniente per il tipo di rapporto sociale che c’è tra i due, e per l’impatto che la cosa potrebbe avere se fosse risaputa. Ad uno che verrà nominato (sarebbe troppo dire “eletto”) viceré d’Egitto, insomma è destinato ad un’importante carica pubblica, non si addicono peccatucci che potrebbero essere veniali per altri. “Ed essa lo desiderava, e la avrebbe desiderata egli pure…”. Una delle principali differenze nella narrazione della Bibbia e in quella del Corano è che, mentre nel testo sacro degli ebrei non c’è la minima traccia della possibilità che Giuseppe ceda alla tentazione, e il suo rifiuto è categorico, in quello dei musulmani è molto più “umano”, ha bisogno di un aiuto divino per resistere alla più banale delle tentazioni, non perché abbia un senso particolarmente forte del peccato, ma perché cedere lo priverebbe della possibilità di svolgere il ruolo a cui è predestinato, far valere le sue capacità manageriali e politiche. “Allontana da me la loro astuzia, altrimenti cederò per giovanile impulso alle loro voglie, e sarò fra gli ignoranti”, prega il suo Dio Giuseppe insidiato. Ad un certo punto arriva persino a “confessare” che un pensierino gli sarebbe potuto passare per la mente: “Ma non voglio dichiararmi del tutto innocente, ché l’anima appassionata spinge al male” (Corano, XII, 53).
Nella Bibbia non c’è traccia di “quel che la gente avrebbe potuto pensare”, la resistenza di Giuseppe appare puramente morale. Un’intera parte della sura di Yusuf e Zulàika è invece dedicata al diffondersi delle voci, al ruolo della chiacchiera (anche senza ancora tv e giornali) e ai possibili effetti sull’opinione pubblica. La signora Putifarre sente il bisogno di giustificarsi di fronte al pubblico, prima ancora che di fronte al marito. “E dicevano certe donne per la città: ‘La moglie del principe è presa d’amore per il suo garzone! Egli l’ha infiammata d’amore: a noi sembra che si stia chiaramente traviando!’. E quando essa udì le loro dicerie segrete, andò a invitarle, e preparò loro un banchetto, diede a ciascuna di loro un coltello, poi disse a Giuseppe: ‘Esci e mostrati ad esse!’. Quando quelle lo videro, grandemente lo ammirarono, e si tagliuzzavano le mani (coi coltelli, per l’emozione). E dicevano: ‘Dio ce ne guardi! Costui non è un uomo, costui è un angelo sublime del cielo!’.
E la donna disse loro: ‘Ecco, questo è colui pel quale mi biasimavate; sì io ho bramato ch’egli si desse a me, ma costui ha rifiutato. Ma se non farà quello che voglio, sarà imprigionato e sarà tra i miserabili!”.
Un caso bell’e buono di sexual harassment. Ma con un tocco in più. Nella versione del Corano, il bel Giuseppe diventa oggetto di concupiscenza collettiva, non più solo individuale. E’ l’antesignano di tutti i sex-symbol che fanno sognare i concupiscenti senza speranza della nostra epoca sugli schermi, sulla carta patinata e i cartelloni pubblicitari. Inaccessibile, da guardare ma non toccare. Ed è (oltre, e ancora prima di essere oggetto di desiderio) anche uno status symbol, alla portata solo di chi ha abbastanza potere da permettersi di voler incarnare una concupiscenza che per i più, per le altre e gli altri che tanto potere non ce l’hanno, rimarrà solo una fantasia erotica.
Giuseppe ha a che fare anche con la moda. Altra differenza, nella storia come viene presentata nella Bibbia e nel Corano, riguarda un capo di abbigliamento. Nella Genesi (39,7, seguenti), Giuseppe, per sottrarsi alla signora che lo concupisce scappa nudo, lasciandole in mano la tunica cui lei si era aggrappata. Lei la conserva come prova per giustificarsi col marito, anticipando di molti millenni quello che la mamma di Monica Lewinsky fece col famigerato vestito della figlia concupita (o concupiente) Bill Clinton.
Nella versione coranica, assai più vivace e più ammiccante, questa si trasforma invece proprio nella prova per scagionare Giuseppe. Sembra una detective story: “Se la tunica è stata strappata pel davanti, essa ha ragione e lui è un mentitore. Se invece la tunica è strappata per di dietro, è lei che mente ed egli è un uomo sincero”.
Putifarre, capo delle guardie di Faraone, non dovrebbe avere più dubbi
“quando vide che la tunica era stata strappata da dietro”. O comunque la cosa dovrebbe acquietare le sue preoccupazioni circa la propria immagine pubblica. Nella Bibbia, libro di un popolo abituato alle maldicenze senza fondamento ai propri danni, Putifarre crede senz’altro a quel che gli dice la moglie: “Quel servo ebreo, che tu ci hai messo in casa, è venuto da me, per divertirsi con me. Ma appena alzai la voce e cominciai a gridare, mi ha lasciato qui la veste ed è fuggito”. Nel Corano è meno credulo, meno portato a farsi suggestionare dalla propaganda antisemita corrente. Distingue, verifica, accerta, scagiona. Ma poi, stranamente, fa mettere in prigione Giuseppe anche se la conclusione delle indagini lo scagiona:
“In seguito decisero di imprigionarlo, malgrado i segni che avevano visto, per un certo tempo” (Corano, XII, 34-35).
Che fosse costretto anche lui, da politico qual’era, a seguire i venti che tiravano, dare addosso all’israelita per accontentare gli estremisti?
Le variazioni sul tema sono infinite.
Non si contano sequel e interpretazioni. Sia nella tradizione letteraria islamica che in quella occidentale, l’episodio è stato riscritto innumerevoli volte. Via via esaltando la purezza e la dirittura morale di Giuseppe, denunciando la perfidia della sua aspirante seduttrice, o, al contrario, difendendo la sincera passione di lei. La storia è stata letta, riletta e rifatta in chiave ancora più esplicitamente erotica, o addirittura di amore mistico per Dio, come nei poeti persiani; di tradizionale moralismo o di eterna messa in guardia contro la “donna demoniaca”, oppure, all’estremo opposto, di universale umanità, senza distinzioni di genere, della concupiscenza e del desiderio sessuale. Ci si è divisi, in occidente come in oriente, in simpatizzanti e antipatizzanti di Giuseppe e della donna che lo desidera. Nel secondo volume della trilogia Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann, la vera protagonista cui vanno tutte le simpatie dell’autore non è il giovane ebreo che resiste eroicamente alle avances, ma la sua appassionata padrona, che ha avuto la disgrazia di infatuarsi di lui. Non saprei dire se ci siano interpretazioni più autentiche di altre. Per una lettura molto dotta e femminista, che spacca il capello in quattro, del testo biblico di Genesi 39 e delle sue interpretazioni nella cultura occidentale, da quelle ellenistiche bizantine alla più aggiornata critica letteraria psicanalitica potrei rimandare al Women, Seduction, and Betrayal in Biblical Narrative di “Alive Bach” (quasi metà libro è dedicato alla figura della signora Putifarre, o Mut-emenet, come la chiama Mann), anche a rischio che il lettore ci si perda come mi sono perso io. Per le molte letture islamiche mi sono avvalso del saggio, ricchissimo di citazioni, di Erdmute Heller e Hassouna Moshabi: “Dietro il velo: amore e sessualità nella cultura araba”. Alla storia di Yusuf e seguiti dedica un intero capitolo, quello intitolato “L’eterna seduttrice”. Tra le ipotesi: quella per cui il successo della Sura di Yusuf nella cultura islamica possa essere legato al desiderio nascosto di essere tutti nei panni di Giuseppe; quella per cui uno dei messaggi dominanti, non solo in questo passo, ma in tutto il Corano, sarebbe l’invito ad assicurare la soddisfazione sessuale delle donne, non solo quella del maschio.
Sarà anche forzato. Ma non ditemi che non lo trovate anche voi sorprendente e divertente. C’è chi nel Corano è arrivato persino a scorgere un diffuso “alito di femminismo”.
Ho letto di Maometto interpretato come “liberatore” delle donne. Può non convincere lo sforzo di dimostrare che l’islam delle origini faceva molta più attenzione alla donna e alla sessualità di quanto lascino ad intendere le proibizioni che si sono poi accumulate e le sessuofobie dei fondamentalisti e puristi dell’ultima ora. Il riconoscimento dell’ineluttabilità della concupiscenza nella natura è sempre a doppio taglio: porta all’accettazione o, inversamente, all’inasprimento delle proibizioni. L’islam sciita iraniano, quello che ci siamo tanto abituati ad associare al ciador, alla punizione delle adultere e alla sessuofobia, è anche quello che ha inventato, in riconoscimento della forza della concupiscenza e del desiderio sessuale, una sua “legge del desiderio”: il matrimonio temporaneo (sigheh), a termine per contratto, di durata variabile, da un’ora soltanto a 99 anni.
Molto dipende dal come un testo viene interpretato e tradotto. Sono sicuro che il lettore troverà esilarante un capitolo di “Middle Eastern Fragments”, straordinaria seppure caotica accolta di citazioni, frammenti e appunti messi insieme da uno dei massimi islamisti americani, Bernard Lewis (unico difetto: la mancanza di richiami alle fonti, che forse avrebbe portato a raddoppiare la dimensione del volume). Vi sono presentate, una dopo l’altra, una dozzina di differenti traduzioni, interpretazioni e commentari della famosa sura (Corano IV, 34) in cui Maometto tratta la relazione tra uomini e donne, datate dal 1734 al 1987, quasi tutte da parte di esegeti islamici. Sarete sorpresi dal come uno stesso testo possa venire letto, tradotto, interpretato e commentato in modo così variegato.
Tanto per dare un’idea, il discusso “daraba”, il termine arabo che normalmente viene inteso come una contraddittoria esortazione del Profeta a “picchiare” le donne pur rispettandole, diventa “andate a letto con loro” associato a “non cercate scuse per prendervela con loro”.
Molto di più dipende da chi racconta.
Il resto da chi ascolta o legge il racconto. Tra i più avvincenti narratori di tutti i tempi, in fatto di concupiscenza, desiderio sessuale, avventure erotiche, e dintorni, c’è una donna islamica: Shahrazàd.
Sarebbe estremamente riduttivo, anzi stupido ridurre a questo le “Alf Layla ve Layla”, le “Mille e una notte”. In quei trecento e passa racconti (mille sta semplicemente per tanti, il titolo in turco, “Bin bir”, è ancor più suggestivo che in arabo, anche i numeri hanno una loro magia, come il quaranta dei quaranta ladroni, sul suono e le suggestioni di “kirk” (40) in turco si potrebbe scrivere un intero saggio), c’è di tutto e di più. La si potrebbe considerare un’enciclopedia che contiene i fili di quasi tutto quello che è stato narrato in letteratura, prima e dopo.
Ma se c’è un tema onnipresente, che prevale su tutti gli altri, è quello del sesso, in tutte le forme, dal platonico al tragico, dal boccaccesco al pornografico, ma anche nelle molteplici forme in cui può essere associato al potere. Il sultano cui Shahràzad racconta, notte dopo notte, le sue storie e storie nelle storie, non la concupisce in quanto donna. E’ sessuofobo, disgustato, terrorizzato dal sesso, odia le donne. Ha magari anche le sue ragioni. Delle molte possibili letture della storia di Giuseppe gliene hanno ficcata in testa solo una: “Fai tesoro della storia di Giuseppe, guardati dai loro inganni”. “Da allora… ogni notte prendeva con sé una fanciulla vergine, le toglieva la verginità, e la notte stessa la uccideva”. Finché “il popolo, tra grida d’orrore, era fuggito portando via la sue figlie, e ben presto in quella città non era restata una sola ragazza da marito”.
Mi viene da pensare che succede ancora, in altra forma: 100 milioni di donne in meno in Asia, probabilmente a causa degli aborti selettivi, e quindi 100 milioni di maschi senza sposa, evocano una “geopolitica della frustrazione sessuale” non meno preoccupante della geopolitica del petrolio o dei conflitti di civiltà.
Quando il vizir non riesce più a trovargli una nuova sposa, si offre volontaria sua figlia Shahrazàd. Potrebbe scappare anche lei, magari in occidente.
E invece gli dice: “Padre mio, fammi sposare questo re. O vivrò, o servirò, sacrificandomi, da riscatto alle figlie dei musulmani”.
E riesce ad averla vinta, raccontando al re, notte dopo notte, molte storie che trattano proprio dell’argomento che gli fa così disgusto e paura.
Di sesso, nelle “Mille e una notte”, c’e n’è in effetti per tutti i gusti. Si continua a discutere molto se sia stato tutto questo sesso a farne o disfarne le fortune in oriente, o se se invece il problema fosse la politica, quel che vi si trova di imbarazzante per il potere, detto con argomenti che meglio facevano audience nei bar e nei bazar della Umma di allora. Più assodato è che il sesso ha avuto molto a che fare con la sua fortuna in occidente, sin da quando un diplomatico francese in missione in oriente, Antoine Galland, portò Shahrazàd in Europa e cominciò a tradurla agli inizi del 1700.
Il capitano Richard Burton, l’orientalista enciclopedico e molto imperialista che l’introdusse nel mondo anglosassone, ne era tanto ossessionato che le sue note sugli aspetti erotici delle “Mille e una notte” sono una trattato a sé di erotologia esotica. Nel “Tempo ritrovato” Proust non nasconde il fascino subito, e racconta che sua madre gliene aveva regalato, lui già adulto, due copie, una nella traduzione, di Galland, ancora parecchio castigata benché (o forse proprio perché) la nicchia di audience cui era rivolta erano le signore della Versailles di Madame Pompadour, l’altra in quella posteriore, che pretese di essere “letterale”, senza censure, di Mardrus. “Gettato un colpo d’occhio alle due traduzioni, mia madre avrebbe preferito quella più castigata, ma non voleva interferire”. Pare di capire che all’autore della “Recherche du Temps perdu” piacesse più l’altra. Nelle versioni Disney magari no (o non così esplicitamente), ma nelle versioni integrali il modo in cui le “Mille e una notte” parlano di sesso va dall’estremamente raffinato, talvolta sublime, all’estremamente esplicito, o addirittura osceno, dal mistico allo sboccato, dal moralismo più trito e misogino alla pura gioia del sesso. Erotismo da postribolo e bassifondi, o da entertainers d’alto bordo, virtuose o furbissime matrone di buona famiglia, ninfomani, prostitute e ragazzi di vita, travestiti e pedofili, maniaci e pervertiti, adulteri e amori tragici, pulsioni di morte che richiamano Tristano ed Isotta, persino una storia tribale che anticipa Romeo e Giulietta. Tra le righe si possono volendo trovare evocazioni dell’Aids, dell’ingegneria genetica e della procreazione assistita. Vi si parla di concupiscenza del potere e concupiscenza sessuale, di sesso per il potere e poteri del sesso, in tutte le varianti immaginabili. C’è solo l’imbarazzo della scelta.
Forse nemmeno Rabelais, che colle parole giocava senza rete, avrebbe osato mettere in prosa una pagina licenziosa, tutta giocata sulle parole, come quella della “Storia del facchino e delle tre ragazze”:
“La fanciulla si alzò, si spogliò dei vestiti rimase completamente ignuda, poi si gettò nella vasca e cominciò a giocare con l’acqua, prendendone in bocca delle sorsate ed aspergendo il facchino, indi si lavò le membra e fra le cosce, e, uscita dall’acqua, si buttò tra le braccia di lui dicendo: - amore mio, come si chiama questo? – … Il facchino ne disse un nome, ma quella fece: – Oh, oh! Non ti vergogni? – e afferratolo per il collo si mise a batterlo; egli allora disse un secondo nome, poi un terzo e un quarto ancora, ma sempre con ugual risultato…”. La scena e il gioco continua con la seconda ragazza, poi con la terza, e poi ricomincia a parti invertite, con l’uomo che chiede a turno alle ragazze di dare un nome al suo attributo. Un pio religioso islamico del XV secolo, lo sceicco Al-Nafzawi avrebbe poi provveduto a stendere un elenco dettagliato, che si prolunga per pagine e pagine, dei vari nomi della cosa e del coso, nonché dei modi di dire riferiti al loro incontro. E’ riportato estesamente in “Dietro il velo” di Heller e Moshabi (pagine 163-167).
Pedanteria pornografica fine a sé stessa? Per la versione delle “Mille e una notte”, c’è chi sostiene che anche queste pagine così osée, al limite dell’oscenità, conterrebbero un “messaggio politico”: gli schiaffoni al facchino gli ricorderebbero che è pura idiozia la pretesa da parte degli uomini di dare loro anche dare un nome a qualcosa il cui controllo spetterebbe solo alla donna: il suo sesso. Questa l’interpretazione di Fatima Mernissi, nel suo S”cheherazade goes West: different cultures different harems”, tradotto da Giunti col titolo “L’Harem in Occidente”.
La tesi di questo libro dell’insigne femminista islamica e docente all’Università di Rabat è che almeno da tre secoli a questa parte l’occidente ha fantasticato, si è eccitato ad un’idea di harem di pura invenzione. L’harem immaginato dalla letteratura occidentale, o dipinto dagli orientalisti è un luogo che racchiude donne totalmente alla mercé dei desideri sessuali dei loro padroni, quasi sempre nude, spesso schiave, pronte ad appagare qualsiasi voglia. Ci sono, beninteso, le eccezioni, gli harem musicali, affollate di donne tutt’altro che sottomesse, su cui scherzano Mozart e Rossini. Ma sono eccezioni che potrebbero essere considerate una conferma della regola. Gli harem di Shahrazàd e delle sue storie sono invece popolati da donne che sanno dare del filo da torcere ai loro partner padroni, sanno competere in astuzia con loro, li scombussolano nelle loro certezze (o insicurezze) fanatiche, riescono a confondere anche califfi e sultani, a concupire e non solo a farsi concupire, talvolta a comandare loro. Le odalische di Ingres, le schiave portate al mercato nei quadri di Gerome sembrano conoscere solo il linguaggio languido dei loro corpi d’alabastro al bagno. Le donne delle “Mille e una notte” invece non sono affatto solo “specialiste del piacere” sensuale. Sanno suscitare concupiscenza intellettuale, della mente prima ancora che della carne.
Gli orientalisti dipingevano, mettendo in posa le modelle nei loro studi parigini, harem in cui non avevano mai messo piede.
Fatima Mernissi in un harem c’è invece nata. Ricorda che le storie di Shahrazàd gliele raccontava sua nonna Yasmina, introducendo piccole modifiche, eresie che le rendevano ancora più sovversive.
Yasmina, ci fa sapere, era analfabeta. Come mia nonna, che, come molte delle sefardite di Istanbul fino al secolo scorso inoltrato, parlava solo ladino (il castellano viejo degli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1500), non sapeva scrivere né in turco né in caratteri latini, non parlava ebraico, ma scriveva lo spagnolo in caratteri ebraici. Ho sentito dire che da ragazza veniva considerata una delle donne più belle di Costantinopoli, si spettegolava a non finire delle sue avventure amorose. Di harem d’oriente doveva sapere qualcosa: suo padre, il mio bisnonno, faceva il maestro di liuto per le dame del Serraglio del Sultano.
In comune con Shahrazàd aveva l’arte di raccontare favole. Shahrazàd e le sue compagne non sono invece analfabete come le nostre nonne. Sono in grado di competere con i dotti dell’islam, riescono a far prevalere la propria “immaginazione” sulle loro “verità”, la propria astuta e variopinta fantasia sul grigiore rigoroso della shari’a, la legge islamica. “Signore, conosco la grammatica, la poesia, il diritto, l’interpretazione del Corano, la filologia; conosco l’arte musicale, la dottrina religiosa, l’aritmetica, la geometria, geodesia, le leggende degli antichi. So a memoria il sublime Corano, e l’ho letto secondo le sette, dieci e quattordici scuole di lettura; conosco il numero dei suoi capitoli e dei suoi versetti, delle sue sezioni, metà, quarti, ottavi e decimi… Mi sono occupata di scienze esatte, geometria, filosofia, medicina, logica, retorica, composizione; ho imparato a memoria molti testi scientifici, sono dedita alla poesia, suono il liuto, so accompagnarlo col canto, e conosco la tecnica del pizzicare le corde. Se canto e ballo seduco, se mi adorno e mi profumo uccido…”, è il modo in cui si presenta la schiava Tawaddud (amorevolezza) al califfo che la interroga su cosa sappia fare. E così va avanti, a confrontarsi con i dotti in ogni campo dello scibile, ogni professione e ogni gioco, per pagine e pagine. Finché “Tawaddud si pose il liuto in grembo e vi appoggiò il seno, inclinandovisi sopra come una madre che allatta il bambino, poi eseguì dodici melodie, mandando in visibilio i presenti”. Come resisterle?
Non è da meno Shahrazàd, che “aveva letto i libri, le storie, le gesta dei re antichi, e le notizie dei popoli passati, tanto che si dice che avesse raccolto mille libri…”, sa discutere con competenza di tutto, qualche interprete è arrivato a dire: sin dalle prime righe delle “Mille e una notte”, ci viene presentata con credenziali quasi da ayatollah, al femminile. Shahrazàd, non fa lo strip-tease, e neppure balla come le faranno fare, in occidente, Diaghilev e Nijinsky. Giace tutta la notte col sultano, ma non è il suo sex appeal a salvarle il collo. La sua è una capacità di seduzione che va ben oltre: il sultano è la sua audience, ne appaga la concupiscenza raccontandogli, in continuazione, favole di ogni genere, per ogni gusto, qualcuna anche di cattivo gusto. Le “Mille e una notte” avevano anticipato i poteri di seduzione della narrazione, entertainment, di Hollywood e della televisione. Curioso che sia stato uno dei più grandi scrittori americani, Edgar Allan Poe, a inventare, a metà Ottocento, una “Milleduesima notte di Scheherazade”, in cui questa profetizza al suo sultano molte delle magie tecnologiche a venire, compresi il cinema e la radio, “voci tanto potenti da farsi sentire da un capo all’altro del mondo”, una lettera “scritta in qualsiasi parte del mondo” e istantaneamente “recapitata a Baghdad”. E quello, che pure aveva tollerato le altre 1001 notti di favole sul sesso, questa sulla modernità non riesce a sopportarla e finalmente la strozza.
Che sia questo il vero problema?
Da il Foglio del 8 luglio
saluti
La fuga dal giardino delle delizie
Edoardo Camurri
La concupiscenza mi fa venire in mente qualcosa di brutto.
L’altro giorno, mentre mi stavo appisolando in una spiaggia di Fregene, ho ascoltato il seguente dialogo. “Me rode er c**o”. “Te rode er c**o eh?”. “Ma me rode me rode”. “Eh, te credo che te rode, quella nun te l’ha data”. “Nun sai quanto me rode er c**o”. “Me roderebbe pure a me, er c**o, se nun me la dava, la zoc**la”.
Il resto della conversazione è inutile riportarlo. Come avrete già capito si tratta della ripetizione pura e semplice della struttura a canone delle Variazioni Goldberg: il contrappunto “Me rode er c**o” ritorna sempre, circolarmente, all’interno di queste considerazioni balneari sulla fornicazione (ma senza uno sviluppo retrogrado, che Bach ci avrebbe invece senz’altro regalato, del tipo: “Oluc re edor em”).
Dicevo, la concupiscenza mi fa venire in mente qualcosa di brutto. Circa un mese fa, la stampa riportava la seguente notizia: “Foreste del Borneo centrale (…). Una femmina di orangutan (…), tutta depilata, lavata e profumata, le labbra tinte di rosso, legata a un letto e messa a disposizione dei clienti. Fuori gli uomini facevano la fila”. E’ qualcosa che richiama, volendo buttarla in letteratura, quanto scriveva Paul Valéry nei suoi “Cattivi pensieri” (Adelphi): “La grande scimmia colombiana, quando vede l’uomo, fa subito i suoi escrementi e glieli getta a piene mani, il che prova:
1. che è veramente simile all’uomo;
2. che lo giudica rettamente.
M. de Loys risponde a questi lanci di feci con dei colpi di fucile. La grande scimmia femmina cade. (Il maschio scappa). L’uomo sapiens la solleva, la osserva e misura il clitoride di straordinaria lunghezza, raddrizza il cadavere e gli fa una bella fotografia”.
Tutto è abiezione. E la concupiscenza è ovunque. Non solo a Fregene, nel Borneo o in viale Mazzini 14 ma anche dove uno meno se l’aspetta, per esempio a Torino (anche perché, con rispetto parlando, Fregene, viale Mazzini e le foreste del Borneo, in un’ipotetica classifica mondiale della buona creanza, si posizionerebbero in quella che solitamente sarebbe la zona retrocessione).
Se volete posso essere ancora più circostanziato.
Era la notte del 31 dicembre del 2005 e mi trovavo in un appartamento mediamente borghese di Torino (arredato in stile chippendale) a festeggiare il capodanno con degli amici. Niente di strano. Ho degli amici (alcuni amici) che sono il massimo della noia (so che potranno sembrare dei luoghi comuni, ma giuro che è tutto vero: questi amici pensano quello che è giusto pensare; si sono laureati in tempo; votano progressista; nel momento opportuno, cioè dopo i dubbi adolescenziali, si sono convertiti al cattolicesimo; ognuno ha la sua brava bandierina della pace penzolante dal balcone; fanno la spesa equosolidale; a venticinque anni si sono sposati tutti; mangiano biologico, a Natale propongono regali di beneficenza; finanziano Emergency; bevono poco; fumano per niente; eccetera). Descritti così potreste pensare che tra loro e la concupiscenza ci possa essere lo stesso rapporto che intercorre tra gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Ma vi sbagliereste.
Perché a un certo punto, quella sera, subito dopo il cenone, i miei amici si sono messi a guardare la televisione. La scelta, con risolini starnazzanti, è finita su un programma che mostrava:
1. Tecniche per il petting;
2. Come fare un pompino con il risucchio;
3. Come masturbare una donna e regalarle un orgasmo strepitoso in meno di due minuti.
Mancavano soltanto le istruzioni su come infilare un preservativo con la bocca e la trasmissione sarebbe stata perfetta. Non nascondo il fatto che ero inorridito. Anzi, mentre li guardavo male, i miei amici mi avevano persino dato del bacchettone. Dico: loro a me. Insomma, non erano loro a essere squallidi (cazzo, dei trentenni che della noia hanno fatto la loro gioia di vivere) ma io che gli dicevo di farsi furbi, che non offrivano a se stessi un’immagine esteticamente (sottolineo: esteticamente) edificante. A questo punto sarebbe stato meglio fare un’orgia. Cioè, pensavo, loro avrebbero sì desiderato l’orgia, ma per via del super Ego, figurarsi se avevano il coraggio di proporla. Perciò eccoli lì, per salvarsi l’inconscio, a eccitarsi su come il dito medio può stimolare il clitoride di una bamboletta gonfiabile.
E lo squallido ero io.
Secondo voi, perché racconto questo episodio? Per mostrare come la concupiscenza, in quanto brama di piaceri sensuali, è ovunque tanto in una Torino chippendale quanto nelle foreste selvagge del Borneo. Si tratta solo di gradi diversi, ma l’abiezione, sotto sotto, è la medesima.
D’altronde basta fare una riflessione etimologica. Se la tesi è che la vita è concupiscenza, allora si prenda la parola più neutra di questo assunto iniziale: “Vita”.
“Vita” in tedesco si dice “Leben”; il termine è imparentato con “Bleiben” (“restare”; beleiben = den Leib geben, “dare il corpo”); l’affinità è con il greco “liparein” e, analogamente, con il latino “lippus” (gocciolante); la radice indoeuropea di “lippus” è “leip” (grasso, unto, sudiciume), “seme maschile”. Vita, sporco e attività sessuale sarebbero quindi la stessa cosa. Non so se questo ragionamento vi provochi un qualche rodimento di culo o meno, certo è che, in alcune sue conseguenze, porta a considerazioni di tipo universale. Ma prima di arrivare all’universo è meglio aspettare ancora un attimo.
Non so voi, ma il male, volendo, si vede ovunque. Intanto, nei miei momenti schopenhaueriani, quando mi rendo conto che ogni cosa è volontà di riproduzione, di perpetuazione della specie e che tutto questo, in quanto tale, non è per niente una tragedia da poco; poi nel minimalismo con cui questa fame di esistenza s’incarna. In genere riguarda le coppiette che il sabato pomeriggio si prendono per mano, che guardano le vetrine con sguardo bovino, che si chiamano pallino e pallina e che ai passanti (tutti prevertiani) suscitano quel sentimento abominevole che è la tenerezza. Anche questa, benché mascherata, è concupiscenza vera e propria. Ma con una aggravante: è concupiscenza infelice, unicamente riproduttiva, di tipo famigliare. Da una concupiscenza di questo tipo non sono mai venuti fuori santi (San Francesco, Sant’Agostino e persino Gilles de Rais) ma semplicemente carne, carne per il disegno darwiniano del mondo.
Appunto, il mondo.
Ecco, quando si prende posizione su un argomento qualsiasi bisognerebbe avere ben chiaro il tipo di universo in cui viviamo.
Prendiamo il caso della concupiscenza e formuliamo tre ipotesi.
1: L’universo è infinito e uniforme.
In questo caso è una verità matematica inconfutabile che in un universo siffatto tutto quello che può succedere succederà, e che succederà un infinito numero di volte. Se c’è una probabilità finita, anche minima, che una sequenza di eventi si verifichi, ed esiste un’infinità di luoghi dove può realizzarsi, il tentativo riuscirà necessariamente un infinito numero di volte. Tutto questo significa che la scimmia del Borneo è infinitamente violentata, che i due di Fregene stanno ripetendo all’infinito che gli rode il culo, che in televisione, da qualche parte, ci saranno sempre trasmissioni che raccontano come fare il pompino con risucchio, che tette, cazzi e culi saranno infinitamente intercettati, eccetera. Non c’è scampo. E soprattutto, in un universo infinito e uniforme, non ha alcun senso formulare giudizi di valore perché i valori sono sempre relativi a qualcosa; se l’universo è infinito, se l’essere è tutto, tutto quello che capita, unicamente per il fatto che capita, ha in sé la sua ragione.
2: L’universo è finito ma il tempo in cui si trova è infinito. E’ la situazione famosa in cui una scimmia che batte a caso i tasti di una macchina da scrivere, se potesse disporre di un tempo infinito, comporrebbe senz’altro la Divina Commedia e ogni altra cosa scritta nella storia dell’umanità. E’ l’eterno ritorno dell’uguale: se il tempo non ha fine, un numero determinato
di atomi si combinerebbe senza sosta in tutte le forme che le leggi della fisica contemplano come possibili.
Anche in questo caso ci troveremmo in pieno irrazionalismo e verrebbe meno ogni concetto di giustizia umana. Insomma un Woodcock qualsiasi condannerebbe in eterno i concupiscenti e i concupiscenti si troverebbero eternamente condannati senza alcuna possibilità di redenzione. Se la pena dev’essere riabilitativa, nell’universo dell’eterno ritorno la pena sarebbe invece perpetua. Se l’umanità dovesse vivere in un universo siffatto occorrerebbe quindi abolire le carceri o rivedere completamente il concetto di giustizia. Le conseguenze per l’umanità sarebbero enormi. I delitti sarebbero accettati in quanto non punibili.
3: L’universo, in tutti i suoi aspetti, è finito. E’ il caso più semplice perché questo sarebbe l’universo in cui tutti si illudono di vivere. Per un non credente la situazione è di poco interesse: si arrangia come può, vive la sua storia e decide come, di volta in volta, comportarsi (potrebbe essere libertino o casto, gentiluomo o delinquente ma ogni atteggiamento sarebbe unicamente un fatto privato di cui, rispetto agli altri, è soltanto in una certa misura responsabile). Per un credente invece tutto è più interessante: scommette infatti che ogni sua azione qui avrà una ripercussione là, in un mondo ultraterreno che trascende l’universo finito post-caduta.
La sua vita dovrà essere improntata a quella successiva perché il mondo altro non è che una pista di decollo. In un universo di questo tipo sono quindi necessari i giudizi di valore e un esercizio arguto della razionalità. Nel caso della concupiscenza, il credente che se la ritrova tra le gambe dovrà saperla volgere a suo vantaggio.
Ma anche qui c’è un inganno. Scriveva Flaubert nella “Tentazione di Sant’Antonio” (adottando, dalla parte del credente, l’ipotesi numero tre sull’universo):
“Vorrei avere delle ali, un guscio, una scorza, una proboscide, soffiare fumo, attorcigliarmi, scompormi, essere in ogni cosa, esalarmi con gli odori, svilupparmi come le piante, scorrere come l’acqua, vibrare come il suono, brillare come la luce, acquattarmi sotto ogni forma, penetrare in ogni atomo, scendere fino al fondo della materia, essere la materia”.
E’ la migliore definizione di concupiscenza che abbia mai trovato. La concupiscenza come possibilità di superare il mondo abbracciandolo per intero. Ma a leggere bene, più che un’esortazione alla salvezza, Flaubert descrive il mondo terribile di Hieronymus Bosch: un mondo in cui persino una femmina di orangutan violentata da una fila di uomini troverebbe qualcuno disposto ad amarla.
Comunque la si metta, l’universo è tiranno.
saluti
Meglio perdersi nella passione....
....che perdere la propria passione
Fabio Canessa
La voglia di scopare è essenzialmente desiderio di fiction, brama di liberare l’immaginazione. “Solo la fiction può salvare dalla tremenda delusione di essere nati”, confida la nonna ad Alexander Jardin, figlio del Pascal sceneggiatore di successo del cinema francese anni Settanta, “la felicità appartiene a coloro che si raccontano storie gustose e che hanno la capacità – o il coraggio – di crederci”.
Convinta che i romanzieri siano superiori ai geometri e che la lucidità sia una trappola, l’arzilla nonnina è la matriarca di quella che il romanzo autobiografico di Jardin definisce, fin dal titolo, “Una famiglia particolare”.
Il cui unico insegnamento raccomandava di “amare in maniera irragionevole e, se possibile, rovinosa”. Per questo l’ingorda vecchietta dormì fino all’ultimo giorno con le finestre aperte, “nel caso in cui un ladro lubrico avesse avuto il buon gusto di restituirle le vertigini dei suoi sedici anni”, e consigliava ogni sera alle nipoti di fare altrettanto: “Non si sa mai!
Perdersi un orgasmo le pareva l’inizio della decadenza morale. L’astinenza carnale sulla soglia della vecchiaia la scandalizzava”. Per questo, l’ex-convento in cui la famiglia Jardin ha vissuto e il piccolo Alexander è cresciuto, non solo ospitava ogni giorno stuoli di amanti di entrambi i sessi che servivano ad appagare i sensi di papà e mamma, spensieratamente adulteri al punto che definirli una coppia aperta suona come un pudico eufemismo, ma prevede come appendice un capanno riservato alle coppie illegittime, amiche di famiglia, sul tetto del quale i piccoli Jardin sbirciavano, fin dalla tenera infanzia, i più spericolati e perversi giochi erotici.
Come quelli di due coniugi che, in forma clandestina, usufruivano separatamente del capanno per farsi frustare dai rispettivi amanti. Ricorrendo a “sotterfugi complicati” per “ottenere beatitudini identiche”, sono la prova di come le coppie non siano che “delle macchine destinate a non capirsi e a vivere di sogni”. Anzi, destinate a non capirsi proprio perché la concupiscenza si nutre di sogni, spesso incomunicabili e privatissimi, in quanto frutti dell’immaginazione più intima. “Strapieni di vitalità e avidi di contraddizioni”, i Jardin elevano l’erotismo a forma d’arte, per allergia al mondo borghese benpensante e “come un atto di resistenza contro l’afflosciamento contemporaneo”.
La loro è una scelta di stile, aliena dal senso del limite e da ogni macchia che potrebbe contaminare con la moralità una spensierata adesione a tutte le forme di piacere. Un’“allegria tragica”, che non si arresta di fronte ai numerosi suicidi in famiglia, un “talento per ravvivare la quotidianità” che si compiace di incredibili bizzarrie.
Il gustoso resoconto contiene una tenia che viene trasferita dal ventre della governante, amante del nonno, a quello della nonna, un amico di famiglia eroinomane che si accoppia more uxorio con una scimmia, che finirà uccisa da un’overdose, una caccia allo yeti stimolata “da inedite prospettive erotiche” per chi sogna “una seduta fornicatoria con la creatura neandertaliana”, uno zio pedofilo, un nudista integrale dall’età di dieci anni continuamente arrestato dalla polizia, la regola di battere i radiatori con le scarpe per comunicare le proprie copule ai familiari, il pappagallo dell’amante della nonna tumulato nella tomba di famiglia, sodomizzazioni improvvise, una poligamia diffusa come norma, una stanza foderata di riviste pornografiche che raccoglie “tutti i coiti d’Europa, tutte le perversioni impilate in fragili verticali” e altre delizie simili.
Il motto, che potrebbe ergersi a stemma araldico dei Jardin, è “Chi si perde nella propria passione ha perduto meno di chi perde la propria passione”.
Quest’orgia di “disordini affettivi” e “virtuosismi fellatori” appare come l’unico modo di “fare crepitare gli attimi, di tuonare per coprire gli accordi del quotidiano”. Per far sì che “la nostra vita immaginaria avesse lo stesso peso, se non maggiore, della nostra vita reale”. La fame di sesso si identifica con il bisogno di “romanzesco”.
E per liberarsi di questa non-educazione, Alexander Jardin, oggi quarantenne, dopo che i bislacchi componenti della sua famiglia sono quasi tutti nella tomba e quel mondo appartiene ormai a un passato insieme inquietante e spassoso, regola i conti scrivendo appunto un romanzo, per serbare ricordo di quel “repertorio sentimentale strampalato” e contemporaneamente per liberarsene.
Con un misto di affetto e repulsione che traspaiono da questo Bildungsroman alla rovescia, un romanzo di deformazione. Solo con “la santa follia della scrittura” è possibile esprimere la folle verità di un mondo costruito sulla menzogna, ebbro della propria sfrenata immaginazione, incapace di sottomettersi alle regole della normalità.
Incantato dall’aver visto “per davvero il cinismo in azione” e al tempo stesso incredulo di essere uscito da quel bordello di follie senza essere passato dal manicomio, lo stesso Alexander si descrive come “un sognatore che detesta il reale e apprezza solo la verità”, definizione che calza a pennello anche per il dna dell’arte narrativa.
Un buon romanzo è per l’appunto “una menzogna che dice la verità”.
E nel finale di quello di Jardin arriva addirittura Alain Delon, figura che incarna alla perfezione una natura ibrida fra vita reale e dimensione da fiction, per ammonire lo scrittore a non aprire il diario che contiene la storia vera della famiglia Jardin e di scegliere al contrario quell’affascinante impasto di ricordi e immaginazione di cui è fatto il nostro sguardo sulle cose, ma, prima ancora, di cui si alimenta ogni nostra esperienza erotica.
La concupiscenza diventa così misura dello stare al mondo, metafora sperimentabile quotidianamente dell’essenza stessa della vita.
Stendhal, più pessimista nei confronti della capacità umana di relazionare con il reale, delegava la sfera erotica interamente all’immaginazione: “L’uomo – scrive in “De l’amour” – ama soltanto ciò che è amabile, ciò che è degno di essere amato. Ma non esistendo - a quanto pare – nella realtà, deve immaginarselo. Le perfezioni immaginarie sono quelle che suscitano l’amore”.
Ne consegue che amare significherebbe di per sé cadere in errore.
Ariosto e Proust sarebbero d’accordo.
Non certo José Ortega y Gasset, fine esegeta del desiderio amoroso, al quale ha dedicato pagine illuminanti. Senza approvare le scatenate depravazioni dei Jardin, ne condividerebbe però l’assunto di base, cioè la stretta parentela tra erotismo e letteratura, entrambi figli delle fantasticherie private. Anzi, Ortega y Gasset va oltre, dimostrando come l’unico modo per svelare l’intimità decisiva del carattere di ognuno sia analizzare la scelta dell’amata. Partendo dal presupposto che “siamo, innanzi tutto, un sistema innato di preferenze e rifiuti”, e che la “commedia delle buone intenzioni”, formata dalle azioni e dalle parole che recitiamo, in buona fede, per gli altri e per noi stessi, è solo una pantomima sociale frutto di idee ricevute, individua nella “scelta in amore” lo smascheramento dell’essenza della personalità.
L’unica crepa che ci consenta di sondare in profondità il nostro animo più autentico. E’ naturale che “l’uomo si senta attratto, trascinato verso la donna che ancheggia davanti a lui”: senza questa pulsione non esisterebbero né il vizio né la virtù. Già Beaumarchais aveva scritto che “bere senza sete e amare in qualsiasi momento è l’unica cosa che distingue l’uomo dall’animale”.
Colpa, o merito, ancora una volta, dell’immaginazione, altra caratteristica peculiare della razza umana. “Se l’uomo – argomenta Ortega y Gasset – non possedesse un’immaginazione così generosa, non riuscirebbe ad ‘amare’ sessualmente, come invece fa, ogni volta che se ne presenta l’occasione”.
Ed è ingenuo liquidare la faccenda, raccontandoci che si tratta di istinto: “La maggior parte degli effetti che si attribuiscono all’istinto non deriva da esso. Se così fosse, si manifesterebbero anche nell’animale. Per i nove decimi quanto viene attribuito alla sessualità è opera del nostro magnifico potere di immaginazione, che non è un istinto, ma il suo esatto contrario, ossia una creazione”. Chissà se le femministe sarebbero d’accordo con le conseguenze che Ortega y Gasset ne trae, affermando che la maggiore moderazione sessuale della donna deriverebbe da un minore potere immaginativo. In ogni caso la scelta d’amore non è mai veramente libera, ma dipende “dal carattere innato del soggetto”.
C’è chi si innamora solamente di un corpo e chi di un’anima, a seconda della “propria specifica essenza”: ma, in entrambi i casi, la scintilla scocca dalla visione esteriore. Dalla quale è un luogo comune pensare che si scorgano solamente le caratteristiche fisiche: “Quando ci confrontiamo con una creatura della nostra specie ci si svela immediatamente la sua intima condizione”.
La conoscenza visiva è fondamento di ogni tipo di concupiscenza. Ma, poiché niente accade senza motivo, la fonte dell’attrazione è originata dalla razionalità che presiede alla tessitura delle nostre relazioni, cioè della nostra vita. Si potrebbe perfino ripercorrere la storia del mondo, analizzando la “storia dei tipi femminili che man mano sono stati preferiti”. L’amore dunque non è cieco. Anzi, ci vede benissimo. E se gli capita di sbagliare, condivide l’errore con gli occhi e le orecchie. Ma, al contrario di quanto pensava Stendhal, l’amore ha sempre bisogno di un oggetto che mostra “qualche motivo di affinità che ci porti a supporre che quella donna, e non un’altra” sia “substrato e soggetto di quelle grazie affascinanti” che sembrano accordarsi perfettamente ai nostri desideri. Avete mai fatto caso che le persone, per tutta la vita, perseverano “all’interno di un invariabile schema di scelta amorosa”, rappresentato magari da donne diverse?
Occorre certo distinguere tra l’arrapamento effimero e l’amore, che tende a essere esclusivo e “implica un’intima adesione a un certo tipo di vita umana che ci sembra il migliore e che troviamo già formato, incarnato in un altro essere”.
Mentre l’impulso sessuale può scattare dieci volte al giorno, nell’arco di un’esistenza non si contano più di tre o quattro amori. Tutto però dipende “dal carattere innato del soggetto”.
E tutto è innescato da quella prodigiosa capacità immaginativa che ci rende avidi di fiction. Per questo i grandi amori della letteratura sono inappagati, dalla Beatrice di Dante e dalla Laura del Petrarca in poi: condannati a sublimare il desiderio, i poeti non possono cantarne la realizzazione.
“L’amore puro è amore che non si realizza, tutto tensione, affanno, anelito” e “il desiderio muore automaticamente quando si realizza, finisce quando si appaga”.
Insomma, l’appagamento è la morte della concupiscenza. La lussuria è allora l’esatto contrario dell’istinto, è “una creatura specificamente umana”.
“Come la letteratura – chiosa José Ortega y Gasset – in entrambe, il fattore più importante è l’immaginazione”.
Bisognerebbe quindi studiare la lussuria “come un genere letterario che possiede origini, leggi, evoluzione e limiti propri”.
Che errore affidarla agli psichiatri!
saluti
La verità degli esseri umani è che….
….siamo i soli a ridere
di Giulio Meotti
Ludwig Wittgenstein il 19 settembre 1916 scriveva nel suo diario: “L’umanità ha sempre mirato a una scienza nella quale simplex è sigillum veri”. L’aspirazione alla semplificazione è una delle energie intellettuali che hanno fatto progredire la scienza. Ma il tentativo di trovare simmetria e semplicità nel tessuto vivente ha anche prodotto una minaccia dirompente quanto l’islamismo: il biologismo. La realtà serve a confermare previsioni e, se non è in grado di farlo, viene sostituita da una nuova realtà. Si parla di “informazione biologica”, maestosa ipostasi di biologi diventati meccanici delle cellule. La biologia si accontenta di essere “una nota in calce alla teoria dell’evoluzione”, come vorrebbe il fanatico Richard Dawkins, restando muta sull’“inaudito e inspiegabile miracolo della bellezza” di cui parlava nel 1967 il cardinale Joseph Ratzinger.
Ciò che in materia si considera profondo ci conduce sempre più all’odio verso ciò che è vivente. E la nostra epoca finisce per aderire a un celebre motto faustiano: “Eritis sicut diaboli, scientes bonum, facientes malum”.
Il nuovo libro di Roger Scruton, “A political philosophy. Arguments for Conservatism” (Continuum), è una ripresa del cuore del conservatorismo inglese attraverso un pamphlet delle questioni non negoziabili.
Il seduttore di Wiltshire, l’elegante visitatore di lazzaretti che si è inventato un genere letterario, il lamento, torna su molti temi che mettono in discussione la categoria del “vivente”, al centro delle sue opere più significative, a cominciare da “Sexual Desire”. Si va dalla scienza del sesso (e dell’uomo) al darwinismo alla legalità biologica, dal matrimonio all’aborto, dall’islamismo all’idea di persona, attraverso le suggestioni di uno stilista della morale che rimpiange il tempo in cui la filosofia si sforzava ancora di indicare delle “stelle di senso”.
Docente di estetica all’università di Londra, visiting professor a Princeton e Stanford, raffinato critico della cultura e della modernità tecnica, thatcheriano per vocazione, Scruton ci racconta le tracce di questa ricerca su l’homme de l’homme e l’homme de la nature.
Il premio Nobel James Watson ha detto che la scoperta del Dna ha posto fine a un dibattito vecchio quanto la specie umana: “La vita ha qualcosa di magico, un’essenza mistica, o è come qualunque altra reazione chimica? C’è qualcosa di divino al cuore della cellula? La doppia elica risponde alla domanda con un no definitivo”.
“Tutte le forme di riduzionismo infettano –spiega Scruton al Foglio – E’ vero che il feto è un collage di elementi chimici, ma solo nel senso che la Quinta sinfonia di Beethoven è solo una collezione di suoni, la Monna Lisa di colori e i Promessi Sposi di parole. Creazione significa invece creare un ‘significato’. Se gli esseri umani cominciano a scomporre il tutto nelle parti, si ritroveranno in un mondo senza significato di atomi disconnessi in cui niente sembra prendere parte al presente”.
La parete cellulare e le membrane, il citoplasma con i mitocondri, il nucleo cellulare con i cromosomi… E poi?
“L’animale è il materiale grezzo su cui è costruita la ‘persona’. La nostra vita e la nostra morte sono processi biologici. Abbiamo bisogni biologici, tra cui quello di riprodursi, che si manifesta nella nostra vita emotiva in modo tale che ci ricorda il potere che il corpo ha su di noi. Siamo creature territoriali, come gli scimpanzé. Rivendichiamo il territorio e lottiamo per esso. Ma lo facciamo in nome di alti ideali: giustizia, liberazione, sovranità nazionale, Dio. Forse creiamo Dio a nostra immagine, ma è un’immagine che ci redime, lavorando all’immagine ricreiamo noi stessi. Non conosciamo Dio in sé, sebbene la fede per alcuni ne assicuri l’esistenza. Arriviamo a Dio attraverso le immagini che idealizzano l’uomo stesso. L’autosacrificio che spinge una donna a mettere tutto da parte per il figlio, il coraggio che rende un uomo in grado di far fronte a pericoli per un bene che egli ritiene tale; virtù come la temperanza, che ci chiedono di agire contro i nostri appetiti, tutto questo sembra avere controparte negli animali”.
Ma non la tristezza, così come “l’ho incontrata nelle parole di Rilke, nei folli dipinti di Van Gogh e negli spazi infiniti di Beethoven. La civiltà occidentale ha fatto della perdita il tema dominante dell’arte e della letteratura. La perdita ci insegue per tutta la vita: la perdita dell’infanzia, degli amori, dell’innocenza, la perdita della sicurezza.
La pietà è l’attitudine attraverso cui richiamiamo in vita ciò che abbiamo perso, come tesoro interiore. La pietà è la garanzia offerta ai non nati”.
La tristezza del genere umano deriva dal pensiero che “saremmo potuti non esistere”. L’affezione personale è spiegata biologicamente, a cominciare dalla “screditata teoria di Freud sulla libido, capace di abbandonarci in un regno di eccitamento nichilistico. Le più importanti questioni legate al sesso non sono scientifiche, ma morali”.
Anche l’altruismo, che a differenza della carità per Scruton ha esiti sadici, viene ridefinito su base genetica. “Non solo, virtù e moralità sono state ‘spiegate’ come conseguenza della competizione per scarse risorse. Richard Dawkins, come il filosofo Ludwig Feuerbach, sostiene che la verità della condizione umana è la sua verità biologica. Nelle mani di questi divulgatori la scienza cerca di farci credere che tutte le peculiarità della nostra condizione hanno la loro origine nel makeup genetico”.
Si inserisce qui uno dei temi centrali del lavoro di Scruton.
“La verità degli esseri umani è che siamo i soli a ridere. Solo un essere con ideali può ridere. Il riso è espressione di una ‘comprensione’. Omero ci parla del ‘riso degli dei’ e John Milton del ‘riso degli angeli’. Qui è l’inizio di un profondo problema metafisico. Il riso esprime la capacità di accettare ogni inadeguatezza umana. Ci sono comunità in cui il riso è percepito come una minaccia, pensiamo all’islam, al quale manca il beneficio dell’idea di ‘creature come noi’”.
Alla paura islamica del riso è legata la fobia islamica per il vino.
“Quando l’ayatollah Khomeini prese il potere, tutte le cantine delle ambasciate iraniane furono rovesciate nei fiumi vicini. Nei primi giorni della civiltà islamica il vino aveva un ruolo decisivo. Ma quei giorni sono lontani e abbiamo a che fare con una mullahcrazia che ha fallito e il cui intento è esportare il proprio fallimento. La trattativa potrà avere inizio solo quando la rigida faccia dei mullah puritani si aprirà in un perplesso sorriso. Il puritanesimo, come dice Henry Mencken, è ‘la paura che qualcuno possa essere felice’. Il giudaismo e il cristianesimo devono molto alla bottiglia, il primo riconoscendo nel vino il simbolo della vita, il secondo trasformando i doni greci del pane e del vino nel corpo e nel sangue dell’agnello sacrificale. Uno o due bicchieri di vino sono un buon rimedio per l’orgoglio”.
Apparteniamo a un genere naturale che è sì una specie biologica, “ma la nostra essenza trasparente, o ‘cristallina’ come la chiama Shakespeare, si rifiuta di essere contemplata come parte della vita della specie. Non gettiamo alcuna luce sulla coscienza umana descrivendola come la coscienza di un qualche omuncolo”.
La biologia non sa spiegare l’esistenza della responsabilità morale.
“Il nostro mondo, a differenza dell’ambiente di un animale, contiene diritti e doveri, è un mondo di soggetti auto-coscienti, in cui gli eventi sono divisi fra liberi e non liberi. Il Vecchio Testamento ci presenta un insieme di proibizioni; il Nuovo Testamento un insieme di doveri e la legge naturale un insieme di diritti. Questa progressione, dalla proibizione attraverso il dovere fino al diritto, è la dinamica della cristianità, che una volta rielaborata da Kant, assume la forma a noi più familiare della legge morale universale basata sulla santità dell’individuo. Giustamente la contempliamo come parte fondamentale della tradizione europea, ma non è un’invenzione dell’illuminismo, è contenuta in una rivelazione fatta duemila anni fa in una provincia dell’impero romano. Le antiche virtù del coraggio, della prudenza, della speranza, della temperanza e della giustizia, amplificate dalla carità cristiana e dalla lealtà pagana, sono ancora il cuore dell’eccellenza umana”.
Il Nuovo Testamento contiene tre innovazioni rispetto alla legge degli ebrei:
“Il sistema di proibizioni viene ridotto a due doveri di amore proclamati nel Deuteronomio; i doveri sono spostati dall’arena legale a quella morale; terzo, l’arena legale viene circondata di poteri secolari. L’idea di santità dell’individuo, con i suoi inalienabili diritti, è diventata l’americano Bill of Rights o, più pericolosamente, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo annunciata dai rivoluzionari francesi. Il desiderio di incorporare i diritti in una formula universalmente valida persiste ai nostri giorni, con la dichiarazione dell’Onu sui diritti umani e la Carta europea. Terroristi e criminali acquisiscono privilegi che garantiscono loro di violare i diritti degli altri”.
Si spalanca il problema se l’islamismo abbia diritto di domicilio in mezzo a noi. “I tentativi terroristici inglesi ad agosto sono solo l’inizio. Il problema è il rapporto fra governo secolare e sharia. L’Europa si confronta con lo stesso problema di Ataturk al collasso dell’impero ottomano. Ataturk pensava che la Turchia potesse sopravvivere solo se si fosse riorganizzata come stato nazione sul modello europeo: la poligamia venne messa fuori legge, così come l’abbigliamento islamico, e gli ulema vennero privati del loro potere. Il metodo di Ataturk verso i religiosi radicali era semplice: state zitti e andata a casa. Questi islamisti vivono nella negazione del nostro mondo e hanno molto in comune con i terroristi di Dostoevskij e Joseph Conrad. Mentre sir William Jones collezionava e traduceva tutto ciò che trovava della poesia persiana e araba, ’Abd al-Wahhab fondava la sua ossessiva forma di islam, bruciando libri e decapitando gli ‘infedeli’. L’islam è nato nel desiderio di rovesciare il compromesso dottrinale e istituzionale del cristianesimo e rompere finalmente con il mondo pagano. L’islam è incompatibile con il mondo moderno, è un sistema di comandi divini che l’essere umano può solo interpretare, mai emendare. Non c’è futuro per il governo secolare se non genera lealtà nazionale nella minoranza musulmana. Ataturk ci è riuscito, non abbiamo alternative realistiche, non certo quella dell’Unione europea, una burocrazia transnazionale che non conosce alcuna fedeltà. La secolarizzazione lascia un vuoto nel cuore della società, riempito da ideologie totalitarie e da una forma radicale di islam”.
Scruton torna a denunciare ogni filosofia utilitaristica. “Indignazione, risentimento e invidia; ammirazione, devozione e fedeltà coinvolgono il pensiero dell’altro con diritti e doveri e una visione cosciente del futuro e del passato. Solo esseri responsabili possono provare queste emozioni, in modo tale che eluda l’ordine naturale. Al posto di un ordine naturale creato a immagine dell’umanità, troviamo oggi un’umanità descritta come parte del mondo naturale. Hannah Arendt parla di banalizzazione del male. Ma sarebbe meglio ‘depersonalizzazione’. Il sistema totalitario, di cui il campo di sterminio è l’espressione sublime animata da un antispirito, incarna la convinzione che niente è sacro. Lenin, Stalin e Hitler giustificarono le loro azioni in termini utilitaristici. Una società sinceramente utilitaristica non commette mai qualcosa di ‘ingiusto’, ma solo ‘errori’. E l’uomo presume di essere in vendita. E’ facile allora distruggere gli esseri umani, perché la vita umana entra nel mondo pubblico già distrutta”.
Rudolf Hess, delfino di Hitler, diceva che “il nazionalsocialismo non è altro che biologia applicata”. Un filosofo del moderno, Robert Spaemann, ci ha spiegato il ritorno dello “sguardo del medico di Auschwitz” nella manipolazione genetica. “Lo scopo della filosofia contemporanea è la resurrezione del concetto di persona – prosegue Scruton – E sostituire il sarcasmo per cui siamo solo animali con l’ironia che non siamo solo questo. Alcuni filosofi, come Tommaso, Kant e Locke, sostengono che ‘persona’ e non ‘essere umano’ è il vero nome da dare al nostro genere. Uno dei fattori storici che ha giocato un ruolo nello sviluppo della giurisdizione secolare è l’emergere della ‘persona’ come idea morale. La parola ‘persona’ significava ‘maschera’, venne inglobata dalla legge romana per indicare il soggetto litigante, definito da diritti e doveri. Definita da Boezio come ‘sostanza individuale della natura razionale’, la persona venne in seguito identificata da san Tommaso come l’essenza umana. Il concetto kantiano di libertà, presentato come creazione illuministica, era presente già in san Tommaso. Le società umane non sono gruppi di primati che cooperano, ma comunità di persone che organizzano il mondo in concetti morali assenti dai pensieri degli scimpanzé. Siamo certamente animali, ma siamo anche persone ‘incarnate’”.
Prendiamo il caso dell’arte.
“Quando osserviamo la superficie di una pittura, vediamo aree e linee di colorazione e di disegno. Ma non è tutto quello che vediamo, c’è anche una faccia che ci guarda e ci sorride. Così possiamo scoprire le strutture del cervello e il sistema nervoso, ma non illumineranno il mistero della coscienza più di quanto il retro della Monna Lisa di Leonardo mi possa spiegare il mistero del suo sorriso. Comprendiamo un sorriso come spirito liberamente rivelato. La ‘scienza dell’uomo’, da Marx a Freud alla sociobiologia, ci priva della nostra consolazione. La filosofia deve ‘salvare le apparenze’, perché come ha detto Oscar Wilde, solo una persona vuota non giudica dalle apparenze. L’opera del male è tentare le persone a identificarsi completamente con la propria condizione biologica. L’effetto combinante dell’oggettivismo scientifico e del riduzionismo biologico è presentarci una visione demoralizzata dell’essere umano”.
La gelosia sessuale umana non è come quella dei primati.
“La monogamia umana, a differenza di quella del gibbone, porta con sé il voto di fedeltà concepito in termini sacramentali. Il biologismo degrada l’essere umano arricchendo la condizione dell’animale. Il problema è sempre nel linguaggio dei ‘diritti’.
Se trattiamo gli animali come nostri eguali, garantiamo loro privilegi che non possono comprendere. Hitler sentimentalizzava gli animali e viveva fra i cani. L’uomo che comandò lo sterminio di sei milioni di ebrei fu il primo leader europeo a mettere fuori legge la caccia”.
Nel 1970 Richard Ryder coniò il termine “specismo” per denunciare la distinzione fra la specie umana e le altre animali.
“Noi giudichiamo l’uccisione di un idiota alla stregua di quella di una persona normale, estendiamo il dovere di prenderci cura e di proteggere i ritardati, i cerebralmente invalidi e chi versa in stato vegetativo. Questa reazione è parte della pietà, qualcosa di difficile da giustificare nei termini freddi, duri e utilitaristici di Peter Singer”.
Dalla pietà nasce il comportamento di fronte ai cadaveri e dunque alla vita nella forma embrionale nelle mani dei vivisezionatori.
“Il cadavere non deve essere toccato né abusato, è un’esperienza descrivibile nei termini della reverenza e dell’ansia. Tutto questo è evocato nella scena fra Achille e Priamo dell’Iliade, il vecchio re e il corpo di Ettore. E’ il nimbo che circonda il corpo umano e che Michelangelo ci presenta nella sua versione della Pietà. La forma umana è il simbolo della vita morale, il corpo umano accoglie, in ogni stadio della vita embrionale, una persona. Un’aura di sacra proibizione circonda l’umanità. Questa reazione è parte della pietà. Definiamo la natura umana nei termini del normale sviluppo lungo la traiettoria della vita personale. Questo è ciò che siamo e questo è il genere a cui appartengono gli esseri umani tragicamente anormali e da cui sono esclusi gli animali”.
Gli utilitaristi continueranno a giudicare la pietà come mero residuo del pensiero morale.
“La pietà è il riconoscimento della nostra fragilità, la disposizione a ringraziare per la nostra vita e il senso del mistero che circonda la nostra venuta e partenza. La pietà è razionale, è la fonte delle nostre emozioni sociali. E’ la pietà, non la ragione, che ci conduce al rispetto del passato e del futuro. Again, è la pietà che esalta la forma umana nella vita e nell’arte e intensifica il potenziale riproduttivo della società, facilitando i sacrifici che ogni generazione deve fare per la successiva”.
Il biologismo rappresenta la forma contemporanea più suggestiva e micidiale di iconoclastia.
“L’iconoclastia è una perenne tentazione dello spirito umano. Ha le sue origini nella paura legittima degli idoli, ma coinvolge un sentimento malizioso per il senso del sacro presente nei nostri simili. Oggi la principale forma di iconoclastia è l’assalto all’idea di purezza sessuale, il desiderio di desacralizzare il corpo umano e la sua natura riproduttiva. E’ la nozione, comune a femministe come Judith Butler e Andrea Dworkin, che ‘genere’ e ‘sessualità’ sono costruzioni sociali. L’idea dell’Io come omuncolo interiore ha gettato la sua ombra sulla nostra visione della persona umana. L’unica risposta al problema posto dalla sessualità umana, così pensano, è riconoscere che non c’è alcun problema. In queste circostanze possiamo tutti aderire, dal momento che stiamo aderendo al Niente”.
Il desiderio sessuale è desiderio per una persona.
“Il desiderio di Giacobbe per Rachele viene soddisfatto da una notte con Leah, ma solo se Giacobbe immagina di essere stato con Rachele. Il desiderio è un tipo di supplica che richiede reciprocità e resa condivisa, compromesso e minaccia. La morale non esiste per prevenire il piacere sessuale, ma per assistere la crescita del desiderio. Jane Austen sapeva che il desiderio sessuale è una forza creativa solo se viene integrato nella vita morale. Se la nostra società perde il senso della vergogna, dobbiamo temere per i nostri figli. La filosofia contemporanea ha ridotto il problema della morale sessuale a quello dei diritti. Viviamo in un tempo esposto alla causa del Nulla e ciò è dimostrato dalla mancanza di volontà di avere figli, cioè creare qualcosa che abbia un significato al di là del momento”.
Vale anche per il linguaggio.
“Nella moderna vita accademica incontriamo parole, come quelle di Jacques Derrida, che stabiliscono un contatto solo con altre parole. Si innesca un delirio di mancanza di significato in cui appaiono solo i fantasmi delle cose. L’annuncio di Nietzsche che non ci sono verità ma solo interpretazioni è riaffermato in migliaia di modi. La cultura diventa una mera affermazioni di ‘valori’ da accettare. E l’adulazione modernistica del futuro un’espressione di disperazione, non di speranza. La verità viene prima della rilevanza”.
Per Scruton c’è bisogno di un ritorno alla legalità biologica.
“Non è stato fatto alcun tentativo per raggiungere una comprensione consensuale dei nostri doveri verso il figlio nell’utero, nessun tentativo per calcolare l’impatto dell’aborto legalizzato e nessun tentativo per stimare i cambiamenti a lungo termine nell’attitudine delle persone verso i figli che comporta la pratica di disporre della loro vita prima che abbiano la possibilità di guardarci negli occhi. Il conflitto sull’aborto riguarda la natura e il significato della vita; quello sull’eutanasia sulla natura e il significato della morte. Ma tutte le questioni dure e importanti sono messe a lato, negli interessi di coloro le cui ambizioni sono ostruite dalla legge esistente. Ma la legge esiste proprio per ostruire certe ambizioni. La coscienza pubblica si è addormentata sulla realtà dell’aborto di massa. Lo scopo della politica è resistere alle forze entropiche che ci erodono e lasciare il passo alle future generazioni”.
La morte entra in gioco anche nel matrimonio.
“Nessun onesto antropologo può mentire sull’importanza del matrimonio. Il matrimonio non serve soltanto a proteggere i figli. E’ uno scudo contro la gelosia sessuale, una forma unica di cooperazione sociale ed economica. Il matrimonio è un rito di passaggio, la cerimonia non riguarda solo la coppia, ma l’intera comunità di cui fa parte. La società ha quindi un interesse profondo nel matrimonio e che non sia ridotto a una caricatura da Disneyland. I suoi cambiamenti non alterano solo le relazioni fra i vivi, ma le aspettative dei non nati e la legalità di coloro che ci hanno preceduto. Il matrimonio è la legittimazione del desiderio potenzialmente sovversivo fra i partner.
Come al momento della nascita e della morte, l’uomo è assediato dalla paura. La società benedice questa unione a un solo prezzo: la fedeltà sessuale ‘fino alla morte’. Certi momenti della vita umana, nascita morte e riproduzione, ci presentano la santità della vita con una percezione immediata e vivida”.
Non c’è bisogno di essere religiosi per capire questo:
“Basta vedere i genitori che benedicono l’arrivo di un bambino e lo chiamano
‘figlio’. Gli antropologi ci spiegano perché la promessa d’amore è utile e perché è stata selezionata dalla nostra evoluzione. Ma non sono in grado di tracciarne le origini nell’esperienza umana o di capire cosa accade alla vita morale quando la promessa scompare e l’impegno erotico è sostituito dalla sveltina sessuale”.
E’ ancora una volta l’arte a ricordarci perché.
“Lo straordinario legalismo del Roman de la Rose, gli omaggi d’amore descritti da Andreas Capellanus, le opere di Bellini, Verdi e Wagner e l’eroica passione esplorata da Racine ci scuotono dal nostro vano tentativo di negare un’ovvia verità: il desiderio sessuale non è una scelta o un giudizio, ma una passione”. Il problema non è che il matrimonio sia sottoposto alla legge secolare, “è sempre stato così fin dall’antichità. Il problema è nella legge costantemente emendata non al fine di perpetuare l’idea di legame esistenziale, ma al contrario per rendere possibile ai committenti evaderlo e riscriverlo nei termini di un contratto. Il matrimonio cessa di essere quello che Hegel chiamava il ‘vincolo sostanziale’ e diventa una serie di strette di mano. Quando Kant descriveva il matrimonio come ‘un contratto per l’uso degli organi sessuali’ non lo sapeva ancora, ma erano parole profetiche”.
La passione continua a esistere nella letteratura in modo da simulare il potere e l’autorità della legge morale.
“Le più potenti invocazioni dell’eros nella letteratura moderna si basano sull’incesto, da Wagner a Musil; l’amore per una ninfetta in Lolita e l’amore proibito fra uomini in Proust e Genet. Il matrimonio crea le oggettive condizioni per il desiderio: la relazione erotica combatte per il suo territorio esclusivo, per il diritto di chiudere la porta. L’immagine della sessualità propagata dai media cerca sia di non tenere conto delle differenza fra noi e gli animali sia di rimuovere ogni traccia di ciò che è proibito, pericoloso e sacro. L’iniziazione sessuale significherebbe imparare a rovesciare il pudore e godere di quello che descrivono come il ‘sesso sicuro’. Gli organi sessuali diventano sostituibili. Ma il sentimento sessuale non è una sensazione che può essere accesa e spenta a volontà, è un tributo a un altro e la rivelazione incandescente di ciò che siamo”.
L’amore erotico non è mai politicamente innocente o neutrale.
“E’ l’errore fatto dai comunisti nella loro esigenza di una società senza relazioni esclusive, questa danza della morte. Il matrimonio non è un contratto o una coabitazione, è un’istituzione normale e sublime che ha fondamento erotico. Il matrimonio è la drammatizzazione della differenza sessuale. E’ un momento di transizione, che, come la morte, non consente ritorno, ma che, a differenza della morte, stabilisce una nuova vita in questo mondo. Il matrimonio, dice T.S. Eliot, è un ‘sacramento solenne’. Ammettere il matrimonio omosessuale significa privarlo del suo significato sociale e della benedizione conferita ai vivi dal non nato. Alla National Gallery di Washington c’è un dipinto di Poussin del piccolo Giove, rappresenta la tirannia della nuova vita sulla vita esistente, il bene del futuro sul presente umano. Giudicare il matrimonio omosessuale come un’altra opzione significa ignorare il fatto che una istituzione è conforme al motivo che ci spinge ad abbracciarla”.
La pressione per il matrimonio omosessuale è però autodeludente.
“Ricorda l’appoggio di Enrico VIII al divorzio; per questo il re fece di se stesso il capo della chiesa. La chiesa che ha sostenuto il suo divorzio ha cessato di essere la chiesa il cui sostegno Enrico VIII stava cercando.
‘Cristiano fondamentalista’ e ‘omofobo’ sono le accuse per chi dissente dall’ortodossia della nuova ummah dei disaffezionati, la teologia del relativismo di Foucault, Rorty e Derrida con il loro gioco psicotico in cui non c’è più realtà”.
Ogni ummah si basa sul consenso.
“La ummah islamica era e rimane il più vasto consenso di opinione che il mondo abbia mai conosciuto. Riconosce esplicitamente il consenso (ijma‘) come criterio e sostituto della verità, punendo l’apostasia come crimine. I kafirs, gli infedeli, che la pensano diversamente, saltano in aria”. Nella ummah relativista abbiamo solo intersoggettività, consenso e “disprezzo della verità”. “La verità e i significati sono visti come negoziabili. E’ curioso che questo soggettivismo vada a braccetto con una censura vigorosa, attraverso il sabotaggio morale di Foucault e il multiculturalismo di Edward Said. La distruzione della verità impone la correttezza politica e il relativismo culturale”.
Quando lo stato lo usurpa completamente, il matrimonio diventa un “timbro burocratico”.
“Ci dicono che la visione del matrimonio come sacramento e l’esperienza dell’amore erotico come vincolo esistenziale sono parte dell’ideologia del matrimonio. L’educazione sessuale è funzionale alla nuova forma di riproduzione sociale, dove le parti in causa sono le madri single e lo stato, in cui lo stato controlla il processo riproduttivo. E’ una sorta di confisca dei diritti ereditari. Per lo stato il matrimonio non rappresenta l’Eterno, non ha a che fare con le future generazioni ma con i capricci dei soli viventi. Le società hanno un futuro solo quando restano devote alle future generazioni, mentre collassano, come l’impero romano, quando le voglie dei vivi consumano lo stock del capitale sociale”.
L’idealizzazione è naturale all’essere umano. “Diventiamo pienamente umani quando aspiriamo ad essere più che umani, è vivendo nella luce dell’ideale che viviamo le nostre imperfezioni. Questa è la profonda ragione per cui una promessa non può essere ridotta in un contratto. I tuoi ideali, come i figli, sono ciò che ti definiscono: fra di loro, c’è tutto ciò che hai”.
Un approccio scientista verso la morte l’ha resa innominabile. “La visione scientifica vede la morte come estinzione dell’organismo. Ma sono le idee astratte e teologiche ad essere connesse con esperienze umane più concrete, cioè la sacralità della vita umana. Il pensiero secondo cui uccidere è sbagliato non è scientifico. E’ parte della virtù umana riconoscere che la vita è sacra. Le disabilità hanno infatti conseguenze morali. L’utilitarismo è costretto a sostituire l’antico fine della moralità con un surrogato misurabile, la scala del piacere e del dolore. Ma se la sola nostra preoccupazione è la bilancia del piacere e del dolore, l’ingiustizia cessa di essere un ostacolo. Se la causa del piacere viene servita dall’esecuzione di un essere umano innocente, questa è la cosa giusta da fare. Un utilitarista può giustificare qualsiasi sofferenza se consente di raggiungere una grande felicità. Nel pragmatismo ‘vero’ significa ‘utile’. Secondo la visione della scienza, la morte dell’essere umano è un evento biologico non diverso da quella di un cane o di un vecchio abete. Svilendo la vita umana, è più facile accettarne la perdita. Il problema non è il progresso della conoscenza scientifica, ma la perdita della conoscenza morale che ci insegna a limitarne gli usi. L’uomo precipitò dalla grazia, secondo il Libro della Genesi, quando acquisì la conoscenza morale. Ma cadde ancora più in basso quando la perse”.
La visione scientifica del mondo contiene una tentazione fatale:
“Invitarci a vedere il soggetto come mito e il mondo sotto un unico aspetto, mondo di oggetti. Ma un mondo disincantato è un mondo alienato. Non dobbiamo dimenticare che il tentativo di ricreare l’uomo attraverso la scienza è stato già fatto. Il nazionalsocialismo è uscito da simili visioni, prevalenti nel pensiero tedesco del Novecento. Si vedeva l’umanità come ‘specie’ nel suo imperativo biologico. Nazismo e comunismo sono state modalità per cancellare dal corpo la faccia umana. Per questo dobbiamo preservare il fondo di reverenza, solitudine e non negoziabilità della vita umana individuale.
Se perdiamo questo terreno, perdiamo tutto ciò su cui la Legge è costruita”. L’attitudine verso i morti cambia il comportamento verso il non nato.
“La mia morte non è semplicemente la morte di RS, che puoi leggere in un annuncio mortuario. Niente ci distingue più chiaramente dagli animali dal pensiero che ‘questa è la mia morte’. Il dolore che precede la nascita è l’immagine della nostra agonia finale, la lotta fra la vita e la morte in cui l’organismo sta sul ciglio del collasso. San Paolo ci ricorda che nel mezzo della vita siamo nella morte. Una società in fuga dalla morte è una società in fuga dalla vita. E’ stato perso il ‘senso tragico dell’esistenza’, come lo chiama Miguel de Unamuno. Per far posto a un nuovo consenso scientifico in cui ‘postmoderno’ è un modo carino per dire ‘distrutto’. Abbiamo tutti interesse alla salute, ma dire che ho un ‘diritto’ alla salute significa elevare la mia salute al livello del tuo dovere. Non dobbiamo consentire alla legge di cacciarci dalla nostra mortalità, ma di proteggere la vita umana contro l’erosione medica. Non tutti i problemi morali sono dunque risolvibili, è la natura irrisolvibile del problema a riflettere ciò che di più caro e profondo la vita ci ha dato. Ci sono casi in cui interesse e morale entrano in conflitto e sono pieni di casuismo”.
Un grande scrittore americano, Cormac Mc-Carthy, scrive che i morti hanno un potere immenso sui vivi.
“McCarthy ha ragione, siamo nati in costumi, istituzioni e leggi che ci definiscono e sono tutte cose che dobbiamo a loro, ai morti. I morti sono fra i vivi, le loro tombe sono dispiegate, i loro consigli sono ricercati e la loro memoria santificata. La civiltà può essere definita il tentativo di dare alla morte un significato. Riti funerari, fede nell’aldilà, invocazione degli antenati, dichiarazioni di solidarietà per i morti e i non nati… Per questo la cremazione produce un vacuum, niente luogo per i resti consacrati e nessuna traccia della persona. La sepoltura è la migliore risposta alla solitudine e all’agnosticismo della vita moderna. Vivere in una condizione di ingratitudine verso i morti e gli assenti significa esporci a un genere di nichilismo che anima gran parte del pensiero progressista”.
La verità secondo cui l’homme de l’homme non è una categoria biologica ci è offerta dalle storie e immagini con cui John Milton evoca la verità della nostra condizione attraverso il materiale della Genesi.
“L’allegoria di Milton ci mostra cosa siamo e per che cosa dobbiamo vivere. L’immortalità non è una prospettiva cui tendere, ma una luce sotto cui già ci troviamo. Portategli via la religione e priverete l’uomo ordinario del modo che ha di rappresentare la propria solitudine. La natura umana diventerà qualcosa da vivere in basso. Il riduzionismo biologico nutre questo ‘vivere in basso’, rende il cinismo rispettabile e la degenerazione chic.
Abolisce il nostro genere e con esso anche la nostra gentilezza”.
saluti
Dal desiderio all'orgasmo....
....medicalmente assistito
di Eugenia Roccella
Concupire e desiderare non mi sembrano la stessa cosa.
Etimologicamente non ci sono dubbi: concupire è un intensivo di cupio, quindi la concupiscenza non dovrebbe essere altro che una versione arricchita del desiderio, bramosia assoluta, voglia sfrenata.
Però l’ossessione concupiscente mi sembra aver più a che fare con il gusto
forte del potere, con l’estremo piacere narcisistico dell’affermazione di sé, attraverso la riduzione dell’altro a oggetto inerme. Tutti conoscono il detto
siciliano “Cumannari è megghiu ca futtiri”, dove i due termini sono confrontabili, dunque simili nella sostanza e diversi solo nel grado.
La concupiscenza prospera nella differenza di potere, in genere dell’uomo sulla donna, ma anche viceversa, man mano che le donne riescono ad afferrare al volo qualche lembo di forza contrattuale.
E’ l’appropriazione del corpo dell’altro come trofeo, infatti è spesso finalizzata
alla vanteria, al racconto pubblico. La concupiscenza comporta un bassissimo
tasso di trasgressione, piuttosto si può definire come una qualunque variante
del consumo; ha a che fare con il comprare e vendere, e non fa troppa differenza se il contratto è consensuale o estorto tramite il ricatto del potere sociale o economico. Si consumano corpi, voglie e denari, e nulla si sa della meraviglia dell’essere invece consumati dal desiderio, occupati dallo struggimento amoroso.
Questa è un’altra storia, che presuppone l’inafferrabilità dell’oggetto amato, la sua piena libertà.
Il desiderio può essere volatile e anche distruttivo, ma non è deliberatamente
teso ad azzerare l’uomo o la donna verso cui è indirizzato, anzi tende a esaltarne il potere. Il desiderio sa essere umile, si ritiene inadeguato, trema di
fronte alla bellezza, al fascino che emana da chi amiamo, è capace di inventarne invisibili qualità, e non ha una relazione necessaria con la “voglia di
scopare”; il desiderio ha paura di se stesso.
All’altro estremo c’è il puro consumo.
Il corpo come oggetto sullo scaffale, con le gentili istruzioni per l’uso: premere un pulsante qui, un punto G là, adoperarsi nei modi prescritti, e
poi, se non funziona, c’è sempre l’ausilio tecnico e specialistico, un Viagra o
qualcos’altro; insomma, l’orgasmo medicalmente assistito.
Se maneggiato correttamente, il corpo produce piacere, se no, vuol dire che avete sbagliato qualcosa. Riprovate leggendo da capo le istruzioni. L’idea che il piacere sia puramente fisico, e dunque dipenda da una serie di meccanismi ben oliati di cui bisogna curare la durata e la funzionalità, non so da dove nasca, ma certo si è diffusa dopo la rivoluzione sessuale degli anni Settanta. E già allora la liberazione dell’eros tendeva a trasformarsi in dovere politico, mentre fino a quel momento era stata trasgressione individuale: un piacere nascosto ed eccitante, un segreto tra amanti, che nessuno doveva e poteva condividere.
Da lì in poi il discorso pubblico sull’eros è prosperato, è diventato roba spicciola, chiacchiera da rotocalco e da esperti, come le ricette di cucina. Colette, autentica cultrice della materia, metteva in guardia da “quei piaceri
che chiamiamo, alla leggera, fisici” conscia che fisici non sono, che impegnano
la pelle, la mente e il cuore, che fanno esplodere emozioni infantili e adulte, mescolate nelle carezze.
Le emozioni erotiche quasi mai sono roba senza peso, che galleggia in superficie.
In genere sono bombe a mano, da maneggiare con attenzione; scavano crateri profondi, possono fare feriti e vittime da fuoco amico.
E’ pericoloso dissociare l’immenso potenziale emotivo e vitale del desiderio
dalla responsabilità, dall’amore, dal nostro essere in relazione con gli altri.
Da sempre il sesso, la concupiscenza, sono circondati da un apparato
simbolico, morale e religioso che ne attutisce i danni possibili, creando una
rete di circospezioni sociali e divieti cautelativi. Gli obblighi del matrimonio, la condanna dell’adulterio, persino il sesso comprato e relegato nei luoghi appositi, non sono soltanto bieche istituzioni repressive ma segni di timoroso
rispetto, e di una certa ragionevole paura dell’invasione, nel campo faticosamente coltivato della convivenza civile, del disordine pazzo del desiderio. Invece si è diffuso il luogo comune che il sesso sia innocente, lieve e allegro, che non vi sia peccato, né male possibile. Che facendo l’amore (fare
sesso, si dice, escludendo l’amore) non facciamo che il nostro piacere, naturale come quello dei gatti in cortile, e il nostro piacere non può essere il dispiacere di qualcun altro, se questi ha liberamente dato il suo consenso.
Ma i corpi sono persone: da qui non si scappa.
Quel che si fa ai corpi – al proprio e a quello altrui – si fa alle persone. E’
questa identità che si perde nella concupiscenza, mentre sfuma la consapevolezza di avere tra le mani emozioni e sentimenti, di inoltrarsi nella sfera dell’intimità più inviolabile.
L’attimo dell’amore che mozza il fiato è sempre il primo, quando si supera l’invisibile cerchio magico che difende le persone; allungare una mano e toccarsi è un miracolo di contatto e di relazione, che apre un varco emotivo. Ed è straordinario sapere che è ripetibile nella libertà dell’altro, nell’impegno reciproco a essere i soli, i privilegiati: solo con te, solo per te faccio questo gesto, vietato a chiunque altro.
Abbiamo bollato la gelosia come frutto degenere del possesso, ma poi dobbiamo arrenderci all’evidenza: siamo tutti banalmente, fisicamente
gelosi. Come si può allora, non essere sessuofobici, almeno un po’? E’ possibile ammettere che il sesso non è facile, non è innocente, non è nemmeno sempre liberatorio e felice?
E’ possibile ignorare che il corpo, per quanto svelato ed esposto, trattiene significati oscuri, difficili da decifrare?
Il potenziale anarchico del sesso, mito del pensiero libertario, si è dimostrato
un’illusione. L’idea che la caduta dei divieti avrebbe liberato energie represse,
in grado di sovvertire modelli di comportamento privati e gerarchie sociali
appare oggi un’utopia ingenua. La libertà sessuale è confluita senza problemi
nel mare dell’individualismo occidentale, la cui bandiera è la libera scelta; il sesso si è rivelato perfettamente omogeneo alla dimensione di mercato, proponendosi come un’incitazione perpetua alla voluttà del consumo.
Dalle stesse matrici culturali che hanno prodotto l’ideologia libertaria si sono invece sviluppate nuove forme di controllo sul corpo e sulla riproduzione.
Quella che era nata come una ribellione legata all’irriducibile forza di pulsioni profonde, all’impossibilità di reprimere o disciplinare troppo rigidamente il richiamo misterioso della carne, si è rovesciata nel suo opposto: una
tendenza sempre più spinta alla medicalizzazione asettica, all’intervento tecnologico e invasivo, alla riduzione del corpo a materiale biologico manipolabile in laboratorio. Grazie soprattutto al controllo sulla fertilità femminile, i corpi e la sessualità sono ricondotti sempre più sotto disciplina medica, e diventano oggetto di una biopolitica che tende a sfuggire al controllo democratico e ad affidarsi alla nuova casta dei “migliori”: non più i filosofi (buoni solo per i festival) ma i tecnoscienziati.
La disinvoltura con cui si è disposti a distruggere senza remore etiche gli
embrioni umani mi sembra abbia qualcosa a che fare con la irresponsabilità
di un desiderio-diritto che non si relaziona, che ignora il principio di precauzione nei confronti della vita, così come la concupiscenza ignora il principio di precauzione nei confronti delle emozioni.
L’utopia postmoderna ridisegna i sentimenti e i rapporti umani immaginando un mondo astratto, modificato non più sul piano sociale – come avrebbero voluto le utopie degli ultimi secoli – ma su quello antropologico e relazionale.
Il soggetto intorno a cui ruota questo mondo nuovo è l’individuo adulto e autosufficiente. L’efficienza è caratteristica essenziale, perché ’essere umano che s’avanza all’orizzonte è molto più solo di un tempo, deve saper badare a se stesso, fronteggiare una civiltà tecnologica e urbana complessa e informatizzata, in cui i rapporti di prossimità e parentela hanno perso significato.
E’ un soggetto nomade, senza radici né appartenenze, che vede con orrore la malattia, l’imperfezione, e ogni forma di affidamento del corpo e del cuore. La relazione non appare più come parte fondamentale della natura umana, ma come un di più condizionato dalla libertà di scelta. Ogni dovere, ogni obbligo morale derivato dai rapporti è un inciampo, il limite è un intollerabile sopruso, i legami devono poter essere sciolti in qualunque momento, essere fluidi e
temporanei. La libertà deve tradursi in precarietà, non la si può impegnare
con una promessa una volta per tutte.
Eppure che libertà è se non è mai davvero in gioco?
Se non sappiamo mantenere una scelta in modo definitivo, se abbiamo bisogno di revocare continuamente l’impegno preso, oscillando tra le opzioni possibili fino all’ultimo?
Peccato che, insieme all’insofferenza per i legami, ci sia sempre la sofferenza
per la mancanza di legami, la paura profonda di non essere necessari a nessuno, di non essere amati. E appena siamo doloranti e soli, feriti o
spaventati, ci manca la beata catena.
Perché il “per sempre” è il desiderio umano più inconfessabile, più sconveniente, quello che solo la disciplina dei sentimenti e dei desideri può riuscire a saziare.
Non credo al dominio spirituale sul corpo e sulla concupiscenza, ai desideri repressi della carne triste. La disciplina è necessaria perché siamo consapevoli che il disordine è umano, ma il troppo disordine è troppo umano. La cultura vive nell’ordine imposto alla natura ribelle, nel conflitto perpetuo
tra forze contrastanti.
Tutta la lotta umana è nell’incivilire, nel costruire confini e difendere a fatica un ordine: non si può abolire il conflitto (e neppure il limite, e neppure il desiderio).
La moderazione non è il giusto mezzo, ma la coscienza della nostra ineliminabile contraddittorietà, e quindi il tentativo continuo di darci regole e barcamenarci. Siamo sempre a caccia di libertà, e poi disperati di non avere nessuno a cui sacrificarla; pronti a rivendicare nuovi diritti individuali, mentre poi non c’è niente che ci consoli così profondamente, che ci appaghi così assolutamente come sentirci dire:
“Ti amerò per sempre e non ti lascerò mai”.
saluti