Quello definitivo ce lo daranno le nostre azioni nell’anno politico che sta cominciando. Intanto tracciamone uno a caldo
Abbiamo scritto che il bilancio dell’UdE 2006 lo trarremo nel corso dell’anno politico che partirà con l’equinozio. COSA si farà ma soprattutto COME lo si farà, dimostrerà il grado di riuscita della VII edizione della manifestazione.
Attualmente possiamo limitarci a queste descrizioni (che contengono analisi critica in sé)
Partecipazione politica: da tutti i partiti d’area in senso lato e da molte realtà indipendenti
Partecipazione geografica: come lo scorso anno da tutte le regioni del centro e del nord con in più la Sardegna che nel 2005 non c’era. Dal sud, a parte una singola rappresentanza dalla Calabria, assenze come di consueto. Il che si spiega a nostro avviso dalla differenza di realtà sociologica del meridione che, tuttora ancorato ad un‘espressione formale di società non è travagliato dalla ricerca affannosa di un criterio d’identità.
Non essendo l’UdE un momento di autocelebrazione o di autoesaltazione e non essendo l’espressione di una tribù con coccarda bensì un momento di verifica, di messa in discussione e di formazione, fa presa innanzitutto su coloro che sono in ansia operativa. Questo spiega la linea gotica immaginaria che persiste nelle partecipazioni.
Organizzazione eventi: il programma è stato rispettato con assoluta precisione. Orari d’inizio e di fine di ogni evento (compresi i concerti) sono stati rispettati al secondo. Le sole eccezioni sono state la proiezione del video di Pavolini che si è tenuta con due ore di ritardo per permettere agli astanti, più numerosi del previsto, di assistervi tutti in un altro luogo rispetto al preordinato e il bilancio dell’Ora della Verità che si è svolto immediatamente dopo l’ultimo pranzo per consentire che il congedo avvenisse su una tematica di particolare coinvolgimento.
Organizzazione interna e spirito della medesima: la divisione in clan misti sotto ogni punto di vista ha indubbiamente facilitato la coesione trasversale e intercomunitaria (una ricchezza, questa, che ci aiuterà, tutti, a controbattere le consuete sirene della discordia annidate un po’ ovunque). I clan sono stati immediatamente educati ad un rispetto generale. Non solo dei membri del singolo clan ma di ogni clan per gli altri clan. Tant’è che, tanto per dare un esempio, ogni clan iniziava a mangiare solo quando l’ultimo in fila del clan successivo si era seduto al tavolino. Questo ha fatto sì che molti abbiano consumato freddi i pasti imponendosi, benché affamatissimi, di non attingere dal vassoio che avevano di fronte resistendo alla tentazione per venti o trenta minuti. Sembra un’inezia ma è stato proprio questo modo di fare che ha permesso altresì che i clan fossero disciplinati, coesi e costruttivi.
Cosa si è fatto.
Innanzitutto si è costituito spirito di corpo e si è coltivata l’impersonalità. Si è, con ciò, alimentata la gioia e l’esuberanza disciplinata gettando ulteriori premesse per una coesistenza armonica futura e per la terapia contro gli slabbramenti. Si sono, al contempo, coltivati il coraggio, la lealtà, la disciplina e la concordia. Dunque: formazione IN ATTO.
Quindi si è affrontato l’operativo puntando innanzitutto su tre basi: Mistica, Comunicazione e Analisi e proponendo non solo degli strumenti d’intervento ma anche una gerarchia di concetti, atti e relazioni che dia un senso all’operato.
Questi argomenti avrebbero potuto rivelarsi retorici e barbosi ma la partecipazione generale, gli interventi,spontanei o sollecitati ma sempre mantenuti nell’alveo dovuto, hanno fatto sì che si sviluppasse un vero e proprio lavoro d’equipe nel quale tutti sono stati padroni dell’argomento o comunque lo hanno recepito ben al di là delle formulazioni teoriche.
Nella pratica poi si sono sviluppate relazioni organizzative e ideati progetti concreti nel quadro di Polaris e del Soccorso Sociale oltre all’annuncio di un mese di lotta per il Mutuo Sociale. Ma quel che conta non è tanto il CORPO (ovvero le iniziative pratiche) che pure è stato ampiamente trattato tanto dal doverci obbligare probabilmente in futuro più a sfrondare che non ad aggiungere, quanto l’ANIMA, ovvero la coscienza di quel che si è e di quel che si fa e lo SPIRITO, ovvero, nel nostro caso, il “sapore” formativo dell’essenza.
Non sembra peregrino affermare che in quest’edizione dell’UdE tutte e tre le dimensioni siano state rispettate, educate e coltivate.
Vedremo presto se così è stato davvero.




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