Fondamenti politico-culturali del progetto di alternativa rivoluzionaria al sistema"Eurasia-Islam"
Eurasia-Islam: storia di un azzardo politico
Quella della "Comunità Politica di 'Avanguardia' " è una 'sigla' che non compare nelle cronache, o nelle inchieste, o nei saggi che il giornalismo e il mondo accademico al servizio permanente effettivo del regime democratico-antifascista producono e propinano in grande quantità ad uso delle frange più 'acculturate' [!] delle folle italiote, altrimenti prese pressoché esclusivamente da febbri e deliri sportivo-calcistici, ludico-erotici [le vacanze, il sole, il mare, la discoteca con corollario di fuggevoli stordimenti chimici e alcolici e di sesso orale], familistico-sentimentali [la famiglia, i figli], economico-professionali [il lavoro, i soldi, i sistemi per 'fregare' lo Stato e non pagare le tasse]... Un arcipelago umano poco avvezzo alla lettura delle analisi più o meno scientifiche degli scribi di palazzo; i cui destinatari vanno magari ricercati tra gli studentini pallidi dell'università [ricordate la canzone "Piemontesina bella"?] o tra il "personale politico" del partito unico della borghesia che, anche se non gli frega niente, deve fingere di essere informato su tutto.
Dunque troverete qualche sparso ed isolato accenno ad 'Avanguardia' su libri, riviste e quotidiani, spesso accompagnato da inesattezze e talvolta vere e proprie calunnie.
Ma non troverete nulla che superi la semplice e fuggevole citazione in margine ad un discorso più ampio ed articolato. Così, di 'Avanguardia' si è accennato sempre tra le righe di servizi ed articoli dedicati al cosiddetto "fondamentalismo islamico", volendo iscrivere d'autorità la rivista e la Comunità politica militante di essa espressione nel novero delle truppe riserviste al servizio di quello che con una espressione ormai di uso universale viene definito come l'islamismo politico radicale.
E d'altronde non riusciamo a non pensare come da parte degli organi statali deputati all'antica arte della disinformazione e della guerra psicologica siano state emanate precise direttive ai soliti scribi per fare sì che di 'Avanguardia' si parli il meno possibile: almeno fino a quando delle particolari circostanze esterne non più controllabili non dovessero intervenire a mettere la Comunità sotto i riflettori dei media.
Se la non conoscenza del "chi siamo e cosa vogliamo" riferita ad un suaccennato ambiente di persone bene o male avvezze alla autoricerca di informazione politica può essere data per scontata, diverso è il caso dell'arcipelago dell'estrema destra, o del neofascismo o ancora dell'area nazionalpopolare e nazionalrivoluzionaria, tutti termini ed espressioni utilizzate più per convenzione utilitaristica che per reale concordanza tra significante e significato.
E qui non possiamo non ripercorrere con la memoria a ciò che 'Avanguardia' è stata ed ha rappresentato nel passato, ed attraverso quel passato ciò che è diventata e rappresenta oggi: e ciò che, auspicabilmente rappresenterà per il futuro.
È una storia non eclatante, dimessa quasi, senza accelerazioni brusche e brusche impennate; è la storia di un foglio che, negli ormai lontanissimi anni '80 del secolo scorso, si presenta come bollettino provinciale dell'allora Fronte della Gioventù di Trapani. Il nome ricorda orgogliosamente il giornalino della Brigata SS italiana che negli anni di piombo e sangue che segnano l'epilogo dei fascismi europei e della tremenda guerra scatenata contro di essi dall'internazionale giudaica, massonica, liberaldemocratica e capitalista combatterà, come succederà in molti altri Paesi europei [e non solo], l'ultima fatale battaglia dello spirito e del sangue contro l'avanzata invincibile del caos e della sovversione.
A dirigerla è l'allora responsabile provinciale di Trapani del F.d.G., Leonardo Fonte, e che da allora rimarrà indissolubilmente legato alle sorti della testata. Le dimissioni di Fonte dal M.S.L, avvenute a metà del 1991, mette quest'ultimo in una singolare posizione: la titolarità della testata rimane infatti ascritta al suo direttore responsabile che si ritrova a gestire un pur minimale e periferico organo di informazione. 'Avanguardia' avrebbe potuto rimanere uno dei tanti, troppi, giornalini infarciti di croci celtiche ed iconografie a base di vichinghi e/o crociati barbuti, SS in parata, HitlerMussoliniCodreanu in tutte le salse, lupi ed aquile romane... A segnarne il destino ed il futuro è un convegno che si tiene a Pacentro, in Abruzzo, nell'estate del 1992. Sono gli anni dell'effimera notorietà del movimento skinheads, notorietà gentilmente concessa - non del tutto disinteressatamente - dai soliti media sistemici.
Comprendere ciò che avvenne in quell'albergo nel piccolo borgo di Pacentro è fondamentale per comprendere la portata del cambiamento che apparentemente in sordina e senza che probabilmente nessuno dei partecipanti se ne rendesse veramente conto stava avvenendo nell'asfittico retrobottega del neofascismo italiano. A Pacentro converrà infatti buona parte dell'estrema destra italiana, periodicamente mobilitata all'impossibile ricerca di convergenze, fusioni, unificazioni, spesso vagheggiate a parole quanto rifuggite nei fatti e nella realtà delle meschine beghe di condominio. È allora che 'Avanguardia' lancia provocatoriamente il guanto di sfida demolendo il quadretto oleografico che quello che verrà da allora in poi definito come "girone infernale" teneva appeso alla parete in religiosa devozione.
Ma non basta: 'Avanguardia' non si limiterà a descrivere e smascherare impietosamente lo stato di apatia, abulia e spossatezza che marchiano a fuoco il neofascismo italiano; fa molto di più: ne denuncerà a chiare lettere la storia di connivenze e collusioni con gli ambienti ed i circoli della 'reazione' animati dai politicanti democristiani e, più tardi, 'pentapartitici', dalle caste militari e di polizia, dai servizi segreti e, su tutti, dal 'grande timoniere' americano che da Washington all'ambasciata romana di Via Veneto impartisce ordini ai propri zelanti esecutori. E così tra i servi di Mosca comunisti e i servi di Washington democristiani e affini diventa una gara a chi si genuflette con maggior grazia...
In quegli anni ribollenti di passioni e di violenza il neofascismo viene dapprima usato e poi direttamente confezionato dai burattini della repubblica democratica e antifascista (poiché tale comunque era e rimase, a scorno dei proclami di una estrema sinistra più ottusa e stupida che faziosa), della NATO e degli USA.
Questo ambiente che 'Avanguardia' ha battezzato "neofascismo atlantico di servizio" ha cinicamente e odiosamente ingannato ed irretito migliaia di giovani [e spesso giovanissimi] gettandoli in una mischia feroce dove il nemico era solo o comunque principalmente il comunismo piuttosto che il capitalismo liberaldemocratico, l'URSS piuttosto che gli USA, il proletariato – sia pure egemonizzato dalla sinistra ma da dove comunque moltissimi di quei giovani provenivano - piuttosto che la borghesia. Quelle mischie non solo metaforiche spessissimo si sono trasformate in sangue vero e in morte... La morte di decine di giovani convinti di lottare per il fascismo vero, nazionalsocialista e repubblicano; la morte o il carcere, o l'esilio...
In questo modo 'Avanguardia' ha voluto recidere ogni residuo legame con quell'ambiente screditato e ambiguo, ed ha iniziato a camminare con le sue proprie gambe. Quasi quindici anni dopo quell'inizio abbiamo voluto condensare in un volume i postulati essenziali e fondamentali di un progetto politico-culturale che probabilmente non ha eguali nel mondo occidentale. È stato scritto, forse con un po' troppa enfasi, che 'Avanguardia' costituisce oggi l'espressione più ardita e compiuta a livello europeo [mondiale?] del fascismo rivoluzionario; anche volendo ad ogni costo ammantarsi dei panni dell'umiltà e della modestia [che del resto vestono sempre bene] non riusciamo a trovare argomenti validi per autosmentirci. Perché una simile affermazione, che oltretutto rischia anche di apparire ridicola [in stile Kim II Sung o Enver Hoxha, tanto per intendersi...] ? Leggendo questo libro, che raccoglie decine di articoli apparsi su 'Avanguardia' proprio dallo strappo di Pacentro ad oggi, sarà forse possibile comprenderlo.
Dopo aver regolato i conti con il "neofascismo atlantico di servizio", anche attraverso la divulgazione degli scritti del camerata Vincenzo Vinciguerra – condannato all'ergastolo e tuttora detenuto -, scritti che sarebbero forse rimasti murati in carcere insieme al suo autore, 'Avanguardia' ha elaborato una strategia nuova e, questa sì, realmente rivoluzionaria, mirata alla riproposizione dei postulati immutabili del fascismo rivoluzionario [ci si passi il gioco di parole], nazionale e socialista.
Questa antologia è per tutti coloro – giovani soprattutto, e non potrebbe essere altrimenti – che non hanno timore di porsi delle domande, aldilà degli stereotipi e dei luoghi comuni che troppo spesso hanno caratterizzato l’immagine e la percezione del fascismo, falsata e deformata ad arte dagli stregoni della guerra psicologica.
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Quello che viene elaborato, nel corso degli anni, dalla Comunità Politica di Avanguardia è un progetto politico: questo progetto politico verrà denominato "Eurasia-Islam" e conterrà in sé sia elementi presenti nella riflessione politico-dottrinale del fascismo rivoluzionario, sia elementi affatto nuovi ed innovativi, nonché di rottura con le ingessate idee guida che avevano caratterizzato sino ad allora il corpus del neofascismo europeo.
Il primo elemento di rottura - e ne abbiamo già accennato - riguarderà proprio il ruolo che buona parte del neofascismo italiano giocò nelle oscure trame che gli apparati della NATO e degli USA, ovviamente supportati dai governi in carica – o perlomeno da settori maggioritari dei governi in carica - ordirono in funzione stabilizzatrice sacrificando centinaia di vite umane totalmente ignare nell'infame "strategia della tensione" delle stragi di civili inermi. Il coinvolgimento, innegabile, di squallidi individui prezzolati o ricattati, consapevoli o inconsapevoli [a questo punto che importa?] in quegli orrendi avvenimenti marchierà a fuoco di infamia non soltanto l'ambiente neofascista ma l'idea stessa del fascismo il cui ricordo, dopo il 1945, verrà sempre più infangato dalle menzogne di regime ma i cui ultimi 'gerarchi' - sfuggiti in svariati modi alla resa dei conti della guerra civile - verranno proficuamente utilizzati dagli apparati sia civili che militari della repubblica antifascista.
È appena il caso di sottolineare come, del resto, 'Avanguardia' veda nel fascismo sociale e rivoluzionario delle origini ed in quello sociale e rivoluzionario del drammatico epilogo della Repubblica Sociale Italiana, la misura di riferimento per una possibile [e necessaria] riproposizione dell'Idea nell'epoca dell'iperliberismo mondialista e della tecnodittatura capitalistica. Questo non implica affatto che il ventennio del fascismo-regime venga ingiustamente [ed anche un po' 'comodamente'] liquidato, rifiutando con questo di - per così dire - assumere le 'nostre' responsabilità di fronte ad uno Stato ed a un regime che commisero un gran numero di errori e di 'peccati' [soprattutto di omissione, vorremmo dire...], ma che comunque non ci sembra possibile rinnegare soltanto sulla base di schemi pre [anzi post] fabbricati. Affermare che il fascismo italiano commise degli errori è come affermare che dopo il sabato viene la domenica... Abbiamo più volte avuto occasione di evidenziare come il Regime venne metodicamente e continuamente sabotato, spesso proprio da quelle istituzioni [come ad esempio le Forze Armate] sulle quali maggiore era l'affidamento. Ma è sin troppo chiaro che si trattò - come sempre, del resto - di una questione di uomini, dove spesso i peggiori stavano in alto ed i migliori languivano in incarichi di poco conto, confermando così in pieno la 'dialettica' democraticista che proprio il fascismo avrebbe dovuto spazzare via.
Se è dunque doveroso bandire qualsiasi forma di nostalgismo, dovrà anche rigettarsi qualsiasi forma di autocensura volta alla copertura di aspetti ed avvenimenti di quell'epoca con i quali sarebbe ora di fare i conti. Pensiamo alle guerre ed alle occupazioni coloniali ma anche e soprattutto alle forti sperequazioni sociali che continuarono a manifestarsi durante il 'ventennio'...
'Avanguardia' ha dunque rotto i ponti con ogni forma di adorazione, vagamente necrofila, legata ad un passato irrimediabilmente trascorso. La sola possibilità di riproposizione del fascismo rivoluzionario si gioca nella elaborazione di una strategia per il futuro, futuro che appare sempre meno remoto di quanto possa sembrare ad una analisi affrettata; ecco perché a Pacentro uno degli scontri più furiosi con l'estrema destra 'passatista' verté sul tema dell'immigrazione extraeuropea [o 'extracomunitaria', o immigrazione tout court] la mobilitazione antiimmigratoria è stata e resta uno dei cavalli [o ronzini] di battaglia dei passatisti. Forse ispirato, come spesso accade, da analoghi movimenti agenti in altri Paesi europei, il neofascismo italiano ha bandito, cioè recepito e supportato, la crociata xenofoba in nome di una presunta difesa della "razza bianca" [?!] o, peggio, della ancora più presunta "razza italiana" [??!!], nonché della difesa [ancora...] del lavoro e della economia nazionale; ora, posto che - per riallacciarci a quanto appena detto - il fatto che negli anni '30 la propaganda fascista inventasse e utilizzasse l’espressione "razza italiana" non autorizza a considerarla nulla più di quello che fu, cioè una castroneria, va ben specificato come sia sotto gli occhi di tutti che le moderne società europee di nome ma americanizzate di fatto abbiano raggiunto di per se stesse un livello di quasi totale abdicazione a quelli che dovrebbero essere i doveri dell'uomo bianco europeo, la sua propria specificità ed il suo proprio ruolo nel mondo.
Le masse inebetite delle città europee ci dimostrano quanto sia difficile anche solo il reclutamento del materiale umano indispensabile all'avvio di un primo nucleo militante in vista del partito nazionalrivoluzionario; in altri termini, cominciamo a dubitare della reale presenza di una volontà collettiva che definisca se stessa come rottura radicale con il "vecchio mondo", come recitavano le strofe della canzone "Die Fahne Hoch", diventata inno del NSDAP.
Il problema dell'immigrazione costituisce un paradigma del labirinto nel quale si è infilata la progettualità politica del neofascismo ammesso e non concesso che il 'fascismo', per costoro, possa ancora rivestire una valenza esemplare e di ispirazione. Si confonde cioè stupidamente l'analisi di un dato problema che potrebbe avere un senso se esistesse uno Stato nazionalpopolare o perlomeno un governo che esprimesse una tale maggioranza, ma che in una condizione e in un momento contingente - come l'attuale - in cui tali forze contano meno di zero appare assolutamente insensato ed assurdo.
I fenomeni emigratori/immigratori sono naturalmente connaturati al regime economico attualmente assolutamente maggioritario e dominante nel mondo intero, ovvero quello capitalistico; lo spostamento di grandi masse di persone da un'area ad un'altra del pianeta è un fenomeno connaturato a tale sistema. Di più, appare come oggettivamente ineliminabile, ed anche volendo ignorare i drammi umani connessi a tale fenomeno risulta difficile immaginare il "sistema Italia" tanto sbandierato dai media privo di manodopera straniera, specie in alcune zone geografiche come la Lombardia o le Venezie dove le percentuali di stranieri sul totale della popolazione si stanno innalzando spaventosamente.
Ed allora, delle due l'una: combattere l'immigrazione in sé o combattere il capitalismo? E lo stesso dicasi a riguardo di tutte le altre 'campagne' sulle quali l'estrema destra ha giocato le proprie [poche] carte: la lotta a prostituzione, pornografia e pedofilia, aborto, droghe... Insomma, a volere usare un paragone abusato, concentrandosi sui sintomi [e, guarda caso poi, soltanto su alcuni!] anziché sulla malattia. Nessun tentativo di incunearsi nelle lotte sociali e nella polemica anticapitalistica, nessuna denuncia seria ed articolata delle dinamiche di sfruttamento e di alienazione insite nei rapporti di lavoro, nessuna mobilitazione su temi di ormai vitale importanza come la difesa dell'ambiente ed il cosiddetto 'ecologismo', contro la sudditanza al potere americano rappresentato [anche] dalle basi militari, o contro lo Stato parallelo gestito dalla grande criminalità in alcune aree del meridione, o contro i maneggi dei "poteri forti" economico-finaziari... Nulla, soltanto parole. E dire che in taluni momenti ed in talune città e regioni tali gruppi hanno potuto disporre di una consistenza numerica tutt'altro che trascurabile. Ma l'imbecillità di destra ha tranquillamente lasciato ai 'rossi' il monopolio di molte di queste lotte, anzi addirittura sospettando, sotto sotto, che poiché tali battaglie portavano il marchio dell'egemonia culturale dei 'rossi' era probabile che non fossero poi battaglie condivisibili... In compenso si sono accontentati di qualche azione di disturbo in occasione delle sempre più frequenti "giornate dell'orgoglio omosessuale" o di un bei manifesto contro l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea... Evidentemente denunciare l'Unione Europea di per se stessa doveva sembrare troppo ardito!
La cesura con l'estrema destra sistemica è stata poi vieppiù allargata dalle nostre analisi sull'espansione, a livello planetario, di quello che definiamo come Islam Tradizionale e Rivoluzionario e la quale direzione politico-dottrinaria è tenuta dalla Repubblica Islamica dell'Iran. Il cosiddetto islamismo radicale è un argomento certamente, e non da ieri, scottante e foriero di malintesi e fraintendimenti. Avanguardia non ha sposato una causa o abbracciato una idea, non è rimasta vittima di una infatuazione adolescenziale o di un fugace innamoramento giovanile; non ha nemmeno cavalcato l'onda della moda intellettualculturale e di sapore terzomondista o subito la fascinazione femminile nei confronti di chi urla più forte o - meglio ancora - spara. Avanguardia ha semplicemente constatato che nel mondo a cavallo tra la fine del ventesimo e l'alba del ventunesimo secolo, un mondo illuminato soltanto "dalla luce sinistra prodotta dalla accelerazione della propria caduta", fosse assolutamente improcrastinabile rilanciare le idealità che, tra le due guerre, avevano infiammato i cuori e le menti di così tanti giovani [e meno giovani] nei quattro angoli dell'Europa ed anche fuori dall'Europa. Il fascismo fu - possiamo ben dirlo! – una 'invenzione' italiana, perlomeno nel senso che tale parola è tra le pochissime della lingua italiana, se si eccettuano quelle della terminologia musicale e operistica, entrata nell'uso universale. Ma a parte tali dettagli, cosa rimane oggi di quell'immenso patrimonio spirituale, politico, culturale? Che cosa rimane oggi in questa Europa putrefatta di quello che veramente rappresentò l'ultima speranza dell'Europa? Sarebbe senz'altro pleonastico ripeterci, ed abbiamo infatti appena visto come i presunti e sedicenti eredi di quelle esperienze abbiano inteso, in Italia ed in Europa, testimoniare la loro propria 'fedeltà' agli insegnamenti antiborghesi, anticapitalistici ed antiplutocratici del fascismo e del nazionalsocialismo. Con una inevitabile conseguenza [tra le tante...]: ovvero l'ossessiva e spasmodica ricerca, da parte dei tanti militanti onesti e specchiati sia pure ostaggi di dirigenze interessate, di modelli ed esempi presi in prestito, se non mendicati, da altre esperienze, distanti e spesso addirittura antitetiche alla visione del mondo del fascismo e del nazionalsocialismo. Il 'neofascismo' cioè, [che, lo abbiamo visto, tale non fu mai] se ne suoi dirigenti agganciò il proprio vagone alla locomotiva americana ed 'atlantica', nella base più determinata e culturalmente preparata tentò spesso [e peraltro senza successo] di agganciarsi alle varie locomotive che si trovavano a scorazzare per il mondo in quelle determinate epoche. Lo rimarchiamo anche [o soprattutto?] con intento autocritico, perché comunque la storia di 'Avanguardia' è indissolubilmente legata alla storia di quell'ambiente, ed anche 'Avanguardia' spesso e - va riconosciuto - del tutto legittimamente ha richiamato ed evocato esperienze storiche e politiche diversissime tra di loro sia nel tempo che nello spazio che nel retroterra ideale che generò tali esperienze. Ed allora, di volta in volta, questa estrema destra in disperata ricerca di qualcosa che non si sapeva nemmeno bene che cosa potesse essere ha issato tutte le bandiere che riusciva ad avere per le mani: il nazionalismo panarabo da Nasser a Gheddafi a Saddam Hussein; i vietcong, Mao Tse Tung e Pol Pot; l'I.R.A.; i Tupamaros, Peròn, Chavez e un poco anche Castro con l'immancabile Guevara; per non parlare della resistenza palestinese e per finire, nel gran calderone della ex Jugoslavia, con un pout pourri oscillante tra i neo ustascia croati e la Serbia "trincea d'Europa".
Naturalmente, salvo alcune evidenti eccezioni, si può dire che quasi tutte queste esperienze ed avventure abbiano impartito delle lezioni ed abbiano altresì evidenziato delle valenze che - in maggiore o minore misura - potevano 'tradire' una concordanza ed una comunanza [o una 'simpatia' nell'accezione letterale del termine] con le esperienze del fascismo rivoluzionario e socialista. Ciò non toglie che, come detto, in nessuna parte del mondo, e men che meno in Italia, il fascismo costituisca, al momento attuale data la mancanza di una reale forza organizzata, una tangibile e concreta alternativa al dominio planetario del liberalcapitalismo nelle sue varie ma sempre più uniformate forme.
Del resto non potrebbe essere altrimenti: sul fascismo e sul nazionalsocialismo, sulla loro memoria storica e politica, sono stati gettati milioni di tonnellate di fango, detriti e veleno diserbante, è stata orchestrata una ciclopica campagna di menzogne e calunnie e di disinformazione, è stata scientemente e fanaticamente diretta una corrente di odio implacabile che ben si può esprimere con la parola - oggi senz'altro abusata - 'demonizzazione'. Se il fascismo è il Male assoluto chi si richiama anche solo indirettamente ad esso, ma chi anche soltanto - pur dichiarandosene alieno - azzarda una qualche forma di rivalutazione storica, viene inesorabilmente precipitato, nella migliore delle ipotesi, nel limbo dell'ostracismo. Di pari passo il potere culturale organico alle strategie mondialiste ha tentato, spesso con successo, di bollare con il marchio del 'fascismo' le più disparate accozzaglie di regimi, individui, correnti e movimenti politici con un risultato che appare grottesco ad ogni persona onesta appena dotata di una discreta cultura storica ma che non è per contro minimamente avvertito dalla massa eterodiretta della "opinione pubblica" occidentale.
L'idea stessa del fascismo versa in una crisi drammatica di identità, una crisi ben diffìcilmente superabile opponendo le battaglie di retroguardia di cui si è parlato, da una parte, e le conventicole magico-mistico-culturali, dall'altra. Guardiamo i fatti: nel mondo occidentale le forze che a qualsiasi tìtolo si richiamano al nazionalsocialismo sono confinate in un ghetto angusto i cui i muri perimetrali sono costituiti, in percentuali di volta in volta diverse, dai sistemi repressivi degli Stati in cui si trovano ad operare, dal fuoco ad alzo zero sparato dagli organi di informazione di regime, dal fuoco, molto meno metaforico, sparato dalla teppaglia rossa sia essa marxista, anarchica o socialdemocratica; oppresse dal peso del sospetto di connivenze oscure con taluni settori armati [ma per nulla 'deviati'...] degli Stati che affermavano e affermano di combattere... In definitiva un ricettacolo per sbandati, emarginati, repressi, spesso generosi ed idealisti ma ingabbiati nei vicoli ciechi degli slogans inconcludenti, del nostalgismo vacuo, dell'ossessione elettoralistica.
Il tragico risultato è che mai (e sottolineo: mai!) le idee che furono fondamenta e piedistallo del fascismo rivoluzionario hanno prodotto e sospinto un movimento sociale [perdonate il... gioco di parole!] che di esso potesse legittimamente proclamarsi erede. Ancora, il risultato è che nell'occidente democapitalistico tutte le legittime lotte sociali antagoniste e ribelli al Nuovo Ordine Mondiale sono o dirette, o controllate, o comunque ipotecate da settori politici appartenenti al variegato arcipelago della Sinistra 'estrema'. Ben lungi dalle solite arringhe ex cathedra, 'Avanguardia' ha dimostrato, credo, se non altro di avere lasciato aperta, anzi spalancata, la propria porta di ingresso a tutti i ribelli contro il mondo moderno, quasi in una continuità ideale [purtroppo molto, molto ideale...] con l'epopea della 'repubblica' di Fiume del 1919.
Ben pochi invero ne hanno approfittato, preferendo improbabili vagheggiamenti ed ancora svastiche, fasci, aquile, camicie nere e brune...
E dunque, l'Islam? Qualcuno a questo punto si chiederà giustamente perché dapprima si sia voluta stigmatizzare la pestifera propensione di certo, molto, neofascismo a crearsi i propri piccoli altari ingombri di ritratti e candele in un frustrante anelito ad un grande futuro che nessuno pensa a costruire, passando subito dopo ad esaltare il ruolo e l'essenza della Repubblica Islamica dell'Iran... La nostra reiterata dimostrazione di stima e fiducia nei confronti di questa realtà assurta ormai ad un ruolo mondiale non è certo campata in aria, e poiché anche in questo caso ciò ha contribuito ad innescare le solite sterili polemiche con la realtà del neofascismo italiano, sarà senz'altro indispensabile una ferma e precisa puntualizzazione.
La Repubblica Islamica iraniana riveste oggi un ruolo strategico di massima rilevanza sullo scacchiere mondiale, e ciò per un paio di ottimi motivi: innanzi tutto la rivoluzione del 1979 rovesciò uno dei tanti regimi fotocopia del terzo mondo, espressione di una oligarchia corrotta e criminale al servizio dell'Occidente e, prima di tutto, di se medesima. Tale dominio assoluto - come sempre - oltre ad impoverire sempre più il popolo provocava anche un inesorabile svilimento del ruolo internazionale della Nazione, ridotta ad uno staterello sottosviluppato ed immiserito, buono soltanto per la fornitura - in questo caso - di petrolio e gas alle grosse holdings americane ed europee.
La nuova repubblica provvide da subito ad adottare tutte quelle misure atte a ridare dignità al popolo e - attraverso esso – alla Nazione stessa.
Considerando le dimensioni sia territoriali che demografiche che l'Iran rivestiva e riveste, appare chiaro il ruolo assolutamente preminente che questo Paese - posto in posizione geostrategica importantissima per gli equilibri mondiali - riveste. Ecco perché la vittoria della rivoluzione islamica ha scompaginato le carte degli assetti mondiali che il ... Nuovo Ordine mondiale aveva provveduto ad elaborare e che – come sempre - si riprometteva di consolidare e perpetuare. Ecco perché gli Stati Uniti non hanno mai smesso da allora la loro opera di destabilizzazione, provocazione e disturbo nei confronti del legittimo governo di Teheran. Ecco perché, infine, non poche voci intelligenti dell'ambiente nazionalpopolare europeo non tardarono a levarsi individuando in quella rivoluzione delle profonde valenze antimondialiste nel solco dei valori universali ed eterni di quella che - con espressione efficacissima - viene definita "Tradizione unica".
Perché proprio qui sta, o dovrebbe stare, il punto: nel caso della rivoluzione islamica iraniana l'Islam ha appunto funto da catalizzatore della rabbia popolare e delle aspirazioni del popolo a vivere secondo le leggi ed i costumi dei padri, nella quotidiana - per quanto sofferta ed imperfetta - comunione con la propria essenza più intima e profonda. Laddove questa affondava le proprie radici - in quello specifico caso - nella religione islamica; ma anche laddove queste radici affondassero per contro nel cattolicesimo, nell'ortodossia, nel brahamanesimo, nel buddismo, financo in talune espressioni del protestantesimo e – perché no? Chi lo ha mai negato? - dell'ebraismo religioso. L'Iran è attualmente la vera spina nel fianco della superpotenza americana, una superpotenza che ha imboccato [e non siamo certo noi i soli ad averlo intuito] fatalmente il "viale del tramonto" della propria decadenza, decadenza del resto assolutamente inscritta nell'ordine ciclico di ogni vicenda umana, sia essa individuale o collettiva. Tutta la politica estera americana recente, dopo il fatidico settembre 2001, ha avuto come obiettivo più o meno confessato o confessabile, l'accerchiamento del nuovo Iran rivoluzionario: l'Afghanistan e l'Iraq sono divenuti oggetto delle attenzioni della White House soltanto nella misura in cui l'insediamento di regimi amici ed obbedienti in quelle terre possa servire al posizionamento di una testa di ponte dalla quale avviare una sempre più decisa e massiccia penetrazione nell'Asia Centrale, come già teorizzato da tempo dal già consigliere per la sicurezza nazionale Z. Brzezinski. Quella entità ormai universalmente conosciuta con il nome di 'Eurasia' è diventata, dopo l'estinzione dell'URSS, il nuovo catalizzatore degli interessi economici e strategici del mondialismo, un territorio immenso di cui la nostra Europa ormai definitivamente fuori dal gioco del potere mondiale, costituisce l'estrema appendice occidentale.
L’Eurasia - se visto come un megacontinente inglobante tout court l'Europa e l'Asia - detiene il 75% delle risorse energetiche mondiali, le sei maggiori economie dopo gli USA e i primi sei paesi, sempre dopo gli USA, per spese militari; qui vi sono tutte le potenze nucleari oltre agli USA ed il 75% dell'intera popolazione mondiale.
Il raccordo tra l'Europa occidentale e l'Asia orientale - ovvero e soprattutto la Cina, una vera e propria potenza destinata ad un futuro esplosivo - è rappresentato appunto dalla regione che ha al proprio centro il Mar Caspio, quella regione che la vecchia scuola geopolitica ha efficacemente definito come 'Heartland'. Dal nostro punto di vista l'idea di Eurasia presuppone però anche una qual certa omogeneità e comunanza tra i popoli che la compongono. Escludendo l'Asia Orientale [Indocina, Insulindia, Cina, Giappone] i popoli di questo gigantesco blocco non sarebbero privi di una qualche affinità razziale mutuata da una comune origine indoarioeuropea che ben potrebbe concretarsi in una dimensione imperialfederale.
Oggi sono ipotesi fantapolitiche, ma domani, chissà?
La presunta femminea infatuazione della nostra Comunità nei confronti dell'Islam è da considerarsi pertanto - volendo adottare il linguaggio giornalistico – destituita da ogni fondamento, considerando noi l'Islam [anzi, una parte e neppure maggioritaria dell'Islam] come una forza che oggi, all'alba del XXI secolo, insorge anche con le armi in pugno [anche, ma non solo!] contro la dittatura mondialista nemica di ogni tradizione, di ogni religione, di ogni identità.
Del resto la nostra identità politica è il nazionalsocialismo, il quale ha piegato la modernità, utilizzandola a proprio vantaggio, alla restaurazione della eternità intesa come flusso immutabile delle generazioni nell'alveo della Tradizione che poi, lo abbiamo appena affermato, possiede un nucleo profondo che la rende unica pur nelle diversissime e coloratissime forme esteriori che essa adotta. Ma l'idea e la prassi nazionalsocialiste - proprio perché comprendono che la modernità non può essere cancellata per decreto e soprattutto perché esse stesse sono un prodotto, nel bene e nel male, di una certa civiltà europea - non possono esimersi da un approccio 'laico' [e sono costretto ad usare un termine abusatissimo e - come sempre - utilizzato dai media a sproposito e stravolgendone il suo reale significato] alla politica, un approccio che non potrà non tenere conto anche della tremenda degenerazione dei popoli europei.
Ecco allora, in estrema sintesi, il perché del nostro 'islamismo'. Non si tratta di affermare che "il nemico del mio nemico è mio amico", come fu citato in una sfortunata copertina di 'Avanguardia': si tratta di riconoscere che una forma tradizionale che - perlomeno in potenza - interessa quasi un miliardo di persone, ha espresso una avanguardia qualificata che oggi sta oggettivamente contrastando i progetti mondialisti non in nome della "dittatura del proletariato" ma in nome di un universo spirituale non troppo difforme dal nostro.
Voglio concludere con un messaggio di speranza, di sapore magari pretesco, o ingenuo, o lezioso; dedicato a tutti coloro che leggeranno questo libro sperando - appunto! - di ricavarne una ragione o una spinta decisiva per intraprendere un percorso di prassi rivoluzionaria realmente e finalmente antisistemica. Il Fascismo rivoluzionario e socialista è stato, lo abbiamo detto, una 'invenzione' moderna, in questo al pari del marxismo. Quest'ultimo ha però preteso di creare l'"uomo nuovo" concepito come un individuo robotizzato e meccanizzato, inserito in una massa parimenti robotizzata e meccanizzata, individui e masse che avrebbero dovuto essere assolutamente identici e interscambiabili in qualunque tempo ed in qualunque angolo della Terra si trovassero a condurre la propria esistenza. Questo doveva comportare inevitabilmente ed inesorabilmente l'abbandono progressivo - e la successiva dissoluzione - di ogni tradizione culturale e religiosa e di ogni specificità ed identità razziale ed etnica.
Naturalmente non fu così perché – già da Stalin in poi - i differenti regimi che comunque si sono richiamati al marxismo hanno dovuto in qualche modo fare i conti con queste realtà nemiche finendo per sfoggiare, spesso, un nazionalismo ed uno pseudo patriottismo talvolta abnorme, grottesco e ridicolo.
Quello che però non è riuscito al marxismo sta impeccabilmente riuscendo all'ipertecnologicizzato liberismo mondialista che dispone di mezzi ed intelligenze infinitamente superiori.
I ribelli all'avanzata di questo moloch anonimo che suole vestire l'abito grigio piombo del banchiere e del finanziere, il camice bianco dello scienziato e del medico ricercatore, o la tuta da combattimento delle "special forces”, sono tanti e spesso totalmente alieni dalla nostra visione del mondo.
Noi riteniamo, modestamente, che il Fascismo rivoluzionario sia stato e sia l'espressione moderna di una essenza eterna ed immutabile. Esso non è europeo più di quanto possa essere africano, asiatico, americano... Il Fascismo è la risposta per tutti i popoli, per tutte le etnie e per tutte le razze del mondo, per le nazioni disperate e macellate dalla miseria e per le nazioni opulente, grasse, sazie ed egualmente disperate; il Fascismo è la risposta per il XXI secolo come lo fu per il XX perché non ha pretese omologatrici ed omogeneizzatrici ma trae nutrimento e sangue dall'anima profonda dei Popoli... Perché la meccanica, la chimica, l'elettronica e l'informatica, l'automobile, il computer, il telefono satellitare e la portaerei, se continueranno ad esistere - ed io penso proprio di sì! – saranno un mezzo e non il fine della esistenza umana. Perché, infine, sarà l'uomo il padrone e l'artefice del proprio destino e non il flusso sotterraneo, informe e misterioso che oggi governa la terra...
[Introduzione del volume «Fondamenti politico-culturali del progetto di alternativa rivoluzionaria al Sistema “Eurasia-Islam”», curata da Graziano Dalla Torre]



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