esteri

Pronti per l’Iran?
Maurizio Blondet
16/08/2006
Israele ha vinto?
La domanda è cruciale: se l'amministrazione americana risponde sì, è imminente l'attacco all'Iran.
Lo spiega, in un denso saggio ricco d'informazioni, Seymour Hersh, il miglior giornalista USA, con fonti impareggiabili al Pentagono e alla Casa Bianca (1).
Il governo Bush, rivela Hersh, ha attivamente spinto Israele allo scontro con Hezbollah.
Nella convinzione che «una campagna di bombardamento dell'aviazione israeliana contro le postazioni Hezbollah sotterranee e fortificate, se avesse avuto successo, avrebbe potuto dare indicazioni su un attacco preventivo americano per distruggere le installazioni nucleari dell'Iran, in parte anch'esse sotterranee».
L'attacco di Israele in Libano doveva essere una prova generale in piccolo, un «demo», dell'attacco aereo all'Iran.
In questo senso, la prova è stata un evidente fallimento.

Anzitutto, il progettato «blitz» è durato troppo a lungo.
Come noto, i comandi israeliani avevano convinto gli americani che erano in grado di finire il lavoro in una settimana, seguita da altre due di «pulizia etnica».
Lo ha confermato Robert Novak, altro commentatore con buone fonti nel governo, in un articolo del 6 agosto: «Funzionari USA mi hanno informato 24 giorni fa che avrebbero dato all'esercito israeliano una settimana per liquidare i terroristi, prima che il segretario di Stato Condoleezza Rice accedesse a un cessate-il-fuoco».
Ma la lungamente preparata operazione israeliana nel Libano meridionale non ha avuto alcun rapido successo, perché Hezbollah si è rivelata una formidabile macchina da guerra.
L'attacco dal cielo non è bastato a neutralizzare Hezbollah; i sionisti hanno dovuto ricorrere all'invasione terrestre, e con loro sorpresa, nonostante la schiacciante superiorità in uomini ed armamenti, hanno incassato perdite considerevoli (40 soldati israeliani, pare, uccisi nelle ultime 36 ore di conflitto).


Il giornalista Seymour Hersh



La forza Hezbollah è certo intaccata, ma resta combattiva, in atteggiamento di sfida, e galvanizzata dalla storica affermazione militare contro Israele, la prima non-sconfitta del mondo islamico.
In Libano, Hezbollah ha guadagnato sul campo l'aura di forza nazionale difensiva, e per ora ha dietro di sé tutte le comunità libanesi, senza distinzione.
Nel sud - Libano devastato, Hezbollah in uniforme celebrano i funerali dei loro caduti, tengono l'ordine pubblico, forniscono aiuto alla popolazione.
Il risultato politico è ancora più miserevole.
I Paesi sunniti soggetti agli USA, Egitto, Giordania e Arabia, vedono con sgomento che la statura dello sciita Nasrallah è cresciuta, nelle piazze musulmane, diventando quella dell'eroe vendicatore pan-islamico.



La cosa è più grave di quel che appare.
Nel lanciarsi nell'avventura irachena, Bush, Rumsfeld, Cheney e i loro neocon non hanno pensato un attimo alle conseguenze del rovesciamento di Saddam Hussein: con esso, facevano crollare non solo il dominio sunnita sugli sciiti iracheni, ma indebolivano l'egemonia sunnita sull'Islam, che ha tenuto soggette, sfruttate e sfavorite le masse sciite per un intero millennio, dal crollo nel 1171, al Cairo, della dinastia sciita Fatimide.
Far cadere Saddam significava dare spazio alla maggioranza sciita irachena, prima ridotta al silenzio; e la sua voce non poteva che essere consonante con quella dell'Iran, il solo Paese dove gli sciiti siano maggioranza al governo e anzi, il centro della spiritualità della Shia.
Cercare di contrastarla - come hanno fatto gli anglo-americani contro Muktada al-Sadr - ha portato come unico risultato l'emergere prepotente della disposizione militante e apocalittica, pronta al martirio, «rivoluzionaria» insita nella Shia.

L'arabista David Gardner, sul Financial Times (2), riferisce che gli arabisti della CIA e dell'MI5 avevano fatto presente le potenzialità storiche insite nella destabilizzazione della millenaria egemonia sunnita; ricevendo da un altissimo dirigente del Pentagono (giureremmo che era Rumsfeld) la seguente risposta: «Voi ci tenete lezioni di storia; noi, la storia, la facciamo».
Lo scontro di civiltà cominciava con la più classica inciviltà: l'ignoranza arrogante della storia.
Ora, i sunniti-satelliti degli americani vedono con terrore il consolidarsi di un arco sciita ininterrotto dall'Iran all'Iraq, dalla Siria al Libano, per di più con l'aureola del vittorioso.
Ebbene: il rischio, avverte Hersh, è che alla Casa Bianca tutto ciò non venga interpretato come una sconfitta.


Il capo sciita Hassan Nasrallah

Dick Cheney specialmente, e i suoi consiglieri, che avevano detto: «Possiamo imparare cosa fare in Iran studiando quello che Israele fa in Libano», tendono a pensare che l'attacco israeliano dal cielo, tutto sommato, «ha funzionato».
E quindi, che si può attaccare l'Iran dal cielo distruggendone le installazioni nucleari con un blitz di bombardieri.
La prospettiva agghiaccia i comandi militari del Pentagono, spaventati di ricevere l'ordine di attaccare l'Iran, e preoccupa persino quei neocon che hanno mantenuto la testa sul collo.
Richard Armitage, ebreo, vice-segretario di Stato nel primo governo Bush, benchè avesse approvato l'attacco israeliano al Libano, ora ha dei ripensamenti.
Hersh gli attribuisce questa riflessione: «Se la più indiscussa potenza militare nell'area, Israele, non riesce a pacificare [sic] un Paese come il Libano, con soli 4 milioni di abitanti, si deve pensare due volte a prendere l'operazione israeliana come un modello contro l'Iran, Paese che ha grande profondità strategica e 70 milioni di abitanti».



Ma queste voci sono minoritarie nell'amministrazione.
Cheney non ascolta consigli, fedele al suo stile autoritario e al suo disprezzo per ogni «intelligence» autonoma, che non confermi i suoi desideri.
Bush ascolta solo la voce del Dio dei fondamentalisti cristiani.
E i neocon, benchè consapevoli che Israele ha perso, anch'essi fedeli alla visione di Leo Strauss del ritorno alla barbarie eroica, al messianismo ebraico più puro e duro, ed anche dalla personale preoccupazione per la propria influenza calante, premono per la fuga in avanti salvifica.
Ha spiegato Pat Buchanan: «Il nostro partito della guerra, screditato dal fallimento delle politiche che ha applaudito in Libano e Iraq, già sta gridando che Bush deve 'colpire la fonte' di tutte le nostre difficoltà: l'Iran» (3).
«Se il presidente ascolta questa gente, Dio salvi la repubblica», conclude Buchanan.
Bush li ha già ascoltati: ogni giorno minaccia verbalmente la Siria.
I generali, coi loro uomini già impantanati in Iraq e Afghanistan attendono con angoscia l'ordine fatale: di bombardamento aereo dell'Iran, forse ad ottobre - prima del voto di medio termine di novembre, sia che Bush creda di godere delle ricadute elettorali di un «blitz di successo», sia che mediti di rimandare il voto e assumere pieni poteri da «comandante supremo» di stampo hitleriano (il che non va escluso). (4)


L'«occupazione» americana in Iraq



L'intervento sarà probabilmente motivato da un qualche grosso attentato «islamico» da attribuire a Teheran.
A questo proposito bisogna tener presente che alle Hawaii, il 14 agosto, ha avuto luogo un'esercitazione (5) che simulava lo scoppio di una bomba atomica da mezzo chilotone
(quella di Hiroshima era di 17).
Forse ci verrà detto che Teheran ha speso la sua preziosa atomica su Honolulu; ci dovremo credere.
I generali USA sanno, perché l'hanno visto in Libano, quel che accadrà dopo stragi di civili e devastazione dieci volte superiori delle infrastrutture iraniane, che però non piegheranno le capacità belliche del nemico; il discredito e l'odio globale verso la politica americana di mera aggressione; l'inevitabile collasso dell'economia mondiale a causa di un conflitto nel Golfo Persico, che paralizzerà le forniture energetiche e farà salire alle stelle i prezzi del greggio; il consolidarsi del mondo islamico dietro l'egemonia sciita, e forse un conflitto generale in un'area vastissima, in cui i soldati americani saranno le anatre zoppe, sitting ducks.
Bush rischia davvero di «fare la storia», quella storia che non ha mai studiato.

Maurizio Blondet