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Discussione: Ricordo di un grande

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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    Predefinito Ricordo di un grande

    Juventus Ricorda Scirea a 17 anni dalla morte

    15:02 del 03 settembre

    La Juventus, attraverso il sito ufficiale, ricorda la figura di Gaetano Scirea, morto 17 anni fa. Ecco il comunicato della società bianconera:

    "Diciassette anni fa se ne andava uno dei più grandi giocatori che abbiano mai calcato i campi di calcio: il 3 settembre del 1989, a soli 46 anni, Gaetano Scirea perdeva la vita in un tragico incidente stradale in Polonia, mentre, in veste di viceallenatore della sua Juventus, si stava recando a visionare il prossimo avversario dei bianconeri in coppa Uefa. Giocatore di classe sopraffina, difensore di straordinaria efficacia e allo stesso tempo di esemplare correttezza, Scirea è ancora oggi il giocatore che vanta il maggior numero di presenze in bianconero, ben 552, impreziosite da una serie infinita di successi: una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa, 7 scudetti e 2 Coppe Italia con la Juventus, oltre al titolo di Campione del Mondo con la Nazionale, nel 1982.
    Un campione unico ed un uomo straordinario, leale con gli avversari, semplice con gli amici; ed è nel suo ricordo che la Juventus e i suoi tifosi stringono in un abbraccio Mariella e Riccardo, cui va tutto il nostro affetto".



  2. #2
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  3. #3
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    Predefinito

    L' intervista a Riccardo. Ci sono un paio di osservazioni che mi hanno particolarmente colpito.


    L’INTERVISTA
    Un nuovo Scirea nella nuova Juve: « Stesso amore» Riccardo: «Del Piero ha avuto il coraggio di sposare un progetto ben definito. Papà Gaetano disse: “Una volta che hai militato nella Juve non ha più senso andare da un’altra parte”» In società nel settore commerciale: «Faccio la gavetta. Mi impegno con tutte le mie energie. Qui è una scuola di vita. Che cambiamento con Cobolli e Blanc: vogliono restituire la squadra alla gente»
    MARCO BERNARDINI


    RICCARDO SCIREA, diciassette anni fa esattamente come oggi. Descriva il primo flash che le arriva dalla memoria. Uno solo, la prego. Magari quello ricorrente.

    «Io nella casa al mare, ad Andora. La televisione accesa nel salot*to. La voce del giornalista che riferisce di una tragedia avvenuta, pronunciando il nome di mio padre. Ho dodici anni. Sono in grado di capire perfettamente ogni cosa. Ma un conto è ascoltare, ben al*tra cosa è credere a ciò che hai sentito. Non ci voglio credere. Tran*quillo, mi dico, si tratta soltanto di un brutto sogno. Non era un in*cubo, però. Tutto vero. Me ne accorsi il giorno dopo, una volta rien*trato a Torino».

    Per lei da quel momento forse non cambiò tutto, ma sicu*ramente moltissimo.

    «Già, cominciai a vivere la mia esistenza di tutti i giorni percepen*do al mio fianco la presenza di un angelo protettore».

    Crede in Dio, dunque e nel mistero della vita eterna?

    «L’ho fatto, con autentica convinzione, sino all’età di sedici anni. Poi, osservando con attenzione tutto ciò che di assurdo capita al mondo, ho ceduto al dubbio. Diciamo che, oggi, mi sento più porta*to verso lo spiritualismo di quanto non sia attratto dalla religione tradizionale».

    Nel nome di suo padre Gaetano non è stata fatta, forse, ec*cessiva retorica?

    «Una domanda che mi sono posto anche io, nel corso degli anni. A volte mi pareva di essere figlio di un santo piuttosto che non di un uomo. Poi, ragionando sul fatto che un simile fenomeno popolare era stato in grado di durare per così tanto tempo e addirittura di raffor*zarsi, mi sono dato una riposta: qualche cosa di eccezionale dovrà pur aver avuto mio papà. In effetti è così».

    Ha mai odiato la Juventus come causa, seppure indiretta e trasversale, della sua tragedia famigliare?

    «Mai, nel modo più assoluto. Non bisogna fare confusione tra ciò che viene stabilito dal destino e le responsabilità degli uomini i quali, talvolta, sono semplici marionette manovrate dallo stesso destino».

    Primo settembre 2004, appena due anni fa. Lei, Riccardo Scirea, varcava il portone della sede in giacca e cravatta. Era il suo primo giorno di lavoro, nel ramo commerciale. Ha mai avuto l’impressione che la Juventus, in quel momento, stesse saldando un debito contratto con lei in memoria di suo padre?

    «Ma non scherziamo. Sin dal primo minuto, nessuno mi ha mai re*galato niente e né io avrei voluto che ciò accadesse. Non mi piace avere crediti in giro. In quattro anni ho fatto tanta gavetta e non è ancora finita».

    La sua laurea in Scienze Politiche a indirizzo storico ha un senso per l’attività che è chiamato a svolgere?

    «Diciamo che non fa per niente a pugni con la mia attuale realtà professionale».

    Come le piacerebbe definire lo staff con il quale opera?

    «Un bel gruppo di amici che, spesso, riesce a sfiorare l’ideale di fa*miglia. Il fatto che ci ritroviamo anche fuori dalla sede dove lavo*riamo, per stare insieme e divertirci, è significativo».

    Riccardo, come è cambiata la Juventus strada facendo?

    «Sono cambiate le generazioni ed è mutato il calcio. Da un certo ti*po di spontaneismo, che significava anche spontaneità, si è passa*ti alla gestione del business. Lo sponsor, oggi, non è un optional ma una necessità irrinunciabile».

    Ma la ricerca del profitto sfrenato rimane comunque una stortura anche imprenditoriale, oltreché sociale.

    «Di qui la necessità di regole nuove e ben precise in grado di ripor*tare un sano equilibrio, anche etico, tra quello che il gioco del pal*lone e quelli che sono gli interessi economici prodotti dall’intero movimento calcistico».

    Lei, come rappresentate di una nuova generazione mana*geriale, si impegnerà in tal senso.

    «Assolutamente sì, nella misura in cui mi verrà concesso di opera*re, e con tutte le mie energie».

    Cosa ha imparato, fino a oggi, in questi quattro anni di espe*rienza professionale?

    «Una cosa fondamentale. La filosofia del lavoro, intesa anche come silenziosa fatica. Grande scuola di vita, la Juventus».

    Un’azienda che, però, non può e né deve essere gestita co*me una fabbrica di caramelle dove i lavoratori sono sem*plici numeri.

    «Esatto. E, anche in questo senso, il nuovo che avanza sta già prov*vedendo a dare i suoi frutti. Vede, prima del ribaltone, all’amicizia e alla solidarietà tra noi della base non faceva come contraltare il medesimo tipo di atteggiamento da parte del vertice. Insomma, rapporti umani azzerati. E dire che sarebbe bastato un “bravo” ogni tanto per fare in modo che ci si sentisse più o meno tutti importanti e quindi ancor più motivati. Niente. Una tristezza».

    Ora, invece, quel “bravo” è finalmente arrivato?

    «Sì, direttamente da Jean Claude Blanc il nostro nuovo ammini*stratore delegato. A me personalmente, subito dopo la riunione ope*rativa tenuta il primo giorno del ritiro. Blanc lasciò i lavori dopo avermi stretto la mano dicendo: bravo, Riccardo, e buon lavoro. Non mi era mai capitato».

    Morale di questo piccolo ma significativo aneddoto?

    «Una sola e ben precisa. E’ tornata ad essere la Juventus degli uo*mini. Il presidente, Cobolli Gigli, e lo stesso Blanc hanno una idea forte nella loro mente. Quella di vivere in mezzo alla gente e di re*stituire la Juventus al suo popolo tifoso. Il loro aver voluto parteci*pare alla grande marcia bianconera è stato un segnale forte».

    A proposito, la parte più radicale della piazza juventina in*siste nell’accusare pesantemente la nuova dirigenza.

    «I tifosi rappresentano il nostro patrimonio irrinunciabile. Per quel che mi riguarda posso essere soltanto orgoglioso della gente bian*conera la quale, a suo tempo, volle dedicare il nome della Curva a mio padre. Occorre, comunque, fare una netta distinzione tra il tifo cieco che non permette di ragionare e la passione. Le scelte opera*te dalla società hanno voluto proprio tenere conto, in prima istan*za, il bene del grande popolo juventino».

    Quando lei debuttò quattro anni fa, in Juventus si sentiva ancora la la mano operativa di casa Agnelli?

    «Era rimasto il dottor Umberto. Diciamo che la famiglia si limita*va ad osservare da lontano».

    Oggi i due giovani Elkann sembrano lasciarsi coinvolgere con maggiore disponibilità dalla causa bianconera.

    «Sono loro il futuro della Juventus. John, negli ultimi tempi, ha operato in prima persona con l’aiuto di Blanc e con la consulenza di Platini. In quanto a Lapo, ci auguriamo tutti che possa tornare molto presto. Si tratta di una persona solare e positiva che tra*smettere a chi lavora con lui una carica eccezionale».

    Due parole su sua madre, Mariella. Quanto si è data da fa*re perché lei potesse entrare in Juventus?

    «Guardi, lei si è limitata ad occompagnarmi in sede il giorno del pri*mo colloquio. Conoscendo mia mamma le potrà sembrare strano, ma io sono sempre stato assolutamente libero di fare le mie scelte di vita senza che lei intervenisse per indirizzarmi in un senso piut*tosto che verso un altro».

    Ma allora, Riccardo, perché mai lei ha deciso di lanciarsi senza paracadute nell’avventura commerciale anziché in quella dell’area tecnica che forse sarebbe stata più conge*niale alla sue origini di figlio d’arte?

    «Proprio per il mio desiderio di volermi mettere in gioco reggendo*mi esclusivamente sulle mie sole forze».

    Cosa ha raccolto fino a oggi e che cosa spera di arrivare a mettere in dispensa domani?

    «La grande gioia di sentirmi ormai considerato come un punto di riferimento per la causa della Juventus. La grande soddisfazione di poter verificare quanto sia profondo e pieno di rispetto il mio rap*porto con gli sponsor. La certezza che quella bianconera rappre*senterà per sempre la casa della mia vita, professionale e non».

    La Serie B sarà dura.

    «Ma non riduttiva e neppure umiliante. Io sono convinto che cia*scuna nuova esperienza produca una maggior voglia di fare e di fa*re bene. Anche da questa strada, certamente non facile e magari per certi tratti polverosa, passa il nostro riscatto».

    Riccardo, nel calcio, è mai esistito o esiste attualmente un personaggio la cui figura potrebbe essere almeno sovrap*ponibile a quella di suo padre Gaetano?

    «Mi piace risponderle con assoluta onestà e per nulla turbato. Cer*to che sì. Appartiene alla realtà, naturalmente bianconera, e si chia*ma Alessandro Del Piero. Un campione e un uomo il quale, come scelta di vita, ha avuto il coraggio di sposare un progetto ben defi*nito. Esattamente come aveva fatto mio padre che, a trentatrè an*ni e con la possibilità di giocare ancora se solo avesse accettato una delle tante offerte che gli erano state fatte, la pensava proprio co*me Del Piero. Una volta che hai militato nella Juventus non ha più alcun senso andare da un’altra parte. Una frase che sentii dire da mio papà e che ho ascoltato uscire dalla bocca di Alex».

 

 

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