Maria Pignatelli E Il Mif
Relazione di Benedetta de Falco
Benedetta de Falco è giornalista del "ROMA" e de "IL GIORNALE DI NAPOLI", sulle cui pagine scrive di politica e cultura. E' segretaria di redazione del periodico culturale IL CERCHIO.
Ha particolarmente approfondito il tema del ruolo della donna e della condizione femminile durante il Ventennio e la RSI. Su tale argomento sta raccogliendo materiale per una monografia di prossima pubblicazione.
Inizio con una considerazione che si è fatta strada in me proprio durante questa mattinata di studio.
La clandestinità fu una necessità, nata dalle persecuzioni rivolte a chi professava gli ideali del Fascismo, fu una condizione che si impose a chi non rinunciava all'Idea. Dunque fu una scelta dettata dalla necessità. Compiuta questa premessa dirò che ciò che più mi sorprende è che un gran numero di persone all'indovina dell'8 settembre del 1943 sentirono la necessità della clandestinità, o cioè per essere più chiari e scoprire tutte le carte, un gran numero di persone avevano un'Idea che non volevano tradire. Ed è proprio l'Idea non tradita che, nonostante tanta storiografia di parte, salva queste persone da tanti gratuiti commenti negativi. Tra le persone che sentirono la clandestinità una necessità ci furono molte donne, tante, tantissime donne con un'Idea. Alcune di queste si riunirono nel MIF, il Movimento Italiano Femminile Fede e Famiglia, che nei primi anni in cui operò fu un movimento di solidarietà clandestina. Sono trascorsi trenta anni dal 10 marzo del 1968, giorno in cui morì in un tragico incidente stradale, nei pressi di Cosenza, la principessa Maria Pignatelli di Cerchiara: la fondatrice e l'anima del MIF. Nata a Firenze il 24 marzo del 1894 aveva sposato in seconde nozze il principe Valerio Pignatelli. Alcuni giorni prima di morire aveva cercato di consegnare, alla signorina Emanuela Travo di Cosenza, l'archivio del MIF del quale era stata la segretaria generale fin dalla sua fondazione. Non avendola trovata in casa incaricò l'avv. Ugo Verrina, ultimo legale del MIF a Cosenza, di espletare le formalità necessarie per il deposito degli atti nel locale Archivio di Stato, deposito che venne regolarmente effettuato nel novembre del 1969. Maria Pignatelli ed i suoi collaboratori avevano prestato particolare attenzione al resoconto dell'attività del MIF costituendo un Archivio. Fin dai primi mesi di vita il movimento si preoccuperà della propria "memoria", sia ponendo particolare cura alla tenuta del materiale documentario, cura che più volte sarà raccomandata alle sedi periferiche, sia compilando minuziosi resoconti di ogni piccola attività. Le 93 buste dell'Archivio del MIF, depositate come dicevamo poc'anzi nel 1969, restano per oltre un decennio nei depositi dell'Archivio di Stato di Cosenza, e nessuno si preoccupa di consultarle o utilizzarle anche perché, a primo acchito, esse appaiono di scarso interesse storico ed archivistico. In realtà esse celavano una realtà sconosciuta e insospettabile. Ma andiamo con ordine. La nostra storia ha inizio il 16 aprile 1944 a Gargnano, sul lago di Garda, al tempo dimora e sede del capo del governo della RSI Benito Mussolini. Qualche giorno prima la principessa, dopo aver attraversato le linee nei pressi di Cassino, munita di un salvacondotto americano aveva raggiunto Roma con il pretesto di visitare i figli gravemente malati. E' giusto chiedersi come mai la principessa tentava di raggiungere Roma. Bisogna andare indietro di qualche anno, a quando le sorti della guerra volgevano al peggio e lo Stato Maggiore dell'esercito ed il segretario del PNF, Scorza, progettarono un piano per la resistenza ad oltranza alle spalle del nemico in caso di invasione. Fu deciso di istituire, in accordo con il Duce, un reparto speciale le "Guardie ai Labari" ed al comando di tale organizzazione venne designato il principe Valerio Pignatelli. All'indomani dell'8 settembre questa organizzazione ebbe necessità di ricevere istruzioni dal Duce e così fu scelta Maria Pignatelli che, in quanto donna, avrebbe sortito meno sospetti. Nella capitale la principessa si recò da alcuni amici e da lì, a cura dell'ambasciata tedesca, venne trasportata in aereo a Gargnano, dove finalmente incontrò Benito Mussolini.
Su questo colloquio, fino ad oggi, non è trapelato nulla, ad eccezione di alcune supposizioni mai avallate da prove concrete. Ma durante il primo congresso nazionale del MIF, tenutosi a Roma dal 3 al 5 gennaio 1950, la principessa "Il MIF nacque nell'aprile del 1944 sulle sponde di un lago. Là ci fu detto che a quelle donne italiane che erano state sole a non tradire si sarebbe dato il più alto riconoscimento e intanto ci si dava il più alto dei compiti: tener viva la fiamma ed intorno ad essa riunire e collegare gli italiani non dimentichi a compiere atti di solidarietà, fu detto: ritrovatevi nell'assistenza!". E fu proprio in quegli stessi giorni, strana coincidenza, che venne istituito il SAF, Servizio Ausiliario Femminile della R.S.I. La coincidenza del periodo, la sostanziale identità di intendimenti e di compiti, la esclusiva composizione femminile, fanno pensare che nelle intenzioni di Benito Mussolini, i due movimenti dovevano essere quasi due facce della stessa medaglia, destinato l'uno alle terre occupate, l'altro ai territori della R.S.I. Al rientro da Roma la principessa fu arrestata a Napoli e condotta, dopo ripetuti trasferimenti, al campo di Rimini dal quale evase trovando ospitalità in territorio vaticano, in casa della famiglia Gattoni. Sarà lì che, intorno alla principessa e a monsignore Silverio Mattei, si cominceranno a riunire un gruppo di donne con l'intento di organizzare azioni comuni per dare assistenza agli ex appartenenti alla R.S.I. Fu pertanto solo nel 1946, e precisamente il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, che il MIF, elesse i suoi organi statutari: venne eletta in consiglio nazionale per la regione Campania Anna Dinella, di cui parleremo più avanti. Tra i primi compiti del MIF, che è opportuno ribadire agì durante i primi anni in semi clandestinità, fu quello di cercare le superstiti ausiliare che poi quasi sempre confluirono nel movimento. Il primo gennaio 1948 iniziarono le pubblicazioni, sotto la direzione di Amedeo Ambrosi, del giornale "Donne d'Italia". Il periodico intendeva essere l'organo di collegamento tra i comitati locali e dare spazio a quanti, tra scrittori e giornalisti, erano caduti in disgrazia avendo essi mantenuto fede agli ideali fascisti. Il ruolo politico svolto dal MIF fu in più di una occasione scomodo e oggetto di discussione con il MSI di Almirante, anche se molti iscritti al MIF erano poi anche iscritti al Movimento Sociale Italiano. Ma la collaborazione tra MIF e MSI verrà sancita più tardi, il 13 marzo 1952, da donna Rachele Mussolini, quando ella era presidente della Giunta Esecutiva Centrale del MIF. Ma il campo dove meglio di ogni altro il Movimento Italiano Femminile espresse appieno le proprie potenzialità fu indubbiamente quello educativo-assistenziale, in cui investì la quasi totalità delle sue energie. Il MIF tese dunque ad un duplice intervento: da una parte l'assistenza morale, giuridica e materiale agli ex appartenenti alla R.S.I., imprigionati in seguito a giudizio emanato dalle Corti di Assise Straordinarie (erano state istituite con Decreto Legislativo Luogotenenziale n.142 del 22 aprile 1945), e dall'altra l'aiuto ai latitanti e ai fuoriusciti dei quali venne favorito l'espatrio, se non addirittura il cambio di identità. Nell'Archivio di Stato di Cosenza infatti vi sono depositate le dettagliate relazioni che riguardano proprio le richieste di aiuto per i detenuti politici. L'assistenza ai detenuti consisteva nell'invio agli stessi di pacchi contenenti generi di prima necessità, sigarette, indumenti vari, oggetti di uso personale, sia nell'assistenza legale gratuita al fine di provvedere all'inchiesta di revisione del processo, alla difesa in prima istanza, al ricorso in Cassazione, alle richieste di grazia e libertà condizionale.
All'assistenza diretta si preferì quella attraverso le famiglie con una specie di "madrinato" teso a favorire i contatti umani. Molti dei prigionieri una volta usciti dal carcere furono poi reinseriti nella società grazie alle stesse famiglie che se ne continuarono a prendere cura. Tra gli assistiti del MIF c'erano anche uomini molti noti: il maresciallo Rodolfo Graziani, il gen. Adami Rossi, Valerio Borghese, Edvini Dalmas Dini, comandante delle truppe aviotrasportate della RSI, Clemente Graziani, poi leader di Ordine Nuovo e la giovane Carla Costa, l'agente "volpe azzurra" del Servizio Speciale autonomo. Nel gennaio del 1950 il Pontefice Pio XII concesse udienza alle appartenenti al MIF lodandone l'attività svolta. Infatti se il MIF poté nascere ed operare nei primi difficili anni ciò fu dovuto soprattutto alla collaborazione di larghi strati della gerarchia e del movimento cattolico. Chiese, canoniche, conventi furono più volte luogo di rifugio e di asilo per quanti ancora temevano le insidie della piazza o il giudizio dello stato democratico. Il MIF ebbe a Roma ed a Napoli nuclei di azione molto incisivi, anche come numero di soci. A Napoli nel 1948 infatti le iscritte erano 163, oltre ad un folto gruppo di nobili signore che erano moglie o figlie di uomini politici molto in vista all'epoca. Un dato certo è che molto fu fatto a Napoli e in Campania, soprattutto grazie alla completa dedizione di Anna Dinella, segretaria regionale del MIF. Non è stato semplice ricostruire l'esatta composizione del Comitato del MIF di Napoli. Attraverso i ricordi di alcune iscritte ho saputo che era così composto: Maria del Pezzo di Cajanello, presidente, consigliere Aristea Tosti Roberti, la duchessa Marika de Giovanni di Santa Severina, alla quale più tardi passò la presidenza, Virginia Vitolo, Elena Sgrosso, Maria Monticelli, Elena Rega, Maria Matthieu, Margherita Ferrari, Ulla Grifeo Gravina, Lilla Barbieri, Vittoria Capece Galeota, Adriana Guercia, Anna Montinari, Ninì Morone, segretaria della sede del MIF di Portici, Anna Tilena, la duchessa Zagari con le due figlia, Pia Gobbi. Inoltre partecipavano ad alcune riunioni: Laura Leonetti di Santojanni, la marchesa d'Aquino, Foscarina Borsaro Frongillo, Anna Buonocore, la duchessa Bice Caracciolo d'Acquara, la principessa Maria Caracciolo di Vietri. La sede del MIF era stata concessa gratuitamente dall'allora sindaco di Napoli Buonocore e si trovava all'interno del Maschio Angioino. Da lì partivano tutti gli interventi del gruppo napoletano del movimento. Aristea Tosti ricorda: "Andai insieme con Maria Matthieu, Anna Dinella e Marika de Giovanni al Carcere di Procida a visitare 21 detenuti che gli inglesi avevano fatto prigionieri. Per attrarre l'attenzione, in quanto erano stati dimenticati, facevano lo sciopero della fame". Ed infatti nei giorni seguenti l'On. Gianni Roberti, su spinta del MFI, fece una interrogazione parlamentare all'allora Ministro della Giustizia Grassi. I giovani poi furono scarcerati. Nel penitenziario di Procida all'epoca di fatti, siamo negli anni '48-'50, vi erano molti detenuti politici per i quali il MIF si adoperò: Bonino Bonci, federale di Novara, Giulio Baghino, ufficiale della X MAS, che fu poi deputato nelle file del MSI ed è attualmente presidente nazionale dell'Associazione Combattenti della RSI, Domenico Pisani colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana ed il colonnello Rocchi prefetto di Perugia che, una volta scarcerato per intervento del MIF, fu ospitato in casa della contessa Zagari. Il MIF aiutò anche Giuseppe Pizzirani, l'ex segretario del P.F.R., che venne a Napoli appena uscito dal penitenziario di Livorno. Francesco Fatica proprio nel volume "Mezzogiorno e Fascismo clandestino" ricorda che Maria Monticelli si adoperò personalmente per cercare le salme dei soldati della R.S.I. fucilati dagli anglo-americani a Nisida la mattina del 31/5/1944 e che erano state "trasportate al Cimitero della Pietà di Napoli, con la formale qualifica di Ignoti ed il cartello "Non si tocca - Interrato dal Comando Alleato". A loro sarà data cristiana sepoltura solo nel 1953. Numerose furono le feste di beneficenza per raccogliere fondi ed aiutare le famiglie cadute in disgrazia. Con questi fondi fu aiutata (memoria Tosti) la famiglia di Domenico Tilena, ultimo segretario del Partito Fascista di Napoli, all'epoca rinchiuso a Procida. Il legale del MIF era l'on. Nando di Nardo che prestava gratuitamente la sua opera prodigandosi per scarcerare i detenuti politici segnalati dal Movimento. In più di una occasione alle riunioni del MIF erano presenti Rachele e Vittorio Mussolini che all'epoca vivevano ad Ischia. Il ruolo del MIF fu dunque determinante per quanti furono imprigionati, emarginati, perseguitati per la loro fede politica. Questa massiccia mobilitazione volontaria femminile si spiega solo se si pensa che durante il fascismo la donna fu spinta a ricoprire un ruolo molto incisivo nell'ambito della società: una donna, non solo moglie e madre, ma anche lavoratrice e soprattutto membro attivo ed indispensabile della Nazione. Questa dunque in sintesi la storia del MIF contenuta nelle polverose e dimenticate carte dell'Archivio di Cosenza e raccolta da Roberto Guaraschi nel volume "La lampada e il fascio". Questa fu la storia che fece dire ad Alessandro Pavolini: "Bisogna essere stati perseguitati, oppure avere avuto contro di se la massa, per capire che cosa valga una donna nella vita di un uomo". Concludo ricordando le parole scritte dalla principessa Pignatelli in una circolare inviata nel 1952 a tutte le sedi periferiche del MIF. La principessa Pignatelli aveva infatti ribadito l'importanza dell'Archivio quale elemento indispensabile per elaborare la memoria storica del MIF: "So che a tutte voi è caro che del MIF resti la storia. Negli archivi delle varie sezioni resteranno le relazioni dettagliate con i nomi e le lettere, ma in una pubblicazione destinata al lettore anonimo noi vogliamo cogliere quello che è stato il senso profondo della nostra organizzazione, ispirata alla solidarietà tra gli uomini. Ed io penso e credo che voi tutte la pensiate come me che, anche attenendosi alla massima esattezza, ci sia materia per una storia viva di questi anni dolorosi".
Aspetti Sconosciuti Del Sud
(Articolo ripreso da “La voce del sud”) Mario Varesi
Si ricordano da 50 anni le azioni partigiane, con tanto di monumenti, lapidi, onorificenze militari, tuttora conferite.
Nessuno, o quasi, ricorda invece l'ostilità della gente del Sud agli invasori alleati. Vero: non ci fu qui guerriglia armata, ma ostilità e propaganda patriottica. Ciò per volontà precisa di Mussolini, che volle escludere il fratricidio della lotta civile e il rischio di rappresaglie anglo-americane. Volontà espressa alla Principessa Maria Pignatelli di Cerchiara, che attraversò i fronti, prima per abboccarsi col Duce, poi per rientrare a Napoli e comunicare al marito Valerio le direttive ricevute. Furono perciò riannodati clandestinamente i gruppi delle “Guardie ai Labari”, costituiti dal P.N.F. dal 1943 in previsione di sbarchi nemici. Responsabili dei gruppi furono, in Sicilia, Santagati, Russo e d'Alì, l'avv. Luigi Filosa in Calabria, l'Avv. Nando di Nardo a Napoli.
Buon gioco all'attività dei gruppi furono: - l'economia sempre più disastrata; - l'inflazione galoppante, con le amlire stampate dal governo militare alleato; - il ritomo della mafia al potere, compenso per l'aiuto all'invasione; - la cresta rialzata della dirigenza prefascista, spazzata dal fascismo; - il blocco dei salari; - la riduzione del pane da 300 a 200 grammi, favorendo il mercato nero.
Così il 19 ottobre 1944 si scatenò la repressione dei soldati della Div. Sabaudia, che spararono contro la folla in dimostrazione alla prefettura di Palermo al grido: “Pane, lavoro”.
Ulteriore scintilla la chiamata alle armi delle classi 1922-1923-1924, per combattere contro la Germania e la R.S.I., mobilitazione sostenuta dai comunisti, ancora una volta dimentichi delle istanze popolari.
A pieno diritto la gente negava fiducia al regno del Sud, fatto da quegli stessi politici e militari che il 25 luglio proclamarono “La guerra continua”, l'8 settembre tradirono la Germania e il popolo italiano, che il 9 fuggirono a Brindisi in braccio agli angloamericani, abbandonando i soldati, il 13 ottobre dichiararono addirittura guerra alla Germania. Così a Chiaramonte Gulfi iniziarono quelle manifestazioni, esplose poi a Comiso con testarda gagliardia. Si scriveva sui muri e si ripeteva in improvvisati comizi: “Non presentatevi”, “Presentarsi significa servire i Savoia”, “Non vogliamo andare contro i fratelli del Nord”. E così a Noto, Naro, Piana degli Albanesi, Ramacca Giarratana, Modica, Scicli, ecc.
Anche le forze di polizia inviate furono disarmate e respinte. Il 6 gennaio 1945 la rivolta di Ragusa si diffuse ai paesi limitrofi: Vittoria, Acate, Santa Croce Camerina, Chiaramonte. Ripresa Ragusa dai governativi dopo dura battaglia, Comiso restò per una settimana a vivere la sua indipendenza con la repubblica di Comiso, fondata il 6 gennaio 1945: comitato di salute pubblica, squadre per l'ordine interno, distribuzioni di viveri a prezzi di consorzio, impossibilità di lasciare la città, pena di morte per i ladri. Il 6 gennaio furono respinti 10 autocarri militari e una littorina da Palermo con 70 carabinieri. Respinta altra littorina l'8 gennaio. Occupato l'aeroporto.
Da Roma Bonomi telegrafò ad Aldisio: “Azione per stroncare definitivamente sedizione deve essere condotta a fondo e senza alcuna incertezza”. L'11 gennaio il Gen. Brisotto circondò la città. I bombardieri inglesi sono pronti a Licata per bombardare. “Se Comiso non si arrenderà, sarà distrutta”. Intervenne allora la popolazione e, tramite il clero, si addivenne alla resa. Queste le condizioni: deporre le armi, nessuna rappresaglia. Fu illusione: più di 2000 comisani languirono a Ustica, amnistiati solo nel 1946 per la proclamazione della Repubblica Italiana.
Peccato che nessuno ricordi questa fedeltà alla patria, una dalle Alpi a Linosa.
Anche questa è storia, locale, sia pure in un quadro generale: soprattutto senza colpo alla nuca e pugno chiuso.
L’ULTIMA CROCIATA N. 3. 1995
Dalle Rivolte Dei “non Si Parte” Nacque La Repubblica Fascista A Comiso
Ma dopo una serie di sanguinosi scontri a fuoco con i reparti dell’esercito badogliano, che provocarono numerosi morti e feriti i fedelissimi di Mussolini furono costretti a capitolare l'11 gennaio del 1945 sotto la minaccia dei bombardamenti terroristici degli aerei britannici.
Emilio Cavaterra
Cinquantadue anni fa, una cittadina siciliana si autoproclamò "Repubblicafascista" indipendente dalla Corona d'Italia e di conseguenza svincolata dal governo Badoglio allora insediato in quel di Brindisi. Era Comiso, in provincia di Ragusa, un abitato assai antico che si rifà alla remota Casmene, fondata dai greci nel 643 a.C. sulla direttrice Agrigento Siracusa, in quel quadrilatero dell'Isola, cioè, che diede del filo da torcere sia alle scarse truppe badogliane, sia a quelle ben più consistenti dei così detti “alleati”, per le sue turbolenze politiche di stampo fascista. Fu, comunque, una “Repubblica” ben più rilevante ai fini storici di quella, mitizzata oltre ogni limite malgrado la sua modesta rilevanza anche militare, messa in piedi per poco tempo dai partigiani nella Val d'Ossola durante i diciotto mesi della Repubblica Sociale Italiana.
L'insorgenza dei fascisti
Ma vediamo, anzitutto, la cornice di questa per molti aspetti incredibile vicenda bellica. Ben pochi sanno, e le rievocazioni storiche solitamente di parte non hanno certo aiutato a diffonderne le cronache e nemmanco il ricordo, che l'”insorgenza” fascista nel Mezzogiorno d'Italia si manifestò all'indomani del 25 luglio 1943 che defenestrò Benito Mussolini dalla carica di Capo del Governo. Furono dapprima moti spontanei, spesso improvvisati, sempre volontaristici; in seguito, vennero incanalati e organizzati da personaggi che avevano ricoperto cariche di rilievo provinciale nelle strutture del Regime, ma anche da emissari del Partito fascista repubblicano di Alessandro Pavolini, giunti direttamente al Sud della Penisola dalla Repubblica Sociale Italiana. La Sicilia in particolare, dove più serpeggiavano velleità separatiste mentre la “mafia di campagna” sgominata dal “Prefetto diferro” Mori, rialzava la testa, in ciò aiutata dai “picciotti” italo-americani sbarcati al seguito delle truppe statunitensi, aveva cominciato a reagire al “nuovo corso” badogliano. Sulle prime si trattò di una resistenza al limite del velleitarismo con vistose punte di goliardia; e di fatti, coloro che si ribellarono in quei giorni all'arresto del Duce del Fascismo e la conseguente inevitabile implosione della complessa architettura del Regime, risultarono essere, almeno nelle fasi iniziali, studenti di liceo o tutt'al più di università, tutti dunque assai giovani. Cominciarono a diffondere volantini vergati a mano, poi a tracciare scritte sui muri, gli uni e le altre inneggianti al Duce e al Fascismo; infine ci fu una sorta di “salto di qualità”, ma sempre senza neanche un simulacro di organizzazione magari soltanto paramilitare, con alcuni episodi di sabotaggio alle linee elettriche, ai collegamenti telefonici, ai binari ferroviari e perfino agli autocarri militari “alleati”. Soltanto all'indomani dell'8 di settembre, quando automaticamente fu sciolto il vincolo fra il potere regio e il popolo, l'insorgenza» fascista acquistò sostanza e organicità, radicandosi anzitutto sul territorio e dunque sfruttando il malanimo, il risentimento e la collera della gente, contro i Savoia e gli alti Comandi militari. Furono organizzate manifestazioni di piazza per protestare contro la mancanza di viveri e la carenza di trasporti, ma la “svolta” si ebbe con le dimostrazioni contro la chiamata alle armi.
“No” alle armi badogliane
Qualcuno le definì le rivolte dei “non siparte” che né le Prefetture con le loro striminzite forze di polizia, né i ben più organizzati e funzionali Carabinieri, riuscirono a contenere; si limitarono, tutti, a inviare “segnalazioni” al governo di Badoglio per scaricarsi la coscienza e non soltanto quella. Per l'intero arco dell'anno 1944, in varie città della Sicilia centinaia di giovani scesero in piazza in segno di protesta e sui muri apparvero scritte inquietanti per i poteri malamente costituiti e sempre sorretti dagli invasori angloamericani. Esortavano i loro coetanei a non presentarsi alla chiamata di leva, invitavano a darsi alla macchia per non combattere "contro i fratelli del Nord" sollecitavano a non “servire i Savoia”. Ma quelle scintille accesero ben altrimenti incontrollabili incendi, come a Catania, il cui municipio venne dato alle fiamme da una folla inferocita; anche nella zona ragusana furono registrati duri moti di piazza con relativi assalti a uffici pubblici e perfino alle Stazioni dei reali Carabinieri. come accadde in quel di Giarratana, sempre nella provincia di Ragusa. In breve, i disordini di piazza dilagarono anche nell'Agrigentino, con scontri a fuoco tra le truppe dell'Esercito regio e i dimostranti che non erano peraltro soltanto fascisti, anche se questi ultimi prendevano spesso l'iniziativa e il comando delle manifestazioni di protesta; si contarono numerosi i morti ed i feriti, tutti fra i civili. Ormai era emergenza e da Siracusa come da Gela mossero reparti di fanteria in assetto di guerra che impegnarono gli insorti nelle varie località della provincia, riuscendo dopo aspri combattimenti a riprendere il controllo della situazione. Dovunque, fuorché a Comiso. Rinserrata nelle sue mura medievali, la cittadina respinse i militari e le profferte di tregua dai loro ufficiali avanzate; poi, essendo in prevalenza fra i rivoltosi quei giovani ch'erano stati ribattezzati “i non si parte”, fondarono una minirepubblica autonoma dal potere centrale, in ciò aiutati da un agente segreto giunto dall'Italia settentrionale, l'ingegnere Lorenzo Carrara, il cui pseudonimo era Renzo Renzi.
Costui prese in mano la situazione e organizzò la resistenza che ebbe momenti di intensa drammaticità e costò decine di vittime, dal momento che i reparti dell'Esercito badogliano erano stati dotati di armi di tutto rispetto, come mitragliere, cannoni e addirittura carri armati, tutto materiale bellico fornito dal Comando britannico. Gli scontri si moltiplicarono durante l'assedio che si protrasse per qualche giorno di fuoco; e mentre gli altri paesi dell'interno cadevano uno dopo l'altro nelle mani dei reparti militari fatti affluire anche dalla Calabria, (fra questi anche Partanna, autoproclamatasi Repubblica autonoma), i “non siparte” continuavano a resistere. Poi, sotto il martellamento degli obici regi e in previsione dell'attuazione della minaccia di essere rasa al suolo dai bombardamenti a tappeto degli aerei inglesi, anche Comiso cedette e capitolò. Si contarono i morti e i feriti: ventisette i primi, ottantasette i secondi. Arrivò anche, puntuale, la vendetta badogliana: quasi trecento insorti, la maggioranza dei quali fascisti riconosciuti e schedati, furono incatenati e trasferiti nell'isola di Ustica, dov'era stato approntato un altro campo di concentramento. Erano coloro i quali avevano dotato la "Repubblica autonoma fascista di Comiso" di ordinamenti, norme, decreti e regolamenti ispirati alla legislazione della Repubblica Sociale Italiana. Era l'l1 gennaio del 1945. Dietro i reticolati del «gulag” savoiardo, i trecento insorti rimasero fino all'anno successivo quando, sul finire del conflitto mondiale, venne decretata l'amnistia. Ma prima dei provvedimenti di clemenza che chiusero la pagina dell'”insorgenza” fascista nel Mezzogiorno d'Italia, ci fu un ulteriore “giro di vite” contro i fedeli mussoliniani che, spesso a rischio della vita e sempre sfidando pericoli e persecuzioni, mantennero alta la bandiera della fedeltà.
STORIA VERITA' N. 1. Maggio-Giugno 1996.
Perche' Non Ci Fu Guerra Civile Al Sud
Francesco Fatica
Nella primavera del '43 Carlo Sforza, segretario del PNF, propose di preparare, fra gli organizzati del Partito, una forza clandestina di resistenza nella previsione di una imminente invasione. Mussolini aderì alla proposta e suggerì anche il nome dell'organizzazione: "Guardie ai Labari", ma impose di darle un carattere esclusivamente ideale, senza fornire armi.
E' evidente che questa precauzione fu presa per evitare che nelle terre occupate avvenissero sanguinose rappresaglie. A capo dell'organizzazione fu posto il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, colonnello dei paracadutisti, pluridecorato, valoroso combattente di tutte le guerre, più volte ferito.
Seguì il 25 luglio e, naturalmente, venne messa da parte l'idea di creare formazioni clandestine. Tuttavia Pignatelli ritenne di continuare la preparazione della futura attività clandestina.
Intanto, già il 27 luglio nasceva spontaneamente - a Trapani - il primo gruppo clandestino fascista nella Sicilia invasa. Mentre i fascisti del resto d'Italia, e sui vari fronti, venivano frenati nei loro impulsi di ribellione dalle continue dichiarazioni ufficiali del governo Badoglio di voler continuare la guerra a fianco dell'alleato tedesco.
Per chi non ha vissuto il clima dell'era fascista potrà essere opportuno chiarire che l'amore per la Patria era l'imperativo sovrano di ogni fascista, perciò in quel frangente nessuno osò pensare di arrivare a nuocere alla Patria in guerra con aperte lotte intestine. Ma, appena fu chiaro l'inganno con la rivelazione palese dell'armistizio, l'attività clandestina fascista ebbe un notevole impulso: gruppi clandestini fascisti sorsero spontaneamente un po' dappertutto e mentre al Nord, costituendosi la RSI, migliaia di volontari si presentarono alle armi, nelle terre invase la lotta clandestina fu avviata con lo stesso rabbioso stato d'animo, pur tra mille difficoltà e superando proibitivi ostacoli di comunicazioni, assoluta mancanza di mezzi, persecuzioni e deportazioni, sfidando bandi dell'invasore che comminavano la pena di morte per i sabotatori e per i detentori di armi.
Da più parti si tentò e talvolta si riuscì a prendere contatto con la RSI, passando clandestinamente le linee. Furono scoperti imbarcazioni a motore MAS che stavano effettuando la traversata del Tirreno partendo dalla Sardegna per approdare sulle coste della RSI.
Valerio Pignatelli aveva preso accordi con Barracu prima dell'invasione della Calabria e da lì teneva contatti radio col Nord.
Le direttive che giungevano dalla RSI erano costantemente orientate ad evitare spargimento di sangue fraterno. Tuttavia, alcuni gruppi clandestini spontanei si spinsero a svolgere attività terroristica con l'uso di esplosivi.
In Sicilia gli Alleati, avendo scoperto il primo gruppo clandestino fascista a Trapani, avevano processato quei giovani, fra cui una ragazza, condannandoli a pene varie. Salvatore Bramante, riconosciuto colpevole di sabotaggi e di detenzione di armi, fu condannato a morte. Analoghi processi gli Alleati svolsero contro gruppi organizzati di fascisti clandestini ad Agrigento e a Lecce, ma poi preferirono lasciare al governo Badoglio l'onere e l'impopolarità di perseguire i fascisti clandestini. I Tribunali militari territoriali di guerra furono investiti della responsabilità di processare le bande armate dei clandestini, ma gli italiani dei Tribunali militari non se la sentirono di infliggere pene capitali ed invece di applicare il codice militare di guerra usarono disinvoltamente il codice penale, molto meno drastico, così la costituzione di bande armate fu derubricata in associazione a delinquere. Tuttavia i processi portati a compimento furono pochi e tutti finirono per sgonfiarsi definitivamente nell'amnistia del 1946.
Dai carabinieri reali, dai questori, dai prefetti giungevano al governo della "King's Italy" i rapporti sull'attività clandestina dei fascisti. I CC.RR. della Sardegna nel maggio '44 concludevano in un rapporto ufficiale che dagli elementi raccolti si aveva "la certezza dell'esistenza nell'isola di focolai fascisti che covano desideri di rivincita......"
In effetti l'organizzazione clandestina fascista sia in Sardegna sia nelle altre regioni occupate, aveva coinvolto anche militari di ogni grado in servizio. Inoltre erano avvenuti tumulti, manifestazioni pubbliche, erano apparse scritte sui muri, circolavano giornaletti clandestini e volantini scritti a mano o a macchina, sicché‚ appena il governo Badoglio decise la chiamata alle armi, ci furono cortei di protesta, tumulti, assalti ai municipi ed alle caserme dei carabinieri. In particolare in Sicilia i fascisti, che in un primo tempo avevano avversato apertamente i separatisti, cambiarono radicalmente tattica e si inserirono in tutte le manifestazioni separatiste portando cartelli inneggianti al Duce e scritte di manifesta concezione fascista. In Sicilia, dunque, appoggiandosi ai separatisti e strumentalizzandoli non appena possibile, i fascisti furono protagonisti di rivolte armate che coinvolsero, oltre le forze locali, anche le truppe badogliane inviate in tutta fretta dal continente a sedare le sommosse che avevano già registrato parecchi morti e feriti.
Continuò a resistere la "Repubblica di Comiso", dove gli insorti respinsero decisamente sia i carabinieri reali sia i reparti regolari dell'esercito badogliano appoggiati da carri armati. I fascisti, guidati dall'Ing. Carrara, dichiararono la repubblica indipendente dal governo regio con ordinamenti di chiara ispirazione fascista.
Poi, il 13 gennaio 1945, circondata da ingenti forze corazzate e soprattutto per la minaccia esplicita e concreta di indiscriminati e devastanti bombardamenti aerei da parte degli inglesi, la "Repubblica di Comiso" capitolò. Bilancio delle perdite umane: tra i badogliani due ufficiali, un sottufficiale e quindici tra carabinieri e militari di truppa, ventiquattro soldati feriti; tra i rivoltosi diciannove morti e sessantatré‚ feriti; duecentonovantacinque furono arrestati e deportati nell'isola di Ustica. Mussolini non voleva spargimenti di sangue italiano perciò a Valerio Pignatelli furono date chiarissime istruzioni di "non spargere sangue fraterno sul sacro suolo della Patria". Sollecitato a recarsi in RSI, lasciandosi però la possibilità di tornare al Sud, Pignatelli riuscì ad ottenere un lasciapassare, ma soltanto per la moglie, attraverso i buoni uffici del tenente di vascello Paolo Poletti, inoltrato nell'OSS americano. La principessa Maria Pignatelli, donna di rarissime virtù, dotata di altrettanto ardimento, spirito di iniziativa e fede fascista quanto il marito, attraversò le linee, rischiando la vita sui campi minati, s'incontrò con Barracu e quindi fu portata in aereo da Mussolini, che voleva essere minutamente informato sull'attività clandestina fascista.
Alla Principessa Mussolini diede ancora precise istruzioni di non provocare spargimento di sangue fraterno. Al ritorno la Principessa, che era stata spiata al Nord, fu arrestata e subito dopo lo fu anche il Principe. Paolo Paoletti fu torturato fino ad impazzire in una villetta alle pendici del Vesuvio dove gli anglo-americani tenevano i loro "interrogatori", fu poi rinchiuso nel carcere di S. Maria Capua Vetere e assassinato da un sergente americano, che aveva predisposto un fasullo tentativo di fuga per crearsi una giustificazione.
La Principessa fu due volte messa al muro-inscenando finte non parlò. Nulla si ottenne dagli interrogatori del Principe, che fu processato e condannato dal Tribunale militare territoriale della Calabria.
A capo dell'organizzazione clandestina fascista, dopo l'arresto di Pignatelli, si avvicendarono prima l'avv. Nando di Nardo e poi l'arch. Antonio de Pascale, in tempi successivi anche loro arrestati e deferiti al Tribunale militare.
Tra le altre attività si era scoperto a Napoli, in via Broggia n. 3, l'alloggio di Palmiro Togliatti, che all'epoca si nascondeva sotto il nome di copertura Ercole Ercoli.
Sarebbe stato facile sopprimerlo, ma anche in questo caso Mussolini si oppose allo spargimento di sangue tra italiani. In effetti Mussolini volle sempre evitare spargimento di sangue fraterno e bloccò sul nascere lo scoppio della guerra civile nel Sud.
Non fu certo così per gli antifascisti, che da radio Bari incitavano ferocemente ad uccidere alle spalle altri italiani in RSI per provocare deliberatamente le reazioni di fascisti e tedeschi coinvolgendo la popolazione civile nei massacri.
Sangue chiama sangue.
VOLONTA' N. 1. Gennaio 1996.
I FRANCHI TIRATORI A NAPOLI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO
-Capitolo IV-
Francesco Fatica
Otto settembre 1943: si scatena la reazione tedesca in tutta Italia in risposta al tradimento badogliano. A Napoli avvengono alcuni tumulti: bande di popolani affamati saccheggiano depositi di viveri; i tedeschi effettuano rastrellamenti. In tale caos c'era chi pensava a sfruttare la reazione di quanti si sentivano vessati dalle rappresaglie dei tedeschi ormai in ritirata, per creare un movimento "partigiano" nella logica attesa degli "alleati" che il nove settembre erano sbarcati in forze a Salerno. Ma i tedeschi opposero una resistenza così accanita che gli anglo-americani furono sul punto di reimbarcarsi. Tuttavia il 27 settembre, dopo che le retroguardie della divisione Göring avevano rotto il contatto, gli inglesi si affacciarono dal valico di Chiunzi sulla pianura, ormai sgombra di ostacoli verso Napoli.
A Napoli i "partigiani" aspettavano di giorno in giorno l'arrivo degli "Alleati" per uscire dai loro rifugi. Guidati dalle frange comuniste - come avvenne pure al Nord - si preparavano a provocare rappresaglie quanto più sanguinose possibili, in modo da muovere lo sdegno popolare e scavare un solco profondo di odio, necessaria premessa per spezzare la coesione del corpo sociale della Nazione. Questa tecnica fu sempre cinicamente e tenacemente applicata fino ad ottenere lo scoppio della guerra civile al Nord. Così veniva sperimentata ed introdotta in Italia per la prima volta quella strategia, già applicata con successo dai comunisti in altre parti del mondo, basata sull'assassinio come metodo di lotta per provocare rappresaglie. Meglio ancora se la rappresaglia provoca una strage, come avvenne poi una prima volta alle Fosse Ardeatine. Si inaugurava così proprio a Napoli questa stagione di pseudo-libertà caratterizzata dall'odio e dal terrorismo, prima sconosciuto in terra d'Italia. In quegli ultimi giorni di settembre Domenico Tilena aveva riaperto la sede provinciale del Fascio a Via Medina, ottenendo l'adesione di un centinaio di iscritti mentre lo stesso Colonnello Scholl, comandante militare germanico della Città, ne restò allibito, dichiarando che si trattava di una follia, avendo ormai gli invasori alle porte1. Fu ricostituita anche la Milizia, con sede nella scuola elementare Vincenzo Cuoco, arrivando a raggiungere gli effettivi di tre compagnie, una delle quali riuscirà poi a disimpegnarsi per raggiungere la Repubblica Sociale Italiana. Molti altri, tra cui gli ultimi tre federali del PNF, Domenico Pellegrini-Giampietro, Fabio Milone, Francesco Saverio Siniscalchi2 e, tra i giovanissimi, gli allora quasi imberbi Enzo Erra, Franco d'Alò e Aldo Serpieri, e il più maturo capitano del genio ing. Gaetano del Pezzo, duca di Caianello, si diressero al Nord, cercando di raggiungere Roma con mezzi di fortuna per continuare a combattere contro gli invasori.
Sparsasi prematuramente il 27 la voce dell'arrivo degli anglo-americani in città, alcuni "partigiani", raccolti gli sbandati sfuggiti alle retate tedesche, iniziarono la caccia al fascista isolato. Al Vomero, Vincenzo Calvi fu aggredito da un folto gruppo e spinto a frustate verso un loro rifugio. Essendo però passata una pattuglia tedesca, i partigiani si eclissarono e Calvi scampò ai suoi aggressori3.
Scrive Enzo Erra "poichè tedeschi e guerriglieri sparavano, anche i fascisti presero le armi che trovarono, e cominciarono a sparare". Il 28 e 29 tiratori fascisti erano già entrati in azione. Artieri dice che erano "pochi, accaniti, qualche centinaio"4.
Nessuno di loro ha lasciato scritti o testimonianze. Si conosce solo quanto dichiarato dagli avversari. Questi franchi tiratori fascisti, a differenza dei "partigiani", non potevano sperare nel soccorso di truppe amiche avanzanti, "non lottavano per vincere, dice ancora Enzo Erra, e sapevano di non avere un domani"5, i partigiani, oltretutto, si coagulavano in gruppi che sopravanzavano gli assediati per numero, prudenza e tattica temporeggiatrice. Per i fascisti si trattò di un fenomeno assolutamente spontaneo e perciò disorganico, che può interpretarsi come una estrema, ostinata e disperata manifestazione di fedeltà ad un mondo che vedevano crollare intorno a loro.
Altri, più organizzati, invece, decisero di continuare la lotta nella clandestinità anche dopo l'occupazione "alleata".
La gran massa della popolazione civile restò ostinatamente barricata in casa o nei rifugi antiaerei e nei ricoveri di fortuna o presso parenti ed amici; chi potè sfollò in campagna. In effetti si può affermare che la popolazione si mantenne diligentemente estranea alle scaramucce in corso per repulsione verso le turpitudini di cui giungeva voce e per evitare coinvolgimenti delle persone care.
Franchi tiratori fascisti ci furono sicuramente al Vomero, al Museo, a Porta Capuana, a Piazza Mazzini, nelle vie del centro, ma anche in periferia. Scrive Artieri che un fascista isolato sparò con una mitragliatrice da una terrazza della Rinascente, nella centralissima Via Toledo. Accerchiato, quando stava per essere preso, si precipitò con l'arma da una finestra. Ancora Artieri descrive, come confermano anche altri autori, l'altra tragica vicenda di un capitano della Milizia che a Via Duomo si asserragliò e combattè strenuamente; quando gli insorti lo raggiunsero, si uccise.
E sempre Artieri testimonia di un altro fascista che in Piazza Marinelli sparò e tirò bombe, ma venne preso e fucilato.
L'antifascista de Jaco riconosce "pochi si salvarono, pochissimi chiesero pietà: non il Tommasone, che aveva sparato per tre giorni da una casa alla Salute (adesso Via M.R. Imbriani), non il Porro, non altri uccisi in combattimento o fucilati sommariamente"6. Testimoni oculari mi hanno raccontato che al Tommasone fu intimato di rinnegare la sua fede fascista e di insultare il Duce. Essendosi sdegnosamente rifiutato, fu assassinato nel tratto di via Salvator Rosa compreso tra l'angolo di via Gesù e Maria e Piazza Mazzini. Sulla base di questa testimonianza ritengo di poter smentire la versione ufficiale che vorrebbe il Tommasone fucilato sotto i portici della Galleria Principe Umberto. Il Porro, preso nel rione Materdei fu trascinato via tra il ludibrio di una piccola folla di facinorosi e spinto su un cumulo di immondizie, dove persino suo padre fu costretto a sputare sul figlio. Quindi fu ucciso in un crescendo di vilipendi e sevizie orchestrati platealmente dalla istigazione più feroce all'odio contro il fascista, ormai disarmato e inoffensivo. Il de Jaco narra di due franchi tiratori fascisti di via Duomo, uno dei quali venne "buttato giù dal balcone" e l'altro fucilato. Un altro ancora fu massacrato a colpi di pietra7. Ancora ferocia, ancora coinvolgimenti della popolazione su istigazione bestiale di pochi agitatori. Il De Antonellis tratta di un commando che uccise molti partigiani tra via Salvator Rosa e il Museo; un altro gruppo che sparava su Piazza Dante dal liceo Vittorio Emanuele; singoli tiratori a via Toledo, in via dei Mille, alla salita Magnacavallo (attualmente via F. Girardi). Secondo De Antonellis i fascisti asserragliati nella caserma Paisiello, in piazza Montecalvario, avendo tenuto duro per due giorni, quando furono attaccati in forze il giorno 30, dopo un'ora di sparatoria, riuscirono a dileguarsi8, (approfittando, evidentemente, di smagliature di assedianti tremebondi). Alfredo Parente scrive che nuclei fascisti "tenevano duro in alcune zone della città" e segnala "una vera battaglia tra partigiani e fascisti in via nuova Capodimonte"9. Il Tamaro testimonia episodi di fascisti tiratori in via dei Mille, al parco CIS in via Salvator Rosa, (più precisamente di fronte al parco CIS che era invece occupato dai partigiani n.d.a.) a piazza Carità e aggiunge che un nucleo "barricatosi dentro una casa in Piazza Plebiscito resistette per due giorni". La torre degli Arditi a porta Capuana fu occupata, presa e rioccupata in ripetuti scontri tra fascisti e partigiani; tiratori fascisti furono protagonisti di alcune sparatorie al Vomero, restando spesso uccisi10. Artieri racconta l'episodio di un uomo che si era esposto allo scoperto durante una sparatoria al Vomero, afferrato dal Tarsia per farlo mettere al riparo, si divincolò insolentendolo. Colpito poi con due bastonate al capo, fu atterrato e, "portato in salvo in un portone, gli si trova una tessera". Era il Federale di Enna. "Volevo morire" - dice. "Non morì". Testimoni oculari mi hanno riferito che il tenente de Fleury, che poi me lo ha confermato personalmente, appostato in posizioni strategiche ad Afragola, oppose strenua resistenza con i suoi militi fino all'arrivo degli anglo-americani.
Il reparto al completo, sempre agli ordini del focoso tenente, riuscì a disimpegnarsi, ad impadronirsi di un autocarro ed a ripiegare a nord, per continuare la lotta sotto la bandiera della R.S.I.
Spavaldamente votati al sacrificio supremo, apparvero al Berti quattro giovanissimi tiratori fascisti a Piazza Mazzini, imberbi kamikaze in camicia nera, piantati in mezzo alla piazza, armati soltanto di moschetto, mentre i partigiani appostati prudentemente al riparo delle finestre dei palazzi circostanti, sparavano su di loro. Così li vide il Berti, interprete di una colonna tedesca che, in ritirata, transitava per Piazza Mazzini.
La colonna si fermò, i quattro giovani in camicia nera furono invitati a salire, ma si rifiutarono affermando spavaldamente di voler invece aspettare gli anglo-americani per opporre l'ultima resistenza. Oltre alla testimonianza del Berti in "Wermacht-Napoli 1943" di loro non si è saputo più nulla11. La caccia al fascista da parte dei partigiani si protrasse ferocemente fino all'arrivo degli anglo-americani ed anche oltre, con contorno di devastazioni e saccheggi sistematici dei rispettivi appartamenti. Il primo ottobre a Ponticelli fu linciato in piazza con rinnovata ferocia e sadica voluttà Federico Travaglini, già fiduciario del Fascio di Ponticelli prima del 25 luglio, che pure non aveva, per generale riconoscimento, mai trasceso nella sua carica e non aveva neppure più svolto attività politica. Il cadavere venne vilipeso oscenamente persino da donne e bambini12.
Non era mai successo nella storia di Napoli.
Appaiono così i primi frutti di una cinica e spietata regia estranea alla nostra cultura, la stessa regia barbara e feroce che sarà poi imposta al Nord e di cui ancora oggi dobbiamo registrare gli effetti disgreganti.
NOTE
Il testo è stato emendato dalle numerose note (vedi numeri di riferimento da 1 a 12) presenti sull'originale cartaceo.
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali
VALERIO PIGNATELLI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO
-Capitolo VIII-
Francesco Fatica
Come abbiamo già visto, il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara venne designato quale capo delle "Guardie ai Labari".
Eccezionale personaggio di grande coraggio, carattere avventuroso, indipendenza e stile di vita, vita vissuta intensamente, sempre teso nella lotta per i più alti ideali, nacque a Chieti nel 1886; come già detto, fu comandante di Arditi nella grande guerra; di Dubat nella guerra di Etiopia; di Frecce Nere nella guerra di Spagna; carico di medaglie e di ferite, di ordini militari nei più alti gradi (di Savoia, italiano - della Legion d'onore, Francese - della Silver Star, americano - della Cruz Laureada di San Fernando, spagnolo) alla sua non più tenera età aveva voluto ancora ottenere il comando di un reparto di paracadutisti, dopo aver regolarmente frequentato e superato i corsi ed i lanci a Tarquinia.
Durante la sua movimentatissima vita aveva trovato il modo di impegolarsi nella rivoluzione comunista di Bela Kun in Ungheria: era addetto militare a Budapest e rimase, unico diplomatico straniero a proteggere gli interessi di quasi tutti i paesi europei.
Ritenne ancor più doveroso partecipare agli eventi della rivoluzione della stessa Russia Sovietica, dove combattè ovviamente con i "Bianchi" di Wrangel.
Nel 1920 fu implicato in Messico in una delle tante rivoluzioni di quel periodo finendo per essere acclamato imperatore in una provincia del Sud, sia pure per soli dieci giorni; Valerio Pignatelli ne rideva per primo quando lo raccontava.
Purtroppo, quell'avventura fu funestata dalla tragica perdita della prima moglie. Egli stesso scampò per puro miracolo oltre frontiera, negli Stati Uniti, dove arrivò ferito senza scarpe, sconosciuto.
Ma dopo sei mesi riuscì a risalire la china e sposò la figlia del miliardario Hearts proprietario di una catena di giornali estesa dal Pacifico all'Atlantico. Da questa seconda moglie dovette divorziare più tardi per incompatibilità con lo stile di vita dei miliardari americani.
Tornato in Italia, sposò poi Maria De Seta, che aveva già conosciuta molti anni prima, giovanissima; Maria fu per lui la moglie ideale in quanto concordava con lo stile e con gli ideali a cui egli aveva consacrato la vita.
Valerio Pignatelli aveva aderito tra i primi al movimento fascista, ma si era dimesso più volte; fu in accesa polemica anche con Farinacci.
Il 25 luglio '43 Pignatelli, più ribelle che prono alla dittatura fascista, avrebbe potuto ritenersi esonerato dall'incarico delle ipotizzate Guardie ai Labari, incarico imprecisato e pressocchè irrealizzabile per i sopravvenuti eventi. Invece, coerentemente con il suo stile di vita e con i suoi ideali, il principe ritenne di aver il dovere di attuare a qualunque costo il difficilissimo mandato.
Come già detto nel cap. I, Ettore Muti, Barracu e Pignatelli preparavano un colpo di mano per liberare Mussolini, ma poi si divisero i compiti e Pignatelli tornò in Calabria per ricostruire l'organizzazione delle "Guardie ai labari" nell'imminenza dell'invasione.
A Napoli nel frattempo agiva, su disposizioni avute direttamente da Ettore Muti, un altro protagonista della lotta clandestina, il tenente Antonio De Pascale che nel 1941 durante la sanguinosa battaglia di Monastir, nella campagna di Grecia, era stato ferito molto gravemente mentre, come comandante di compagnia, avanzava allo scoperto alla testa dei suoi soldati all'attacco di una munita posizione dominante greca.
De Pascale riuscì miracolosamente a sopravvivere per l'intervento personale di Mussolini che seguiva l'attacco dall'osservatorio di Stato Maggiore. Così De Pascale fu imbarcato di urgenza su una nave ospedale e quindi trasferito a Bologna, dove fu ancora una volta operato e trattenuto in convalescenza e per le cure riabilitative. A Bologna fu visitato da Ettore Muti, che cercava elementi affidabili tra gli ufficiali distintisi per condotta valorosa e responsabile, onde utilizzarli in una azione di opposizione alle trame disfattiste che si concretarono poi nella seduta del Gran Consiglio il 25 luglio del 1943, ed ebbe da lui istruzioni per le azioni future. In seguito a ciò de Pascale ebbe un permesso dall'ospedale per venire a Napoli, ove contattò il tenente Sorrentino, il prof. Farnetti e Nando di Nardo, anch'egli reduce dal fronte greco, Enzo Di Lorenzo, Nicola Galdo e Vito Videtta.
Verso la metà di dicembre 1943 Pignatelli ricevette a mezzo radio, con un cifrario precedentemente concordato con Barracu, l'ordine di spostarsi a Napoli per meglio seguire le operazioni degli eserciti "alleati" e per tenere contatti diretti anche con i fascisti della Campania.
Il principe appena giunto a Napoli riprese i rapporti con il colonnello Luigi Guarino, vecchio ardito di guerra, Fiamma Nera, di cui era molto amico e poi entrò in contatto con Nando di Nardo e con Antonio de Pascale che aveva attivato il nucleo previsto da Muti.
A loro si aggiunsero ben presto decine e decine di uomini e donne ferventi e decisi.
Mi limito a citare l'ing. Ruggero Bonghi, il prof. Giuseppe Calogero, Nicola Galdo, che scriveva e stampava un giornale con un ciclostile trafugato nottetempo dalla sede del GUF, la prof.ssa Elena Rega, che poi sposò De Pascale, il libraio Bolognesi, Pasquale Purificato, Antonio Picenna, il marchese Capitano di vascello Marino de Lieto, anche lui superdecorato eroe della I guerra mondiale, che, facendo base nello studio dell'arch. De Pascale, partiva per certe sue solitarie, segretissime missioni di sabotaggio arrivando a rischiare la vita in strenui corpo a corpo, come un qualunque giovane assaltatore.
De Pascale diceva di lui e di qualche altro che agiva in "solitario", che facevano una loro guerra privata.
Pignatelli si servì principalmente della collaborazione dell'avv. Nando di Nardo e dell'arch. Antonio de Pascale a Napoli, dell'avv. Luigi Filosa a Cosenza e per i contatti con la Puglia, e del tenente Pietro Capocasale e di Simone Ansani nella provincia di Catanzaro1.
Così Pignatelli non disponendo di alcun finanziamento, fu costretto ad agire sacrificando beni personali ed utilizzando al meglio l'abnegazione di camerati in Calabria, in Puglia ed in Campania2.
Gruppi organizzati secondo le direttive venute da Roma, vennero collegati con vari gruppuscoli nati spontaneamente fra giovani ed anziani.
A Napoli riuscirono a prendere contatti con il mondo dell'antifascismo e con le massime autorità del governo badogliano e degli eserciti di occupazione.
I collegamenti con la Calabria erano tenuti dal colonnello Guarino, superando proibitive difficoltà di viaggio.
Intanto aveva preso contatti con Pignatelli il tenente di vascello Paolo Poletti, agente speciale della RSI, che era riuscito ad infiltrarsi nell'OSS (servizio segreto americano).
Giovanni Artieri nella sua "Cronaca della Repubblica Italiana" racconta come il principe e la principessa si sistemarono strategicamente in una villetta sulla collina di Monte di Dio, nella piazzetta del Calascione, villetta che fu frequentata da intellettuali antifascisti e dal più qualificato mondo militare inglese e americano presente a Napoli, dalle massime autorità del governo del "Re", dal generale Wilson, dai capi dei servizi segreti militari (l'Intelligence Service, inglese - l'OSS, americano - il SIM, italiano), dai capi dell'amministrazione di occupazione (AMGOT), dal prefetto, dai generali "alleati" di passaggio per la città. A tutta questa gente i principi Pignatelli offrivano lauti pranzi, in una cornice aristocratica abbagliante e... "con roba calabrese" allora irreperibile a Napoli, ottenendone preziose informazioni militari e politiche, come scrisse lo stesso Pignatelli nel suo rapporto inviato alla Corte Centrale di Disciplina del MSI nel giugno 1948 in occasione di una polemica con il prof. Pace.
Scrisse Giovanni Artieri del principe e della principessa3: "Lavora-vano, insomma nel rosso dell'uovo. Apparivano insospettabili agli occhi inglesi e americani; Valerio per le innumerevoli relazioni collegate con la sua vita negli Stati Uniti, per la sua amicizia con Alexander Kirk e innumerevoli diplomatici americani e inglesi; lei, per uguali relazioni, specialmente nell'establishment britannico e fin quasi ai gradini del trono; perfetti inoltre nelle lingue che parlavano con l'accento di Oxford, passaporto di efficacia insuperabile presso il mondo anglosassone. Così tra l'ottobre 19434 e l'aprile 1944, nel cuore stesso di Napoli e del mondo antifascista e anglo-americano, visse e operò una cellula binaria singolarissima, che animò gran parte della "resistenza" nell'Italia meridionale".
Pignatelli e sua moglie raccoglievano larga messe di notizie preziose per l'attività clandestina e per la R.S.I.
Quando al principe fu trasmesso l'ordine di recarsi nella R.S.I., lasciandosi però la possibilità di tornare al Sud, Pignatelli riuscì ad ottenere un lasciapassare, ma soltanto per sua moglie, attraverso i buoni uffici del tenente di vascello Paolo Poletti (infiltrato, come si è detto, nell'OSS americano).
Nel frattempo però un certo tenente Nuvolari5 era riuscito ad ottenere la fiducia e le simpatie dei principi Pignatelli e dei loro camerati. Accompagnò la principessa insieme a Poletti fino al punto in cui Ella si avviò a passare le linee inoltrandosi arditamente nei campi minati.
Maria Pignatelli si incontrò con Barracu e fu portata in aereo da Mussolini, che voleva essere minutamente informato sull'attività clandestina fascista e voleva soprattutto essere sicuro che nessuna provocazione fosse attuata, facendo così evitare sanguinose rappresaglie in grado di accendere la miccia della guerra civile anche al Sud.
Fu stabilito anche un cifrario sulla base, in chiave nove, della poesiola "La vispa Teresa" ed un codice da adoperare nella trasmissione per i prigionieri di guerra (Pignatelli era "Il cappellano", Barracu era "Ciccio", Mussolini "l'autocarro" e via di seguito)6.
Ma l'Intelligence Service, che aveva infiltrato il suo agente Nuvolari, essendo al corrente della vera identità della principessa che aveva attraversato le linee sotto falso nome, non appena la Pignatelli ritornò a Sud, pretese dagli americani l'arresto dei principi nonostante le disperate manovre del tenente di vascello Poletti, il quale per salvare i principi, finì per scoprire il suo gioco.
Fu anch'egli arrestato e torturato fino a farlo impazzire in una villetta isolata alle falde del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco, dove gli alleati tenevano i loro "interrogatori".
Poletti non parlò; oramai ridotto ad un povero essere urlante fu tradotto al carcere di Santa Maria Capua Vetere ed ivi rinchiuso nella cella n° 8, la cella imbottita riservata ai pazzi furiosi.
Il 19 maggio del '44, il sergente americano di guardia lasciò a bella posta la porta della cella aperta e non appena Poletti continuando ad urlare nudo ed ammanettato, uscì nel corridoio, gli scaricò addosso la pistola di ordinanza7.
La salma fu rigettata nella cella e, chiusa a chiave, venne lasciata per due giorni a terra. Alla fine fu messa a forza in una bara molto piccola rispetto alla sua corporatura.
Il principe e la principessa, probabilmente a causa delle loro amicizie importanti e forse anche per soffocare lo smacco delle compromissioni delle alte personalità che erano state loro ospiti, furono "interrogati" con metodi meno feroci, ma psicologicamente stressanti. La principessa, considerata più debole, fu messa al muro due volte, inscenando finte fucilazioni. Nei primi tempi furono detenuti nella villa de Falco sulle pendici del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco: forse la stessa dove era stato torturato il martire Poletti e, prima di lui, altri Agenti Speciali della R.S.I.
Intanto anche Di Nardo fu compromesso per una lettera inviata a Roma al barone Marincola di San Floro a mezzo del tenente Sorrentino.
Avvenne la delazione del barone o di sua moglie, americana, che decise probabilmente di "servire gli interessi del suo Paese in guerra" come scrive ancora l'Artieri. Seguì l'arresto di Di Nardo che era subentrato a capo dell'organizzazione clandestina fascista e, naturalmente, del tenente Sorrentino.
Risultati vani gli interrogatori fatti dagli "alleati" i Pignatelli furono passati al CS (che aveva sede in Napoli a Via Fiorelli) capeggiato dal maggiore Pecorella, dei CC.RR., che, in stato d'ira, arrivò a colpire l'anziana principessa con il calcio della pistola sulla fronte, provocandole una ferita lacero-contusa che sanguinò abbondantemente8.
Per inviare i messaggi da Via Fiorelli, Pignatelli finì per servirsi degli stessi militari incaricati di sorvegliarlo, evidentemente ben disposti a lasciarsi convertire. Quattro di essi furono scoperti e imprigionati, ma ebbero sempre un contegno virile e dignitoso, alla pari degli altri detenuti politici.
Arrestato Di Nardo, al vertice dell'organizzazione restò De Pascale.
A dargli man forte attraversarono le linee un gruppo di marò della X MAS al comando del tenente Bartolo Gallitto. In mezzo ad essi però c'era un agente doppio che li tradì; così furono arrestati e, con essi, anche De Pascale.
Un altro Agente Speciale che aveva attraversato le linee e si era presentato a De Pascale fu Antonio Granata, napoletano verace, ottimo soldato che seppe tener testa intelligentemente, senza mollare alcuna informazione, al famigerato maggiore Pecorella giocandolo sui tempi fino a poter usufruire dell'amnistia del '46.
Granata finì con De Pascale nella stessa cella, la cella n° 97 del padiglione Italia del carcere di Poggioreale, illuminata da un'unica finestrella a bocca di lupo. Il padiglione Italia riservato ai detenuti politici era talmente affollato di fascisti che fu necessario occupare alcune celle dell'adiacente padiglione H, ove anch'io ebbi la ventura di essere ospitato.
Onoratissimo.
Del processo contro i fascisti di Napoli e gli "agenti speciali" di Bartolo Gallitto parleremo in seguito.
Dopo l'occupazione di Roma, il principe fu trasferito a Regina Coeli. Qui, a metà luglio, ricevette in modo del tutto insolito - dati i regolamenti carcerari - la visita di suo cognato, il principe Antonio Pignatelli di Terranova, che fu guidato direttamente nella sua cella, accompagnato dal procuratore generale del Tribunale americano di Roma, presentatogli come un caro amico. Il cognato si offrì di tirarlo fuori dal carcere con l'aiuto dell'amico americano, ma Pignatelli rifiutò recisamente.
Dopo aver trascorso un paio di mesi a Regina Coeli, Pignatelli, fu trasferito nel campo di concentramento di Padula9, ricavato nella celebre Certosa, dove incontrò altri duemila camerati colà ristretti, polarizzando ogni attività politica e morale degli internati.
Nel marzo 1945 fu trasferito nel carcere di S. Giovanni a Catanzaro per essere processato da quel Tribunale militare.
Fu in quell'occasione che potei osservarlo da lontano, durante "l'ora d'aria", essendo anch'io detenuto nello stesso carcere. I secondini avevano ordini severissimi di non farlo avvicinare dagli altri detenuti. Egli prendeva il sole a torso nudo in un recesso del cortile del vecchio carcere per dar sollievo alle sofferenze provocate dai postumi delle sue molte ferite di guerra di cui si intravedevano chiaramente le cicatrici10.
Processato dal Tribunale Territoriale Militare di Guerra della Calabria, fu condannato a dodici anni di carcere, essendo riuscito a minimizzare l'attività svolta ed avendo incontrato, evidentemente, la disponibilità di giudici che non gradivano compromettersi troppo11.
Schizzo dal vero eseguito da Vittorio Capocasale, coimputato di Pignatelli, nel carcere di S. Giovanni a Catanzaro.
Dopo la condanna fu spedito al borbonico penitenziario di Procida dove finalmente incontrò quei giovani del processo degli "88 fascisti di Calabria" che, essendo stati condannati a pene più rilevanti, erano stati assegnati allo stesso penitenziario.
A Procida erano affluiti anche altri fascisti provenienti da varie parti. Per tutti costoro Pignatelli costituì ancora una volta una guida morale e ideale12.
Il principe venne poi trasferito nel carcere militare di Napoli (Castel S. Elmo) e fu sottoposto a nuova istruttoria per le vicende del gruppo di clandestini napoletani, ma il processo si estinse per l'amnistia del giugno 1946, come sarà riferito nel cap. XIV.
E' da ricordare che, secondo quanto testimoniò Antonio Bonino, vice-segretario del P.F.R., Mussolini, richiedendo la consegna del principe Valerio Pignatelli e Signora, offrì in cambio qualsiasi persona, non escluso lo stesso Ferruccio Parri13.
In una parentesi letteraria della sua vita il principe aveva anche scritto qualche romanzo di cappa e spada, quindi aveva dimestichezza con la penna e si era proposto di scrivere, in collaborazione con la moglie, una storia dettagliata dell'attività clandestina fascista.
Purtroppo nel 1965 Valerio Pignatelli morì a Sellia Marina (CZ) senza aver portato a termine la sua fatica.
Le sue carte furono consegnate anni dopo dalla principessa al giornalista Marcello Zanfagna deputato del Msi-DN, il quale, preso da mille impegni contingenti, non seppe trovare il tempo per portare a termine il libro che si era proposto di pubblicare.
Purtroppo i documenti di Pignatelli, insieme a molte altre carte di altro genere, andarono disgraziatamente perduti in una vicenda di alienazione di immobile alla morte di Marcello Zanfagna.
Ci restano oggi il rapporto che Pignatelli inviò il 7-6-1948 alla Corte Centrale di Disciplina del MSI, la memoria di Nando Di Nardo, le testimonianze dirette dello stesso Di Nardo (prima della morte) e dell'arch. Antonio De Pascale, i quali ressero, dopo Pignatelli, il comando generale della lotta clandestina fascista nell'Italia meridionale.
E' impossibile parlare dell'attività politico-militare di Valerio Pignatelli senza accennare a colei che fu la sua migliore collaboratrice e forse ispiratrice, che certamente seppe affrontare rischi e difficoltà con ardire e forza d'animo sovrumani.
Maria Elia era figlia di un ufficiale di Marina; crebbe nella piena adesione alla massima fascista del "Vivere pericolosamente", praticò sport audaci e amò rischiare in lunghe e temerarie navigazioni a vela. Sposò molto giovane il marchese De Seta. Con Valerio si incontrarono una prima volta ma presero vie diverse; più tardi, quando si sposarono, Maria e Valerio unirono due caratteri avventurosi ed impetuosi, entrambi prorompenti nel più appassionato amor di patria spinto fino ad osare l'estremo sacrificio, come d'altronde non era raro trovare allora in uomini, donne, giovani ed anche giovanissimi cresciuti nel clima fascista.
Due caratteri molto simili, con interessi e forti sentimenti comuni, si incontrarono e talvolta si scontrarono, giungendo però ad ottenere, in un comune afflato, la conquista delle mete agognate.
Maria Pignatelli ebbe modo di mostrare le sue altissime qualità quando svolse la sua missione in R.S.I., che iniziò affrontando tranquillamente le insidie dei campi minati durante l'attraversamento delle linee nella zona di Cassino e che portò a termine con perizia di diplomatico, facendosi apprezzare e stimare da italiani e da tedeschi14.
In particolare, durante una colazione con Barracu e Kesserling, questi ebbe a scrivere su di un cartoncino, che era sul tavolo "Se l'Italia ha molte donne intrepide come lei è una nazione che non può morire".
Ed effettivamente Maria Pignatelli fu una donna intrepida anche quando fu "interrogata" dagli "alleati" che usarono mezzi di tortura morali, psicologici ed intimidazioni scientificamente studiate arrivando a metterla al muro ben due volte per finte fucilazioni.
Passata poi al C.S. badogliano, fu minacciata con la pistola in pugno dal capitano CC.RR. del C.S. De Fortis, e fu schiaffeggiata15.
Sempre nei locali del C.S. fu percossa col calcio della pistola dal maggiore Pecorella e fu vista con la fronte sanguinante dall'architetto De Pascale colà detenuto. Anche la principessa fu portata a Roma e rinchiusa alle Mantellate, quindi nel campo di concentramento di Padula.
Alla chiusura di questo campo fu trasferita in quello di Terni tenuto dagli inglesi e da qui in quello di Riccione, anch'esso inglese, dove riuscì ad evadere audacemente conducendo poi vita clandestina fino al 9 dicembre 1947 e cioè fino all'entrata in vigore del trattato di pace.
In tutte le carceri ed i campi dove fu rinchiusa, la principessa divenne guida morale e politica delle altre internate; tornata alla vita civile, si interessò sempre di aiutare i camerati perseguitati dalla sorte, e soprattutto dagli antifascisti.
Maria Pignatelli è quindi degna di essere iscritta nell'albo d'oro delle donne fasciste che tutto diedero alla Patria, quali furono le Ausiliarie, quali le giovanissime franche tiratrici di Firenze, e quali perfino, oso dire, le ingenue ragazze del Sannio che avrebbero voluto lottare assieme ai camerati e che, in mancanza di contatti, isolatamente intrepide, presero l'iniziativa di lanciare dalle finestre mucchi di schegge di vetro sugli invasori anglo-americani16.
NOTE
Il testo è stato emendato dalle numerose note (vedi numeri di riferimento da 1 a 16) presenti sull'originale cartaceo.
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998