FASCISLAM</STRONG> di Carlo Panella
Così il Gran Muftì scelse l’alleanza (ideologica) con il Führer.
La compromissione tra il nazismo e una parte consistente del mondo islamico si sviluppò durante gli anni 30 e 40 su tre livelli: l’azione di alcuni gruppi dirigenti nazionali; la definizione di programmi politici e ideologie poi determinanti nel dopoguerra (nasserismo e baathismo); lo schieramento combattente di consistenti settori popolari musulmani.
Tralasciando Mussolini e la sua “spada dell’islam”, la vicenda centrale di questo legame riguardò il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al Husseini, le cui gesta sono note – inclusi i due appuntamenti con Hitler del 28 novembre 1941 e del 1° luglio 1942 – ma sono travisate e giustificate dalla storiografia europea.
Storici e saggisti, come Maxime Rodinson e ancora, nei giorni scorsi, Sergio Romano, attribuiscono infatti la scelta di campo filonazista del Gran Muftì alla “realpolitik”: per conseguire l’indipendenza nazionale della Palestina contro la potenza mandataria inglese, il leader palestinese sarebbe stato costretto ad allearsi coi “nemici dei suoi nemici”.
La tesi giustificazionista è apparentemente attendibile, ma destituita di fondamento e non solo perché smentita dall’esempio opposto di Ghandi, Nehru e dello stesso Jinnah, leader della Lega musulmana indiana, che invece operarono per una piena vittoria inglese contro il nazismo.
Nel momento in cui strinse alleanza con Hitler (tentando, con il Baath, un golpe militare filonazista a Baghdad nel maggio 1941, rapidamente fallito), il Gran Muftì aveva infatti già ottenuto dalla Gran Bretagna tutto quanto poteva desiderare sotto il profilo degli interessi nazionali dei palestinesi: tutto il territorio della Palestina, accompagnato dalla cancellazione di ogni impegno britannico nei confronti dei sionisti e del loro “focolare nazionale”.
Neville Chamberlain, dopo il fallimento della sua politica a Monaco nel 1938, certo ormai dello scoppio della guerra, aveva pubblicato il 20 aprile del ’39 un Libro bianco in cui impegnava il suo paese a consegnare tutto il territorio del Mandato agli arabi palestinesi e solo a essi.
Si è trattato di una pagina vergognosa, motivata soprattutto dalla volontà di non irritare alcune centinaia di migliaia di soldati indiani di religione musulmana, che Londra si preparava a mobilitare per la guerra incombente. La mossa fu stigmatizzata da Winston Churchill: “E’ un’altra Monaco e una resa alla violenza degli arabi”.
I “nemici” inglesi, dunque, nulla più potevano dare al Gran Muftì e al possente movimento palestinese, reduce nel ’39 da un’Intifada triennale che aveva mietuto non meno di 6.000 vittime.
La riprova si ebbe con la reazione del vero movimento nazionalista palestinese, quello alternativo alla leadership del Gran Muftì e diretto da Raghib al Nashashibi, leader del partito della Difesa nazionale (che aveva vinto le ultime elezioni amministrative), così come del re di Transgiordania, Abdallah al Hashemi, che accettarono l’offerta del Libro bianco (Nashashibi sarà ucciso da un sicario del Gran Muftì ad Amman nel 1941 e re Abdallah da altri suoi uomini nel 1950).
Ma il Consiglio palestinese, egemonizzato dal Gran Muftì – dando prova della solita cecità tattica e strategica che caratterizzerà anche la leadership di Yasser Arafat – rifiutò un’offerta che, se accettata, avrebbe ostacolato qualsiasi progetto futuro di uno stato sionista.
Le motivazioni della scelta filonazista del Gran Muftì non sono state dunque di realpolitik, ma sono state conseguenti a quella scelta di campo tutta ideologica e di affinità politica con il nazismo che la leadership palestinese aveva da tempo maturato.
Le parole pronunciate dal Gran Muftì a Sarajevo, il 21 dicembre 1944, davanti alle Ss islamiche bosniache, tolgono ogni dubbio:
“La Germania è la sola grande potenza che non ha mai attaccato un paese islamico. Inoltre la Germania nazionalsocialista sta combattendo contro il mondo ebraico.
Il Corano dice: ‘Voi vi accorgerete che gli ebrei sono i peggiori nemici dei musulmani’. Vi sono inoltre considerevoli punti in comune tra i principi islamici e quelli del nazionalsocialismo, vale a dire nei concetti di lotta, di cameratismo, nell’idea di comando e in quella di ordine.
Tutto ciò porta le nostre ideologie a incontrarsi e facilita la cooperazione, io sono lieto di vedere in questa Divisione una chiara e concreta espressione di entrambe le ideologie”.
Quella del Gran Muftì, dunque, fu una scelta di campo ideologica e non tattica e non fu affatto improvvisata, tanto che, durante i suoi intensi rapporti con i dirigenti nazisti a Berlino, il leader palestinese sostenne sempre che tutti gli avvenimenti di fine anni Trenta nei paesi arabi – golpe iracheno del 1941 incluso – erano stati ispirati o direttamente organizzati da una sua setta segreta, il Hizb al Umma al Arabiyya, di cui avrebbero fatto parte anche i principali collaboratori del re saudita Abdulaziz ibn Saud.
Già nel 1940, dunque, alla fondazione del “Comitato arabo” filonazista, che si prefiggeva il compito di coordinare le attività di tutti i nazionalisti filonazisti, avevano partecipato, oltre al GranMuftì, anche Rashid Ali al Gailani a nome dell’Iraq, con i generali Yunus al Sabati e Naji Sawqat; il segretario personale di re Abdulaziz ibn Saud, Yusuf Yassin, e il consigliere del re saudita Khalid al Hud, oltre al siriano Shuqri al Kuwatli (nel dopoguerra effimero premier siriano).
Fallito nel maggio 1941 il golpe filonazista di Baghdad, nel corso successivo della guerra si saldò tra Roma e Berlino una sorta di “internazionale nera” arabo-musulmana, di cui fecero parte anche il ministro delle Finanze e governatore della Banca nazionale dell’Afghanistan, Abdul Majid Khan, Tayyeb Nasser, presidente del partito egiziano Misr, il leader delle “camicie verdi” egiziane (cui appartennero Nasser e Sadat) Mustafa al Wakil, il capo del neo Destour tunisino Habib Thameur e naturalmente il mitico comandante militare palestinese Fai al Qawuqji.
In Algeria, nonostante l’opposizione del popolare leader del Ppa, Merssalii Haji, un folto gruppo di nazionalisti (spesso provenienti da militanza nel Pcf o nella sinistra) seguì il gruppo guidato da Belghassem Radjeff che collaborò attivamente con i nazisti, ricevendone denaro e appoggio sia da Parigi sia attraverso Vichy.
In Egitto, Gamal Abdel Nasser, nel 1941, prese contatti, assieme ad Anwar al Sadat, con il generale Rommel, durante la battaglia di el Alamein come testimoniato dallo stesso Sadat:
“L’Asse aveva forze superiori. La macchina bellica fascista in Cirenaica era ora nelle mani esperte dei tedeschi. La Gran Bretagna guardava in faccia la sconfitta. Approfittare di queste circostanze così favorevoli era per l’Egitto un dovere.
Il morale delle nostre forze era alto, ed esse erano pronte a combattere. Prendemmo contatto con il quartier generale tedesco in Libia e ci muovemmo in completa armonia con esso (…). Se il collegamento tra gli egiziani insorti e le truppe dell’Asse fosse diventato effettivo, la nostra guerra sarebbe diventata un affare internazionale”.
Falliti quei contatti con i nazisti, nel 1942, Nasser e Sadat presero parte al tentativo di portare l’Egitto a fianco dell’Asse da parte del filonazista Ali Maher, appoggiato dal generale Neguib – primo leader del golpe del 1952 in Egitto. Nasser e Sadat furono arrestati e imprigionati assieme a seimila egiziani accusati di collaborazionismo con i nazisti.
L’influenza che ebbe poi il nazismo nella formazione dell’ideologia dei gruppi dirigenti nazionali arabi che presero il potere negli anni del dopoguerra – tutti stretti alleati del comunismo sovietico, così come lo erano stati del nazismo tedesco – è efficacemente sintetizzata da Sami al Joundi, uno dei fondatori nel 1937, assieme a Michel Aflaq, del partito Baath che poi prese il potere in Siria e in Iraq con Hafez al Assad e Saddam Hussein:
“Eravamo nazisti, ammiratori del nazismo, leggevamo i suoi testi e le fonti della sua dottrina, specialmente Nietzsche, Fiche e i ‘Fondamenti del secolo XIX’ di H.S Chamberlain – tutto incentrato sulla razza (il genero di Wagner applicò il darwinismo evoluzionista alle razze umane, molto amato da Hitler, Himmler e Rosenberg) – Fummo i primi a pensare di tradurre il ‘Mein Kampf '.
Chiunque fosse vissuto in quegli anni a Damasco, si sarebbe reso conto della propensione del popolo arabo verso il nazismo, perché il nazismo era la potenza che poteva essere a modello.
Nel 1940 cercai di procurarmi una copia de ‘Il mito del XX secolo’ di Alfred Rosenberg, ma riuscii a trovarne una sola copia, in francese, nella biblioteca personale di Michel Aflaq”.
Naturalmente, questi percorsi ideologici filonazisti comuni a quasi tutte le leadership arabo-islamiche che presero il potere dopo il 1945 non erano affatto isolati dal proprio contesto nazionale.
Ne furono la prova le decine di migliaia (forse più) di musulmani, soprattutto europei e delle repubbliche sovietiche, che si arruolarono volontari non soltanto nella Wehrmacht, ma anche nelle Ss naziste. Furono addirittura un milione i non tedeschi a combattere sotto le insegne del quarto Reich, spesso quali volontari (tra questi moltissimi i musulmani bosniaci, albanesi e balcanici).
La storiografia ha poco indagato su questo fenomeno che pure sarebbe stato centrale per comprendere – non certo per giustificare – le radici delle dinamiche antislamiche che con tanta prepotenza sono emerse in campo serbo-jugoslavo negli anni Novanta.
Mentre infatti era evidente che buona parte dei volontari in campo nazista delle repubbliche sovietiche occupate dal Reich era motivata, anche, dalla ribellione contro il giogo staliniano moscovita cui erano sottomessi (è questo il caso dei ceceni, degli inguscezi musulmani e di tanti georgiani cristiani), questo non fu certo il caso dei volontari musulmani balcanici.
Eppure, le Ss musulmane organizzate dal Gran Muftì in Bosnia contarono su una leva di ben 8.000 unità e furono particolarmente attive nei feroci rastrellamenti contro i partigiani titini. A essi si affiancarono alcune centinaia di palestinesi e arabi che erano fuggiti assieme al Gran Muftì a Berlino (a partire dal loro comandante militare Fai al Qawuqji) e che si erano arruolati volontari nella Free Arab Legion Sonderverband 287.
Nel 1948, il Gran Muftì, di nuovo alla guida del movimento palestinese nel tentativo di distruggere lo stato ebraico era inseguito da un mandato di cattura emesso da Belgrado per “reati contro l’umanità” ed era affiancato da tutto il quadro dirigente arabo-palestinese che aveva condiviso con lui l’alleanza filonazista da Berlino.
Al suo fianco, decine di ufficiali nazisti scampati all’arresto in Europa, che innerveranno poi, a partire da Otto Skorzeny, sino a tutti gli anni Sessanta (con sciagurata complicità americana per responsabilità di Allen Dulles) i servizi segreti egiziani.
Il Foglio del 26 agosto 2006


i al Qawuqji.
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