Vorrei chiedervi un'informazione. Conoscete Marco Revelli ? Potreste brevemente farmi un riassunto del suo pensiero ? E che voi sappiate, esistono in Europa movimenti o associazioni che si rifanno al suo pensiero ? Grazie.


Vorrei chiedervi un'informazione. Conoscete Marco Revelli ? Potreste brevemente farmi un riassunto del suo pensiero ? E che voi sappiate, esistono in Europa movimenti o associazioni che si rifanno al suo pensiero ? Grazie.


Originariamente Scritto da Esmor
1. Il coraggio di mettersi in discussione
Marco Revelli è figlio di Nuto Revelli, capo partigiano recentemente scomparso e autore del bellissimo La guerra dei poveri. Insegna presso l’Università del Piemonte Orientale, nella Facoltà di Scienze Politiche, ma non si riesce ad attribuirgli una qualifica precisa: storico, sociologo, filosofo, economista? La sua ultima fatica è Nonviolenza – Le ragioni del pacifismo (Fazi), con Fausto Bertinotti e Lidia Menapace. A mio parere è un intellettuale che sta contribuendo in maniera decisiva al mutamento strutturale della cultura comunista in Italia. Egli stesso, con la sua biografia, le sue radici, le sue battaglie culturali tutte interne alla storia dell’industria italiana (la Fiat) e del pensiero politico nato dal confronto con quella realtà (da Gramsci all’operaismo degli anni Sessanta), fino agli approdi odierni (la non-violenza come nuova fondazione della politica, la contaminazione fra culture politiche diverse, la centralità della questione ecologica) mostra una coerenza mobile, che, pur di rimanere fedele alla propria scaturigine, non esita a mettere in discussione tutta la propria storia e la propria tradizione.
2. Il Novecento? Un secolo ossimorico
Nel suo libro maggiore Revelli tenta ambiziosamente di tenere insieme i fili della storia novecentesca, utilizzando due parole chiave: politica e lavoro. Nel XX secolo si afferma l’homo faber, sia nel campo del lavoro che in quello della politica (I deliri dell’“homo faber” è il titolo della prima parte). Il deliro di quest’uomo è quello di poter plasmare tutto, di non riconoscere limiti. L’approdo: «l’uomo è stato ridotto alla sua funzione produttiva, ed il mondo a realtà fabbricata». Tempo degli assassini, il “secolo breve” ha prodotto morte in cifre spaventose. Le sue tre icone il comunismo, Auschwitz e Hiroshima, tutti e tre casi di eterogenesi dei fini e segno della sproporzione tra l’umano limitato e una tecnica gigantesca divenuta vero soggetto della storia. Attraverso suggestive letture, anche lontane dalla propria tradizione culturale (da Celine a Jünger, da Gramsci a Bataille), Revelli mostra come il “lavoro totale” abbia fagocitato l’uomo, precludendogli qualunque zona franca.
Nella seconda parte del libro (I dilemmi dell’uomo flessibile) viene indagata la terza rivoluzione industriale, quella tecnologica degli anni Sessanta/Settanta, che, pur nata da radici egualitarie e democratiche, con il superamento del fordismo, lungi dal produrre una tecnologia della liberazione, come nelle intenzioni dei suoi promotori, ha posto le premesse per una pervasività ancora più totalitaria sulle vite (sulla nuda vita) degli uomini, facendoci cadere «nella rete del lavoro totale».
La terza parte (I peccati della politica e il futuro dell’uomo solidale) ritorna sulla prima metà del secolo dal punto di vista della “grande politica”. Ed è un confronto serrato e coraggioso con la propria storia, quella del comunismo novecentesco, visto come necessario svolgimento della sua radice “violenta” e della sua pretesa di “fare la storia”, riducendo il sociale a opera (dunque il Partito come omologo della fabbrica fordista).
3. Che fare?
La resa dei conti con il XX secolo sembra non lasciare scampo. Tutte le ipotesi di liberazione si sono ribaltate nel proprio opposto. Ciò da cui ci siamo liberati, però, è la scaturigine di molti mali del pensiero moderno (dall’Illuminismo a Marx), e cioè l’idea che la liberazione sia una conseguenza della storia e del suo divenire (che ritroviamo anche nelle ultime utopie tecnologiche nate in America). Una riappropriazione di responsabilità, dunque.
Per la “sinistra” questo libro segna un punto di non ritorno: l’avvio di un meticciato culturale che deve continuare senza paure, la messa in crisi definitiva della tradizione marxista (nelle sue premesse filosofiche: la storia, la dialettica) e leninista e gramsciana (la necessità della violenza, la fabbrica come modello di società). Ma verso dove? Questo libro dà solo una risposta germinale, poi elaborata nel corso di interviste ed interventi dall’autore. Il “volontario è la figura del nuovo secolo, l’uomo “solidale”: non più un soldato (del lavoro, della militanza) ma un “civile”, non più supportato dal grande progetto e da una ideologia (filosofia della storia, «sapere organico e predittivo) ma dotato di strumenti incerti, costretto (per fortuna!) a discernere negli avvenimenti mutevoli e a procedere per prove ed errori. L’uomo solidale rifiuta la scissione tra “passione e ideologia” e, pur avverso al monadismo della cultura liberale, vuol vivere il “noi” conservando la pluralità e le differenze («messa in rete dell’eterogeneità» la chiama Revelli). Soprattutto il “volontario” sa che non si tratta di “edificare” (attraverso macchine burocratiche, partiti, controllo degli apparati statali) ma di “essere”: un «modello di alterità da vivere», dunque, ripristinando il controllo sugli esiti del proprio operato, contro ogni deresponsabilizzazione della politica e del lavoro ridotti a macchina.


Grazie Unknown per le risposte fornitemi. invito anche altri a fare altrettanto.
Ma Revelli quindi parte - almeno inizialmente - da posizioni comuniste ? No, perché me lo sento descrivere più che altro come un riformista o un socialista di sinistra. Per quanto riguarda l'esistenza di movimenti o associazioni che si ispirino al suo pensiero, mi pare di desumere che la figura del "volontario" da egli tracciata renda questo difficile, dato lo spirito anti-organzizazione che mi pare il suo discorso determini. Dico giusto ?
Altra domanda: per Revelli, ammesso che il suo pensiero la preveda, in quali modalità può avenire un'effettiva trasformazione complessiva della società ?