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  • Lo uccido nella culla appena inizia a perdere capelli

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  • Non è più mio figlio

    5 14.71%
  • La cosa mi lascia indifferente

    3 8.82%
  • Evvai, mio figlio salva l'italia!

    2 5.88%
  • E vai, sono miliardario!

    14 41.18%
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Risultati da 11 a 14 di 14
  1. #11
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    il problema più grave non è nell'elenco: manipolazioni genetiche.

  2. #12
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    Rimettere in moto le centrali abbandonate non è un progetto impossibile
    Il nucleare è la via per un futuro migliore

    di Paolo Fornaciari

    Una premessa è d'obbligo: Italia è stato l'unico Paese al mondo a chiudere le proprie centrali nucleari funzionanti, per una ben precisa scelta politica degli ultimi governi della Prima Repubblica (Craxi, con la chiusura di Latina e del Progetto unificato nucleare, De Mita con la “riconversione” di Alto Lazio e Andreotti con la chiusura di Caorso e Trino Vercellese). Tutto questo nell'illusione di acquisire maggiori consensi elettorali, sfruttando l'emotività generale causata dal disastro di Chernobyl. E' dunque fuori luogo imputare l'abbandono del nucleare nel nostro Paese a guerre tra i nostri massimi enti pubblici ed aziende private, è un grossolano errore di valutazione. Al contrario fu proprio la coraggiosa iniziativa di queste imprese a portare, nei primi anni Sessanta, l'Italia al vertice della produzione elettro-nucleare mondiale, terza dietro Usa e Uk ma davanti a Francia, Russia, Giappone, Germania, Spagna, Svezia, Svizzera e Sud Corea. Come non si può dimenticare la lungimirante visione di Enrico Mattei che cinquant'anni esatti or sono, chiedeva all'allora Presidente del Consiglio Antonio Segni l'autorizzazione a costruire la prima centrale nucleare italiana, a Latina.

    Va poi anche messo da parte il luogo comune sulla lunghezza dei tempi di realizzazione di una centrale nucleare. Quella di Caorso fu costruita in sei anni e otto mesi, nonostante le numerose interruzioni causate dalle contestazioni degli ambientalisti che si legavano ai cancelli della centrale per impedire i lavori e oggi, pentiti, riconoscono il loro errore; va anche detto che la centrale di Caorso, realizzata con un costo totale di 306 miliardi delle vecchie lire, generò nel breve periodo di funzionamento (4 anni equivalenti a piena potenza) poco più di 29 miliardi di kWh ad un costo di 15.77 lire/kWh, di cui 60 per il combustibile, contro i 40 delle termo-elettriche ad olio combustibile, con il prezzo del petrolio allora a 13 dollari al barile. Intanto, per evidente ossequio all'attuale governo, si dimentica la vandalica iniziativa dello smantellamento accelerato delle centrali nucleari dimesse, ma ancora agibili di Caorso e Trino Vercellese - una operazione contraria alla normale prassi internazionale (generalmente si attendono 50 o più anni per ridurre l'onere finanziario e le dosi di radioattività al personale), inutilmente costosa (7500 miliardi delle vecchie lire), non preventivamente autorizzata (il famigerato decreto Letta verrà emanato solo 18 mesi dopo) e impossibile da eseguire in assenza della identificazione del sito in cui sistemare le scorie radioattive. In realtà sarebbe possibile, conveniente e strategico, riavviarle.

    Non è assolutamente vero, infatti, che non sia possibile riavviare dopo molti anni, centrali nucleari dimesse. E' stato fatto anche in altri Paesi di riavviare centrali nucleari dopo molti anni. A Caorso e Trino Vercellese non ci sono stati né incendi né terremoti, anzi, ai sensi della delibera Cipe del 26 luglio 1990, settimo Governo Andreotti, sono state tenute in “custodia protettiva passiva”, cioè in buona manutenzione per circa dieci anni. La spesa per il riavvio può esser stimata in 200 milioni di Euro, circa il 5% di quanto costerebbe agli utenti dell'Enel, lo smantellamento accelerato. L'energia elettrica prodotta, sufficiente ad alimentare la città di Milano o le industrie siderurgiche del Bresciano, verrebbe generata ad un costo di un centesimo di Euro per kWh, quando a noi costa 10 o 12 volte tanto produrla con gas od olio combustibile.

    Ci sono almeno tre buone ragioni per procedere al riavvio. La prima: il costo. Una centrale nucleare ha un elevato costo d'impianto e un basso costo di esercizio ma una centrale già costruita richiede solo poche attività per poter ripartire. Si dice: ma la turbina e l'alternatore sono stati smontati e giacciono a pezzi nel piazzale di centrale e si è già superato il punto di non ritorno. Premesso che non esiste “un punto di non ritorno” perché il costo del riavvio è comunque inferiore al costo di costruzione di una nuova centrale nucleare di pari potenza e che le due centrali hanno funzionato un numero limitato di anni a piena potenza (4 Caorso e 12 Trino Vercellese), si deve osservare che il costo di tutto il ciclo termico, non solo il turbo-gruppo, può essere stimato attorno al 15% del costo totale d'impianto e che le azioni di smantellamento, non essendo stato ancora individuato il sito in cui sistemare le scorie radioattive, non hanno fortunatamente coinvolto la parte nucleare. Certo, occorrerebbero alcuni interventi, quali l'inertizzazione del contenitore di Caorso e, forse, la “ricottura” del vessel di Trino, ma non si tratterebbe di interventi particolarmente rilevanti quanto al costo.

    Dunque con un investimento di 200 milioni di euro si può realizzare una produzione annua di energia elettrica di 800 TWh, valutabile in 300 milioni di euro all'anno, con riferimento al costo dell'energia nucleare importata (40 eurocents/kWh) o di 800 milioni di euro all'anno sulla base del costo di produzione nazionale con idrocarburi (da 10 a 12 eurocents/kWh con gas od olio combustibile). L'investimento iniziale potrebbe quindi esser ricuperato in pochi mesi (3 o 8). Di fronte ad un tale favorevole investimento non dovrebbe esser difficile trovare un istituto finanziario disponibile. Seconda ragione: il nucleare è la sola fonte energetica, assieme all'energia idraulica e alle altre energie rinnovabili, a non emettere gas ad effetto serra. Tenuto presente l'impegno derivante dal protocollo di Kyoto e le recenti decisioni in sede europea di tagliare del 20% le emissioni di Co2 entro il 2020, rispetto al livello del 1990, il ritorno al nucleare diventa una necessità inderogabile, anzi come ha detto il Paolo Savona, “un dovere”.

    Ma c'è infine una terza ragione a suggerire il riavvio delle centrali dimesse: ma quale Regione italiana accetterebbe mai sul proprio territorio il deposito per le scorie radioattive o nuove centrali nucleari, dopo aver “accontentato” due Comuni che si sono auto proclamati “denuclearizzati” ed aver sistematicamente demonizzato questa indispensabile fonte energetica? E tutti gli altri Paesi, industriali e in via di sviluppo, oltre a quelli che detengono le maggiori risorse petrolifere, stanno predisponendo grandi programmi di rilancio dell'energia nucleare.

    tratto da http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=5944&aa=2007

  3. #13
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    Sulla questione energetica, con particolare riferimento all'energia elettronucleare, alcune interessanti schede divulgative a cura dell' Ing. Vincenzo Romanello

  4. #14
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    Altro.

    secondo me il pericolo maggiore viene dagli stessi ambientalisti, tutte persone che studiano da provetti stregoni, o scienziati alle corde in cerca di facile gloria

 

 
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