Pochi giorni fa si è ricordato il sacrificio di Libero Grassi......nel silenzio e indifferenza
Tratto da www.corriere.it
PALERMO — La mafia in vacanza non ci va e ad agosto fa le sue «campagne pubblicitarie ». Con avvertimenti lugubri da una parte all’altra di Palermo. Con i botti notturni. Facendo saltare in aria una lavanderia nella strada che porta il nome di don Pino Puglisi o un negozio di telefonini in via Foscolo, a cento passi da dove nel ’91 uccisero Libero Grassi. E ogni volta la gente scappa atterrita, in pigiama. Due palazzi evacuati in dieci giorni. Notti d’inferno confinate nelle cronache locali alla vigilia di un anniversario senza entusiasmi, come dice Pina Grassi, la vedova dell’imprenditore assassinato perché si rifiutava di pagare il racket e sbeffeggiava i mafiosi in Tv: «Quindici anni di lotte, ma Palermo non cambia... ».
L’amarezza di questa signora che si ritrova ogni anno sul luogo del delitto con i suoi due figli fra corone ed autorità è inevitabile se, proprio a cento passi da casa sua, Ferragosto è stato sconvolto dal palazzo in fiamme, dai vicini in fuga, da una famiglia di commercianti ormai in ginocchio. Ecco le storie che alimentano la paura dei bottegai e soffocano le parole anche ai 20 negozianti invano interrogati nell’ultima settimana, come ha rivelato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso parlando di Libero Grassi ad un convegno del Centro Impastato: «Non ricordano,maun pentito l’ha rivelato che il pizzo glielo chiedevano». Tacciono. Con soddisfazione di chi è pronto a presentarsi da lunedì prossimo per riscuotere la «mesata», come chiamano il pagamento «mensile».
«Per convincere tutti ad agosto, quando non bloccano le saracinesche con l’attack, fanno saltare qualche negozio. È la loro formadi "pubblicità"», spiega Pina Grassi mentre incoraggia i generosi ragazzi di «Addiopizzo » ed evoca il dramma del ’91: «Anche allora l’omicidio di mio marito doveva servire per scoraggiare la ribellione...». Proprio quell’evento fece però sperare in meglio, anche sulla scia delle denunce dei coraggiosi commercianti di Capo d’Orlando guidati da Tano Grasso. Adesso è lo stesso Grasso, ex commissario dell’antiracket, ad aprire un fronte polemico quando, dopo le cerimonie del quindicesimo anniversario, si aprono le porte della prefettura per il vertice con il sottosegretario all’Interno Ettore Rosato e con il nuovo commissario antiracket, Raffaele Lauro. Entrambi decisi a convocare per il 2 e 3 ottobre a Roma un meeting antiracket.
Buona idea, condivisa anche dal procuratore Grasso che bacchetta il mondo politico «perché non abbiamo ancora una commissione antimafia», e dal suo successore al vertice della procura di Palermo Francesco Messineo: «Cosa nostra sta riconvertendo molta parte del suo apparato nelle estorsioni, accontentandosi di somme non eccessive per non creare grossi problemi alla aziendema estendendo la sua influenza». E Tano Grasso, sbalzato di sella durante il governo Berlusconi, conferma che a pagare il pizzo sono ancora l’80 per cento dei commercianti: «Un calo dell’11 per cento nelle denunce di estorsioni e del 34 per cento nelle denunce di usura non sono segno di una vera diminuzione del fenomeno, ma di un calo di fiducia nelle istituzioni».
Posizione simile a quella di Pina Grassi, critica con il sindaco Diego Cammarata impegnato in una difesa d’ufficio: «La battaglia non è finita e non è vintamail muro di omertà si è rotto e Palermo non dimentica... ». No, dopo aver letto il messaggio di Fausto Bertinotti che definisce Grassi «esempio di coraggio e libertà » la vedova replica al sindaco: «Qui manca una sana imprenditoria... ». E sua figlia Alice: «Palermo non dimentica? I giovani e in particolare i ragazzi di "Addiopizzo" no, ma la grandissima parte della città non ha mai voluto vedere come stanno in realtà le cose».
Non saranno più i tempi in cui il presidente degli imprenditori accusava Grassi di fare «tamburiate», di suonare la gran cassa per pubblicità personale,maancora oggi restano pochi i commercianti disposti a fare ammissioni in tribunale. Anche a costo di beccarsi delle condanne. Come è accaduto a tanti. Compresi i due proprietari del bar dove Tomasi di Lampedusa vergava le pagine del Gattopardo. Condannati per non avere rivelato il nome del loro «esattore». Condannati ad una pena che fa sorridere, un mese di «solidarietà sociale» alla Regione siciliana. Una sorta di «terapia educativa» presso uffici dove non si capisce chi dovrebbe impartire lezioni di legalità.




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