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  1. #1
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    Il “sardismo diffuso”

    Traendo spunto da un argomento molto significativo, proposto da Davide Nurra “Perche' Nonostante Tutto Mi Considero Sardista”, ho ritenuto opportuno richiamare, anche per l’attualità del tema, alcuni scritti di esponenti sardisti pubblicati in un noto periodico sassarese all’inizio del 2005.
    Gli articoli muovono dal ricordo di Mario Melis, ad un anno dalla sua scomparsa, analizzando proprio il concetto di “sardismo diffuso”.
    Momentaneamente ho omesso l’intervento del Segretario Giacomo Sanna, che intendo riportare in seguito.
    Nell’ordine seguono il testo di Michele Pinna, Efisio Planetta, Attilio Pinna.

  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    LA VERITA’ DELLA STORIA DOPO LA CERIMONIA DEGLI ADII
    MARIO MELIS. FU VERA GLORIA?
    MA NON PER IL SARDISMO DIFFUSO


    di MICHELE PINNA

    Il recente convegno promosso dalla “fondazione Sardinia”, ad una anno dalla morte del leader sardista Mario Melis, suggerisce alcune considerazioni in proposito.
    Il tono celebrativo, a tratti persino commovente, degli interventi che hanno commemorato l’uomo, l’oratore, il patriarca della politica sarda degli ultimi vent’anni, lo stile di una personalità carismatica, il fascino di un uomo originale e indipendente, dai comportamenti simpaticamente “sopra le righe” che ne hanno fatto il presidente dei sardi per antonomasia, non ha lasciato spazio, però, ad un’analisi più interna e più diffusa del suo pensiero e della sua azione politica.

    IL SARDISMO DIFFUSO

    Una delle intuizioni più note del pensiero di Mario Melis è stata quella del “sardismo diffuso”. Con questo sintagma egli intendeva sostenere che in Sardegna gli ideali del sardismo erano diventati, ormai, un patrimonio condiviso nella coscienza dei sardi. Un patrimonio d’idee e di valori, che doveva essere trasformato in progetto politico e in azioni concrete di governo da parte delle forze politiche e delle classi dirigenti isolane. Se questo postulato fosse stato vero si sarebbe dovuta costruire una leadership politica e intellettuale profondamente caratterizzata in tal senso dove certamente il partito sardo d’azione e lo stesso Melis avrebbe dovuto avere un ruolo trainante. Ma all’azione postulativa non fece seguito tutto quanto sarebbe stato necessario perché “il sardismo diffuso” desse i suoi risultati.
    Melis frequentatore delle piazze isolane, amante dei bagni di folla, nel percepire il fascino e l’affetto che la sua presenza e la sua persona emanava tra le popolazioni sarde, attratte dalla sua parola risuonante e dal gesto ampio delle sue mani, accompagnato da uno sguardo che pareva ispirato da una luce divina, proiettava questo effetto comunicativo in un possibile, quanto necessario, consenso elettorale. Ma le proiezioni di questi sondaggi, di questo marketing fatti al microfono, nelle piazze e nei convegni, parallelamente ad una costante e favorevole presenza mediatica, non si rivelarono, alla luce dei fatti, veritiere. Il postulato non resse alla prova quando dovette fondare i teoremi della politica che implicano una loro dimostrazione di verità elettorale, alleanze di governo, ruoli politici, leadership.
    Il “sardismo diffuso”, in tal senso, non poté essere dimostrato razionalmente, e, come tutte le fondazioni indimostrate e indimostrabili, valide, certo, nelle mitologie e nelle religioni, per spiegare accadimenti fantastici o per asserire divinità poté, dalle minoranze che vi credettero, essere accettato solo per fede. E se Mario Melis è stato, di questa fede, il sacerdote massimo ed il partito sardo d’azione la somma chiesa ed i sardisti, tutti bravi ed eccellenti, sono stati i sacerdoti e i chierici di questa chiesa, i sardi non ne sono stati, almeno in questi ultimi quindici anni, fedeli osservanti e devoti. In nome del sardismo, e delle confusioni ingenue e in mala fede, anzi, hanno fatto le scelte politiche più disparate e le classi dirigenti che si sono susseguite alla guida della regione, sempre in nome del sardismo, hanno consumato e dissolto quanto di più vivo e vitale vi era al fondo di questo pensiero: la diversità e la specificità della Sardegna. Questione sine qua non del sardismo interpretato e diffuso, forse non bene e non a sufficienza, dal partito sardo d’azione, dalla sua nascita fino ad oggi.
    L’idea melisiana del “sardismo diffuso”, in realtà, nella sua autoreferenzialità rappresentatività, tipica di tutti i miti e di tutte le religioni, ha prodotto un equivoco di fondo costituitosi nella convinzione arbitraria dell’equazione sardi, sentimento di sardità, uguale sardismo, senza tener conto, invece, delle mediazioni che sarebbero state necessarie per transitare da una ipotetica sardità, dal sapersi sardi, cioè nati, giunti, cresciuti o comunque vissuti in un’isola chiamata Sardegna, al sardismo.
    Un transito che, nella coscienza delle popolazioni, avrebbe dovuto fare i conti con una forte azione di diffusione e di propaganda del pensiero del partito sardo d’azione; di un’azione pedagogica e di un’azione di codificazione e
    di rappresentazione chiara dello stesso. Ma anche con una diversa coscienza delle classi dirigenti sarde e dei ceti intellettuali. Così che, in Sardegna, tutti possono definirsi sardisti: quelli che credono nella tutela del muretto a secco e quelli che credono che il modello turistico isolano debba essere lo stesso di Rimini.

    QUAL’ È’ IL SARDISMO CHE È’ STATO DIFFUSO

    Sul piano politico istituzionale, tra le forze politiche sarde che hanno governato l’isola dal secondo dopoguerra ad oggi si è voluto confondere il sardismo vero con i surrogati sardisti di un generico autonomismo. Ovvero con
    l’autonomismo sancito da quel monumentale monolite che è la Costituzione italiana da cui poi è nato quel topolino dello Statuto regionale. Uno Statuto confezionato a Roma dai costituzionalisti democristiani servito ad avvalorare tutti i fatti e i misfatti della politica italiana in Sardegna fino alla fine della cosiddetta “prima repubblica”; per non dire poi di quelli degli albori della seconda. I fiumi di denaro pubblico elargiti dallo Stato e dall’America in funzione anticomunista, allora, hanno trovato nell’autonomismo le condizioni istituzionali per alimentare un ceto politico che all’ombra dei piani di rinascita e di anacronistiche industrializzazioni fuori da ogni contesto antropologico e da ogni prospettiva seria di sviluppo ha fatto della Sardegna il ricettacolo di tutte le aberrazioni della politica e dell’economia italiana. Onestamente e per amore di verità storica non possiamo nascondere, se non la diretta complicità, la pacifica convivenza di alcuni ambienti del sardismo con le scelte politiche fatte in quegli anni dalle classi dirigenti democristiane.
    Nei congressi sardisti le parole d’ordine delle origini si erano sempre più confuse con le parole d’ordine della retorica autonomistica, veicoli di una politica piagnona, rivendicazionista, all’insegna di un economicismo assistenzialista e sprecone nobilitato da un sociologismo coloniale che additava programmazioni e piani di sviluppo tra una campagna elettorale e l’altra.
    Il sardismo dei fratelli Melis perdeva consensi e si riduceva, ormai, ad un partito senza rappresentanze in consiglio regionale. Era il frutto di una politica prona alla democrazia cristiana e ad un autonomismo che aveva perso di vista l’orizzonte storico-culturale, caro invece al sardismo di Bellieni e Carta Raspi, che individuava nel principio di sovranità nazionale della Sardegna, l’asse portante di un progetto politico che propugnasse una riforma profonda della Regione in grado di risarcire l’isola da quell’aborto istituzionale e politico che si era rivelata la fusione perfetta della Sardegna con il Piemonte, nel 1847.
    Quell’aborto che le classi dirigenti isolane avevano voluto e consumato rinunciando alle se pur minime prerogative autonomistiche dell’antico Regnum Sardiniae. “La Sardegna come nazione abortiva” di Bellieni non è, come molti hanno voluto intendere, una presa d’atto consenziente della inderogabilità di quel fatto storico ma una denuncia lucida e tragica dell’impotenza delle classi dirigenti isolane, che hanno preferito rinunciare a se stesse accettando i benefici coloniali e gli onori riservati dai Savoia ai sudditi fedeli. Il sardismo degli anni sessanta aveva rinunciato al nazionalismo sovranitario di Bellieni che implicava una profonda revisione dello Statuto regionale e la riscrittura del patto tra la Sardegna e l’Italia, dinanzi, anche, alle parole aurorali della nascente Comunità Economica Europea. Ma la sindrome assistenzialista dello Stato aveva ormai pervaso tutto e tutti per cui era più comodo stare dentro un quadro politico accomodante e rassicurante che portare avanti una battaglia politica di riforme statutarie e di indipendenza della Sardegna, quali presupposti fondamentali per lo sviluppo dell’isola.
    Il partito sardo d’azione pagò a caro prezzo quella rinuncia e le classi dirigenti democristiane divennero le uniche depositarie del discorso autonomista dove qua e la trapelava qualche venatura sardista di sapore nostalgico per le tradizioni agropastorali dell’isola. Anche se i risultati della Commissione Medici che individuavano nel mondo delle campagne il germe della delinquenza e della criminalità isolana preparavano le condizioni per la legittimazione della grande truffa ai danni della Regione sarda che aveva dilapidato i soldi dei Piani di rinascita nelle voragini della SIR.
    Distruggendo quel mondo, quell’economia e determinando quella catastrofe culturale e quegli scempi voluti dal turismo e dalla speculazione edilizia che ha distrutto coste, città e paesi della Sardegna.
    Questo è il sardismo che si è diffuso.
    Il sardismo che ha sempre sbeffegiato l’uso della lingua sarda nelle scuole e negli uffici, che ha sempre temuto una riforma radicale dello Statuto sardo in senso sovranitario che conferisse alla Regione sarda, ai comuni e alle province poteri legislativi forti in materia fiscale, scolastica, sanitaria, nella politica dei trasporti, nel governo delle banche, nelle trattative internazionali per l’uso ed il controllo del territorio, dell’ambiente ecc.
    Mentre sul piano culturale ciò che le classi dirigenti di quegli anni hanno diffuso e strumentalizzato come sardismo, cosi come continuano a fare oggi, con l’aiuto interessato dei giornali e delle televisioni, è il flolclorismo da baraccone, è la letteratura di cassetta che in appendice alla letteratura italiana si spaccia per letteratura sarda che, partendo magari da Gavoi, vorrebbe conquistare il mondo con un gusto oscillante tra il grottesco e il provincialismo delirante che crede di essere il centro dell’universo.
    Questo è il sardismo che si è diffuso.
    Il partito sardo d’azione di quegli anni, e Mario Melis, forse anche in buona fede, ne ha ereditato tutti i limiti, è venuto meno ad un’azione critica nei confronti di un sardismo che invece sadismo non era. Ad una seria azione di analisi e di denuncia nei confronti di una politica che, mascherata da sardismo, apriva le porte ad un processo inarrestabile di neo colonialismo. Ad una politica istituzionale che ha spacciato,- ma non in buona fede o per ingenuità,- un vetero regionalismo manieroso e suddito delle scelte politiche che dai bacini elettorali delle regioni italiane più forti, ipotecavano lo Stato e le politiche governative italiane riversandone in Sardegna gli avanzi e le scorie,- per una politica istituzionale che desse ai sardi dignità e sovranità.
    Bene! Il sardismo che si è diffuso non è sardismo e perciò molto di quello che in molti ora chiamano sardismo, identità, o altro a noi non piace.
    E l’ideologia che vorrebbe legittimare l’ennesima truffa ai danni dei sardi e noi non ci stiamo. Lo abbiamo detto recentemente ad Arborea presentando la mozione maggioritaria che ha vinto il XXIX congresso nazionale del
    P.S.d’Az. Quel sardismo che si è voluto diffondere ad arte scimmiottando alcune parole d’ordine del sardismo vero, autentico, storico, onesto, del sardismo di Bellieni, va tolto dalla circolazione. E speriamo che i sardi se ne rendano conto e non ne facciano uso neanche nel nome di Mario Melis e dei tanti meriti che comunque egli ha avuto.

    IL SARDISMO CHE VORREMMO DIFFONDERE

    E’ quello della denuncia storica nei confronti delle classi dirigenti isolane che non hanno saputo e voluto affermare l’indipendenza e la sovranità della nazione sarda costruendo dal di dentro della sua storia istituzionale i presupposti della sua sovranità, e che propugna, oggi, un nuovo patto costituente per la riscrittura del nuovo Statuto regionale della Sardegna in chiave sovranitaria, che coinvolga le popolazioni sarde, le associazioni, i lavoratori, gli intellettuali. E’ quello che indica lo sviluppo economico dell’isola a partire dalla valorizzazione delle sue risorse e delle sue potenzialità imprenditoriali individuando nei “produttori” sardi, come diceva Bellieni, la spinta propulsiva di un nuovo modello di sviluppo che valorizzi il lavoro e crei ricchezza diffusa nel rispetto dell’ambiente e del tessuto culturale della nazione sarda. E’ quello che pone la lingua sarda, in tutte le varietà locali, al centro della moderna educazione dei giovani sardi.
    Un’educazione plurilingue e multiculturale aperta al mondo, ai nuovi linguaggi, alle nuove dinamiche della comunicazione, alla ricerca e alla tecnologia.
    E’ quel sardismo che rifiuta la mercificazione del folclore e della tradizione popolare. E’ quel sadismo che rivendica una scuola e un’università fortemente legata al territorio, alle esigenze dei sardi, che sia in grado di cogliere unitamente ai saperi scientifici e tenologici, il valore aggiunto dei saperi antropologici della tradizione, in grado di costituire ancoraggi certi realistici e concreti nel lavoro, nella ricerca, nella formazione umana dei giovani sardi.
    E’ quel sardismo attento alle nuove professionalità uscite in questi anni dalle università e dalle scuole sarde, alle produzioni artistiche, artigianali e manifatturiere in genere, che potrebbero davvero caratterizzare la Sardegna nel mondo e diventare fonti di reddito e di vita buona per i sardi. E’ quel sardismo liberale, laico e riformista di tradizione europea, moderno, civile e progressista, fondato sull’etica del lavoro, della libertà, del rispetto delle minoranze e delle diversità. Un sardismo europeo contributivo e caratterizzante nella la battaglia per il riconoscimento delle molte nazioni ancora senza sovranità, nuova frontiera del liberalismo e della democrazia.
    E’ un sardismo certo non facile che necessita di intelligenze nuove, di strumenti e di supporti comunicativi di cui il partito sardo d’azione dovrà dotarsi. E’ il sardismo con cui le forze politiche sarde dovranno misurarsi, confrontarsi e lealmente riconoscere, al Partito sardo d’azione quel ruolo che la storia e la passione civile dei suoi militanti gli hanno dato. Un partito certamente desideroso di rinnovarsi, di liberarsi in un dibattito franco, aperto alla collaborazione dei sardi, di vecchi stereotipi e di vecchi fondamentalismi ideologici ma altrettanto intransigente nel rivendicare la propria
    dignità e il ruolo importante, anche attraverso la memoria ed il ricordo dei suoi uomini migliori, dei loro pregi e dei loro limiti, che ancora ritiene di avere nel lungo e difficile cammino della libertà e della sovranità del popolo sardo.

  3. #3
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    SARDISMO DIFFUSO NON MITO MA OPPORTUNITÀ

    di EFISIO PLANETTA

    Con dovizia di argomentazioni e con scrittura forbita Michele Pinna demolisce l’intuizione politica di Mario Melis sul sardismo diffuso, riducendola ad un fatto mitologico buono per solleticare gli umori delle piazze e le platee dei convegni. Se le tesi pinniane riflettessero realmente l’umore dei sardisti, non vi sarebbe maggior prova dell’incomunicabilità che in certi momenti vi è stata, fra Mario Melis ed il suo partito.
    Si da il caso, però, che il suo partito sia anche il mio partito e che io non riesca ritrovarmi nelle affermazioni di Michele Pinna.
    Partiamo da un dato dimostrato ed incontrovertibile: Renato Soru ha vinto le elezioni inserendo nel proprio programma quote considerevoli di sardismo ed impegnandosi a realizzarle.
    Lingua, trasporti, territorio, turismo compatibile, energia, temi che il PSd’Az ha sollevato da lungo tempo, sono diventati parte integrante del programma Soru non certo per l’apporto del partito alla coalizione che lo ha eletto, ma per scelta libera ed indipendente del candidato. E’ interessante notare che le tematiche affrontate, vengono presentate con argomentazioni che ricordano, molto da vicino, il pensiero sardista e che possono essere riportate al filone, magistralmente interpretato da Mario Melis, del sardismo autonomista di più vecchia data. Anche i primi atti amministrativi di Soru sembrano inserirsi in questo filone: stop alla cementificazione selvaggia (ricordiamo le giunte Melis e la legge dei trecento metri); continuità territoriale (storica battaglia sardista) e potremmo continuare con alcune altre iniziative che non è il caso, adesso, di elencare. Questo è il dato reale e di questo bisogna prendere atto: le idee e gli assunti del sardismo, sono penetrati nelle coscienze di molti sardi e ne sono diventati direttive d’azione senza che questi ultimi sentissero il bisogno di aderire al partito.
    Più che rivendicare primati e paternità, faremmo bene, quindi, ad interrogarci sui perché questo sia potuto accadere, mirando la riflessione su quanto si muove sia all’esterno, sia all’interno del partito sardo.
    Dal punto di vista istituzionale, il sardismo si è diviso in almeno due filoni: quello autonomista-federalista e quello indipendentista.
    Mario Melis, che non è mai stato un indipendentista, aveva colto già da tempo i primi segni della diffusione del primo sardismo non solo nelle coscienze delle persone ma anche nei dibattiti e nei programmi delle formazioni politiche. In questi segni aveva intravisto la possibilità di regionalizzare le forze politiche intorno ad un grande progetto di alleanza che portasse la sinistra sarda, compatta, al confronto con il potere romano per esercitare il massimo dell’autonomia. Questa alleanza ancora non esiste ma nel frattempo Cossiga parla di nazionalità sarda e Mariolino Floris fonda un partito nazionalitario; crescono le sigle con la esse finale; i DS diventano sinistra federalista sarda; all’interno di Rifondazione Comunista nasce una corrente indipendentista (addirittura).
    Insomma, nella società politica, qualcosa si muove; possiamo permetterci di ignorarlo? Certo, non tutto è oro quel che luccica ma è indubbio che all’interno di questa galassia circoli sardismo.
    Prendere atto di questo significa aprire un ragionamento non su una sconfitta del partito ma su una vittoria del sardismo; significa, anche, ripensare il modo di porsi del PSd’AZ ed il ruolo che riveste nella società sarda. In definitiva, quello che, a mio parere si dovrebbe fare è di tarare la politica del partito non su generiche esigenze ed aspettative del “popolo sardo” ma sulla creazione di una classe dirigente espressione di interessi economici precisi e capace di assumere su di sé l’onere dello sviluppo della Sardegna.
    Esiste ormai una imprenditoria che produce ricchezza, che cresce e che ha necessità di esprimere un personale politico a cui fare riferimento per l’armonizzazione dei propri interessi con l’interesse generale. Quali forze politiche possono fare da riferimento a questi ceti emergenti? La risposta (parziale) a questo interrogativo la stanno dando il CS ed il CD accogliendo all’interno delle loro galassie idee più disparate, posizioni anche distanti e personaggi di tutte le qualità. Ma la risposta non può che essere, appunto, parziale perché sia il CD che il CS hanno ancora dei forti condizionamenti esterni che influiscono in modo determinante sulle scelte che dovranno fare in materia di gestione del territorio, di crescita economica e di sviluppo culturale. Soltanto il PSd’AZ è in grado di garantire una assoluta adesione ad un progetto di sviluppo centrato sui preponderanti interessi della Sardegna. Ed allora perché non approfittare del “sardismo diffuso” per mettersi al centro (politicamente, però, non spazialmente) dello scenario politico, con azioni volte a supportare in termini moderni questa classe imprenditoriale emergente? In Catalogna, in Irlanda, nei paesi Baschi, si sono affermati e sono tuttora al governo, partiti che possono fare da punto di riferimento (per le politiche svolte) e che li hanno portati ad essere i reali rappresentanti dei loro popoli; hanno sconfitto i partiti statalisti ed i loro territori (quello dell’Irlanda con una formidabile e recente crescita) possono annoverarsi fra i più ricchi e solidi dell’Europa. Certo, da loro esiste una borghesia nazionale, moderna e dinamica; da noi questo tipo di borghesia è in formazione ed ha necessità di affermarsi ma chi, se non il Partito Sardo, può fare da punto di riferimento politico per una crescita in uno scenario completamente differente dall’attuale?
    La lezione che Mario Melis, con la sua intuizione, ci ha dato e che è ancora attualissima, è che dobbiamo sempre guardare oltre i confini degli accadimenti interni al partito, cogliere i movimenti della società ed elaborare delle idee organiche ad essa supportandole con comportamenti conseguenti e lineari che possano essere capiti e condivisi. Questo dobbiamo fare se realmente vogliamo incidere positivamente sulla crescita della nostra terra e della nostra gente.
    Lo strumento c’è l’abbiamo, le intelligenze, anche; cosa manca per realizzare questo progetto?
    Qualcuno dei vecchi sardisti direbbe: “La dedizione alla causa”.

  4. #4
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    L’INTELLIGENZA POLITICA DI SORU È SARDISTA

    di ATTILIO PINNA

    Visto e considerato ciò che ha fatto fino ad ora, si potrebbe dire che la Giunta Soru Sia una buona giunta. Basti prendere ad esempio la tutela dell’ ambiente attraverso l’emanazione del decreto salva-coste o la vertenza con lo stato per lo smantellamento delle basi NATO. Anche in campagna elettorale Soru ha dimostrato di essere un candidato interessante: ha posto l’accento sul problema dell’identità, sulla coscienza di popolo che dovrebbe avere la popolazione sarda, sulla necessità di avere fiducia in se stessi, nelle proprie risorse e nelle proprie possibilità.
    Soru ha lanciato un messaggio intelligente ai sardi: non vergognatevi di quello che siete, partite da quello che siete, perché solo partendo da quello che siete riuscirete ad essere cittadini del mondo con dignità e originalità. Siate portatori della vostra complessità e dei vostri valori, non limitatevi solo ad assimilare dall’esterno, ma contribuite con le vostre caratteristiche anche ad arricchire tutto ciò che si trova fuori dalla Sardegna. Credo però che questo non sia un messaggio nuovo, credo che sia un messaggio attinto da un’idea e da un movimento che viene da lontano, ovvero il movimento sardista. Non si può negare, Soru ha lanciato un messaggio sardista, ha fatto una campagna elettorale sardista, e anche per questo ha vinto. Ancora adesso sta attuando il suo programma di governo all’insegna del sardismo, nonostante il freno postogli dalle forze politiche che lo sostengono.
    La domanda allora sorge spontanea: che ruolo gioca in tutto ciò il Partito Sardo d’Azione, ha fatto bene il Partito Sardo a presentarsi da solo alle elezioni? Ha avuto politicamente un senso non accettare l’ alleanza con chi si è fatto portatore dei suoi valori e del suo patrimonio di idee, con chi del sardismo ha fatto la sua bandiera? Credo di si, e ciò per un motivo fondamentale: il sardismo del Partito sardo d’azione va al di là del sardismo di Soru e della sua coalizione. Il sardismo del Partito di sardo non fa leva solo sull’identità, non fa leva solo sulla sardità, non significa solo un generico “Fare l’interesse dei sardi”, come qualcuno ingenuamente pensa. Connaturati al sardismo del Partito sardo d’azione sono due valori fondamentali, sconosciuti alla sinistra sarda e anche al partito di Soru, due valori che si compenetrano e interagiscono: l’indipendentismo e la libertà. Libertà significa prendere le decisioni in Sardegna, in piena autonomia, senza influenze esterne, da uomini appunto liberi e con una dignità, da uomini che decidono e si assumono delle responsabilità. la Convenzione del 18 luglio, durante la quale è stato illustrato il programma di “ Sardegna libera”, doveva servire proprio a sottolineare questo.
    Lo si è detto: noi decidiamo, noi stabiliamo le alleanze e i programmi, noi scegliamo il candidato alla presidenza, noi siamo i leader, noi siamo la classe dirigente. Ma quel patto è stato tradito, sono intervenuti i vertici nazionali dei partiti, imponendo un candidato ed emarginando i dirigenti locali, i quali per disciplina di partito hanno dovuto chinare la testa ed obbedire agli ordini. Questo non è il sardismo che vuole il Partito sardo d’ azione, e Giacomo Sanna col suo strappo l’ha ribadito, ponendo l’accento sulla dignità, e sulla necessità di diventare finalmente uomini liberi. Indipendentismo significa fare dei sardi un popolo sovrano, con un proprio Parlamento ed un proprio Governo. Significa avere la possibilità dei legiferare su tutto, decidere la propria politica estera, avere dei propri rappresentanti nel Parlamento europeo e nella Commissione europea. Possono farlo Malta e Cipro e il Partito Sardo ritiene che possa farlo anche la Sardegna. La dirigenza della sinistra sarda è priva di una cultura indipendentista, non è nel suo dna, non fa parte del suo patrimonio culturale e di idee, per prendere le decisioni guarda a Roma, attende le direttive dei vertici nazionali e così si sente più “ aperta”, di più larghe vedute, cittadina del mondo, non rendendosi conto, ma sbagliare è umano, di cadere nel provincialismo e di alimentare il centralismo, rinunciando alla libertà, quella libertà che il Partito sardo d’azione, con la sua scelta, ha voluto difendere. Certo il Partito sardo non ha l’esclusiva di tutto il sardismo, non ha l’esclusiva del sardismo annacquato, o come qualcuno più nobilmente l’ ha definito, del “ sardismo diffuso”. Ma credo abbia l’esclusiva del sardismo libero, del sardismo nazionalitario, del sardismo indipendentista.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori
    L’INTELLIGENZA POLITICA DI SORU È SARDISTA

    di ATTILIO PINNA

    Visto e considerato ciò che ha fatto fino ad ora, si potrebbe dire che la Giunta Soru Sia una buona giunta. Basti prendere ad esempio la tutela dell’ ambiente attraverso l’emanazione del decreto salva-coste o la vertenza con lo stato per lo smantellamento delle basi NATO. Anche in campagna elettorale Soru ha dimostrato di essere un candidato interessante: ha posto l’accento sul problema dell’identità, sulla coscienza di popolo che dovrebbe avere la popolazione sarda, sulla necessità di avere fiducia in se stessi, nelle proprie risorse e nelle proprie possibilità.
    Soru ha lanciato un messaggio intelligente ai sardi: non vergognatevi di quello che siete, partite da quello che siete, perché solo partendo da quello che siete riuscirete ad essere cittadini del mondo con dignità e originalità. Siate portatori della vostra complessità e dei vostri valori, non limitatevi solo ad assimilare dall’esterno, ma contribuite con le vostre caratteristiche anche ad arricchire tutto ciò che si trova fuori dalla Sardegna. Credo però che questo non sia un messaggio nuovo, credo che sia un messaggio attinto da un’idea e da un movimento che viene da lontano, ovvero il movimento sardista. Non si può negare, Soru ha lanciato un messaggio sardista, ha fatto una campagna elettorale sardista, e anche per questo ha vinto. Ancora adesso sta attuando il suo programma di governo all’insegna del sardismo, nonostante il freno postogli dalle forze politiche che lo sostengono.
    La domanda allora sorge spontanea: che ruolo gioca in tutto ciò il Partito Sardo d’Azione, ha fatto bene il Partito Sardo a presentarsi da solo alle elezioni? Ha avuto politicamente un senso non accettare l’ alleanza con chi si è fatto portatore dei suoi valori e del suo patrimonio di idee, con chi del sardismo ha fatto la sua bandiera? Credo di si, e ciò per un motivo fondamentale: il sardismo del Partito sardo d’azione va al di là del sardismo di Soru e della sua coalizione. Il sardismo del Partito di sardo non fa leva solo sull’identità, non fa leva solo sulla sardità, non significa solo un generico “Fare l’interesse dei sardi”, come qualcuno ingenuamente pensa. Connaturati al sardismo del Partito sardo d’azione sono due valori fondamentali, sconosciuti alla sinistra sarda e anche al partito di Soru, due valori che si compenetrano e interagiscono: l’indipendentismo e la libertà. Libertà significa prendere le decisioni in Sardegna, in piena autonomia, senza influenze esterne, da uomini appunto liberi e con una dignità, da uomini che decidono e si assumono delle responsabilità. la Convenzione del 18 luglio, durante la quale è stato illustrato il programma di “ Sardegna libera”, doveva servire proprio a sottolineare questo.
    Lo si è detto: noi decidiamo, noi stabiliamo le alleanze e i programmi, noi scegliamo il candidato alla presidenza, noi siamo i leader, noi siamo la classe dirigente. Ma quel patto è stato tradito, sono intervenuti i vertici nazionali dei partiti, imponendo un candidato ed emarginando i dirigenti locali, i quali per disciplina di partito hanno dovuto chinare la testa ed obbedire agli ordini. Questo non è il sardismo che vuole il Partito sardo d’ azione, e Giacomo Sanna col suo strappo l’ha ribadito, ponendo l’accento sulla dignità, e sulla necessità di diventare finalmente uomini liberi. Indipendentismo significa fare dei sardi un popolo sovrano, con un proprio Parlamento ed un proprio Governo. Significa avere la possibilità dei legiferare su tutto, decidere la propria politica estera, avere dei propri rappresentanti nel Parlamento europeo e nella Commissione europea. Possono farlo Malta e Cipro e il Partito Sardo ritiene che possa farlo anche la Sardegna. La dirigenza della sinistra sarda è priva di una cultura indipendentista, non è nel suo dna, non fa parte del suo patrimonio culturale e di idee, per prendere le decisioni guarda a Roma, attende le direttive dei vertici nazionali e così si sente più “ aperta”, di più larghe vedute, cittadina del mondo, non rendendosi conto, ma sbagliare è umano, di cadere nel provincialismo e di alimentare il centralismo, rinunciando alla libertà, quella libertà che il Partito sardo d’azione, con la sua scelta, ha voluto difendere. Certo il Partito sardo non ha l’esclusiva di tutto il sardismo, non ha l’esclusiva del sardismo annacquato, o come qualcuno più nobilmente l’ ha definito, del “ sardismo diffuso”. Ma credo abbia l’esclusiva del sardismo libero, del sardismo nazionalitario, del sardismo indipendentista.
    Signori io sostengo che se il sardismo non lo fanno i movimenti sardisti e indipendentisti lo faranno altri, perchè gli statisti in quanto uomini possono fallire ma gli ideali se sono vincenti trionfano.

    Il sardismo non è più patrimonio esclusivo del Partidu Sardu ma di ogni sardo che fermamente interpreta nel suo operare quotidiano scelte che dalla sfera privata incidono sul piano politico.

    Questo compagni è il vero sardismo diffuso.

    Forza paris!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Davide Nurra Visualizza Messaggio
    Signori io sostengo che se il sardismo non lo fanno i movimenti sardisti e indipendentisti lo faranno altri, perchè gli statisti in quanto uomini possono fallire ma gli ideali se sono vincenti trionfano.

    Il sardismo non è più patrimonio esclusivo del Partidu Sardu ma di ogni sardo che fermamente interpreta nel suo operare quotidiano scelte che dalla sfera privata incidono sul piano politico.

    Questo compagni è il vero sardismo diffuso.

    Forza paris!
    L'idea (o l'ideale?) del sardismo non è nata storicamente e culturalmente con il PSd'Az. Esisteva anche prima della Brigata Sassari e prima della Associazione del Combattenti del dopoguerra.
    Lo stesso Lussu ha dimostrato che le due cose (sardismo e Partito) non sono sinonimi, non sono equivalenti. Lo ha detto e lo ha dimostrato chiaramente nel Congresso della scissione (detto "delle Due Palme" o "della Manifattura Tabacchi"). Quando, abbandonando il Congresso del PS d'Az, uscì nel viale Regina Margherita con, in mano, la bandiera dei Quattro Mori, non cessò d'essere un sardista.
    Chi restava (Mastino e altri) era sardista, ma anche chi lo seguiva (Branca, Asquer, e altri) era sardista.
    Il concetto di "sardismo diffuso" è un concetto che toglie o nega il monopolio di questo o quel partito politico.
    Anche gli attuali separatisti, indipendentisti, nazionalisti sardi, ecc. sono sardisti.
    Gli intellettuali, gli studiosi, gli scienziati, gli insegnanti, gli scrittori locali e di cose sarde e di storia sarda e dei valori della cultura sardi sono sardisti.
    Il prof. Nando Cossu, che ha studiato (e pubblicato) la medicina popolare in Sardegna, forse non lo sa neppure lui, ma è anche lui un sardista.
    Saluti a tutti voi.
    Med.

  7. #7
    robi
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    E' un fatto positivo se tutti i sardi sono o diventano sardisti, ma è anche vero che nelle sedi istituzionali è il Partito sardo che è l'erede di quegli ideali e li porta avanti. Ed è ancor più vero che è grazie a chi vota partito sardo d'azione che quegli ideali continuano ad essere portati avanti. Forse non sempre gli esponenti del partito sono stati in grado di assolvere a questo compito, ma le persone cambiano e la bandiera dei quattro mori è sempre li. e mentre chi si iscrive a un altro partito, deve adattare le sue scelte per la sardegna al volere e alle decisioni di chi ha interessi in ben altri lidi, chi fa parte del partito sardo può avere come unico obiettivo il benessere economico, sociale e culturale della sardegna. E comunque in caso di errori può farsi carico della responsabilità delle proprie scelte. Poprio oggi i consiglio regionale i consiglieri sardisti hanno chiesto l'inserimento nella nuova legge regionale di una maggiore tutela per i film espressione della cultura sarda, ma l'appello è caduto nel vuoto.

  8. #8
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    E', la mia, una questione di lessico.
    O, se preferite, è una questione semantica.
    Con il termine "socialisti" si intendono solo gli iscritti ad un determinato partito? Quale?
    Con il termine sardisti si comprendono sia gli isctitti al PSd'Az (ma non sempre e non tutti hanno meritato quell'appellativo) sia tutti coloro (che pure esistono in diversa misura di numero e qualità in altri partiti) che coltivano, perseguono, sostengono, onorano, valorizzano un determinato ideale "di libertà e di giustizia" ma anche di autodeterminazione.
    In altri termini: sarà pure sardista chi si candida in Lombardia e si fa imbrogliare da Bossi, ma preferisco chi lavora politicamemte in Sardegna per raccogliere consensi e voti. Raccolta che deve essere non mediatico-folcloristica-cartellonistica-declaratoria (altamente encomiabile e coraggiosa, si badi bene) ma secondo le tecniche, le regole, gli strumenti della politica che si basa sulle idee, sui programmi e sulla comunicazione. Una regola prima: non si può avere, in democrazia, tutto e subito.
    La politica dei piccoli passi non l'ho inventata io.
    Saluti.
    Med.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da medicinaechirur Visualizza Messaggio
    L'idea (o l'ideale?) del sardismo non è nata storicamente e culturalmente con il PSd'Az. Esisteva anche prima della Brigata Sassari e prima della Associazione del Combattenti del dopoguerra.
    Lo stesso Lussu ha dimostrato che le due cose (sardismo e Partito) non sono sinonimi, non sono equivalenti. Lo ha detto e lo ha dimostrato chiaramente nel Congresso della scissione (detto "delle Due Palme" o "della Manifattura Tabacchi"). Quando, abbandonando il Congresso del PS d'Az, uscì nel viale Regina Margherita con, in mano, la bandiera dei Quattro Mori, non cessò d'essere un sardista.
    Chi restava (Mastino e altri) era sardista, ma anche chi lo seguiva (Branca, Asquer, e altri) era sardista.
    Il concetto di "sardismo diffuso" è un concetto che toglie o nega il monopolio di questo o quel partito politico.
    Anche gli attuali separatisti, indipendentisti, nazionalisti sardi, ecc. sono sardisti.
    Gli intellettuali, gli studiosi, gli scienziati, gli insegnanti, gli scrittori locali e di cose sarde e di storia sarda e dei valori della cultura sardi sono sardisti.
    Il prof. Nando Cossu, che ha studiato (e pubblicato) la medicina popolare in Sardegna, forse non lo sa neppure lui, ma è anche lui un sardista.
    Saluti a tutti voi.
    Med.
    Non sono molto convinto sul concetto di “sardismo diffuso” espresso nel post citato, se a questo gli si attribuisce una valenza politica.
    Così come non mi ha mai persuaso quello teorizzato da Mario Melis.
    Per questo ho aperto la discussione riportando gli interventi di M. Pinna e A. Pinna nei quali, in larga parte, mi ritrovo.

    Conosco abbastanza anche il prof. Nando Cossu, persona seria, rigorosa, stimabile e di vasta cultura.
    Molti anni fa siamo stati colleghi.
    A lui si deve anche la nascita del museo del giocattolo tradizionale ad Ales (Zeppara), frutto di una ricerca scolastica sui giocattoli in “canna”.
    Politicamente credo facesse/fa? riferimento ad un partito della sinistra italiana…

    Med, considerando il sardismo una categoria politica ben definita (nazionalitario, indipendentista, democratico, non-violento, laico, progressista), faccio fatica ad annoverare tra i “sardisti” chiunque si occupi di “cose sarde” ….

  10. #10
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    L'idea (o l'ideale?) del sardismo non è nata storicamente e culturalmente con il PSd'Az. Esisteva anche prima della Brigata Sassari e prima della Associazione del Combattenti del dopoguerra.
    Lo stesso Lussu ha dimostrato che le due cose (sardismo e Partito) non sono sinonimi, non sono equivalenti. Lo ha detto e lo ha dimostrato chiaramente nel Congresso della scissione (detto "delle Due Palme" o "della Manifattura Tabacchi"). Quando, abbandonando il Congresso del PS d'Az, uscì nel viale Regina Margherita con, in mano, la bandiera dei Quattro Mori, non cessò d'essere un sardista.
    Chi restava (Mastino e altri) era sardista, ma anche chi lo seguiva (Branca, Asquer, e altri) era sardista.
    Il concetto di "sardismo diffuso" è un concetto che toglie o nega il monopolio di questo o quel partito politico.
    Anche gli attuali separatisti, indipendentisti, nazionalisti sardi, ecc. sono sardisti.
    Gli intellettuali, gli studiosi, gli scienziati, gli insegnanti, gli scrittori locali e di cose sarde e di storia sarda e dei valori della cultura sardi sono sardisti.
    Il prof. Nando Cossu, che ha studiato (e pubblicato) la medicina popolare in Sardegna, forse non lo sa neppure lui, ma è anche lui un sardista.
    Una sera ebbi con un amico un ragionamento analogo. Potremmo tuttavia interpretare la storia del PS DAZ come quell'elemento che ha in un certo qualmodo "istituzionalizzato" il Sardismo nella società Sarda.
    Un sardismo che poi ha proseguito in maniera autonoma la sua evoluzione politica, culturale e sociale.
    Sia con personalità contigue che esterne al partito azionista.

    considerando il sardismo una categoria politica ben definita (nazionalitario, indipendentista, democratico, non-violento, laico, progressista)
    Credo che oggi l'evoluzione del "sardismo diffuso" abbia raggiunto livelli inquantificabili e non sia più possibile racchiuderlo in precise connotazioni.
    I valori del sardismo sono oggi non più definiti secondo me e presenti secondo svariate gradazioni (politicamente parlando), addirittura postdemocristiane del presente e/o conservatrici. Tutt'altro che laiche e progressiste: Che poi tale processo sia solo un prodotto politico dell'azione italiana è un'altro discorso, di fatto, i valori del sardismo sono stati acquisiti da svariati orientamenti politici.
    Il sardismo diffuso quindi a livello politico è un processo fondamentale da studiare poichè la moltiplicazione di sigle in tal senso ha dimostrato l'esistenza di un considerevole bacino elettorale trasversalista:
    Non è altro che la proiezione culturale residua di un popolo in forte crisi di identità ma che non si riconosce compiutamente in una identità italiana.
    La mia opinione
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