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Discussione: Le brame allo specchio

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    Predefinito Le brame allo specchio

    Se parlassi di concupiscenza ai miei alunni non capirebbero. E’ una parola troppo “antica”, per dirla con un termine usato da uno di loro quando feci per mettergli una nota sul registro.
    Insegnando religione nei licei di Roma mi trovo quotidianamente in trincea, in un avamposto solitario, nella paradossale situazione di parlare di Dio, Cristo e chiesa nella città cuore della cristianità da oltre 2000 anni e nello stesso tempo di trovarmi come un esploratore in terra sconosciuta alle prese con una popolazione straniera spesso anche geniale ma che tuttavia ignora la mia lingua.
    Se dovessi definire il mio lavoro in questi anni di insegnamento direi quindi che si tratta innanzitutto del tentativo, certamente segnato dai miei limiti personali e culturali, di bonificare e recuperare il linguaggio religioso, quelle parole “antiche”, ormai scomparse dal vocabolario comunemente usato dagli adolescenti. Mi sento un po’ come Padre Pons, il bel personaggio creato dalla penna di Eric-Emmanuel Schmitt, il sacerdote cattolico che di fronte alla furia nazista, “diventa” ebreo e si mette a studiare la sua nuova-antica religione per fare come Noè: tirare in secco dal diluvio, salvandoli, tutti i resti di quella cultura che si trova sulla lama di un rasoio inesorabilmente distruttivo.
    Anche oggi c’è un diluvio e bisogna salvare tutto il possibile. Partendo dalle parole.
    Termini come concupiscenza, come peccato, salvezza, grazia, attesa, obbedienza, autorità, sacrificio, sacramento.
    Alcune di queste parole hanno una valenza negativa: peccato, il peccato originale, i peccati, i vizi capitali e non è facile superare le difese, i muri che i ragazzi innalzano per difendersi contro di esse. Una volta, in un terzo classico del centro di Roma, si parlava della vita e quindi della morte e della sua ineluttabilità, una ragazza, la più brava della classe, mi disse, “professore, ma perché ci vuole a tutti i costi turbare? Io vivo così serenamente la mia vita e lei invece fa di tutto per intristirmi e guastare la mia felicità!”. Mi venne in mente un’osservazione di C.S. Lewis sulla difficoltà di “calare questa dottrina nella vita reale, nella mente dell’uomo e del cristiano moderno. Quando gli apostoli predicavano, potevano contare sul fatto che anche i pagani che li ascoltavano avevano una consapevolezza concreta di meritare l’ira divina. I misteri pagani esistevano appunto per alleviare il peso di questa consapevolezza, e la filosofia epicurea sosteneva di poter liberare l’uomo dalla paura del castigo eterno. In questo contesto il Vangelo è apparso come una buona novella: portava la notizia di una possibile guarigione a uomini che sapevano di essere mortalmente malati.
    Ma tutto questo è cambiato: "il cristianesimo oggi deve predicare la diagnosi - che in sé è una notizia molto brutta –prima di captare l’attenzione per poter prescrivere la cura”.
    L’aspetto più terribile del “cristiano moderno” risiede proprio nel suo vuoto ottimismo. Forse per questo il più inquietante romanzo profetico-utopico del XX secolo è l’ottimista capolavoro di Aldous Huxley “Il mondo nuovo”, del 1932, in cui lo scrittore inglese immagina una società senza più malattie, problemi e bisogni economici ma anche senza amore e sessualità.
    Una società divisa in “caste genetiche”, un’idea ripresa poi dal geniale sceneggiatore Andrew Niccol nella sua prima prova da regista “Gattaca, la porta dell’universo”, uno dei film che puntualmente faccio vedere in classe.
    Leggendo il romanzo di Huxley viene spontaneo da parafrasare il titolo della celebre commedia in: “niente sesso, saremo inglesi”.
    Ma pure in Italia non si scherza: anche il nostro Luciano Ligabue, il Boss della Bassa, il più “carnale” dei rocker nostrani, col romanzo “La neve se ne frega”, qualche anno fa, ha provato a immaginare un mondo senza amplessi fecondi e generazione naturale.
    L’incubo, sottile e insidioso, che si infila nella mente degli scrittori è quello di un mondo finto, anestetizzato, asettico, in cui la sessualità umana così come si esprime in natura, viene eliminata perché “sporca”, “infetta”.
    L’inarrestabile progresso a cui pare destinata la società passa per la “disinfettazione” se non totale “disinfestazione” del sesso. L’ultimo baluardo a difesa di questo antico modo dell’amore umano è rimasto il cattolicesimo e la sua gerarchia, altra parola scomparsa dall’orizzonte, con la sua singolare pretesa di opporsi al “sesso sicuro”, ma prima di parlare dell’eresia della sicurezza del sesso un’ultima battuta sul terribile rischio dell’ottimismo, ripensando alla dolce serenità che esce dagli sguardi dei miei studenti quando li angoscio parlando dell’avventura dell’amore e dei bellissimi rischi che l’abbraccio fisico e l’incontro-scontro dei corpi umani porta con sé.
    Mi devo rifare ad un altro inglese, maestro dello stesso Lewis, quel G.K.Chesterton, campione dell’ottimismo cristiano, che però lui declinava così: “Spesso ho preferito chiamarmi ottimista per evitare la troppo evidente bestemmia del pessimismo. Ma tutto l’ottimismo dell’epoca è stato falso e scoraggiante, per questa ragione: che ha sempre cercato di provare che noi siamo fatti per il mondo. L’ottimismo cristiano invece è basato sul fatto che noi non siamo fatti per il mondo”.
    Un estraniato, uno spaesato, ecco chi è il cristiano: “La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che è straniero a questa terra ..” sempre Chesterton, “..solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso”.
    Ma spiegare ai ragazzi del centro di Roma lo “spaesamento cristiano”, senza aver prima provato a spiegare Cristo e il cristianesimo, non è semplice.
    Come non è semplice, parlare, appunto, di concupiscenza. Però del contenuto di questa parola antica, se ne parla, eccome, in quell’unica ora settimanale di religione nelle scuole italiane.
    Al punto che il professore Galli Della Loggia, qualche mese fa in una conferenza, alla presenza del cardinale Ruini, ebbe a dire che i professori di religione dovrebbero smettere di fare lezioni di educazione sessuale e dedicarsi alla spiegazione del cristianesimo.
    Provai un po’ di vergogna: ero io uno di quei professori. Per fortuna qualche settimana dopo ci pensò Benedetto XVI con la sua prima enciclica a chiarire l’equivoco. In realtà c’è del vero nelle parole di Galli Della Loggia, solo che spesso accade che i ragazzi, inerti alle sollecitazioni che provengono dal messaggio e dalla dottrina cattolica, si risveglino improvvisamente alzando tutte le antenne possibili non appena il discorso scivola sul tema della sessualità e dell’amore.
    Avviene quindi, almeno nelle mie lezioni, che il discorso sul sesso diventi un formidabile mezzo per far passare il messaggio cristiano, un ariete che permette di abbattere la cinta di difesa eretta dall’alunno e, una volta dentro, per allargare la riflessione facendo entrare tutto il resto.
    Agli alunni adolescenti non interessa tanto la quantità o la qualità delle informazioni che provengono dal docente, quanto invece gli interessa il docente stesso, carpire qualche “segreto dell’universo” osservando e cercando (spesso invano) di comprendere il carattere, i tic e le manie dei buffi ometti che si trovano di fronte per sei ore al giorno.
    A loro interessa la persona e l’amore e la sessualità sono argomenti perfetti per un coinvolgimento personale profondo, autentico. Se parlo loro dei comandamenti o dei sacramenti in termini astratti non rimangono molto avvinti; ma se parlo del preservativo e del fatto che la chiesa, proprio perché non è sessuofobica ma esalta l’eros umano (magari leggendogli ampi brani della Deus Caritas est), sceglie di conseguenza di sconsigliare il suo utilizzo, ecco che molti di essi smettono di sonnecchiare o di studiare di nascosto altre materie e cominciano, magari confusamente e polemicamente, ad intervenire attivamente alla lezione.
    Su un punto, in particolare, ci scontriamo regolarmente: sul tema della “sicurezza”.
    Io cerco di spiegargli che il sesso al di fuori dell’amore è insipido, inappagante e frustrante. E su questo mi seguono (quasi) tutti.
    Ma quando provo a spiegargli che l’amore è per sua natura il contrario della “sicurezza” ecco che cominciamo a non capirci e il sermo si fa duro. Mi viene in soccorso, ancora una volta, il solito C.S. Lewis, col suo saggio su “I quattro amori”: “Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili”, scrive l’autore delle Cronache di Narnia, “l’alternativa al rischio di una tragedia, è la dannazione”. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’Inferno. Sono convinto che il più sregolato e smodato degli affetti contrasta meno la volontà di Dio di una mancanza d’amore volontariamente ricercata per autoproteggerci. E’ lo stesso che nascondere un talento in una buca sotto terra, e per le stesse ragioni: “So che tu sei un uomo duro”.
    Il contrario dell’amore non è l’odio ma la paura. Questa ossessione della sicurezza, che tormenta i miei alunni, mi sembra rivelatrice della paura che li
    attanaglia. La sensazione che traggo dalla mia esperienza lavorando a scuola tra gli adolescenti dell’alba del terzo millennio è che oggi si faccia poco sesso e si temi il sesso perché se ne parla e se ne vede troppo.
    Già settanta anni fa nel lucido saggio sulla “Crisi della civiltà” Huizinga aveva criticato la cultura dell’immagine che aveva ridotto gli uomini da persone attive e laboriose a meri e passivi spettatori. E’ come se fosse avvenuto un corto circuito. Si fugge dalla materia, dalla corporeità perché c’è troppa materia e troppo corpo dappertutto.
    Si è perso totalmente il senso dell’affermazione di Romano Guardini “il cattolicesimo è la religione più materialista” e l’eresia spiritualista (le eresie sono sempre spiritualiste) ha preso il sopravvento. Quello che cerco di fare è quindi necessariamente di remare contro gli “eretici”, a colpi di Chesterton, Tommaso d’Aquino, Walt Whitman e Francesco d’Assisi, i più “carnali e materialistici” cantori della poesia cristiana dell’amore.
    Scrive il primo nella biografia dedicata al secondo:
    “Non vi sono cose cattive, ma solo un uso cattivo delle cose o, se volete, non vi sono cose cattive, ma pensieri cattivi, specialmente cattive intenzioni... le cose buone, come il mondo e la carne, sono state contorte da una cattiva intenzione chiamata il diavolo. Ma egli non può fare cattive cose; queste rimangono come nel primo giorno della creazione. L’opera del cielo fu materiale, la costruzione di un mondo materiale. L’opera dell’inferno è interamente spirituale”.
    Il problema della concupiscenza è un problema spirituale, non fisico: “Il sesso di per sé non può essere morale o immorale più di quanto lo siano la forza di gravità o l’alimentazione” (questa volta tocca a Lewis):
    “Il comportamento sessuale degli esseri umani, invece, può esserlo, e, proprio come il loro comportamento economico, politico, agricolo, parentale o filiale, a volte è buono e a volte cattivo.”, ed è un problema che ha a che fare con il desiderio, un’altra parola sulla quale mi soffermo, partendo dal suo etimo, de-sideros: la mancanza delle stelle.
    Anche qui il corto circuito: c’è così un’overdose di desiderio che se ne è perso il senso. Si desidera tutto, si desidera troppo e non si sa più cosa sia desiderare. Non si guarda più alle stelle ma al proprio ombelico e a ciò che si può gestire, controllare, manipolare. Da una parte il desiderio è assurto a criterio unico e assoluto dell’agire (la gravidanza, per essere, deve essere desiderata), dall’altra non si riesce più a riconoscere i desideri profondi del cuore, quelli che portano alle stelle e si riduce tutto a sentimentalismo, all’ondivagare della “voglia” e all’arbitrio del capriccio.
    Tutto questo, ovviamente, conduce l’individuo (non più persona) nella più totale e cupa solitudine. Il “cum” di concupiscenza sta per “accumulo” non per “compagnia”.
    E siamo tornati alle parole. Non dimenticherò facilmente la risposta di un alunno alla mia domanda: “a cosa pensate se dico la parola salvezza?” “Alla salvezza dalla serie B”. Il punto dolente è che dei due “antichi” significati di salus-salutis è prevalso il secondo e minore (salute) rispetto al primo e più importante (salvezza).
    Da che cosa si devono salvare questi ragazzi? Perché si dovrebbero sentire in pericolo? Tanto, basta che c’è la salute. La salute è la prima cosa. Ecco perché la prima cosa che chiediamo ad una persona è “come stai”? E’ avvenuto uno spodestamento: al posto di Dio abbiamo collocato il vitello d’oro della salute e al posto del Bene ora c’è il benessere.
    Qualche tempo fa proposi ad un editore un mio saggio semiserio sul tema delle diete in cui, con ironia, sottolineavo il dilagare di questa nuova religione, la dietologia e il fitness e riflettevo, tra l’altro, sul fatto che se si arrivasse all’invenzione di una “pillola del dopo-pasto” (che permettesse di bruciare ogni nostra abbuffata) avremmo raggiunto lo stesso vicolo cieco morale della “pillola abortiva del giorno dopo”: la libertà senza responsabilità.
    C’è qualcosa di meno umano?
    L’editore mi diede una risposta per me sorprendente: “Molto divertente, ma potrebbe offendere un’ampia fetta del nostro pubblico”.
    Un amico scrittore poi mi ha interpretato così il diniego: “Hai osato ridere su una delle due nuove e intoccabili fedi italiche: la dieta e il calcio”.
    Il troppo calcio discusso e visto in televisione mi ha portato ad una nausea per questo meraviglioso sport che una volta frequentavo in prima persona e non solo da spettatore.
    Proprio quello che accade in generale con il sesso: c’è il desiderio del desiderio ma non si vive più in prima persona nessuna esperienza, nessuna passione vera.
    Per il calcio, per fortuna c’è stata questa imprevista vittoria ai mondiali e forse si tornerà a giocare sui campi con maggior gusto mettendo in conto anche il rischio di farsi male.
    Ma per il sesso, quali mondiali l’Occidente si trova costretto a dover vincere?

    Di Andrea Monda su il Foglio di martedì 15 agosto

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Mangiare il frutto e avvicinarsi a Dio

    Davvero il peccato originale è la caduta irrimediabile dell’uomo, dopo la quale egli può vivere soltanto nella scissione di sé, condannato irrimediabilmente alla pena di non poter dominare il suo sesso e a subire l’autonomia del suo erotismo?
    O non è piuttosto l’inizio dell’unica possibile storia dell’uomo? Inizio drammatico e storia tormentosa, perpetuamente al bivio tra la ricomposizione della scissione e il precipitare nell’alienazione.
    Che cos’è l’uomo prima della caduta?
    All’inizio soltanto un ammasso di terra forgiato a immagine di Dio, prima forma della materia creata e dotata di un’anima primitiva.
    E qual è il suo sesso? “Dio crea l’uomo a sua replica, lo crea, maschio e femmina, li crea” (Genesi I, 27). Versetto ambiguo che ha suscitato infiniti commenti, tra cui spiccano quelli dei kabbalisti che, come Joseph Gikatila, ne hanno dedotto che all’atto della creazione maschio e femmina sono stati creati insieme “perché è impossibile creare una mezza forma, un’anima che non comporta maschile e femminile» e “uomo” è soltanto il nome di questa unità originale di cui “maschio e femmina sono soltanto due metà”.
    Dunque l’uomo primigenio è un essere androgino per la forma e per l’anima.
    E allora – ecco lo scandalo, o il segreto supremo – se Dio ha fatto l’uomo a sua immagine, Dio è anch’esso androgino.
    Ci troviamo qui di fronte – come ha osservato Charles Mopsik – a una questione cruciale oggi: “lo schema monoteista del Dio Padre Onnipotente non è forse una distorsione o una perversione della concezione degli uomini della Bibbia”? Non è forse un mito equivoco e pericoloso?
    Ma torniamo alla creazione prima della caduta, perché essa contiene un secondo atto: la separazione dell’uomo androgino primigenio nelle due parti, maschio e femmina, Adamo ed Eva.
    Sono i due poli che vengono separati e che però tendono costantemente a riunirsi e a ridivenire “come un essere solo” (Genesi II, 24).
    Ma della sessualità non c’è ancora traccia. Non si parla di sesso, né di organi sessuali, volontari o no che siano. Forse sono organi qualsiasi, come un piede o una mano; ancora meno perché non si dice a cosa servano, anzi non se ne parla proprio.
    Di più: Adamo ed Eva non procreano. La storia umana è all’istante zero, nella sua piena potenzialità, ma non è ancora iniziata.
    Ed essa inizia con la caduta, quando Adamo ed Eva addentano il frutto proibito e scoprono che nel loro sesso si concentra materialmente e simbolicamente tutta la drammatica alternativa tra bene e male che comporta la libertà che si sono conquistati.
    Essi ne hanno vergogna come del cattivo uso che possono fare della libertà. Ma la libertà, come il sesso non è male in sé. Mangiando il frutto l’uomo è ancora più vicino a Dio, come Dio stesso ammette: “l’uomo è diventato come uno di noi, per conoscere il bene e il male” (Genesi III, 22). Dipende da lui e dall’uso che farà di questa libertà. Al contrario, è un’interpretazione cupa e pessimistica dire che la caduta sia una condanna senza appello, che ormai l’uomo sia irrimediabilmente scisso, che il suo sesso sia divenuta un’attività involontaria impossibile da dominare.
    Non dobbiamo dimenticare che l’albero del bene e del male è albero della “conoscenza”. E ancora ci soccorre il kabbalista quando ricorda che “se la cosa non comportasse una grande santità, la relazione sessuale non sarebbe stata chiamata “conoscenza”” e “se noi dicessimo che la relazione sessuale è qualcosa di vile, ne risulterebbe che gli organi sessuali sono organi ripugnanti, mentre è il Santo Nome che li ha creati” e “nulla di ciò che Egli ha creato contiene viltà o sporcizia”.
    È quindi l’intenzione dell’atto sessuale e della concupiscenza che determina il loro carattere nobile o vile, non l’atto in sé né gli organi che vi sono implicati. Al contrario, la sessualità e l’erotismo sono il luogo in cui la retta intenzione può dar luogo al manifestarsi della massima espressione del sacro.
    Conformemente alla richiesta, sono partito dalla teologia, per far vedere che da essa non può derivarsi, se non con una forzatura, la legittimità della sessuofobia. Qual è allora l’alternativa alla sessuofobia? Non i suoi apparenti nemici, e in realtà suoi complici: la “liberazione” assoluta del sesso, oppure la sua visione in senso tecnico e medico.
    Regressione, liberazione e medicalizzazione: tre complici nefasti.
    Sarebbe interessante scavare attraverso quali tradizioni si sia costituita questa triade e, in particolare, la sua prima decisiva matrice sessuofobica. E certo non è qui il luogo per farlo. Ci limitiamo a constatare che la teologia sessuofobica si riferisce spesso alla proposizione di Aristotele secondo cui il tatto è il più vile dei cinque sensi: “il senso del tatto è una vergogna per noi”.
    Non a caso contro di essa si scaglia il kabbalista quando tratta Aristotele da “greco impuro” che non crede all’intenzionalità della creazione del mondo, e biasima Maimonide per averlo seguito in questo nefasto errore.
    Nella cultura occidentale esiste un’altra corrente, e ne troviamo traccia in Platone che, nel Convivio, afferma che l’unione dell’uomo e della donna è una procreazione e che “in questo atto vi è qualcosa di divino”; e sostiene anche che l’atto sessuale convoglia lo stato spirituale dei genitori i quali per tale via, influenzano la costituzione del loro futuro bambino.
    Non stupisce quindi che in tradizioni influenzate dal platonismo e dal neoplatonismo si ritrovi una visione meno regressiva della sessualità. Ho preso a testimonianza la tradizione kabbalista perché in essa la sacralizzazione dell’eros raggiunge livelli elevati e si manifesta in una costante polemica contro Aristotele e quei filosofi che hanno detto che “l’istinto sessuale è una cosa vergognosa” (Maharal di Praga). In questa letteratura si ricerca il “segreto” della relazione sessuale in una sua razionalità propria – all’opposto di considerare sesso e concupiscenza come espressione di irrazionalità incontrollata – e in un senso intimo che la lega al divino. La congiunzione sessuale procreativa rappresenta la ricostituzione dell’unità dell’uomo a immagine dell’unità di Dio: l’uomo e la donna che si rivivono come unico corpo riscoprono per tale via il senso profondo dell’unità divina, unità eminentemente androgina. Perciò, il rapporto sessuale è un mezzo per eccellenza per conoscere Dio e unirsi a lui.
    Ma attenzione.
    Tale sessualità è agli antipodi dal rapporto tra un uomo e una donna che congiungano i loro sessi
    attraverso due camicie da notte bucate - situazione, se non ricordo male, bene descritta ne “Il Gattopardo” - , e che è emblema della sessuofobia.
    Al contrario, l’erotismo è l’arco che scaglia la freccia. Nella letteratura sopracitata, baci, carezze, toccamenti, vengono descritti con un’audacia straordinaria come la via che conduce all’acme della congiunzione, all’unificazione dei corpi e allo scambio del seme.
    Sono la via che fa del rapporto un atto sacro.
    Lasciamo ora la teologia e, senza dimenticarla, rivolgiamoci alla storia ed alla cultura profana. Scriveva Sartre in una lettera a Simone de Beauvoir: “Si è gettati nel mondo, in una situazione per sua natura irrazionale, per esempio la situazione sessuale, con questo legame del piacere sessuale e della procreazione, e qualsiasi cosa tu faccia – astinenza, aborto o, al contrario, procreazione - non puoi altro che coprire per un istante l’irrazionalità della situazione ma non eliminarla, perché definisce il tuo essere nel mondo”. Non potrebbe darsi una migliore descrizione della miseria e dell’impotenza di un certo “razionalismo” della cultura occidentale di fronte alla sessualità, che non riesce a vedere altro che come espressione di “irrazionalità”.
    La condanna sartriana a un frustrante vagare tra i tre poli dell’astinenza, dell’aborto o della procreazione è il frutto dell’assoggettamento
    ai tre nefasti complici: regressione, liberazione o medicalizzazione. La condizione di “irrazionalità” cui siamo condannati, per Sartre è il legame tra piacere sessuale e procreazione. Ma allora cosa sarebbe “razionale”? Scinderli in modo assoluto, a quanto pare. Qualcosa di impossibile che possiamo
    “coprire” soltanto per un istante con dei rimedi provvisori. Non sappiamo se Sartre sarebbe stato soddisfatto dei programmi alla Donna Haraway, consistenti nel puntare tutte le carte sulla biologizzazione o medicalizzazione totale della questione: ridurre la questione della procreazione a un fatto meramente tecnico, da risolvere in laboratorio, lasciando al sesso piena autonomia sotto la protezione di un controllo assoluto della fecondità.
    Forse l’avrebbe considerata una “copertura” più ampia ma ancora insufficiente oppure avrebbe intonato un inno alla liberazione prodotta dalla biotecnoscienza.
    Ma quel che c’interessa sottolineare è il carattere straordinariamente presuntuoso e miserabile di questo concetto di razionalità condiviso dai membri della triade nefasta. Per il sessuofobo, che disprezza la carne e il tatto e considera la concupiscenza una tragica condanna, l’unica via sono i contatti procreativi veloci attraverso le camicie da notte bucate. Coloro che predicano come razionalità l’autonomia assoluta dell’erotismo, la sua
    “liberazione” da qualsiasi forma naturale e costrizione e da qualsiasi finalità, sono gli antagonisti-complici del sessuofobo. Non propugnano né negano un’ingenuità primitiva, un Eden in cui Adamo ed Eva non hanno mai praticato sesso, erotismo o procreazione. Fanno soltanto uno sberleffo alla pudicizia, ovvero una derisione alquanto cretina di quel sentimento che esprime la consapevolezza del valore morale attaccato all’atto sessuale.
    Calando le mutande e sventolando il sesso a mò di cartello si fa soltanto una gran pernacchia alla libertà. E, per sbeffeggiare il sessuofobo, ci si rende ancor più servi di lui. Poi c’è il terzo attore, il discorso “medico”. È rappresentato dal dottor Stock, di cui abbiamo parlato tempo fa su queste pagine: “Con qualche operazione di marketing mirata, la riproduzione tradizionale potrebbe diventare antiquata, se non del tutto irresponsabile”.
    È un’altra modalità della stessa idea: il trionfo della razionalità coincide con il trionfo della schizofrenia. In attesa di realizzare il progetto totale del dottore, insegnano alle bambine come mettere un guanto a un cetriolo – ricordava Giuliano Ferrara nell’articolo che ha dato avvio a questa serie.
    Così quantomeno si ammazza l’erotismo sostituendolo con l’orgasmo. Al razionalismo falso e schizofrenico della triade nefasta va opposta una visione integra dell’uomo e della sua sessualità. A fronte della sessualità del represso, del “liberato” e del dottore, è infinitamente più sano e più libero l’erotismo del kabbalista.

    Giorgio Israel

  3. #3
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    Predefinito La concupiscenza è l’astuzia della natura

    Nel testo che precede/incoraggia la nostra serie di articoli teoconcupiscenti, mi sembra particolarmente opportuno l’accenno alla Grande Mela, poiché questo Frutto (che en passant leva il medico di torno), contiene simboli piuttosto gravi, nelle storie e nelle leggende che ammaestrano il genere umano. Da Eva a Paride, da Biancaneve a Isacco Newton, il Pomo semina condanne spaventose, discordie e rancori divini, insonnie di bimbi e scoperte epocali, semplici e concrete come l’uovo di Colombo.
    La Mela di Newton, secondo me, allude anche all’importanza totale e gravitazionale della concupiscenza, la quale ci attira inesorabilmente verso il Pianeta (unica patria dei miscredenti) e ci costringe a popolarlo.
    Siamo colombe dal disìo chiamate, concupiscimus ergo sumus.
    Senza la concupiscenza, nessuno di noi sarebbe qui a chiacchierare.
    Se ci fossimo estinti nel paleolitico, gli angeli animalisti d’allora se ne sarebbero consolati.
    Ma io, si parva licet, faccio il tifo per i miei simili. E, quindi, m’aggrappo alla fertile concupiscenza.
    Sulla questione del peccato originale, poi, ho qualche dubbio.
    A quanto pare, è gravissimo che il Serpente e quella sporcacciona della moglie abbiano indotto lo stolto Adamo a disobbedire, cioè a mordere un dessert micidiale.
    Gravissimo? Grazie al peccato del nostro progenitore, siamo diventati uomini e donne, ci godiamo il libero arbitrio e le tempeste dell’amore, non abitiamo più in un fronzuto Club Med dove non potevamo scegliere niente, dove tutti i nostri gesti erano automatici e sempre uguali.
    E poi, ok, Adamo fece un brutto sbaglio. E’ possibile/concepibile che dobbiamo pagarlo tutti noi? E’ possibile/concepibile che le colpe dei padri sfregino i discendenti nei secoli dei secoli? Se questo fosse vero, quale appiglio avrebbe la nostra sacrosanta ripugnanza nei confronti di chi accusa di deicidio gli ebrei, poiché appartengono alla stirpe di coloro che strillarono (parlando di Gesù, Matteo 27, 25) “il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”?
    Ponzio Pilato, che oggi subisce troppe calunnie, prese le distanze da quei fanatici e non per caso è venerato come un santo in qualche chiesa cristiana di rito esotico. Ma tutto questo non significa affatto che sia meno infame spruzzare svastiche sui muri d’un Ghetto.
    Torniamo al peccato di Adamo che, secondo i devoti, pesa ancora sopra i suoi discendenti e li induce a comportamenti disordinatissimi. Nei secoli e nei millenni non siamo stati puniti né riscattati abbastanza? Di fronte a qualche trasgressione, il Buon Dio, nella Sua misericordia, decise di annientare l’intera umanità con il Diluvio Universale, salvando soltanto una famigliola innocente e le bestie meritevoli (niente brontosauri, insomma).
    Così si estinse la famosa “stirpe di Caino”, tanto cara agli intellettuali.
    Noè non discendeva da Caino, ma da Set: tutti gli altri annegarono e amen. Perfino il Signore dell’Arca, benedetto inventore del vino, ha a che fare con la concupiscenza, nel senso che anch’essa, come la bottiglia, deve essere governata da un minimo di buonsenso. Ci siamo capiti, non vorrei eccedere nelle banalità eticamente/etilicamente corrette.
    E poi arrivò Gesù Cristo, l’Uomo perfetto, nato dall’unione dello Spirito Santo con una Vergine “sine labe originali concepta”.
    Cito la lettera di un mio amico biblista: “La bilancia della giustizia divina esigeva che soltanto il sacrificio (sulla croce) di un uomo perfetto (il Redentore) riscattasse ciò che un altro uomo perfetto (Adamo) aveva perduto”. Con il Suo supplizio, dunque, l’Agnello di Dio ha tolto i peccati del mondo. Perché continuiamo a sentirci colpevoli per quel morso di Adamo, perché rivestiamo di rimorsi la nostra concupiscenza, che invece dovremmo accettare come necessaria e (possibilmente) serena?
    Qui s’innesta il problema della chiesa sessuofoba, che naturalmente esiste, ma che andrebbe esaminato con un minimo di circospezione nei suoi contenuti, nelle sue fasi storiche, nelle sue decadenze e nelle sue conseguenze. Altrimenti si rischia di avallare le sciocchezze di chi sostiene che gli africani non s’infilano i preservativi e s’infettano d’Aids per compiacere il Papa. Altrimenti si congelano i giudizi sull’Inghilterra puritana/vittoriana, che da quell’Époque tartufesca ha fatto qualche progresso, almeno fino al Blow up di Antonioni. Se fosse stata sempre sessuofoba, la chiesa non avrebbe accolto nel suo Pantheon (addirittura come antenato di Cristo) un filibustiere tipo Davide, che concupì Betsabea, se ne impossessò senza nemmeno corteggiarla e mandò a morire suo marito. Eccetera. Accenniamo soltanto ai comportamenti di Gesù con l’Adultera e con la Maddalena (poiché esistono le redenzioni e i perdoni), alle seducenti Madonne dei sacri dipinti, all’estasi quasi scandalosa di Santa Teresa, agli ambigui Sebastiani, agli artisti omosessuali assoldati senza problemi da diversi pontefici.
    A me sembra che la questione del disordine amoroso (o libertinaggio) sia spesso malposta. Le élite intellettuali e sociali ritengono, probabilmente, che i loro comportamenti siano giusti e ragionevoli per tutti i cittadini, per tutti i ceti, per tutte le culture e per tutte le latitudini. Questo, semplicemente, non è vero. Un matrimonio tra gay, che sarebbe normale in un atelier di Milano, provocherebbe qualche difficoltà a due muratori di Pozzomelùno.
    Lo stesso vale per le cornificazioni. Una signora di Caltabellona, per esempio, legge le riviste, guarda la tv e si convince che le scappatelle siano perfettamente tollerate.
    E si meraviglia, quando vede luccicare il coltello del marito.
    Attenzione: le sofferenze (e le vendette) amorose non sono prerogative delle società arretrate. Gli esperimenti delle Comuni americane, dove era quasi obbligatorio il sesso libero, scatenarono autentiche tragedie della gelosia, ben più dolorose dei cosiddetti “peccati sociali”, unici bersagli degli anatemi dei sacerdoti progressisti. Nell’evolutissima California ci si accorse, allora, che la seduzione è governata da rapporti di forza nei quali il più debole soccombe, e la sua sofferenza è tanto più bestiale in quanto è prevista dalle regole interne al gruppo.
    La Chiesa (una qualsiasi chiesa) deve tutelare la serenità dell’ecumene, non soltanto le conquiste delle avanguardie.
    In quest’ottica, il tabù è sommamente utile per i derelitti. Se un individuo è brutto, anziano, povero e privo di fascino, potrà sempre consolarsi dicendosi che le sue astinenze sono volontarie e, anzi, preziose, poiché lo preservano dal peccato. Gli altri, i playboy, i Bel Ami, le playgirl, gli sciupafemmine e le sciupamaschi, se ne fregano dei tabù: se per caso sono credenti, c’è sempre la confessione/assoluzione.
    Dentro gli involucri delle diverse concupiscenze lavorano meccanismi potentissimi.
    C’è, in primo luogo, l’astuzia della Natura, la quale non dimentica mai che far l’amore serve a fare figli. Così anche le donne più imbottite di contraccettivi tenderanno a concupire il leader del loro gruppo, perché (senza saperlo!) desiderano un pargolo che erediti le sue qualità.
    Dall’altra parte, gli uomini si avventano sconsideratamente su ogni femmina disponibile perché (senza saperlo!) vogliono avere più possibilità di riprodursi, alla rinfusa. Poi, certo, ci sono le palesi astuzie del dominio, dei soldi, del prestigio. Ciò spiega (forse) la circostanza, apparentemente misteriosa, per cui, dalla preistoria a oggi, sono quasi sempre i signori a pagare (in vario modo) le signore.
    Lo sostiene anche Lucrezio (“De Rerum Natura”), quando ipotizza che i trogloditi inducessero le ritrose all’amplesso con minacce o con doni di pere selvatiche. Ciò è curioso, poiché il maschio è una macchina a geometria variabile: la sua prestazione non è necessariamente garantita (sempre e con tutte) e, dunque, dovrebbe risultare più preziosa. Invece non è così, probabilmente perché i maschi, in genere, detengono il potere e lo esercitano, stoltamente, anche sborsando soldi o promettendo comparsate in tv alle ragazzotte. Le quali, in parte, sono tutt’altro che agnelline. E non da oggi. Basta leggere il bellissimo libro di Benedetta Craveri, “Amanti e Regine” (Ed. Adelphi) per accorgersi di quanto sgomitassero le ragazze d’antan per infilarsi nei letti dei sovrani. Oggi il potere è piuttosto diffuso, anche i funzionari sono piccoli principi, e basta un’apparizione (un’apparizione!) per incominciare una carriera.
    Ciò è scandaloso? Ma perché?
    Chi ha stabilito che vendere la bellezza sia più disdicevole che commercializzare lo studio, l’intelligenza, il sudore? Mai dimenticherò un convegno di femministe a New York. Correva (eccome!) l’anno 1970 e un mucchietto di generose intellettuali desiderava riscattare le prostitute dall’umiliazione e dallo sfruttamento.
    Dopo tanti bei discorsi, due puttane conquistarono il palco e gridarono la loro verità: “Chi è più sfruttato, noi che in un quarto d’ora guadagniamo quanto voi in una settimana, oppure le impiegate che al capo devono dare il loro cervello, la loro obbedienza e magari (gratis) qualcos’altro?”.
    Sull’assemblea calò il silenzio.
    E dovrebbero tacere anche tutti quelli che fingono di non comprendere l’immenso volano di mobilità/promozione sociale della concupiscenza di massa.
    Buffo: la stessa cultura politica che promuove e sdrammatizza l’amore libero, invoca la galera (molestia sessuale!) per il delinquente che infligge un bacetto indesiderato o che (addirittura) spalma sguardi libidinosi su qualche scollatura. Ma non lo sapete che, ben prima del consumismo (“Chi Vespa mangia le Mele!”) le belle del paese erano prede del ricco del paese, o gli si offrivano? Ma non lo sapete che, con tre o quattro ospitate in tv, una ragazza può mettersi in piazza e trasformarsi in show girl, presentatrice, attrice, ballerina e fare i calendari, le pubblicità e fidanzarsi (sposarsi) con un manager e/o con un calciatore, e diventare miliardaria? E’ immorale, tutto questo? Oppure è più immorale chi sfrutta le donne (laureate) con un lavoro precario da mille euro al mese? Sveglia, giovanotti: ognuno offre quello che ha. In certe passerelle si capisce perfettamente che, più dei vestiti, sono in vendita le signorine. In senso buono, naturalmente: si fanno vedere, conquistano una crociera, un invito a cena, una foto sui giornali con i vip e un bel marito biondo, un po’ più trendy del rustico fidanzato di Valmostella.
    Chi si meraviglia?
    Nella storiadell’umanità, il matrimonio d’amore ha scarse tradizioni: è soltanto una trovata del romanticismo ottocentesco e “piccolo borghese”.
    Le avanguardie femminili (ma anche maschili) voltano pagina, acchiappano il tesoro dell’altrui concupiscenza, fanno girare l’amore e i soldi sulle autostrade del mercato globale, con un notevole indotto nei comparti dell’intimo, dei tacchi a spillo, della ristorazione, della cantieristica eccetera. Che volete di più?
    Chi ha qualche dubbio può sempre rivolgersi alla chiesa.

    Giuliano Zincone

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    Predefinito Elogio dell’oca tentatrice

    L’ora d’amore, scrisse Robert Musil, può essere la piuma caduta dall’ala di un angelo oppure di un’oca. L’amore angelico è etereo, sognante, estatico. L’angelo adulto non si toglie neppure la tunica bianca e dicono che non abbia sesso. L’oca è grassa, polposa, starnazzante e si presta meglio a essere concupita, benché l’etologia ci insegni che è animale monogamo e fedele. L’eros spirituale, senza consumazione, è più pericoloso dell’amore mondano. Quello ci fa perdere la testa, ci travolge, e, se è proprio cristallino e irripetibile, ci sposa con la morte come eroi romantici. E’ il casto bacio che condanna al vento infernale Paolo e Francesca, è l’inseguimento di Apollo che condanna alla morte lignea la tenera Dafne. L’amor carnale, concupiscente e possessivo, è peccatore, anche nel letto nuziale, ma è giocoso e fecondo e può precipitare la nostra avventura, come dicevano i latini, usque ad liberum, fino al figlio. Genera non morte, ma vita.
    Didattica dell’eros. Come insegnare ai bambini, ai figli, i segreti e le procedure dell’amore? Direi che l’eros angelico pone meno problemi didattici di quello carnale. Semplicemente, nessuno lo insegna. Lo apprendiamo, fanciulli, dai sorrisi e dagli ammiccamenti di papà e mamma, e non siamo tenuti a pensare che sia qualcosa di più concreto e di meno casto di quelli. Ci mancherebbe altro! Ne siamo nati, e la nascita è piena di mistero e chi oserebbe indagare tra le lenzuola della camera di mamma? Da buoni cristiani siamo tutti figli di madri vergini. L’amore carnale è porcellino. I bambini, di nascosto, qualche volta ci giocano, lo fanno o lo subiscono, ma tirar giù le mutandine a una femminuccia per le scale non sembra che abbia a che fare con qualcosa come il parto della zia o i pannolini stesi. E’ peccato, lo sentono, benché nessuno abbia detto loro di non farlo. Ma che abbia poi a che fare con la Bibbia il serpente e Adamedeva questo proprio non lo possono immaginare.
    Eppure bisogna affrontare l’argomento: “parliamone”. Altrimenti lo vengono a sapere da qualche compagno scafato e ignorante.
    A una certa età viene il momento del discorsetto rituale, spregiudicato, confidenziale, alla svedese. Io, che sono genetista e padre di tre figlioli (due maschietti e una bambina), non potevo davvero esimermene, specie con i due maschi.
    Una notte romana, sul terrazzino di casa, in tre, li coinvolsi in un discorso genetico-ginecologico-sentimentale.
    Ero soddisfatto di me. Esito, tuttavia: l’ indifferenza. “Non avete nulla da chiedermi?” Il più piccolo: “Ma allora, papà, quando siamo nati noi hai dovuto fare quella cosa lì, con mamma?” E accennava la mossa. “Povero papà! Tre volte!”. Ci sono cose che non si possono davvero insegnare. A che scopo, poi? I gatti le fanno benissimo, la notte, senza discorsi sul terrazzino. E’ istinto, buttiamola lì. Ma se è atto di natura perché è peccato? Perché, per noi, è anche atto di pensiero, ed è il pensiero che pecca.
    I tempi passano e perdono di innocenza. Non i bambini, i tempi. Oggi l’educazione sessuale è un diritto sancito, e se i genitori non sanno da che parte cominciare ci saranno i corsi scolastici, e comunque inappuntabili opuscoli illustrativi, con ovuli, animalculi, pancioni, feti in posizione fetale, cordoni ombelicali, poppe e quant’altro. Lo share sarà abissalmente inferiore a quello di Asterix o Charlie Brown, ma il diritto all’informazione e la trasparenza saranno a posto. Com’è che oggi riusciamo a insegnare e a illustrare quello che ieri nascondevamo? Il discorso è diventato più semplice. Una cosa è insegnare come si fanno i figli dell’amore, altra cosa, e più pratica, è insegnare come fare l’amore senza fare figli. E’ una questione di pillole, prima e poi, condom, kit per la gravidanza, virus Hiv, etc.
    E’ facile a capirsi (ma non per il gatto).
    “In vitro is better”. Una decina di anni fa, la rivista inglese “New Scientist” titolava un articolo con l’asserzione “E’ meglio in provetta.” E lo dimostrava con logica ineccepibile. La riproduzione in vitro è controllata, temporizzata, geneticamente testata, ecograficamente monitorizzata. Il “donatore” è catalogato, molecolarmente decrittato, ridotto in provettina con etichetta, congelata in azoto liquido fumante. La donatrice di ovuli è subito estromessa dal processo. L’ovulo è fecondato in vitro, il pre-embrione affidato a una mercenaria controllata, che consegnerà il neonato dietro un assegno e anche lei scomparirà. All’allattamento si provvederà con polvere di latte.
    I propugnatori del vetro e della trasparenza hanno un unico rammarico: che non si sia ancora riusciti a costruire l’utero di vetro o, quanto meno, ad adattare l’utero di qualche maialina a servire da gestante. Ci stanno lavorando. Da questo processo verginale rimarrà fuori qualcosa: l’incontro, il corteggiamento, la concupiscenza, l’amoreggiamento, il piacere, il dolore, il peccato, il mistero, lacrime sangue e latte, angeli e oche.
    Cioè tutto.
    La signora Scienza tende a sfrondare ogni processo di ciò che non è indispensabile per l’esito finale, a eliminare il contorno, a scartare l’irripetibile, a sgombrare il campo dal pletorico. In altre parole, tende a togliere l’uomo e la donna dall’Eden, lasciando solo la mela e il serpente, da cui il divino scienziato saprà elaborare il primo essere in vitro, scavalcando orgoglioso la specie. Ma così è distrutto tutto.
    E’ la Scienza che si fa Avidità e Concupiscenza di fronte alla vita e i suoi misteri. Ma, eliminato il contorno, la bellezza inutile, il momento irripetibile, l’amore si dissolve, insieme all’io nascente.
    A che serve il sesso? Ho trascorso più di trent’anni in laboratorio, con il camice bianco. Mi occupavo della sessualità dei microbi. Il mio contributo più importante è stato quello di avere indotto la sessualità in microbi che in natura non l’avevano, come la muffa Penicillium e il batterio Streptomyces, che producono e hanno dato il nome ai primi antibiotici.
    A quale scopo costringere alla sessualità le specie infeconde? Per incrociare ceppi diversi e combinarne i caratteri, per aumentarne la biodiversità, per la loro evoluzione. Per spiegarmi ai bambini scrissi un libro: “Vita coniugale dei batteri”.
    Ma una cosa non vi scrissi. Se i batteri provassero gusto nell’accoppiamento. Direi di no, come tutti gli esseri acquatici. Che eccitazione possono provare i freddi animali marini che liberano le loro catene di uova o le loro nuvole di spermi nell’acqua gelata, senza neppure incontrarsi? Nei solidi e tiepidi animali terrestri o del cielo il sesso è un incontro e uno squagliamento, perché i germi richiedono liquidi per congiungersi.
    Sono loro che si incontrano e si coniugano nel loro oceano. Esibizione sessuale. Ma qualcosa di eccitante, di stupefacente avviene nel mondo degli animali superiori. Ruote di pavone o code di uccelli del paradiso, ali variopinte di farfalle e corna di cervi, silhouette di donne, criniere di leoni, frinire di cicale, geometria colorata di fiori, gorgheggi di uccelli… La natura adorna la sessualità di sovrane bellezze (e qualche schifezza, bisogna ammettere) e la compone in una danza gloriosa fatta di esibizioni, volteggi, corteggiamenti, concupiscenze e amplessi. Possiamo credere che tutte queste festose bellezze abbiano per solo scopo la vita coniugale dei batteri e la ricombinazione del DNA?
    No davvero. Esse sono espressioni di quello che è stato chiamato “valore della presentazione”, cioè della “aspirazione delle forme organiche di rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura dei singoli esseri viventi e di portare, di detta struttura, la testimonianza diretta nelle loro forme particolari” (Adolf Portmann). La concupiscenza, che unisce, congiunge e compone le coppie animali è una spropositata espressione della tendenza alla esibizione di specie, una estrema manifestazione dell’aspirazione a possedere e a dominare. Negli umani questa aspirazione può raggiungere l’arte e la poesia, ma può anche manifestarsi nel possesso e nella dissoluzione del partner. Il DNA è il passeggero clandestino di queste effusioni, ma non ne è né la ragione né la spiegazione. In alcune specie inferiori il possesso del compagno si spinge sino al cannibalismo.
    E’ noto il comportamento della Mantide religiosa femmina che, durante l’amplesso, divora il suo compagno.
    Meno noto quello di un verme marino lungo un pollice: la Bonellia viridis. In questa specie il maschio è minuscolo, appena un millimetro, e la femmina lo inghiotte nella sua proboscide; lo sistema nelle proprie viscere dove egli diviene un organello sessuale che svolge il solo compito di fornire spermatozoi alle uova della consorte. Queste sono davvero forme di concupiscenza, come dovere per la conservazione della specie. Non immagino i maschietti di queste specie che esclamino “Vive la difference!”. I tempi moderni non conoscono, dell’amore, né angeli né oche. Il sesso occidentale è divenuto frettoloso, sbrigativo e insieme garantito, protetto, ripetibile sino alla noia, scientifico. Si sta convertendo in pratica igienica, esperimento, prestazione ormonale, orgoglio erettile, sdilinquimento e melanconia.
    Il figlio è il suo inconveniente, come una malattia venerea, da cui preservarci e curarci. I bambini del futuro saranno il prodotto della scienza, orfanelli e collegiali, trovatelli e senza famiglia.
    L’uomo e la donna d’oggi, invece di collaborare nella costruzione del nido e del pulcino, si accaniscono nel body building di se stessi, nella chirurgia estetica, nella liposuzione, costruendo il proprio corpo come da manuale e affidando un’eventuale discendenza a seme di masturbazioni, a ovuli risucchiati, alla penetrazione di microscopici aghi di vetro, ai freezer e alle ecografie, che sostituiranno il vecchio album di famiglia.
    E allora, poiché non ci sarà più l’angelo impalpabile e i suoi furori estatici, prima che ci soverchi la nanotecnologia, evviva l’oca, le tentazioni, la concupiscenza, il peccato carnale e il figlio dell’incoscienza.

    Giuseppe Sermonti

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    Predefinito American beauty farm

    What’s Sutunqa?”. Maledetta scrittura intelligente. Marsha ha ricevuto un mio sms, ma il telefonino Usa storpia sempre così, in automatico, il mio cognome. E ora eccola qui di fronte a me, splendida trentenne, ex modella dagli occhi azzurri, nel mio ufficio sopra la libreria Rizzoli sulla 57esima strada di Manhattan. E’ venuta a trovarmi in redazione. Fuori c’è il solito caldo umido atroce che rovina tutte le estati nella capitale del mondo. L’ho conosciuta a un concerto di musica contemporanea contro la pena di morte organizzato dai radicali italiani (che si piccano di essere transnazionali) a New York.
    Confesso che c’ero andato soprattutto perché era vicino alla Rizzoli, nel teatro dell’Alliance Française sulla 59esima. Ho concupito Marsha appena l’ho vista. Pure lei, mi ha confessato dopo, anche se lì per lì ha fatto finta di nulla. Il concerto era insopportabile, come tutta la musica classica dopo Debussy. All’uscita lei era dietro di me con un’amica sulla scala mobile. Ho notato subito la sua figura elegantissima, alta, flessuosa, e i capelli neri, lisci, lunghi. Anch’io ho fatto finta di niente, non mi sono voltato: temevo mi scambiasse per un appiccicoso playboy italiano che squadra le donne lanciando occhiate da triglia. Però ho subito smesso di pensare alla provvida legge del mercato che farebbe giustizia della musica dodecafonica, se quest’ultima fosse lasciata a se stessa come merita, senza più sovvenzioni pubbliche. Una volta tanto, l’esprit de l’escalier che mi affligge (trovo le parole giuste con le donne solo mentre scendo le scale dopo averle salutate, spesso per sempre) ha funzionato al contrario: la scala mobile mi ha dato tutto il tempo di escogitare una frase ad effetto per far colpo su Marsha. “Lei è una diplomatica?” (no, non era questa la frase). “No, perché?”. “A questo concerto hanno invitato soprattutto diplomatici dell’Onu”. “Non ho niente a che fare con l’Onu”. È già qualcosa. “Ma... lei è dell’Europa dell’Est per caso?” . “No, perché?” Sorride. “Ha bellissimi occhi slavi”. “Grazie”. “Le è piaciuto il concerto?”. “Vuole che sia sincera?”. “Certo”. “Era ok”. Tradotto dall’educatissimo americano: faceva schifo. “Sono d’accordo: praticamente era un’anticipazione di pena”. “In che senso?”. “Era un concerto contro la pena di morte, no?”. “Ah, certo”. Sorride. Chissà se ora ha capito. “Però io non sono così sicura di essere contro la pena di morte”, continua. No, non ha capito. E in più è a favore della sedia elettrica. La concupisco ancora di più: una reazionaria dall’aspetto fisico così poco di destra. Affascinante, meglio di quella fascistona di Ann Coulter. “Lei è favorevole alla pena di morte?”. “Mah, dipende. Si riceve quel che si dà”. “Ma allora perché è venuta a un concerto contro la pena di morte?”. “La mia amica mi ha invitato. Era gratis. E non avevo niente di meglio da fare”. Ho fatto la corte a Marsha per tre settimane. E’ venuta a letto la prima volta nella notte del grande blackout a New York, due o tre agosti fa. Forse per amore, ma ho scorto anche una grande riluttanza in lei di fronte all’incubo di dover farsi quaranta piani di scale a piedi nel suo grattacielo sulla Sessantesima Strada.
    Io invece abitavo al sesto piano. Più comodo.
    Ora stiamo assieme. Lei è la mia fidanzata americana. Non è la prima. E probabilmente neanche l’ultima, perché ieri sera mi ha confessato: “Better Saks than sex”. Lo sospettavo: meglio i grandi magazzini sulla Quinta Avenue del sesso.
    Finalmente è stata sincera: lei prova più piacere a fare shopping che a fare l’amore con me. Non è un caso, d’altronde, che il palazzo di Saks stia proprio accanto alla cattedrale di San Patrizio: sono i due maggiori templi di Manhattan, assieme coprono ogni esigenza corporale e spirituale. E ora eccola qui di fronte a me, la ragazza che mi fa impazzire e potrebbe diventare la madre dei miei figli. Se solo concupisse me (un po’) più delle borsette Chanel. O delle scarpe Prada. O degli orologi Chopard. O dei “risada with prosega”, come lei chiama felice, già al limite dell’orgasmo, i risotti innaffiati con prosecco nel nostro ristorante italiano preferito. “E’ così hot and humid fuori, Mauro”, si lamenta Marsha. “Sì, caldo e umido. Proprio come te”. “Stop it!”, fa finta di indignarsi. Eppure è così sexy. Oggi indossa una camicetta scollatissima, pantaloni aderenti sotto al ginocchio e flip flop, le infradito che sono ormai la divisa della donna americana. Cominciano a portarle già a marzo, ai primi soli primaverili, sfidando geloni e pantegane nel metrò, e vanno avanti fino ad autunno inoltrato. Io impazzisco a vedere tutti quei piedi nudi molto attraenti, curatissimi, con le unghie pittate di colori anche fosforescenti impensabili in Italia.
    Ecco, “the Nails”. Il manicure e pedicure. L’altra attività principale delle femmine newyorkesi dopo lo shopping: ormai ci sono in giro più insegne Nails che negozi di alimentari. Marsha mi ha scelto anche perché la Rizzoli sta proprio accanto alle J Sisters, il tempio della depilazione, quindi le risulta agevole passare a salutarmi dopo le sedute.
    Perché come tutti gli americani è pragmatica e benthamiana: massimo risultato col minimo sforzo. Di professione lavora nella moda, e sarebbe un’attività molto redditizia se gran parte dei suoi guadagni non se li facesse sifonare da quei ladri degli stilisti. Infatti ora è già eccitata al solo pensiero di scendere con me verso il “quadrilatero della morte”, a pochi metri da qui: l’incrocio fra 57esima e Quinta Avenue, che vede ai suoi angoli Tiffany, Luis Vuitton, Bulgari e Bergdorf Goodman, con dentro incastonato pure il gioielliere Van Cleef & Harpels. Le basterà guardare le vetrine per soddisfare la sua concupiscenza. Marsha concupisce anche me, io concupisco lei, e non è solo passione: ci amiamo pure, vorremmo metter su famiglia, abbiamo intenzioni serie (insomma: mi ha già presentato ai suoi).
    Lo giuro: non solo sesso e disobbedienza, o “ricerca disordinata del piacere”, come scrivete nel riquadro rosso qua sotto. Anche nella Grande Mela ci sono personcine serie. Lei ha studiato a Firenze, è laureata in una delle migliori università (Vanderbilt), legge giornali, riviste e perfino libri, ha addirittura scritto la tesi su Derrida.
    Però io venivo diciassettenne a Manhattan ogni weekend nel ‘77, fuggendo dai campi di golf del Connecticut dove passavo un anno come exchange student. Allora gli Stati Uniti erano la terra della libertà e delle infinite possibilità. New York era una città pulsante, sporca e sensuale. Oggi è una metropoli anerotica e anoressica, la capitale del conformismo politicamente corretto: quando ho osato scherzare con Marsha su un buffo ciccione nel metrò lei mi ha guardato severa inarcando il sopracciglio, e mi ha detto aggressiva: “Mauro, it’s so inappropriate! Non si dice “grasso”, si dice sovrappeso, oversize. Paffuto, chubby, al limite”.
    Sui computer la parola sex si tinge automaticamente di rosso, le parolacce vengono sostituite da asterischi. La regina Vittoria godrebbe come una pazza.
    Io sono innamorato pazzo di Marsha, la concupisco a ogni ora del giorno e della notte. Però io per lei vengo dopo il lavoro, la carriera, i soldi, le cene con le amiche ogni giovedì (“girlies nights”), il jogging a Central Park ogni mattina presto invece di fare l’amore (la concupisco enormemente quando torna a casa accaldata e con le guance rosse: niente da fare), e poi la palestra, il parrucchiere, lo yoga, le commissioni, gli events cui partecipare ogni sera, i gala della beneficenza ipocrita ed esibita, le abbronzature sul roof della piscina dell’L.A. Sports Club, le prime di cinema e teatro, le anteprime ai musei, l’enogastronomia, la lettura degli annunci immobiliari, i weekend obbligatori agli Hamptons con tre ore di coda sull’autostrada. Di sera, quando mi avvicino romanticamente sul sofà, lei mi chiede affettuosa come una gattina: “Mi gratti il braccio?
    Mi accarezzi la schiena? Mi massaggi il piede?”. E’ così che lei raggiunge l’acme. Perché poi, quando comincio a baciarla, troppo spesso mi blocca dicendomi: “Amore, sono stressata, ho bisogno di relax”.
    “Rilassati scopando, come me”, le ho risposto una volta. Allora lei, che invece pratica un sesso tecnicamente piuttosto ginnico e quindi faticoso, con gran dispendio di calorie, mi ha guardato accondiscendente ammonendomi con un sorriso: “Mauro, don’t be a pervert”.
    Ci sono tante Marsha a Manhattan, nei quartieri residenziali dell’Upper East e West Side. Considerano la frigidità un inconveniente pratico, secondario e superabile: con un programma in dodici step, negli intervalli del pilates, oppure – quelle più intellettuali –tramite psicanalista.
    Certo, a Manhattan c’è la più alta concentrazione di single del pianeta. Certo, in questa città ci si alza ancora al mattino non sapendo bene in quale letto si finirà la sera. Le one night stand, avventure di una notte, accadono sempre, più che altrove nel mondo. Il problema è che cosa si fa, poi, su quel benedetto letto, con la sconosciuta conosciuta al cocktail party.
    Qualcuno ha soprannominato la New York di questo decennio (gli anni Zero) l’Impero di dito&clito. Grande autosoddisfazione. Di qui il successo teatrale dei “Monologhi della Vagina”: a questo serve principalmente oggi l’organo femminile negli isolati (nomen omen) più ricchi del pianeta, quelli dei miliardari (in dollari) orgogliosi di esibire il codice di avviamento postale 10021, fra Park e Madison Avenue. Lì è nata Marsha. Lì è andata a scuola. Lì le hanno insegnato a indossare, provocante e competitiva, lussuriosi pantaloni leopardati; ma a non scoprirsi mai, inibita e puritana, il seno in spiaggia.
    “Ah, vivi a New York? Come si sta? E come sono le donne di ‘Sex and the City’?”.
    E’ questa la domanda che mi fanno quasi tutti i miei amici italiani, anche quelli colti. A volte rispondo buttandola sul sociologico: crollo della concupiscenza, suo spostamento su oggetti diversi dal sesso.
    Nulla di nuovo, se ne erano già accorti Freud cent’anni fa e Marcuse cinquanta, come ha ricordato Bandinelli su queste pagine. Manhattan oggi è un misto di perversione e repressione.
    Di allegro disordine mentale (il consumo di Prozac si è decuplicato) e tanta solitudine: quando passeggio a Riverside Park, ogni tanto mi si avvicina qualche (bella) donna domandandomi: “Are you John?” E’ il tizio con cui ha preso un appuntamento al buio su Internet.
    Ma c’è anche tanta sconfinata, irresistibile energia: in fondo è l’ottimismo di Marsha ad avermi conquistato. Il settimanale New York Observer, quello dove dieci anni fa nacque la rubrica “Sex and the City” di Candace Bushnell prima di diventare libro e poi trasformarsi nel celebre serial tv con Carrie e Samantha, mi ha affidato una column sullo stesso argomento, ma con il titolo “No sex in the city”.

    Mauro Suttora

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    Predefinito Se volete salvare la concupiscenza salvate....

    ....prima il corteggiamento

    Certo che so distinguere tra letteratura e vita. La letteratura parla molto di sesso, e poco delle sue conseguenze concrete: i bambini.
    La vita è esattamente il contrario.” La diagnosi sta in un romanzo breve di David Lodge, “E’ crollato il British Museum”, pastiche letterario che un po’ imita Graham Greene (per gli amori arroventati dal cattolicesimo) e un po’ James Joyce (per le insoddisfazioni erotiche di Molly Bloom). Racconta i patemi di Adam Appleby, nome da peccato originale se mai ve n’è stato
    uno. Ansioso per una carriera da ricercatore universitario ferma a un punto morto, e per la temuta quarta gravidanza della consorte – la contraccezione naturale produce più bambini di quanti non riesca a evitarne - il nostro si rifugia nella sala di lettura del British Museum. La stessa dove Karl Marx, indebitato e sotto sfratto, andava a leggersi Balzac. E dove Edward Morgan Forster (in “Aspetti del romanzo”) immaginava ai banchi, come scolaretti durante il compito in classe, Samuel Richardson e Henry James, Herbert G. Wells e Charles Dickens, Laurence Sterne e Virginia Woolf.

    * * *
    Da quando l’abbiamo letta, e tenuta in serbo per quando serve una citazione atta a sbrigare rapidamente l’annosa questione – ogni lettore seriale, fin dalla più tenera infanzia, è calorosamente e ripetutamente invitato a lasciar perdere i grandi libri e a volgersi verso le piccole cose della vita, sotto forma di tramonti o passeggiate, sennò ti verrà la gobba, l’aria da topo di biblioteca, la smorfia di chi non troverà mai una conversazione abbastanza interessante, visto che la pietra di paragone è Jane Austen –, abbiamo anche pensato a una modifica.
    D’accordo il sesso e i bambini. Ma quel che maggiormente fa la differenza tra vita e fiction si chiama corteggiamento. Che nei romanzi e nei film prende un sacco di tempo, impegno e fantasia. Fuori, somiglia tristemente a “o me la dai o scendi”, versione automobilistica del casting couch.
    Il sesso post sessantottino, o post liberazione sessuale, a metà tra la ginnastica e la cura contro lo stress della vita moderna, risulta già abbastanza irritante per una fanciulla. Ma non è nulla in confronto alla frase, sentita fino alla nausea, “non vorrei offenderti mandandoti un mazzo di fiori”. Sì, sì, offendimi, offendimi. Fa piacere sapere che, prima di suonare il campanello di casa tua, un giovanotto sia passato dal fioraio, abbia scelto una composizione appropriata, l’abbia pagata cara, e abbia percorso qualche isolato con l’ingombro “di quel rumore che fa il cellophane”. Poiché al peggio non c’è mai fine, qualcuno vorrebbe spiegare agli extracomunitari che appioppano rose ai semafori di non avvicinarsi mai e poi mai alle donne che guidano la propria auto, senza il bene di un cavaliere al fianco? Una torna a casa dal lavoro, sa che nel giro di mezz’ora verrà squadrata dal compagno di cena con lo sguardo rimproverante che dice “anche stavolta non si è messa i tacchi”, e per giunta dovrebbe comprarsi da sé la rosa scarlatta? E’ questo il mondo per cui abbiamo combattuto?

    * * *
    La vita di una fanciulla che abbia condotto la propria educazione sentimentale sulle pellicole hollywoodiane e sui romanzi è lastricata di delusioni. Mai che capiti di trovare un gioiellino sotto il tovagliolo, o un braccialetto al posto della lisca del pesce, come accadeva in un film di cui ricordiamo ogni dettaglio tranne il titolo. Mai che capiti un giovanotto come Cary Grant, che in “Caccia al ladro” si fa insolentire per una sera e poi baciare a succhiello (c’era il Codice Hays, che cronometrava i tempi del labbra-controlabbra, ma i registi bravi sapevano comunque suggerire quel che andava suggerito) da un’algida Grace Kelly. La stessa bionda che nella “Finestra sul cortile” voleva partire per la giungla armata di una dodici ore zeppa di tulle rosa e piume di cigno in tinta, distribuite tra camicia da notte e pantofoline. Mai un Cazotte, che in “Ehrengard” di Karen Blixen conquista la vergine guerriera facendola arrossire. A distanza. Non la sdraia sul divanetto, non fa la manomorta, non le spiegazza la sottoveste. Va detto che la danese, campionessa di seduzione scritta, nella vita era alquanto sprovveduta (sposò un uomo mentre era innamorata del di lui fratello che la rifiutò, si prese la sifilide la prima notte di nozze, e probabilmente non ce ne fu una seconda). Quando in Africa scoprì la passione con Dennis Finch Hatton, pilota di aerei come in un qualunque romanzo di Liala, le uniche pagine roventi dell’autobiografia raccontano serate trascorse ad ascoltare racconti. Lui arrivava, parcheggiava l’aeroplano, chiedeva: “C’è una storia per me?”. Lei ogni tanto si distraeva, faceva riapparire un personaggio scomparso; lui per prova d’amore commentava:
    “Questo è morto al principio, ma non importa”.

    * * *
    Non succede solo nei film e nei romanzi d’altri tempi. Vedere, per credere, “Elizabethtown” di Cameron Crowe, dove Orlando Bloom e Kirsten Dunst stanno al telefono per una notte intera (c’è il tempo per lo sciacquone, e anche per lo smalto sulle unghie), poi si incontrano all’alba, e decidono che non è ancora il momento giusto per infilarsi tra le lenzuola. Oppure “Shopgirl”, dove Steve Martin va a comprare un magnifico paio di guanti lunghi di seta facendosi consigliare dalla stessa commessa a cui sono destinati in regalo (li riceverà a casa in una scatola, avvolti dalla carta velina, che quanto a dolci rumori batte il cellophane, ed è superato soltanto dallo scatto di un portagioie). E Humbert Humbert, in “Lolita” di Nabokov (un altro che le ninfette, se dobbiamo dar retta a sua moglie Vera, le frequentava soltanto sulla pagina), non sarebbe il gran personaggio che è se non portasse in giro la sua mocciosa per tutti i motel d’America, assecondandone la mania per i souvenir indiani, la bigiotteria di rame, le caramelle a forma di cactus, la stalattite più grande del mondo, il museo dedicato agli hobby, la collezione di cartoline con gli hotel della vecchia Europa.
    Se no, cosa starebbe a fare nel più splendido romanzo d’amore del Novecento?
    Il corteggiamento, lo diciamo attirandoci tutti gli anatemi del caso, è il trionfo della cultura sulla natura. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Ed è un vero peccato che, al pari di altri marchingegni inventati dagli umani per evitare di farsi male negli incontri tra maschi e femmine, sia ormai disprezzato al pari dei salotti. Se tutti quelli che parlano male dei salotti sapessero come ci si comporta in un salotto il problema non si porrebbe.
    Se tutti quelli che giocano a fare i casanova sapessero fare i casanova, non ci si annoierebbe tanto con gli uomini. Più spesso verrebbe la voglia di staccare gli occhi dai romanzi, e peccare di concupiscenza. E’ che non ne possiamo più di quelli che ti chiedono il segno zodiacale, ti raccontano il libro o il film che gli ha cambiato la vita, si fanno accompagnare in macchina perché loro in città usano solo la bici, cominciano frasi che già sappiamo come vanno a finire, su cui peraltro siamo in totale e devastante disaccordo. Epperò, da persone educate, non rintuzziamo la prima scemenza. Così arriva la seconda, la terza, e tutte le seguenti. Insomma, si comportano come quella ragazza che, portata a visitare l’appartamento di un corteggiatore, fu così ironica e avara di complimenti da sentirsi rinfacciare “fai conversazione come se non volessi venire a letto con me”. Invece lei voleva, eccome se voleva, semplicemente aveva fatto troppi corsi di autostima.
    E i maschi l’autostima l’hanno incorporata dalla nascita, non è un optional che viene fornito a richiesta e ogni tanto si inceppa.

    * * *
    Stiamo andando fuori tema, probabilmente. Traviate dalle cattive letture che nel nostro caso hanno un colpevole più colpevole di altri. Si chiama Choderlos de Laclos, era ufficiale di artiglieria, quindi conosceva bene la fatica e la sapienza che le grandi manovre esigono. Nel 1782 scrisse “Les liaisons dangereuses”, romanzo epistolare che ci corruppe – come direbbe Muriel Spark, “Gli anni in fiore della signorina Brodie” – a un’età impressionabile.
    Restammo folgorati da due scene. La prima è quando la marchesa di Merteuil, ancora giovinetta, capisce che tra i due sessi a disposizione le è toccato di nascere in quello sfavorito (che nessuna mistica della femminilità e della maternità riuscirà a controbilanciare). Si allena quindi alla dissimulazione. Se ha un dispiacere o un dolore, finge felicità, sorridendo come se le facessero un sacco di complimenti. Se in un salotto le piace un uomo, ne guarda un altro. Tacciano i cultori dell’autenticità. L’autenticità - lo dice la parola stessa – è alla portata di qualunque imbecille. Nei non imbecilli, coincide con il peggio di sé.
    La seconda scena, è il teatrino architettato dal Visconte di Valmont per far capitolare la devota, maritatissima e fedelissima presidentessa di Tourvel, che non intende concedersi, ma comunque gli ha messo una spia alle calcagna. Trovato nei dintorni un contadino povero a rischio di sfratto, si presenta all’ora giusta e paga l’esattore, sicuro che l’inaccessibile signora, quando lo verrà a sapere, sarà un po’ meno inaccessibile. Lo teorizza anche Paolo Conte, quando consiglia alle fanciulle di non perdersi, per nessuna ragione al mondo, “lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato di te”.

    * * *
    Il corteggiamento, lungo e fantasioso, è l’unico antidoto finora conosciuto al sospetto che gli uomini scopino per default. “Basta che respirino”, dice la saggezza popolare italofona. “Toutes qui bougent, sauf les pendules”, conferma la saggezza popolare francofona.
    Nel linguaggio di Hollywood, è lo scambio di “Harry, ti presento Sally…”.
    Spiega Harry: “Un uomo non può essere amico di una donna perché di solito se la vuole scopare”.
    Chiede Sally: “Ma allora un uomo può essere amico solo di una donna brutta?”
    “No, di solito vuole farsi anche quella”, risponde lui, in un attacco di sincerità.
    Per questo bisognerebbe salvare il corteggiamento dall’estinzione.
    Lasciando stare i panda, che non interessano a nessuno.

    Mariarosa Mancuso

    saluti

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    Predefinito Il desio dei Trombadori

    Allora andiamo, tu e io (hypocrite lecteur) a passeggio per la selva del peccato quotidiano, ché tanto ci è concesso secondo Legge a noi mortali: di riconoscere la volontà del Creatore pure al cospetto di pensieri e immagini che nella nostra mente sempre affiorano in contravvenzione a essa, come accadde in origine – dicono – all’angelo orgoglioso di nome Lucifero, così prossimo quanto un’ombra nel cuore degli umani (Isaia, 14 “Tu dicevi in cuor tuo: io salirò in Cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio”).
    Allora andiamo: a battere i sentieri della concupiscenza, principe dei peccati, con la parola scritta e letta in pubblico, in una parabolica simil-confessione (ma solo l’inginocchiatoio può attendere quella vera) utile forse soltanto a rivelare la fragilità morale del nostro raziocinio (l’uomo è “sproporzionato”, dice Pascal, “…qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto”).
    E cominciamo a riflettere sul desiderio come abuso (il concupire) di cui nessuno tracciò mai l’esatto confine se non per la parola del Creatore (Genesi 4:7), a Caino: “il peccato sta spiandoti alla porta, ma tu lo devi dominare”).
    E quando mai, tentati nel pensiero magari come Eva, avremmo potuto resistere al desiderio, o non avremmo potuto concepire l’immagine di un piacere totale tanto nell’anima come nel corpo? “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi”, dice Giovanni.
    E noi deboli con lui: “perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo”.
    E noi che figli siamo, e tutto ciò sappiamo, pure nel mondo stiamo.
    Come re Achab di Israele, che aveva tutto ma non la bella vigna di Naboth, e tanto la invidiò e se la prese dopo che sua moglie Jezebel ebbe fatto uccidere con l’inganno il proprietario.
    O come il grande re Davide, marito di tante mogli, e pure oltremodo concupiscente di una bella maritata che ottiene ed ingravida mentre lo sposo è militare in guerra ed ivi perde la vita (“per caso”, si disse).
    A che valsero, a che, le lagnanze ( le “geremiadi”) e le condanne dei profeti, le parole di Elia, o di Nathan, se lo scandalo della concupiscenza vive e continua a vivere da sempre sotto il sole come il “nulla di nuovo” di cui ci parla l’Ecclesiaste nella attesa di eventi imperscrutabili?
    E’ giudaico, il sapere biblico. E però anche cristiano.
    “Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre”, testimonia Giovanni: ma solo il dono della fede assicura questa verità.
    Ebrei e cristiani, fratelli maggiori e minori, sistole e diastole nell’intimo dissidio di una storia non profana d’occidente che però si vuole laica, mondana, e sempre aperta al “folle volo” di un conoscere che tanto più attrae quando più talora è fuorviante.
    Crocifiggere la carne, “con le sue passioni e le sue concupiscenze” (Galati, 5:24) resta pegno e pietra di paragone della vita cristiana. E’ una parola! Il passaggio per la “porta stretta” attesta la morale in una sfera superiore a quella dei costumi mondani che debbono elevarsi alla sua altezza, e non viceversa (“sforzatevi di passare per la porta stretta…”). Facile, a dirsi: ben più arduo e santo è lo sforzo di conformarvi atti e pensieri quando Satana getta i suoi ami come un’ombra adescando la mente per dubbi razionali e desideri concupiscenti di trasgredire l’interdetto (Genesi, 3:1: “Ha Dio veramente detto: non mangiate di tutti gli alberi del giardino?”).
    Verità di ragione e verità di fede, con la “tentazione” intrisa nel pensiero: ecco un bel cruccio spirituale che ci accompagna come la coscienza del Grillo parlante quando segue e ammonisce Pinocchio perduto nel mondo. Scomoda e fastidiosa, la “coscienza”. Nel mondo di oggi, poi: dove l’uomo sembra ivi gettato quale “invisibile trottolina” e gira e rigira senza sapere perché dopo che quel “maledetto Copernico” lo ha spinto a riconoscersi quale “vermuccio” nell’infinito ordine siderale (Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal”). Ce ne faremo una ragione, o meglio ci proveremo. Ma sarà sufficiente? O converrà piuttosto che qualche “verità di fede” sovvenga ancora a suggerire il discrimine del Bene e del Male, vale a dire il sentimento del limite umano (“non amate il mondo né le cose del mondo”, dice Giovanni) senza che ciò non valga ad “accabler” ogni nostro intendimento e impulso ad agire, a costruire una morale e una cultura nel mondo e per il mondo? Non sono domandine da poco, hypocrite lecteur. Infatti non prevedono una risposta esauriente, per quanto e soprattutto se ragionevole. Saldo come la Rocca di T.S. Eliot resta custodito nel tempo il Verbo: e altrettanto però permane mutando di forme e di pensieri la sibilante lira della concupiscenza (desiderio smodato, abuso di qualcosa di legittimo, eccetera, eccetera).
    Quanto a me e te, caro lettore, nel nostro piccolo non resta che riconoscere senza appello una intima situazione di coscienza che fu dai latini tanto bene riassunta: “video meliora proboque, deteriora sequor”.
    Il mondo sembra in genere quasi fatto apposta per i paradisi artificiali d’ogni colore e fattezza (e che razza di mondo-mondano sarebbe, altrimenti?) tanto che l’allucinato Carlo Baudelaire non solo consigliava i peccatori di assaporare i fiori del male ma anche di perdervicisi dentro (“enivrez–vous”, diceva). Noi però, peccatori più modesti e più avvertiti, non avremo la forza di reggere a tal punto una simile sfida. Trascinati o adescati di volta in volta da forme più o meno particolari e graduate di concupiscenza, lo riconosceremo e forse in parte anche ce ne pentiremo. Qualche volta sapremo perfino dire di “no” alla radice suprema del peccato. E se ci farà del bene, non sarà a prima vista. Si nutre di balsamiche alchimie (elisir) il tempo che ci resta. E il planetario della vita è costellato di ammirevoli Ersatz (sostituti, surrogati) adeguati per tutte le epoche e per tutti i gusti. Così grande può apparire talvolta la distanza tra Cielo e Terra all’anima bella e tanto semplicetta da scambiare addirittura l’esistenza mortale con un temporaneo e paragnostico “esilio” dove solo può accampare diritti l’infelice ironia romantica (vedi lo Schlegel) o il desiderio di una felicità inattingibile, in luogo del “bene operare” di cui parlano i precetti e le virtù teologali. Se ne vanno volentieri per questa strada per lo più gli artisti, i chierici vaganti, i saltimbanchi, i poeti e però anche tanti uomini e donne comuni presi così “per incantamento”. E’ la forza del desiderio che talvolta li muove, o la passione, o la misteriosa “brama”, di cui parlava Umberto Saba, avvertendone i sintomi senza però riuscire mai a distinguerne la “natura”, se mai ci fosse.
    Il Male non è un principio, si dice, è solo assenza di Bene. In questo vuoto scorre il torrente della concupiscenza (“carnis et oculorum”) che fa quasi tutt’uno, pare, col flusso della vita.
    Non c’è che dire. Siamo in tal modo sempre soli, noi viventi, dinanzi al bivio dove biforcano il vizio e la virtù. Perfino Eracle vi rimase implicato. E della concupiscenza (desiderio del desiderio) fu vittima responsabile anche quel re Candaule di Lidia che pagò con la morte l’avere incitato la fidata guardia Gige ad ammirare le fin troppo da lui amate nudità della moglie (“nessuno vedrà la regina”, aveva detto).
    Contravvenire l’interdetto, ma guarda un po’.
    Che ci sia un qualche “problema del sesso” a tormentarci da un bel po’ tempo? E che non sia tanto facile alla fine sbarazzarsene, come parrebbe invece ai più moderni e più aggiornati? Dicono che oggi il bandolo è stato afferrato, che molti tabù sono crollati, che la felicità – o quasi – è a portata di Baedeker fisiopsicologico, eccetera.
    E però: “nulla di nuovo sotto il Sole”, ripetiamo con Qoelet, mentre davvero “il cielo è sempre più blu” (Rino Gaetano). Consapevoli, e pur sempre indecisi o incapaci di comporre in uno verità di ragione e verità di fede (Tommaso d’Aquino) ci riconosciamo allora malauguratamente tra coloro “che son sospesi” non senza indagare nell’intimo e virtualmente pronti a riconoscere la colpa originale insita nella “natura umana” della quale peraltro ci pare di poter solo prendere atto sine remedio.
    Ci sarà perdono per il perplesso e per il miserrimo ignavo? Ci sarà finalmente il Giudizio? E come meritare la Grazia?
    Quando il Papa di Roma formula il precetto morale e razionale (“etsi Deus daretur”) apre una via piena di luce riconoscibile per la carità del teologo tomista che mette in evidenza (anche al “laico pensoso”) le virtù salvifiche della “retta ragione”. L’orgoglio laico è di conseguenza invitato e pressoché persuaso ad ipotecare la sua originaria e superba petizione di principio (“etsi Deus non daretur”) che il desiderio illecito verrebbe a imporgli.
    Ma come tuttavia evitare di cadere in fallo, nel vuoto della fede e nel conforto della sola ragione per quanto bene indirizzata ma pur sempre schermo indifeso dinanzi alle malizie lusinghiere della vita su cui la concupiscenza (“carnis set oculorum”) può esercitare il suo ingannevole e smodato richiamo? Se la “carne” è debole la “ragione” non è da meno. Come rinunciare ad amare le cose “del” mondo, mantenendo pure alta la fiaccola dell’amore “nel” mondo? Tutto ciò che non è amore di Dio, si esercita alla fine sul colmo rischioso della eresìa. Ne sapevano già qualcosa i “trombadori” dell’alto medio evo, i poeti e i suonatori della lingua italo-celtica, che precedettero i provenzali troubadours nell’amore cortese e per cantare in lungo e in largo la bontà intrinseca dell’amore terreno (il “domnejar”) prima che Innocenzo III ne perseguisse la “haeretica pravitas” (crociata contro gli Albigesi, 1208). Erano quelli i canti dell’amorepassione, della gioia del mal d’amore elevato in rapporto dialettico con l’interdetto, che definirono fin dal principio un simmetrico ritmo spirituale nel tormentato cammino dell’occidente (arte, religione, filosofia…). Nei fervidi trastulli del “fin’amor”, l’uomo del nostro medioevo tesseva la trama di una poesia che per culmine di concupiscenza suggeriva piuttosto di “padroneggiare” il desiderio di fronte alla Dama inaccessibile (Bertrand de Ventadorn: “ai domna, aiatz de vostr’amic mercey…): e inaugurava la lunga tradizione (fino a noi!) di una erotica “teologia crucis” posticipante il piacere della carne anziché allontanarlo ( e Denis de Rougemont su Tristano e Isotta annotava: “…ciò che misura l’amore sono le pene che si vivono per esso…”).
    Così il melodioso “amor de lohn” consumato da Jaufrè Rudel di Blaya, crociato per amore (1147) della mai vista e sempre agognata Melisenda, contessa di Tripoli, apriva il conto spirituale dell’occidente con la gioia perversa ed erotica della “sofferenza” e della “attesa desiderante”
    che prende il posto di più alte finalità trascendenti (“amor de terra lohndanha / por vos totz lo cor mi dolh’…”).
    Che i cavalieri “troubadours” non disdegnassero affatto anche i piaceri di una virilità piena e conclamata è d’altra parte ben noto (così Guglielmo IX di Aquitania nel suo “Farai un vers, pos mi sonelh: “…la fottei tanto quanto sentirete / cento e ottantotto volte / così che per poco non mi ruppi l’apparato…”). E però vedere l’amata nuda, giacere accanto a lei abbracciati nel letto, senza che l’uomo faccia nulla contro la volontà della donna, restava la prova suprema della “cour d’amour”, quale sublimazione rituale della più alta concupiscenza paga di sé in se stessa (“En un vergier sotz fuella d’albespi /tenc la domna son amic costa si,/ tro la gayta crida que l’alba vi...). Che si trattasse di “amor purus”, cioè fondato sul controllo del desiderio, dubbio non v’era.
    Ma non perdeva il suo connotato sensuale tanto quanto l’adulterino “amor mixtus” (quello cioè che “in extremo opere Veneris terminatur”) e come tale da lodare, secondo il valente Andrea Cappellano, che di desiderio carnale (e di eresia) si doveva intendere parecchio se ai primi due libri del suo “De Amore” (1180) ne fece seguire un terzo (“De reprobatione amoris”) in cui opportunamente (o per dissimulare?) condannava in nome delle “verità di fede” ciò che prima aveva esaltato in nome delle “verità di ragione”.
    Ma la pianta frondosa del canto alimentato da quel modo d’essere concupiscente (l’amore detto “disonesto” e cioè in contrasto con la dottrina cristiana) avrebbe poi lasciato impronte smaglianti e decisive nella cultura, nella poesia e nello spirito libertino d’Europa.
    E tra coloro che “la ragione sommettono al talento” si contano tra l’altro tipi d’eccezione come Federico II e Jacopo da Lentini (“Amor è uno desìo che ven da’ core…”) e poi Cino, Guittone, Guido Cavalcanti, e gli altri seguaci d’Amore: erano dunque loro i “lussuriosi” che Dante – seguendo san Tommaso - consegnerà alle pene d’Inferno assieme a Paolo e Francesca (“Amor condusse noi ad una morte…”) non senza avvertire il radicato dolore del distacco da quanto di mondano e “concupiscente” aveva sostenuto e amato nel tempo della prima giovinezza (“E caddi come corpo morto cade”).
    Naturalismo tra neoplatonico e neoaristotelico (Averroè), in odore di catarismo, o altro che fosse: di tale cibo spirituale si nutrì il modo di vita, il canto e la vena poetica dei nostri maggiori d’Europa, tale che il loro canto seduce ancora e alberga variamente nell’animo inconsapevole dei peccatori occidentali moderni e contemporanei (di letteratura, carne e diavolo, a guardarsi un po’ in giro, ce ne sarebbe per tutti: da Swinburne, a Rilke, a George, a seguire di delizia in delizia fino all’estenuato e sbracatello oggidì.
    Quanto all’Italia, senza scomodare il solito D’Annunzio, basterebbe l’iniziale “Jaufrè Rudel” di Giosuè Carducci: “Contessa, che è mai la vita?/ E’ l’ombra d’un sogno fuggente./ La favola breve è finita, / il vero immortale è l’amor..”).
    Sic transit gloria mundi. Per quanto lastricata di buone intenzioni, si comprende allora fino a qual punto sia malsicura la via di salvezza battuta anche dai “trombadori” odierni, più o meno eccellenti. Ignavi, o perplessi, o pure in bilico sul discrimine del Bene e del Male, non resterebbe conclusione diversa dal prendere atto che le vie della concupiscenza, malgrado le avvertenze, sono imprevedibilmente infinite: molto difficile (impossibile?) è prendere il volo e abbandonare la “tentazione dei pensieri” al suo corso mondano, senza che intervenga provvidenziale il dono della grazia e il soccorso della fede. Ed è superfluo o quasi aggiungere che il fatto ci riguarda molto da vicino ( cioè personalmente) lettore odierno, “mon semblable, mon frère”: che ti ritieni ormai scaltrito o meglio moralmente accostumato perché necessariamente “câblé” dalle più elementari e stremate oscenità del desiderio buonisticamente dichiarato “libero”, della trasgressione orgogliosa,
    tra videonovelas e videoporno e discoteche e saune per tutti i generi e transgeneri, culto del corpo a specchio di Narciso, molteplicità di copule che celebrano gli imperativi del senso sovrabbondante una ragione da tempo isolata, precaria e pure sottratta ai legami di un solido fondamento morale.
    De te fabula narratur, ci diremo allora così a vicenda, riguardo alla concupiscenza e alla “brama di Eros”, incamminati come siamo nella selva spaesante e oscura dei peccati quotidiani.
    Ci sarà alla fine, una via d’uscita?
    Se ci sarà, preghiamo Iddio che ce la mandi buona (con François Villon:“que tous nous veuille absouldre”).

    Duccio Trombadori

    saluti

  8. #8
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    Consiglio di leggersi gli studi scientifici sulla "red queen". Meno poetici di Carducci 8anche se su questo ci discuterei), ma molto più chiari nel descrivere i rapporti tra individui e scelte riproduttive.

    Prometto che se ne avrò il tempo le discuterò nel dettaglio.

    Saluti!

  9. #9
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    di don Francesco Ventorino

    Nel Medioevo si discuteva appassionatamente di tutto ciò che riguardava la verità sull’uomo e su Dio, delle questioni ultime dell’esistenza, cioè di quelle connesse al senso e al destino della vita umana.
    Tra queste i teologi dissertavano su cosa sarebbe stato l’uomo se fosse rimasto nello stato d’innocenza in cui era stato creato e in particolare se in quello stato la vita umana si sarebbe moltiplicata per generazione da parte dell’uomo e della donna e se questa sarebbe avvenuta attraverso l’unione sessuale.
    Molti teologi erano schierati contro questa ipotesi, a causa della “turpitudine che si riscontra nell’atto sessuale” e pensavano che il genere umano si sarebbe moltiplicato in maniera diversa, come furono moltiplicati gli angeli, cioè per un diretto intervento divino.
    Da giovane studente, quando sono stato inoltrato agli studi tomistici dai miei professori gesuiti della Pontificia Università Gregoriana, sono stato colpito dalla decisione con la quale san Tommaso d’Aquino aveva avversato questa posizione.
    “Questa opinione non è ragionevole. Infatti le attribuzioni di ordine naturale non sono state né sottratte, né conferite all’uomo a motivo del peccato. Ora, è evidente che, secondo la vita animale posseduta anche prima del peccato era naturale per l’uomo generare mediante la copula, allo stesso modo che per gli altri animali perfetti. Ne abbiamo la riprova negli organi naturali, destinati a tale funzione. Non si dica, quindi, che prima del peccato essi non sarebbero stati usati” (Tommaso d’Aquino, “Summa Theologiae”, I, q. 98, a. 2).
    Per quanto riguardava, poi, l’obiezione che alcuni facevano circa la possibilità di un atto sessuale che fosse privo di peccato, perché “in qualsiasi atto venereo c’è un eccesso di piacere, il quale assorbe la ragione al punto che, a detta di Aristotele (settimo libro dell’Etica), ‘in esso è impossibile intendere qualcosa’”, Tommaso rispondeva che “la sovrabbondanza del piacere che è nell’atto sessuale conforme all’ordine della ragione, non è contraria al ‘giusto mezzo’ della virtù […]. Né è contraria alla virtù per il fatto che la ragione non può compiere un atto libero di conoscenza intellettiva contemporaneamente a quel piacere. Non è infatti contrario alla virtù che l’atto della ragione sia talvolta interrotto per un qualcosa che avviene secondo ragione: altrimenti sarebbe contrario alla virtù abbandonarsi al sonno” (Ibid. II-II, q. 153, a. 2, ob. 2, ad 2).
    Mi ha sorpreso ancora di più il passaggio successivo, nel quale l’Aquinate sostiene che nel Paradiso – per l’imperturbabile attività dello spirito – il piacere connesso all’atto generativo sarebbe stato ancora più gagliardo, conformemente al superiore affinamento della natura e alla superiore sensibilità del corpo.
    “Alla ragione –infatti – non spetta rendere minore il piacere dei sensi, ma impedire che la facoltà del concupiscibile aderisca sfrenatamente al piacere dei sensi; e sfrenatamente qui significa oltre i limiti della ragione […]. Questo è il senso delle parole di sant’Agostino che non vogliono escludere dallo stato di innocenza l’intensità del piacere, ma l’ardore della libidine e l’inquietudine dell’animo” (Ibid. I,q. 98, a. 2, ad 3.).
    Ecco, dunque, la vera questione: l’uso della facoltà sessuale contro o oltre l’ordine della ragione genera nell’uomo un ardore libidinoso incontrollabile che porta con sé una inquietudine profonda.
    L’ordine della ragione è quello della realtà così come si manifesta all’uomo per la luce dell’intelletto di cui è dotato naturalmente e per la luce che viene dalla rivelazione di Cristo. L’arroganza per la quale l’uomo si ribella a quest’ordine proponendo il suo arbitrio come principio assoluto di comportamento genera infatti – secondo Agostino - al suo interno una ribellione di tutte le facoltà: esse divengono incontrollabili dalla ragione e perciò fonte di inquietudine e di paura oltreché di vergognosi eccessi.
    “La pena di quel peccato che è la disobbedienza – scrive sant’Agostino –è stata pagata con la disobbedienza stessa. L’infelicità dell’uomo – infatti –non è altro che la disobbedienza di sé contro se stesso, cosicché egli vuole ciò che non può, perché non volle ciò che poteva” (Agostino d’Ippona, “De civitate Dei”, XIV, 15). E con fine ironia dimostra come anche la funzione sessuale non sia più sottomessa alla decisione della volontà, cosicché “talora quell’impulso è inopportuno e non desiderato; talvolta invece pianta in asso chi sta spasimando e così nell’anima si brucia dal desiderio mentre il corpo è gelido. In tal modo, cosa davvero sorprendente, la passione non soltanto non si pone al servizio della volontà di generare, ma neanche della passione più sfrenata; e mentre il più delle volte resiste completamente allo spirito che cerca di frenarla, qualche volta entra in contrasto con se stessa e dopo aver turbato l’anima non arriva da sola a turbare anche il corpo” (Ibid., XIV, 16). Questa sarebbe la ragione per cui dopo il peccato l’uomo, “avendo perso quel potere a cui il corpo era completamente sottomesso, ma non il pudore, avvertì questa passione, la esaminò, se ne vergognò, la nascose” (Ibid., XIV, 21).
    Torniamo adesso alla concezione di quell’ordine della ragione contro il quale, l’uomo con il peccato si sarebbe ribellato e continua a ribellarsi, e in particolare cosa questo comporti nei confronti della sessualità e dell’amore umano.
    Abbiamo detto che, secondo Tommaso, l’ordine della ragione è l’ordine della realtà che si manifesta all’uomo per l’intelletto di cui è dotato in quell’avvenimento che è l’evidenza, in forza della quale la realtà gli si impone nella sua innegabile verità. L’ordine della ragione non ha dunque nulla di intellettualistico, non è un sistema di pensiero, ma risulta da una esperienza elementare che tutti gli uomini possono fare, anche se storicamente, per la fragilità della condizione umana, dovuta al peccato, essi hanno bisogno di quella “purificazione della ragione” che viene operata dalla fede cristiana. Si tratta di un compito della chiesa che, come ha recentemente ricordato Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, non è quello di sostituirsi alla ragione; ma di servire alla sua purificazione “dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano”, in modo che “ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato” (Benedetto XVI, “Deus caritas est”, n. 28).
    Secondo l’ordine della ragione, per Tommaso d’Aquino, l’istinto sessuale non è un male necessario, ma un bene. Anzi la completa, radicale insensibilità a ogni genere di emozioni sessuali, che parecchi vorrebbero ritenere “vero” ideale e perfezione della vita cristiana, viene giudicata nella “Summa Theologiae” non solo difetto, ma un vizio vero e proprio (II-II, q. 142, a. 1).
    L’ordine della ragione importa, dunque, in primo luogo che la funzione della forza sessuale non venga repressa, impedita, ma abbia compimento nel matrimonio. “Il matrimonio o coniugio si dice vero, quando raggiunge la sua perfezione. Ma una cosa può avere due perfezioni. La prima consiste nella forma che dà alla cosa la sua natura specifica, la seconda invece consiste nell’operazione per cui la cosa raggiunge il suo fine. Ora la forma del matrimonio consiste nella indivisibile unione degli animi, che obbliga ciascuno dei coniugi a mantenersi perpetuamente fedele all’altro. Il fine poi del matrimonio consiste nella generazione e nell’educazione della prole: la prima mediante l’unione carnale, la seconda mediante le attività per mezzo delle quali marito e moglie si aiutano a vicenda per allevare la prole” (III, q.29, a.2, c).
    In questa prospettiva la sessualità umana esprime nel matrimonio “l’indivisibile unione degli animi” e la decisione di “mantenersi fedele all’altro”. Essa è una funzione, una sorta di linguaggio con il quale ci si dice reciprocamente:
    “Ti amo e voglio amarti per sempre e per questo ti voglio padre/madre dei miei figli”. Al di fuori di questa sua ratio naturalis essa non può che generare impotenza e paura, che portano a una reciproca violenza e difesa. E’ proprio quello che era stato profetizzato ai nostri progenitori dopo il peccato, secondo il libro della Genesi (3,16), quando Dio disse alla donna: “Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su di te”. La sessualità umana perché diventi linguaggio di amore esige una continua e profonda educazione della persona: si tratta di quel passaggio mai perfettamente compiuto dall’eros all’agape, dall’ebbrezza del possesso a una matura donazione di se stesso, di cui parla Benedetto XVI nella Enciclica già citata, che è possibile solo dentro una coscienza dell’altro, come segno della presenza di quel Mistero più grande che sta all’origine della nostra esistenza stessa e che quindi merita da noi una devozione assoluta, quasi un’adorazione, che è esattamente l’atto opposto a quella ribellione originaria e quotidiana, che nasce dal rifiuto da parte dell’uomo di appartenere a Dio.
    Un grande educatore dei nostri tempi, che ha segnato decisamente tutta la mia sensibilità umana e cristiana, don Luigi Giussani, raccontava di un ragazzo, che aveva avuto come alunno quando insegnava al Seminario di Venegono, “un tipo caratteriale che non parlava con nessuno tranne che con me, che ero suo professore”, al quale aveva sempre detto: “Tu cambierai quando vorrai bene a una donna”. Incontratolo dopo tanti anni, durante un viaggio in treno, si sentì dire: “Sa che devo darle ragione: mi sono innamorato e sposato e sono contento”. “E aveva davvero un’altra faccia”, continua don Giussani: “Ma a un certo punto gli ho visto fare, gli ho visto rifarsi la sagoma ironica che aveva in seminario: ‘Però ci sono momenti in cui penso che avevo ragione. Quando dico a mia moglie: Ti adoro, tu sei mia, io sono tuo, ti vorrò bene per sempre, mi viene da ridere, perché capisco che sono tutte balle’.
    E io gli ho risposto: ‘Ma se tu guardassi alla tua donna come l’emergere in mezzo a tutto il mondo, di qualcosa di unico…, come l’emergere del mistero che fa il mondo e che tocca te, che riguarda te e vuole te. Se tu la guardassi come il punto, l’emergenza in cui il mistero predilige te, ama te, potresti dire: Ti adoro, alla tua donna! Allora puoi dirle: Ti adoro! veramente. Se lei è il segno vivente, reale del Mistero, puoi usare queste parole in modo serio’”.
    E don Giussani aggiungeva: “Chi non capisce questo, non può vivere con dignità, con coscienza, con consapevolezza, responsabilità, letizia, la verginità”. (Luigi Giussani, “Affezione e dimora”, Bur, Milano 2001, pp. 117-118).
    Perché il senso di ogni amore è la verginità: la verginità è, infatti, l’amore verso l’altro come a quel punto in cui il mistero di Dio ti si fa più prossimo; essa è quindi un amare capace di adorare.
    Per cui anche il rapporto coniugale, proprio nell’atto sessuale che lo esprime e alimenta, o assume nel tempo la maturità della verginità, oppure fa ridere e quelle cose non si dicono più. Difatti quelle cose: “Ti adoro, tu sei mia, io sono tuo, ti vorrò bene per sempre…”, a lungo andare si smette di dirle, perché fanno ridere, perché, “si sa, siamo grandi, siamo adulti, e quindi non raccontiamoci più queste balle”.

    saluti

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    Predefinito Io quella voglia di scopare non so…

    ….proprio cosa sia

    Giampiero Muggini

    A me piace molto la commistione dei linguaggi, la sintesi imprevedibile che ne risulta, tale da sconcertare le abitudini mentali di chi legge e giudica. E dunque mi piace assaporare il linguaggio inusuale con cui voi del Foglio ci state offrendo un’esca a raccontare la nostra finitezza, a raccontare i nostri “peccati”. Scrivete ad esempio che a mangiare la “mela” della contemporaneità noi tutti si rischia di “disobbedire” a Dio. Ebbene è una disobbedienza di cui avevo smesso di curarmi, e lo dico senza alcuna iattanza, da quando avevo vent’anni, da quando smisi le vesti che mi avevano malamente cucito addosso i professori del liceo cattolico che avevo frequentato.
    A modo di indicazione e di pista voi chiedete se sia davvero così grande e così dirimente nella nostra avventura di uomini la “voglia di scopare”, e io davvero non so che cosa sia questa “voglia di scopare”. Proprio non lo so. Voi usate come punto di partenza e di emergenza la “cronaca sessuomaniacale” di cui leggiamo ogni giorno sui giornali, solo che quei quattro stracciaroli che al telefono parlavano di “porcelle” da degustare tutto sono fuorché personaggi di una qualche entità letteraria, personaggi di cui tener conto e da prendere a paradigma, e a differenza dei personaggi dei romanzi di Gustave Flaubert o di Mordecai Richler addotti da Giuliano Ferrara in un suo precedente intervento su queste colonne.
    Stracciaroli che non meritano neppure il nostro disprezzo. Se devo scrivere di “peccati” contemporanei, non è certo la loro vicenda che mi motiva.
    Non fraintendetemi. Ci sto, ci sto eccome alla vostra offerta. Eccome se mi piace parlare di “concupiscenza”, e anche se nel dizionario italiano ci sono almeno cento espressioni che userei in sostituzione di quella. E dunque certo che vi sto rispondendo, ma da un’altra spiaggia, da un altro sito intellettuale e morale rispetto a quello che voi avevate appiccato al muro con le puntine da disegno, al modo di quei generali angloamericani della Seconda guerra mondiale che spiegavano ai loro piloti su quali città tedesche dovevano picchiare.
    Vi sto rispondendo con “seria adesione al tema trattato”, questo è ovvio. E del resto come si fa a non essere seri quando si parla di noi uomini e di loro donne? Che altro c’è stato di talmente decisivo nella nostra vita, nel nostro immaginare, nel nostro attendere, nel nostro desiderare?
    A dire meglio, che altro c’è stato nella nostra vita se non loro e i guai che ne derivavano? Quali altri “peccati” avremmo potuto commettere se non a causa loro? No, non la voglia di scopare. Quella è dei cani, forse degli ippopotami. Né c’entra il “peccato originale”.
    Io m’ero dimenticato che ci fosse stato, e mentre mi ricordo in ogni momento di essere nato in una famiglia di borghesia impoverita che viveva in una città di provincia dove le ragazze non potevano restare fuori casa dopo le otto di sera.
    No, non la voglia di scopare. L’essere ossessionati dal femminile e dalla sua chimica, questo sì. Questo sì che è il nostro grande “peccato”. Noi uomini siamo fatti così, attratti come più non si potrebbe dal mistero del femminile, dalla sua assoluta incomprensibilità e imprevedibilità, dalla sensualità del femminile.
    Voglia di scopare?, ma non diciamo stupidaggini. Per lo meno per quanto mi riguarda, e beninteso al tempo in cui il mio patrimonio ormonale era ben maggiore di quello odierno, l’ultima delle cose che mi interessasse era quella. L’ultima, ossia quella che veniva per ultima. Forse perché sono sempre stato vile nei confronti delle donne, e subito pensavo a tirarmi indietro. Voglia di scopare? No, voglia di conoscerle, di sfiorarle, di esserne intrigato mentalmente, di esserne ammaliato, di esserne avvelenato. Se non c’era tutto questo, che avremmo potuto fare nudi sotto le lenzuola? E non sto parlando degli incontri che avrebbero dovuto durare e valere una vita, e come se fossero solo quelli gli incontri che fanno una vita. No, sto parlando degli incontri che erano possibili ogni giorno e ogni ora. Sto parlando di una ragazza intravista per strada o su un autobus, e di cui ti accendevi; di una ragazza che ti diceva “buongiorno” e non aveva bisogno di aggiungere nulla; di un paio di gambe cui dava splendore una minigonna corta al giusto, cioè molto, gambe che ti intossicavano; di uno sguardo femminile che durava un attimo, più che sufficiente per incenerirti; di una ragazza che te la immaginavi così e cosà, e che ci mettevi un po’ di tempo ad accorgerti che era invece una creatura da due soldi.
    Infinite erano e sono state le tentazioni del femminile, e meno male che ci siano state.
    O forse voi del Foglio volevate fare l’apologia del fatto che Una Sola Donna Legale deve riempire tutta la vita di un uomo ed essere il bersaglio di tutti i suoi desideri. Volevate dire che fuori dalla monogamia non c’è salvezza. Che l’uomo realizza la sua “origine trascendente” solo nel matrimonio e una volta che sia stato ben codificato civilmente e religiosamente. Solo nel matrimonio ci sarebbe interezza di affetti e di sensi, ben lontani dunque dalla futile depravazione dei talk show della domenica e dei cortei del Gay Pride.
    Non, non è possibile che voleste dire questo. Vi conosco. Non siete moralmente così abnormi. Né così ipocriti. Né così ligi al catechismo.
    Vi ripeto, nel nostro comune ragionamento e nel nostro comune raccontare non possiamo assolutamente partire da quei sergentelli della politica che bramavano di schiaffare su un couch delle soubrette smaniose di celebrità televisiva, delle ragazze che altra risorsa al mondo non hanno fuori dalle loro cosce e che quelle cosce scaraventavano sulla bilancia. Noi stiamo parlando di essere umani e vulnerabili (che è ben diverso da miserabili), di maschi e donne che si cercano, che si guardano, che riescono a bisbigliarsi qualche parola, che covano una reciproca attesa e desiderio. Stiamo parlando della nostra vita, della nostra solitudine, talvolta della nostra impotenza, sempre della nostra infelicità.
    Stiamo parlando di tutte le volte che abbiamo sfiorato un essere umano del sesso opposto (e avverso), e di quanto siamo stati goffi, e di quante volte siamo stati delusi gli uni delle altre e viceversa, e di quante volte tutto è stato così mediocre che non ne vale la pena neppure ricordarlo, e di come tutto ciò sia comunque la nostra vita perché un’altra vita non c’è e non ci sarà mai. La vita della retta via sentimentale e sessuale da percorrere a testa alta, la vita della fedeltà sessuale al proprio partner del momento, la vita delle coppie ben istituite e ben salde, la vita del “sì” pronunciato a ventiventicinque anni e che tale rimane per sempre. E non parlo del matrimonioazienda, certo che quello può durare come niente mezzo secolo e più. Parlo del matrimonio-desiderio, del matrimoniointrigo sessuale, del matrimonio in cui pensi ventiquattr’ore su ventiquattro che Lei è l’alfa e l’omega della tua vita. Non che non possa accadere, che a durare mezzo secolo siano matrimoni come questi ultimi. Li si chiama miracoli, come quelli di Lourdes.
    La vita e più di tutte la vita sessuale non è una retta via. Penso a quella mia amica di tanti anni fa, una bellissima mora, che era andata a una serata tra amici con il marito cui teneva molto, e che nel corso della serata finì con la lingua ben dentro la bocca di un uomo che aveva appena conosciuto e che non avrebbe mai più rivisto, e mentre il marito stava nella stanza accanto. Succede.
    E’ una maniera di mordere la mela, è una maniera di vivere. Succede.
    A me è successo di ricevere nella mia vecchia casa di via della Trinità dei Pellegrini una ragazza di cui non è che mi fosse venuta voglia di scoparla, di più e di più alto. Da quanto mi piaceva e mi intrigava. Solo che il primo passo non lo faccio mai. Lo fece lei poche ore dopo, telefonandomi all’inizio della notte. Prendemmo un appuntamento. Mi lasciò poi detto nella segreteria telefonica che non sarebbe venuta, che i suoi tempi erano più lenti, che non dovevo prenderlo come un rifiuto. Non l’ho mai più vista né sentita, eppure non mi spiace che lei ci sia stata nella mia vita quei pochi attimi.
    Attimi in cui ha impazzato la chimica del femminile. La chimica degli avvicinamenti e degli allontanamenti, la chimica del non sai se sì o no, la chimica del non sai come e quando. Dimenticavo: non è che in quel momento io fossi un single, avevo un rapporto con una donna e non era un rapporto poco importante. Sì lo ammetto, stavo commettendo il peccato di “tradimento”. Non so se Dio mi avesse abbandonato o se ero stato io ad abbandonare Dio, certo è che di quel tentato “tradimento” non mi pento affatto. Quel segmento seppur piccolo piccolo di curiosità per il femminile e di lotta con il femminile ci stava a pennello in quel momento della mia vita. Se ci ripenso, forse era stato proprio Dio a mandare quella magnifica ragazza a casa mia. (E chi altri se no, stando a quelli di voi che sono cattolici?)
    Ricordo il gesto che fece mentre accendeva il registratore per l’intervista (era una giornalista, nessuno è perfetto). Si raccolse i capelli castani, che prima le ciondolavano ampli sulle spalle, e se li legò dietro la nuca. Le chiesi perché lo avesse fatto. Mi rispose che così pensava di essere più “professionale”. La pregai di scioglierli nuovamente e di lasciarli cadere come dovevano, e lei lo fece subito. Un gesto divino e di cui ancora così nitidamente mi ricordo.
    Quindici anni dopo. Forse sto sgarrando alla grande. Non è di questo che volevate io parlassi, e bensì di “concupiscenza”, del darci sotto smaniando. Dei momenti in cui tra uomo e donna crolla ogni sipario, ogni misura di mezzo. Dei momenti in cui la società barcolla perché è stata spazzata via ogni legge morale, ogni senso del limite. Non so se volevate sentir di questo, che è roba anch’essa molto seria. Di cui purtroppo non sono uno specialista. Perché mai un attimo nella mia vita ho smesso la “mia” legge morale, meno che mai la mia reticenza a giocarmi il tutto per tutto con una donna, a puntare tutto su una donna e sul suo corpo.
    Rientravo poche sere fa da Chianciano Terme a Roma, in auto. Non ricordo più il nome della via, era un’intera sequenza di bellissime ragazze seminude che si offrivano. Ne ho intravisto una, chissà se un’ucraina o una bielorussa.
    Una strabionda femminilmente più immane di Claudia Schiffer. Se mai e poi mai mi sarebbe venuta voglia di “scoparla”, magari su un couch dove lei si fosse offerta in cambio di qualcosa?
    Mai e poi mai, e a parte il fatto che non ho e non voglio avere nemmeno un chiodo da offrire a una donna in cambio di tali acrobazie. Mi ricordo di quella volta, più di trent’anni fa, che ero a Milano ospite di amici dopo un lungo soggiorno a Parigi ed ero attizzato da morire dal lungo digiuno di donne.
    Mentre passavamo in macchina da corso Buenos Aires, vidi una bionda che mi parve la fine del mondo. Scesi dalla macchina e salutai gli amici. Con la bionda andammo in un alberghetto lì vicino. Lei era talmente gelida e artefatta in ogni suo minimo gesto che le dissi di lasciar perdere, beninteso dopo averla pagata. Voglia di scoparla, nemmeno un po’.
    Chissà se Dio mi ha approvato in quell’occasione, o se invece altamente se ne strainfischiava di me e di tutto corso Buenos Aires.

    saluti

 

 
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