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Discussione: Gli "altri partigiani"

  1. #1
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    Predefinito Gli "altri partigiani"

    Il tema mi ha sempre interessato e forse qualcuno - qui - può essere informato. In Italia, dopo la cessazione delle ostilità (o prima, nelle zone occupate dagli anglo-americani), frammenti delle formazioni della disciolta RSI organizzarono qualche forma di resistenza contro i cosiddetti "liberatori"?
    In Germania il Werwolf, in alcuni Paesi Baltici le attività di sabotaggio di ex reparti delle Waffen SS, in zone dell'Ucraina idem.... ma in Italia? Il nulla?
    A nessuno venne l'idea di fuggire sui monti ed organizzarsi per resistere con le armi all'inevitabile rappresaglia rossa?

  2. #2
    Enclave MUSSOLINISTA
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    Predefinito Il Dissenso Clandestino 1943-1945 Nelle Regioni Meridionali Occupate Dagli Anglo-amer

    IL DISSENSO CLANDESTINO 1943-1945 NELLE REGIONI MERIDIONALI OCCUPATE DAGLI ANGLO-AMERICANI


    IL RITORNO DELLA MEMORIA. UNA MESSA A PUNTO METODOLOGICA E DI STORIA DELLA STORIOGRAFIA SUL DISSENSO CLANDESTINO NEL MERIDIONE (1943-1945)
    Intervento di Stefano Arcella

    Stefano Arcella - Funzionario Amministrativo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso la Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli, collabora -in qualità di ricercatore- con la Fondazione Evola di Roma per la quale ha curato la pubblicazione delle lettere di Julius Evola a Benedetto Croce che ha consultato presso l'Archivio Croce. Editorialista della pagina "Kultura" del quotidiano IL TEMPO - Edizione di Napoli (1994-'96), pubblicista, ha collaborato con le riviste Italia Settimanale (Roma), Futuro Presente (Perugia). Vie della Tradizione (Palermo), Il Cerchio (Napoli ), Hyria (Nola), L'Alfiere (Napoli) e col mensile Il Monitore (Napoli). Ha collaborato con la cattedra di Diritto Romano dell'Università "Federico II" di Napoli. E' autore di numerose pubblicazioni.

    Sommario
    1. - La letteratura memorialistica sul dissenso clandestino nel Meridione d'Italia ('43-'45) e i suoi rapporti col revisionismo storiografico.
    2. - Lo stato della ricerca storica sul fascismo e, in particolare, sul fascismo clandestino nel Mezzogiorno d'Italia. Il problema dell'accesso alle fonti storiche.
    3. - Le fonti: testimonianze, documenti d'archivio, letteratura storiografica.
    4. - Mito della Resistenza e mito del tradimento. Etica ed estetica del fascismo clandestino. Movimento di individualità " forti " ed "eterodosse". Identità nazionale e identità meridionale.


    1.1 Quando ho letto il libro di Francesco Fatica Mezzogiorno e Fascismo clandestino (1943-1945) e ho, poi, avuto modo di conversare con l'Autore, mi sono reso conto del rilievo che contributi come questo hanno ai fini di una corretta revisione della ricostruzione storiografica sulla storia del Meridione fra il 1943 e il 1945 nel quadro più complessivo della storia nazionale di quegli anni.
    Si tratta di una letteratura memorialistica che, nel rilevare aspetti inediti o, quantomeno, poco noti di quel periodo storico, può essere inquadrata in quel complesso e variegato fenomeno culturale che si qualifica come " revisionismo storiografico " accezione di cui va recuperato il significato positivo in termini di rilettura, correzione, revisione -sulla base di un approccio rigoroso alle fonti storiche- delle vicende che hanno segnato un popolo e, più propriamente, il mondo intero, in un determinato momento storico, tragico e cruciale per le sorti politiche, culturali ed economiche sia dell'Italia che dell'Europa.
    Certo, la memorialistica non è, di per sé, sufficiente per impostare una ricostruzione della storia di quegli anni su basi veramente scientifiche, ossia rigorosamente documentate, senza subire condizionamenti ed apriorismi ideologici. Essa va integrata con altre fonti in un quadro complessivo ove -e questo è il compito dello storico- lo sforzo di analisi critica sappia coordinare i dati in una visione d'insieme che riveda, ove ciò sia necessario, i luoghi comuni delle versioni oleografiche che hanno connotato la storiografia ufficiale dal dopoguerra ad oggi e abbandoni le tendenze apologetiche, di qualunque segno ideologico, per attenersi alla verità dei fatti, in piena autonomia scientifica dalle interferenze proprie a interessi politici ben determinati e che storicamente sono stati soprattutto quelli propri al potere politico dominante. Questa letteratura, dunque, pur non esaurendo il compito né il contenuto della ricerca storica, è funzionale ad un processo di revisionismo storiografico, soprattutto quando trattasi di testimonianze che emergono dopo 50 anni di silenzio dovuto al particolare clima di intimidazione e di conformismo antifascista che ha segnato un lunghissimo dopoguerra nella seconda metà di questo secolo.
    Una funzione, dunque, quella della letteratura memorialistica, sussidiaria rispetto alla ricerca storica " pura" ma preziosa, poiché consente al ricercatore l'accesso ad una molteplicità di informazioni, di notizie, di dati che lo aiutano a calarsi nella particolare temperie culturale, nella specifica atmosfera psicologica di quel momento storico, poiché nella ricostruzione dei fatti sussiste sempre il rischio di cadere nell'astrazione, ossia di perdere di vista l'elemento vivo della storia, che è l'uomo coi suoi stati d'animo, la sua psicologia, l'educazione ricevuta in un determinato periodo e in un dato contesto ambientale, le sue spinte ideali unitamente ai suoi concreti interessi legati all'appartenenza ad un determinato ceto sociale. Orbene, questo fenomeno "revisionista" al quale contribuiscono vari filoni, dalla memorialistica alla ricerca archivistica, alla letteratura, va, però, compreso nelle sue motivazioni di fondo, quale segno del mutamento dei tempi, di un graduale e faticoso rinnovamento culturale in cui ad una visione faziosa, parziale degli eventi, frutto di rancori e di risentimenti propri a chi è stato coinvolto in vicende recenti o relativamente tali, subentra lentamente un approccio più distaccato e sereno, più pacato e riflessivo, lontano dalle foghe apologetiche di ogni segno ideologico.

    1.2 Fino a pochi anni orsono la storia del XX secolo e soprattutto quella fra le guerre mondiali nonché dell'ultimo conflitto bellico è stata narrata secondo le convenienze politiche dei gruppi di potere dominanti, legati allo schieramento politico-militare uscito vincente dal II conflitto mondiale. Ma per narrare la storia -quella vera, basata sull'approccio documentato, sullo spoglio delle fonti storiche- e, soprattutto, acquisire una coscienza storica più matura, devono trascorrere almeno 40-50 anni dagli eventi oggetto di ricerca e di approfondimento. Solo uno sguardo distaccato, lontano dalle passioni suscitate da quei fatti, può infatti, essere capace di ricostruire, con lucidità, il complesso intreccio delle forze e delle motivazioni che hanno generato quelle vicende. Ciò è tanto più vero ove si consideri che gli effetti politici del II conflitto mondiale (il patto di Yalta, la guerra fredda, il Muro di Berlino), sono durati fino a pochi anni orsono, determinando un clima politico-culturale del tutto sfavorevole ad una ricerca storiografica veramente libera.
    Il revisionismo nasce quindi da una necessità storica e culturale, quella di rivedere, con autentica autonomia scientifica lo svolgersi degli eventi, poiché col trascorrere degli anni, era sempre più avvertito negli ambienti scientifici, il disagio di uno studio storico subalterno alle " verità" preconfezionate dal potere politico e soprattutto dai grandi apparati culturali (Università statali, case editrici, RAI-TV ) dominati o largamente condizionati dall'egemonia culturale che il P.C.I., attuando la strategia gramsciana della conquista culturale della società civile, era riuscito a realizzare nel corso di alcuni decenni.
    E questo disagio riguardava, comunque, non solo l'Italia ma l' Europa e particolarmente la Germania dove il " senso di colpa " legato al fenomeno storico del nazionalsocialismo e dei suoi crimini aveva determinato una rimozione dei misfatti commessi da altre nazioni e nel nome di altre ideologie e, dunque, il rifiuto di una considerazione complessiva dei genocidi e delle violazioni dei diritti umani che hanno segnato questo secolo.
    La tesi di Ernst Nolte sul comune carattere totalitario del nazionalsocialismo e del comunismo sovietico e quelle di Renzo De Felice volte al riconoscimento di una base di largo consenso del fascismo-regime negli anni '30 e della crisi dell'identità nazionale aperta delle vicende dell'8 settembre '43, hanno squarciato la cappa di conformismo che da decenni bloccava l'evoluzione della ricerca storica in Europa. E le polemiche suscitate da queste nuove tesi storiografiche testimoniano della subalternità della cultura " ufficiale" rispetto alle oligarchie politiche dominanti. Poi, i mutamenti geopolitici intervenuti sullo scenario mondiale ( dissoluzione dell'URSS, caduta dei regimi comunisti dell'Est europeo, crollo del muro di Berlino, riunificazione della Germania ) hanno radicalmente innovato il clima storico-culturale, con forti ripercussioni anche in Italia e con la possibilità di ripensare più liberamente la storia europea e italiana di questo secolo.
    Il libro di De Felice "Rosso e nero" -con la rilettura delle tristi vicende dell'8 settembre e la denunzia coraggiosa della crisi dell'identità nazionale apertasi in quel tragico momento- nonché il recente contributo di Sergio Romano sulla guerra di Spagna, sono segni eloquenti dello sviluppo di questa tendenza storiografica che non accetta più di vedere il bene e il male rigidamente divisi, l'uno incarnato tutto da uno schieramento politico-militare e l'altro rappresentato esclusivamente da quello opposto, ma tenta di cogliere la complessità della storia, coi suoi intrecci diplomatici, le sue contraddizioni politiche, i retroscena economici, ma anche i risvolti psicologici, gli stati d'animo, le pulsioni ideali, i crimini e le stragi di tutte le parti in causa del II conflitto mondiale.
    Si delinea, dunque, un nuovo clima culturale, di maggiore autonomia dello studio storico dalle egemonie politiche e culturali consolidate. Ma le cose stanno veramente in questo modo? O non vi sono ancora resistenze, ostracismi, rimozioni che intralciano l'evoluzione della ricerca? Questi interrogativi conducono subito al problema dell'accesso alle fonti storiche e informative.

    2 - In un convegno svoltosi a Roma, presso la Biblioteca Nazionale Centrale, nel gennaio 1997, promosso dall'Associazione Culturale Heliopolis, sul problema dell'accesso alle fonti storiche e informative, vennero denunciati, da parte dei relatori, gli ostruzionismi che -sia nell'ambito degli archivi statali, sia in quelli privati ed anche nell'ambito delle fonti informative- si frappongono tuttora al progresso della ricerca storica in Italia.
    Chi scrive ebbe modo in quel convegno di narrare la storia e le difficoltà del percorso di ricerca che aveva condotto alla consultazione delle lettere di Julius Evola a Benedetto Croce. Era stato necessaria una interrogazione parlamentare sulle resistenze che, inizialmente (la vicenda andò avanti per circa un anno) l'Archivio Croce aveva frapposto alla pubblicazione di quelle lettere (poi pubblicate col suo consenso), come esempio emblematico delle difficoltà della ricerca storica in Italia.
    Emersero poi altri esempi significativi, come quello concernente le difficoltà di accesso alle fonti informative sulle vittime civili dell'attentato di Via Rasella. (E il problema non si limitava alla storia del XX secolo, ma investiva ben altri campi specialistici, come l'archeologia, per la quale il prof. Finzi ebbe a sottolineare il monopolio delle fonti archeologiche che, talvolta, si verifica in certe cerchie specialistiche). Analoghe problematiche vennero affrontate, sempre nel gennaio '97, nel corso di un convegno svoltosi a Napoli sul tema "Revisionismo storiografico e pluralismo culturale", promosso dall'Associazione Culturale Flumen.
    Recentemente, sul Secolo d'Italia del 9/10/98, Luciano Garibaldi ha riportato la testimonianza di una Funzionario, Archivista di Stato, la dottoressa Carucci, la quale denunciava il peggioramento delle condizioni della ricerca storica in Italia, dal momento che l'accesso alle fonti archivistiche riservate -ossia una particolare categoria delle fonti archivistiche- è stato, con una recente disposizione, subordinato all'autorizzazione del Ministero degli Interni, ossia un organo politico che sostituisce la competenza precedente della Giunta Archivistica che era un organo tecnico composto da storici e da archivisti. Come se ciò non bastasse, è stato anche soppresso il parere, in materia, del Direttore dell'Archivio Centrale dello Stato.
    Per cogliere la gravità di queste recenti innovazioni normative si consideri che tuttora le lettere di Claretta Petacci a Mussolini sono coperte dal segreto di Stato poiché, secondo la motivazione ufficiale del provvedimento di segretazione "la signora aveva l'abitudine di occuparsi di affari di Stato". Pertanto, agli studiosi e al pubblico è preclusa tuttora la possibilità di conoscere il contenuto di quell'epistolario.
    Siamo, dunque, in presenza di una problema che è, sì, culturale ma è soprattutto politico, poiché è evidente che un organo squisitamente politico decide di autorizzare o meno l'accesso alle fonti riservate sulla base di criteri politici, cioè della convenienza politica del momento.
    Viene in tal modo gravemente limitata la libertà di ricerca e lo sviluppo degli studi, poiché al potere politico sarà facile far conoscere solo quei documenti " riservati" che è interessato a divulgare, condizionando in partenza la direzione e l'orientamento della ricerca. Il potere politico reagisce, in questo modo, allo sviluppo del revisionismo storiografico, quasi in una sorta di riflesso condizionato, di istinto di conservazione di un equilibrio culturale da difendere a costo di occultare la verità storica, deformare i fatti, disperdere le tracce documentali scomode.
    Ma è lecito chiedersi: i problemi della ricerca storica e del ritardo, della lentezza del suo sviluppo sono esclusivamente questi o ve ne sono altri, interni agli stessi autori delle fonti e in particolar modo agli autori della letteratura memorialistica? Occorre quindi, per dare una risposta a tale domanda, operare una ricognizione delle fonti sul dissenso clandestino nel quadro più generale della storiografia sul fascismo.

    3.1. Chi esamini la letteratura memorialistica sul dissenso clandestino fascista nel Mezzogiorno (1943-1945) e, in particolare, su quello napoletano, noterà agevolmente due caratteristiche: la prima è la lentezza con la quale queste testimonianze-preziose per la ricostruzione storica- sono emerse, sintomo eloquente del clima politico e culturale che ha segnato l'Italia nel lunghissimo dopoguerra dal '45 ad oggi, un clima di paura -per chi aveva combattuto nello schieramento perdente- e quindi di riluttanza a narrare vicende di cui era stato direttamente partecipe o, ancor più, protagonista. Una riluttanza comprensibile perché -a voler parlare chiaro- la II guerra mondiale, considerata sotto il profilo dei suoi effetti politici e militari, ha avuto una durata lunghissima, per circa 45 anni. Si dovranno attendere gli eventi del 1989-1992, per vedere la crisi dell'ordine di Yalta, accentuata poi dalla unificazione tedesca e dalla crisi balcanica.
    L'Italia -che durante la "guerra fredda" era sulla "linea del fuoco" fra i due blocchi- ha risentito fortemente di questa situazione storica. La stessa Costituzione della Repubblica è la risultante della mediazione fra i due filoni politico-culturali che avevano i loro referenti in diversi stati stranieri: l'URSS da una parte, il Vaticano e gli USA dall'altra.
    L'antifascismo, con tutta la sua carica di enfasi, è stato la mitologia e il cemento ideologico della Repubblica, una sorta di " dogma " che condizionava ab origine la cultura nazionale e la stessa produzione storiografica.
    Chi scrive ricorda molto bene lo scandalo e il clamore che accompagnarono, all'inizio, gli studi "eterodossi" di De Felice il quale osava dire che il regime fascista, per un certo arco temporale, aveva aggregato intorno a sé un consenso di massa, argomento, peraltro, non nuovo, già sostenuto dal neofascismo post-bellico, ma che lo storico sosteneva con ben diverso spessore scientifico e con uno sguardo ben lontano dalle passioni ideologiche.
    E' in questo clima che si spiega la riluttanza di molti testimoni a raccontare vicende vissute in prima persona con una precisa e clandestina scelta di campo.
    C'è poi una seconda peculiarità che riguarda i contenuti stessi di questa memorialistica. Dalla lettura dei racconti si evince una gran dovizia di notizie sui profili psicologici e morali dei vari protagonisti, sugli stati d'animo, sul momento del coraggio individuale -poiché il fascismo clandestino al Sud fu soprattutto un movimento di forti individualità- sulle difficoltà e le persecuzioni subite dal movimento. Quello che non appare con chiarezza è la portata e la consistenza dell'attività di sabotaggio delle retrovie angloamericane compiute dai vari gruppi clandestini. Si prenda, ad esempio, la figura del Marchese Marino de Lieto, di cui ci parla l'architetto Antonio De Pascale nella sua memoria. Essa è emblematica della connotazione etica ed estetica del fascismo clandestino nel Mezzogiorno, come movimento di forti individualità che hanno assimilato ed interiorizzato la lezione di d'Annunzio sul rapporto tra estetica e politica e che hanno quindi il culto del "bel gesto", dell'azione individuale nel segno dell'eroismo, del sacrificio; un'azione è "bella"-in quella prospettiva ideologica- perché in essa si esprime e si esalta il valore dell'individuo che si distingue dalla folla.
    Marino de Lieto è un personaggio particolare: ufficiale superiore della Marina Militare, con all'attivo alte onorificenze al valore, guadagnate sempre in battaglia durante la I guerra mondiale in cui si era distinto per "azioni spettacolari".
    Quest'uomo, dopo l'arrivo a Napoli degli angloamericani, inizia una guerra " privata", misteriosa, di cui teneva all'oscuro persino gli amici del movimento clandestino. Si allontanava per intere settimane, senza che nessuno sapesse dove andava e a fare cosa.
    Solo di qualche iniziativa del de Lieto è testimone il de Pascale, ma, per il resto, tutto è, ancora oggi, avvolto nel mistero.
    Se si legge con attenzione la memoria di De Pascale, si scorge non solo per il marchese de Lieto, ma anche per tutto il movimento, nel suo complesso, questa " zona d'ombra", concernente la concreta attività di probabile sabotaggio delle retrovie del " nemico".
    Mancanza di dati, di notizie da riferire o riluttanza a dire tutto?
    Non è un problema da poco, perché la ricostruzione storiografica ha, in questa letteratura memorialistica, una delle sue fonti più preziose, anche se da vagliare con rigore critico.
    La mia personale convinzione -maturata attraverso la lettura di questo tipo di fonti- è che ancora molto ci sia da raccontare al fine di un esauriente inquadramento storico del contributo militare del fascismo clandestino nel Mezzogiorno.
    Ed anche quando si aprono squarci di verità, essi danno luogo a nuovi interrogativi.
    Risulta, ad esempio, dalla memoria di Antonio de Pascale, che gli agenti segreti della RSI venivano paracadutati sui Monti Lattari o nell'area di Licola ma poco o nulla è detto sugli sviluppi di queste operazioni militari (e sulla loro maggiore o minore incisività) che rispondevano, evidentemente, a dei progetti, con obiettivi ben precisi.
    Altro esempio è il racconto del convegno segreto di Montecolino nel libro " Decima Flottiglia nostra..." di Sergio Nesi, ove la dovizia di particolari sui contenuti dell'incontro fra Alleati, Tedeschi ed esponenti militari della RSI non è affiancata da altrettanta dovizia sulle fonti di cognizione atte a documentare la veridicità dell'incontro medesimo. Su questo aspetto, l' Autore rimane nel vago " In quella stanza a Montecolino -egli scrive- la discussione dovette essere certamente animata, ma nulla è trapelato oltre le battute iniziali surriferite filtrate attraverso una porta socchiusa, se non il parere assolutamente negativo che di quel piano diedero i plenipotenziari americani ".
    "Filtrate attraverso una porta socchiusa": una affermazione vaga, forse volutamente imprecisa per far luce su una vicenda importante sia per la storia della RSI, sia anche per inquadrare meglio il contesto politico, diplomatico e internazionale in cui collocare il ruolo e le possibilità del fascismo clandestino al Sud.
    E c'è anche tutto un altro aspetto, non secondario, da approfondire: il fascismo clandestino ha come suoi esponenti i fascisti eterodossi che durante il Ventennio erano stati espulsi o comunque allontanati dal PNF. Sono loro, nel Sud -e non gli ex gerarchi- ad assumersi, in un momento storico difficilissimo, l'onere e i rischi -che vedevano come un "onore"- di guidare il fascismo clandestino: un segno eloquente di discontinuità politica fra il regime fascista e il movimento clandestino '43-'45, a dimostrazione di come questo nuovo fenomeno fosse l' incipit del neofascismo. Il movimento fascista, liberatosi dalla incrostazioni delle mediazioni che lo avevano connotato nel Ventennio, ritornava alle origini ma le sviluppava in modo nuovo, originale, con una accentuazione del momento sociale ( nella RSI), e di quello "etico" ed "estetico".

    3.2. Quanto alle fonti archivistiche esse sono consistenti: rapporti dei CC.RR., dei prefetti e dei Questori, notizie acquisite e trasmesse dai servizi di informazione del Regno del Sud.
    Tutta la letteratura storiografica in materia è ampiamente fondata su questa tipologia di fonti. Basta consultare, ad esempio, i contributi di Giuseppe Conti, per verificare come le note in calce siano piene di riferimenti ai documenti dell'Archivio Centrale dello Stato.
    Occorrerebbe, però, una consultazione capillare dei documenti di quel periodo conservati negli Archivi di Stato dei capoluoghi di provincia dell'Italia Meridionale, per verificare se fossero pervenute ai Prefetti notizie riservate sui vari movimenti e gruppi clandestini del Meridione e, in caso affermativo, in che misura e con quali contenuti. Sarebbe interessante, infatti, avere un quadro più esauriente e dettagliato di questi fermenti politici che connotarono l'Italia Meridionale di quegli anni, anche e soprattutto sotto il profilo militare, dell'attività dei sabotaggi messi in atto contro le retrovie alleate.
    A tale riguardo, una ricognizione dei documenti dell'Archivio di Stato di Caserta -zona probabilmente interessata da atti di sabotaggio- e dell'Archivio di Stato di Napoli -città in cui era, a quanto risulta, il "vertice" del movimento fascista clandestino al Sud, come anche degli Archivi di Stato di altre città meridionali (Cosenza, in particolare, per i documenti del MIF già esaminati in sede accademica ma che meriterebbero una ulteriore ricognizione)- potrebbe risultare molto proficua, anche in caso di una esiguità delle fonti, perché, comunque, contribuirebbe ad avere una visione più chiara della reale entità di questo fenomeno politico. Se sarà il caso, eventualmente, di ridefinirne e ridimensionarne la portata, ebbene lo si faccia, ma è tempo, ormai, di recuperare la verità su questo aspetto poco noto della storia del Mezzogiorno.
    E se, invece, dovessero risultare risvolti sorprendentemente rilevanti di questo dissenso politico, sarà il caso di acquisirli alla memoria storica nazionale.

    3.3 La letteratura, in materia, è ancora esigua: alcune memorie anche di tenore autobiografico, alcuni contributi specialistici molto documentati, ma siamo ancora lontani da una rigorosa, esauriente, ricostruzione globale del dissenso fascista clandestino che sciolga alcuni quesiti centrali, quali il rapporto coi progetti politici della R S I (non è ancora del tutto conosciuto, ad esempio, il contenuto del famoso colloquio fra Mussolini e la principessa Pignatelli a Gargnano nell'aprile del '44 ), il legame fra certi fenomeni di rivolta -quali la Repubblica di Comiso- e i progetti di Pavolini che propugnava la tesi della militarizzazione del partito fascista repubblicano con la formazione di un esercito fortemente ideologizzato (vedi creazione delle Brigate Nere) in luogo dell'esercito nazionale, di impostazione " patriottica ".
    Ed ancora: il grado di collegamento e di unità operativa, di raccordo strategico e tattico fra i vari gruppi fascisti clandestini operanti nel Meridione, il loro rapporto col cosiddetto movimento dei " non si parte", come è stato definito dalla letteratura storiografica in materia; sono tutti interrogativi irrisolti che, in quanto tali, dovrebbero stimolare la ricerca.
    La situazione degli studi storici, in materia, è comunque in evoluzione. Il fiorire delle pubblicazioni, sia nuove che riedizioni di testi da lungo tempo irreperibili, l'affiorare delle testimonianze, gli interventi della stampa con nuovi servizi giornalistici e lo stesso convegno di Napoli promosso dall' I.S.S.E.S. con la partecipazione di studiosi qualificati, sono tutti segni di un rilancio di questi studi e, soprattutto, di un fermento culturale, di una nuova esigenza di riappropriarsi della memoria storica nazionale, ricomponendola nei suoi elementi costitutivi, fra i quali anche il fascismo clandestino del Sud Italia ha un suo ruolo ed un suo preciso rilievo storico.
    Ma non sarà forse proprio questo -nell'odierno panorama culturale- l'aspetto scomodo e non " politicamente corretto"?
    Non sarà, in altri termini, il recupero alla storia di questo fenomeno taciuto dalla storiografia e da tutta la cultura ufficiale post-bellica a costituire un elemento dirompente di consolidati equilibri culturali e politici ?
    Su quali miti, su quali premesse si è fondata la cultura ufficiale in Italia negli ultimi 50 anni ?
    Questi interrogativi ci conducono direttamente ad un nodo cruciale per l'identità culturale italiana.

    4. Tutta la cultura italiana ufficiale post-bellica si è fondata sul "mito" della resistenza, della lotta partigiana antifascista ed antinazista, quale fonte della legittimazione ideologica del nuovo ordinamento istituzionale e politico. Ma questo equilibrio culturale, rimuovendo la memoria storica dell'altro schieramento italiano, quello dei vinti, di coloro che avevano combattuto nella RSI e nelle fila del fascismo clandestino meridionale, ha determinato una lacerazione del tessuto dell'identità nazionale, acuita dal disconoscimento della genuinità delle motivazioni ideali e patriottiche che spinsero molti italiani ad aderire alla RSI o a militare nei gruppi fascisti clandestini del Sud.
    Accanto al "mito" della resistenza, era fiorito, nel '43-'45, un altro "mito", quello del tradimento da parte del Re e di Badoglio, che era anche il mito dell'onore nazionale infranto sia per l'arresto di Mussolini, sia per l'armistizio dell'8 settembre -con tutto il corollario della fuga del Re e dei generali che abbandonarono Roma- sia ancora per la dichiarazione di guerra alla Germania da parte dell'Italia nell'ottobre del 1943.
    Chi si schierò a fianco dei Tedeschi era convinto di salvaguardare l'onore nazionale, la fedeltà alla parola data, propugnando quindi un'etica dell'onore, della fedeltà e della responsabilità che aveva come suo intento fondamentale quello della salvezza della Patria, la cui causa era identificata con quella del fascismo alleato con la Germania.
    Questa ideologia patriottica e questa posizione etica ebbero precise conseguenze sulla connotazione stessa del fascismo clandestino nel Meridione, che si distinse per il rifiuto sistematico a compiere attentati contro il nemico nei centri urbani, per evitare rappresaglie sulla popolazione civile, con una linea di comportamento ben diversa da quella che caratterizzò alcune formazioni partigiane in varie città d'Italia. Il famoso attentato di Via Rasella a Roma -in cui persero la vita anche civili italiani- è molto significativo a riguardo.
    Esempi salienti di questo orientamento del fascismo clandestino meridionale volto ad evitare la guerra civile al Sud, sono la rinuncia a compiere qualunque attentato a Togliatti -di cui si conosceva la residenza, in Via Brogia a Napoli,- e l'abbandono del progetto mirante al rapimento di Benedetto Croce in penisola sorrentina.
    Le direttive di Mussolini al riguardo e la convinta obbedienza ad esse dei gruppi fascisti clandestini del Sud, sono molto eloquenti di questo orientamento "patriottico" eticamente nobile, ma oggettivamente limitativo delle possibilità di azione e di manovra di tutto il movimento fascista clandestino del Sud Italia. E le prove di queste vicende sono ormai acquisite e consolidate nella letteratura memorialistica, dal libro di Francesco Fatica, al memoriale di Antonio de Pascale che nell'ultima intervista rilasciata a Francesco Fatica, ribadisce queste linee essenziali del movimento.
    Orbene, fino a quando la storiografia ufficiale accademica non riconoscerà l'importanza storica del mito del tradimento e dell'etica dell'onore quali chiavi di lettura del fascismo repubblicano -ufficiale al Nord, clandestino al Sud- e non recupererà alla storia la memoria di questo fenomeno clandestino meridionale coi suoi connotati "patriottici ", "etici " ed "estetici" ( pongo questi termini fra virgolette poiché essi, nella prospettiva del fascismo clandestino di quegli anni, assumono una particolare valenza ), non potrà esservi ricomposizione della memoria storica nazionale né una effettiva pacificazione nazionale. E, in mancanza di tutto ciò, non vi saranno le basi per una autentica rifondazione dell'identità nazionale, intesa come consapevolezza che ricomprenda sia il mito della resistenza che quello del tradimento, ossia la autenticità, lo schietto convincimento degli Italiani di entrambi gli schieramenti.
    La verità è che il "mito" del tradimento si è tramandato nel corso delle generazioni andando a fondare, in termini culturali, un'altra Italia, un'Italia marginalizzata, rimossa, disconosciuta ma pur sempre reale, pur sempre vitale e che, in quanto tale, ha titolo, storicamente ed eticamente, ad essere parte integrante dell'identità nazionale.
    Una Nazione non può occultare o pretendere di distruggere una parte delle sue radici e delle sue memorie: un popolo che sia davvero maturo e che voglia proiettarsi verso l'avvenire fa i conti col proprio passato, conserva la sua memoria e nella ricomposizione dell'identità nazionale supera le antiche lacerazioni. E questo "mito" del tradimento, nonché l'etica "patriottica" che segnò il fascismo clandestino del Meridione hanno anche una funzione fondante la nuova identità meridionale nel quadro più ampio di quella nazionale, perché consentono di superare una visione di comodo del Meridione -consolidatasi dall'unità nazionale in poi- come una realtà segnata dal sentimento della sconfitta di fronte all'invasione dello straniero; il Meridione, quindi, come emblema della passività, della rinuncia, della rassegnazione.
    Recuperare alla storia la memoria e la connotazione "etica" del fascismo meridionale clandestino negli anni della occupazione angloamericana, significa dare un prezioso contributo per far maturare la consapevolezza di tutta una antica tradizione meridionale di vitalità, di coraggio, ma anche di indipendenza mentale e morale rispetto alle invasioni ed ai modelli culturali stranieri.
    E' una operazione culturale fondamentale per enucleare, su nuove basi, l'identità culturale del Meridione d'Italia.

  3. #3
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    Predefinito Il Gruppo "a Noi" Di Palermo

    Intervento di Lorenzo Purpari
    Lorenzo Purpari esercita a Palermo la professione di medico-chirurgo. E' componente del Comitato Centrale della Federazione Italiana dei Medici di Famiglia E' impegnato in attività culturali.


    Vorrei portare il contributo di quello che è stato il sorgere spontaneo di gruppi "antibadogliani" in particolare a Palermo all'indomani del 25 luglio 1943.
    All'epoca dello sbarco in Sicilia ( 10 luglio) io mi trovavo in un paese in provincia di Messina. Insieme ad altri giovani mi recai nel paese accanto dove sapevo che c'era un dirigente del GUF di Palermo per chiedere che cosa dovessimo fare e ci fu detto che c'erano i gruppi volontari dei "Vespri" per l'estrema difesa ed era in costituzione una organizzazione paramilitare. Dovevamo restare in attesa di istruzioni. Il dirigente del GUF si recò a Palermo e trovò il vuoto; nessuna possibilità di avere ordini. Naturalmente restammo tutti un po' delusi anche per avere assistito dopo poco più di un mese al passaggio degli americani. Ma la cosa molto grave per noi, dal punto di vista psicologico era che si diceva in giro che gli alti comandi facessero trasparire una totale sfiducia sull'esito del conflitto; "tornatevene a casa", " è inutile combattere", "tutto è finito" erano le frasi che si sentivano.
    Questo però, per la verità, non da parte di tutti: Ci furono tanti militari siciliani che passarono lo stretto e si batterono con valore anche dopo.
    Comunque noi ci ribellammo a questi sentimenti di resa e ci organizzammo. Eravamo tutti ragazzi. Io avevo 15 anni. Gli altri avevano al massimo qualche anno di più. Ci organizzammo con un sistema molto razionale, non un sistema a piramide ma ci organizzammo a catena per evitare di essere scoperti: il collegamento andava solo verso l'alto o verso il basso. Nel caso che un anello fosse venuto a mancare, la catena si fermava ma si salvavano la più parte dei componenti. Tutto era fatto molto razionalmente. Non c'era neppure coordinamento con altri gruppi. La segretezza era molto alta, ho scoperto chi fosse il capo responsabile del gruppo al quale appartenevo solo quando, nel gennaio '45 lanciammo il primo numero del nostro giornaletto "A NOI!", stampato in clandestinità nei sotterranei della Banca d'Italia di Palermo. Il giornale fu diffuso al cinema "BIONDO" dove si proiettava " Il dittatore". Il giornale continuò ad uscire anche dopo che noi, ad opera di una spia infiltrata, fummo arrestati nel febbraio'45. Alcuni furono latitanti, altri fecero alcuni mesi di carcere,ma, mentre noi eravamo latitanti o arrestati, il giornale continuò ad uscire per altri due numeri. A Palermo quasi tutti i gruppi agivano sul piano propagandistico e dimostrativo nel senso che si faceva leva sulla presenza di gruppi NON armati perché dal nostro punto di vista l'attività combattente era solo sul fronte e chi voleva combattere cercava di recarsi nella RSI.
    C'erano invero due gruppi che mettevano qualche bomba dimostrativa. Una bomba fu fatta scoppiare al Cinema Olimpia di Palermo durante la visione del film " il dittatore", poi gli altri erano atti dimostrativi.
    Molto spesso singolarmente o a piccoli gruppi sostenevamo le nostre idee a viso aperto nelle scuole o nell'università e certamente tantissima gente ci seguiva sul piano dell'adesione propagandistica. Ma per i gruppi clandestini tutto era molto segreto come ho già detto. Neppure coloro che agivano sapevano che fossero tutti i componenti del gruppo. L'immissione nella rete clandestina veniva fatta solo nel momento in cui c'era l'assoluta certezza della capacità di mantenere il segreto perché ritenevamo di non dover correre rischi inutili. Alla fine ci fu l'infiltrazione di una spia dell'Intelligence Service (l'unica donna che avevamo organizzato) ma nonostante tutto riuscimmo a salvare dall'arresto alcuni di noi.
    C'è un discorso che verrei porre all'attenzione di questo congresso. Contesto con forza che per quel che riguarda la Sicilia gli invasori anglo-americani fossero accolti con le festose accoglienze di cui parlò la propaganda badogliana.
    Al contrario ci fu un atteggiamento di dignitosa diffidenza. Non risultano assolutamente episodi di esultanza.
    Per quanto riguarda il problema dei " NON SI PARTE " di cui si è molto parlato io qui dico questo: i moti dei "NON SI PARTE" in Sicilia ebbero sempre il contributo di gente della nostra parte sia che riguardasse movimenti contro il servizio di leva, sia che riguardasse movimenti di resistenza ai bandi alleati.
    Palermo ebbe anche un morto di origine nostra anche se non direttamente " organizzato" nelle nostre fila. L'unico movimento palese di ribellione del quale ritengo che ci si possa prendere la paternità è la Repubblica autonoma di Comiso-Vittoria, il cui esponente principale fu Salvatore Cilia che ebbe una caratterizzazione più chiara e più palese della posizione dei fascisti organizzati.
    Su questo io ritengo che bisogna cercare di andare a fondo per arrivare al sedimento.
    Riguardo agli altri movimenti io posso dire che quello di Piana degli Albanesi certamente non era un movimento che potesse essere ispirato da noi perché Piana degli Albanesi era una roccaforte di sinistra, anzi proprio a Piana degli Albanesi nel '22 avevamo avuto un morto, Gigino Gattuso. Su questo non ci sono dubbi anche perché a Piana degli Albanesi avevamo un nostro camerata, medico, che certamente ci avrebbe avvertito ed invece lo ha sempre escluso.
    Rapporti del fascismo con il separatismo posso negarli nella maniera più assoluta. Vorrei ricordare che il 21 aprile del 45 ( data scelta da me) i nostri giovani fecero una manifestazione per l'unità d'Italia nel corso della quale distruggemmo la sede del MIS Movimento Indipendentista Siciliano. La distruggemmo perché provocati ma la manifestazione andò avanti per conto suo e si concluse a Piazza Politeama con un comizio di Angelo Nicosia, che tutti voi conoscono e che aveva allora 18 anni. Gli altri gruppi non furono mai presi, solo noi, che eravamo 20/25, avemmo degli arresti.
    Un gruppo di Palermo agì addirittura sotto la copertura del Gruppo Giovanile del Partito d'Azione di Palermo e ciò si iscrissero tutti al Partito d'Azione ed uno di loro diventò segretario provinciale del Partito d'Azione. Ricordo che un altro giovane azionista ( vero) si lamentava che in quella sede di partito si faceva solo politica fascista anziché l'antifascismo professato dagli azionisti.
    Una ultima cosa vorrei dire: la nostra militanza non sempre è stata ortodossa in difesa dei valori ideologici legati esclusivamente al fascismo.
    I gruppi nacquero come atto di difesa di valori essenziali che significavano la patria, che significavano l'onore, che comprendevano tantissime istanze tutte scaturenti dal desiderio di non volere cedere al nemico invasore nel momento in cui la patria era in pericolo. Noi tutti abbiamo sentito questa esigenza. Eravamo ragazzi, la visione ideologica di molti di noi venne elaborata poi, negli anni successivo ma il nostro legame erano certamente quei valori che erano stati esaltati dal fascismo.
    Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di parlarvi di questi miei ricordi e spero che questi argomenti saranno oggetto di un convegno da tenersi all'ISPE di Palermo.


    NOTA
    Giuseppe Conti nello studio intitolato "La RSI e il Fascismo clandestino nell'Italia liberata dal settembre 1943 all'aprile 1945" contenuto nel n° 4-5 dell'ottobre 1979 della rivista "Storia Contemporanea" diretta da Renzo De Felice, pur con qualche inesattezza originata dalle fonti archivistiche, a pag. 1007, così scrive: "Ricordiamo i giovani del Gruppo di Palermo "A NOI", cosiddetto dal nome del giornaletto che essi diffusero tra gennaio e febbraio '45. Il gruppo, sorto nelle giornate dei moti, era composto di almeno 19 persone, tutti studenti meno uno, in età compresa fra i 16 e i 19 anni; fermati tra l'11 febbraio e l'inizio di marzo, furono tutti denunziati al Procuratore del Regno presso il Tribunale militare di Palermo sotto l'accusa di essersi " organizzati ed ancora tra loro per svolgere propaganda fascista"", nelle relative note: ACS, Min.Int.Gab.1944-'46 b.80, f.6812. RP Palermo, 7 marzo'45. Del giornale, che recava come sottotitolo la dicitura "Foglio del Partito Fascista Repubblicano - Sezione di Palermo", furono diffusi i primi due numeri, ciclostilati. Il numero uno, del 9 gennaio, conteneva un editoriale e tre brevi articoli. Gli argomenti, i soliti: esaltazione dell' "onore" dimostrato dagli uomini di Salò mantenendo fede alla parola data, attacchi ai "traditori" e ai "democratici" servi dello straniero, arbitrariamente investitisi di una illegittima signoria, ecc.

  4. #4
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    Predefinito Fascismo Del Sud E Venezia Giulia

    Comunicazione di Paolino Vitolo


    Nel 1943 l'Italia perse la guerra ed anche l'unità. Per semplificare lo studio e agevolare la comprensione dei turbolenti avvenimenti di quell'anno terribile e di quelli che immediatamente seguirono, gli storici hanno sempre parlato di due stati italiani: il cosiddetto Regno del Sud, formalmente sottoposto all'autorità del re Vittorio Emanuele III, transfuga a Brindisi col governo del generale Badoglio, e la Repubblica Sociale Italiana, soprannominata con intento dispregiativo Repubblica di Salò, fingendo di ignorare che nella ridente cittadina in riva al lago di Garda avevano sede soltanto alcuni ministeri del governo della Repubblica, e nemmeno i più importanti.
    In realtà le forze in campo erano molto più numerose e variegate; fu anzi quello un periodo in cui la naturale tendenza individualistica degli italiani poté trovare il massimo sfogo, non sentendosi essi vincolati più ad alcuna autorità, visto che quello Stato, che, pur dopo molti tentennamenti, aveva deciso di entrare in guerra tre anni prima, si era ormai sciolto come neve al sole. Comunque una distinzione tra Nord e Sud appare chiarissima fin dal primo momento. Al Sud, occupato dalle truppe degli Alleati sbarcati prima in Sicilia poi ad Anzio, il governo di Badoglio, costituiva l'unica scelta “regolare” possibile. Esso era sostenuto dalle truppe vittoriose degli anglo-americani e quindi, nonostante fosse basato sul tradimento del primo alleato tedesco e nonostante fosse chiaramente succubo del potere degli occupanti, riceveva da questi ultimi la propria pur se vergognosa legittimazione. Al Sud insomma ogni diversa tendenza o organizzazione era comunque predestinata alla clandestinità. Sia ben chiaro che ciò non significa che il Regno del Sud fosse uno Stato indipendente e sovrano; il vero potere era infatti nelle mani degli alleati anglo-americani, non solo sostanzialmente su tutta l'Italia meridionale, ma addirittura formalmente su tutte le province diverse da quelle di Bari, Lecce, Brindisi e Taranto. Infatti, mentre queste ultime costituivano formalmente il Regno del Sud, la Sicilia la Calabria e tutte le altre regioni meridionali, a mano a mano che venivano occupate dagli alleati, entravano sotto la giurisdizione del cosiddetto AMGOT (Allied Military Governement for Occupied Territories), dove il governo Badoglio non godeva neanche del simulacro di potere che gli veniva attribuito in Puglia.
    Al Nord invece si verificò per un certo tempo un vuoto di potere, almeno dal punto di vista italiano. Con la fuga del re, l'Italia settentrionale rimase automaticamente senza un governo regolare; restavano le truppe tedesche che ancora tenevano saldamente gran parte del territorio, ma non c'era più una vera e propria organizzazione statale. Tutto era affidato alla volontà e alle tendenze politiche dei singoli: troppo poco per evitare il caos. Era indispensabile creare qualcosa che riempisse il vuoto, prima che l'unica forza regolare ancora presente, l'esercito germanico, prendesse completamente le redini di un territorio, che dopo il vergognoso voltafaccia dell'infido alleato, poteva considerare a ragione sua terra di conquista. Infatti, dopo appena tre giorni dall'8 settembre, e precisamente l'11, il feldmaresciallo tedesco Kesserling emanò un'ordinanza in cui si dichiarava che tutto il territorio italiano veniva assoggettato all'esercito germanico. Mussolini quindi fece l'unica scelta possibile: come il capitano di una nave in pericolo egli preferì rimanere al suo posto, anche se dal punto di vista personale sarebbe stato più facile e più conveniente abbandonarlo. Il suo sacrificio eroico consistette proprio nell'aver creato uno Stato intorno a cui si potessero aggregare volontariamente tutti gli italiani che ancora credevano nella Patria; e la parola “volontariamente” è sottolineata proprio perché nulla obbligava o aveva obbligato i giovani che fecero quella scelta ad abbracciare una causa che appariva già in partenza senza speranza. L'unico motivo poteva essere, e in effetti era, la volontà di salvaguardare l'onore della Patria. La R.S.I. fu insomma la prima repubblica italiana e l'unico stato italiano sovrano in quel periodo, alleato e non succubo dei tedeschi, a differenza del Regno del Sud, che valendo ancora il regime di armistizio (resa incondizionata), non era un governo sovrano, ma completamente sottoposto ai vincitori anglo-americani. Questa non è un'affermazione di parte, ma è la sintesi di una sentenza emessa molto dopo la fine della guerra, il 26 aprile 1954, dal Tribunale Supremo Militare.
    Comunque, uno dei problemi fondamentali e più sentiti da tutti quelli, che non badavano soltanto a salvare se stessi, ma avevano a cuore anche il futuro della nazione italiana, era la salvaguardia dei confini nazionali. Questi sembravano tutti in pericolo, ma certamente la pressione maggiore si avvertiva sul confine nord orientale, dove i partigiani iugoslavi di Tito, appoggiati dalla Russia, cercavano di occupare la maggiore estensione possibile di territorio italiano, spingendosi ben più all'interno della Dalmazia e dell'Istria. Si poteva notare infatti che le truppe di Tito, con la loro violenza e pressione incessante, tendessero a risolvere a favore della sola minoranza slava il problema sempre presente delle minoranze etniche dell'Istria e della Dalmazia. Fin dai tempi della Repubblica Serenissima di Venezia la popolazione della costa era quasi completamente italiana, con una piccola minoranza slava specialmente a Fiume. All'interno invece era presente l'elemento slavo, anche se per la maggior parte perfettamente integrato nell'organizzazione statale italiana. L'azione di Tito e della Russia, dettata non solo da problematiche etniche, ma anche politiche, tendeva a trasformare la minoranza slava della costa in maggioranza, costringendo gli italiani, come effettivamente avvenne, ad abbandonare le loro case ed i loro beni nelle mani dei montanari slavi. Ovviamente tutto questo poté avvenire perché gli slavi instaurarono un regime di terrore, con i ben noti episodi di genocidio, che videro ben 35.000 italiani soccombere e scomparire nelle foibe carsiche.
    Della situazione erano consapevoli sia i combattenti italiani del Regno del Sud che della RSI al Nord. Ma né gli uni né gli altri potevano intervenire direttamente. Gli italiani del Sud erano inquadrati di fatto come cobelligeranti agli ordini dei generali americani e inglesi, e nonostante ciò, a causa del recente tradimento dell'alleato germanico, erano guardati con sospetto dagli stessi nuovi alleati. Questi ultimi peraltro, essendo essi stessi alleati della Russia e quindi della Iugoslavia, non avrebbero mai potuto decidere qualsiasi azione a danno di questa per favorire i cobelligeranti italiani. Al Nord, anche se apparentemente gli interessi della RSI e dei tedeschi potevano sembrare coincidenti, qualunque azione dell'esercito germanico, che pure resisteva a Tito nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, era dettata da interessi che prescindevano completamente dalla salvaguardia del territorio nazionale italiano. Inoltre anche al Nord i tedeschi non si fidavano degli italiani e quindi la RSI finiva per avere soltanto la funzione, peraltro fondamentale, di assicurare una sovranità ed uno Stato italiano su territori che altrimenti sarebbero stati campo di battaglia e provincia germanica.
    A questo punto appare chiaro che qualunque azione tendente a proteggere i confini orientali della Patria poteva partire solo da organizzazioni patriottiche clandestine. E poiché al Nord i patrioti italiani aderivano alla RSI, le organizzazioni clandestine in questione potevano essere solo quelle fasciste del Sud. Perché queste ultime potessero esercitare la loro azione anche al di fuori delle regioni meridionali erano necessari dei collegamenti, segreti e clandestini anch'essi. Il compito di concretizzare questi collegamenti toccò a dei reparti scelti della Marina italiana, che, per il fatto di trovarsi dislocati su tutto il territorio nazionale al momento della tragica divisione dell'Italia nel '43, costituirono automaticamente un collegamento tra Nord e Sud. I reparti in questione furono in particolare i Nuotatori Paracadutisti e la X Flottiglia MAS, ma è ovvio che la loro azione non fu dettata soltanto dall'aspetto logistico o da circostanze fortuite, ma soprattutto dall'amor di patria che animava questi semplici e puri eroi. In particolare la X Flottiglia MAS, grazie al suo comandante principe Junio Valerio Borghese, prese in mano le redini della situazione e, pur avendo la propria sede nel Nord, fece da tramite fra i Fascisti del Sud e gli italiani della RSI e anche i tedeschi e gli alleati anglo-americani. Il principe Borghese non era certamente un gerarca fascista né un rappresentante dell'apparato di regime; i suoi princìpi ideali lo portavano in quei bui momenti a guardare innanzitutto al futuro dell'Italia, al fatto che gli italiani, anche se al momento divisi e purtroppo nemici, avrebbero dovuto ritrovare domani una Patria comune, in un tempo di pace futuro. A conferma e compendio della sua attività basti ricordare il convegno segreto da lui organizzato presso l'idroscalo di Montecolino, sul lago di Iseo, sede di una base della X Flottiglia MAS e vicinissimo alla residenza della sua famiglia. Il convegno fu sollecitato tra l'altro nientemeno che da Churchill, da sempre in trattative segrete con lo stesso Mussolini. Esso si svolse il 16 novembre 1944 e vi parteciparono anche alti ufficiali tedeschi, inglesi e americani e l'oggetto fu la presentazione di un piano segretissimo che avrebbe completamente cambiato l'aspetto dell'Europa del dopoguerra. Il piano era stato elaborato dallo stesso Churchill e prevedeva il riconoscimento della RSI e la stipula di un armistizio con la stessa, il rovesciamento del fronte delle armate americane e inglesi in Italia non più contro l'esercito tedesco ma contro la Russia, l'appoggio delle armate tedesche in Italia e delle divisioni italiane a queste azioni. La lungimiranza politica dello statista inglese, che, dando prova anche in questo caso del suo intuito politico e del suo spregiudicato opportunismo, aveva capito in anticipo da quale parte stesse il vero nemico, non fu però corrisposta dagli alleati americani, che bocciarono in toto le proposte, in omaggio alla lealtà all'”amico” Stalin.
    E' da notare peraltro che questo atteggiamento degli anglo-americani, che vedeva gli inglesi più favorevoli a queste problematiche prettamente italiane di quanto non lo fossero gli americani, è da ritenersi una posizione di vertice. A livelli operativi infatti questa tendenza appare addirittura opposta: i servizi segreti americani e precisamente l'OSS era e si comportava in modo assolutamente anti-comunista, per cui agiva concordemente agli interessi italiani al confine orientale. Al contrario gli ufficiali e gli agenti inglesi si dimostrarono sempre molto diffidenti nei riguardi degli italiani, evitando addirittura di utilizzare le nostre forze armate in settori strategici nel periodo della cobelligeranza. Anzi, l'atteggiamento degli ufficiali inglesi ebbe a volte conseguenze drammatiche, come quando il comandante della brigata partigiana Osoppo, costituita quasi completamente da Alpini italiani, chiese ai Nuotatori Paracadutisti di unirsi per fare fronte comune contro le truppe di Tito che stavano occupando l'Istria e la Venezia Giulia. Questi contatti furono resi noti ai comunisti dalla delazione di alcuni ufficiali inglesi; la conseguenza fu che i partigiani comunisti provocarono volontariamente la strage fratricida di Porzus, bloccando sul nascere ogni tentativo di accordo per fermare gli slavi. Questo episodio è stato narrato pochi anni fa in un film, intitolato appunto “Porzus”, la cui veridicità è confermata dal fatto che la critica di sinistra fece di tutto per stroncarlo.
    Comunque, anche se il convegno di Montecolino, ancora in gran parte avvolto nel mistero, ha il fascino delle cose che non si sono realizzate, esso rappresenta solo un aspetto di un'azione molto più vasta, che può essere sinteticamente identificata con il piano dell'ammiraglio De Courten. Questo piano aveva essenzialmente due obiettivi: salvare le industrie del Nord da eventuali rappresaglie tedesche e salvare la Venezia Giulia dall'occupazione degli slavi di Tito. De Courten stava al Sud mentre l'esecuzione del piano doveva per forza di cose essere affidata a chi invece stava al Nord, cioè al comandante Borghese e a alla X MAS. Furono molti gli emissari che clandestinamente attraversarono le linee e si recarono dal comandante Borghese per concordare queste azioni, ma per la maggior parte quest'ultimo aveva già provveduto autonomamente e di sua iniziativa. Basti ricordare la difesa degli impianti della FIAT a Torino e delle installazioni del porto di Genova nonché di Porto Marghera, dove alcuni uomini “Gamma” riuscirono a disinnescare i contatti elettrici delle mine deposte dai tedeschi. Per quanto riguarda invece la difesa della Venezia Giulia, Borghese aveva già inviato a Trieste il comandante Lenzi della X MAS per organizzare lo sbarco della marina del Sud, che sarebbe dovuto avvenire con reparti del battaglione San Marco e con l'utilizzo di sole navi italiane e con la protezione del gruppo di artiglieria “Colleoni” della divisione “Decima”. A questo proposito erano già stati raccolti circa 5000 volontari tra le Forze Armate del Sud.
    Il piano De Courten era segretissimo, ignoto al governo italiano del Sud e allo stesso comando militare italiano. In effetti esso era stato elaborato dal comando in capo dell'VIII armata britannica, in perfetta sintonia col primo ministro Churchill, e lo scopo precipuo della sbarco a Trieste, non essendo certo quello di favorire gli interessi italiani, era semplicemente quello di aprire un varco verso l'Austria e la Cecoslovacchia, in modo da arrivare a Berlino prima dei Russi. La segretezza era richiesta dal fatto che l'atteggiamento molto più ingenuo e meno lungimirante degli Americani non poteva essere che avverso a un piano del genere, in perfetta sintonia con quanto avvenne in effetti a Montecolino. Gli americani insistevano a rispettare gli accordi e le spartizioni decise a Yalta, mentre i vertici inglesi, forse perché europei e quindi più vicini al vero nemico, già avevano capito quello che poi sarebbe diventato evidente con il sorgere della cosiddetta guerra fredda.
    Questi intrighi imponevano la massima segretezza e l'utilizzo di spie e clandestini, che potevano essere reclutati solo tra le forze scelte del Sud. L'eroismo e l'italianità di questi uomini li spingeva a lavorare perché queste azioni, ideate per una causa diversa, potessero ottenere come risultato anche la salvezza dei territori italiani orientali. In questo senso, e solo in questo, la politica inglese e quella dell'Italia, quella vera, paradossalmente concordavano. Ma lo sbarco purtroppo non si fece. Infatti, anche se i vertici inglesi (Churchill in primo luogo) e alcuni ufficiali americani (ma non il presidente Roosevelt, purtroppo) avevano già capito che il vero nemico ormai si trovava a Est e che era folle continuare ad appoggiarlo, la speranza che gli schieramenti in campo potessero essere stravolti e modificati secondo quanto previsto dal piano De Courten o dagli accordi di Montecolino era quanto meno audace. Risulta infatti da documenti dell'epoca della Marina del Sud che il comandante Borghese e la sua X MAS erano considerati elementi pericolosi e poco affidabili dai vertici alleati che detenevano effettivamente il potere nell'Italia meridionale. Un loro eventuale intervento poteva essere ammesso solo in chiave anti-tedesca e si pretendeva persino che per partecipare all'azione rinunciassero ai loro vessilli e alle loro insegne. Inoltre un'alleanza militare con la R.S.I., che gli alleati vedevano ancora come l'erede dello Stato fascista di un tempo, avrebbe provocato una rottura immediata con i russi. Cosa che, come la storia insegna, avvenne poi ugualmente; ma gli alleati, e in particolare gli americani, non se la sentirono di fare il primo passo, lasciando che fosse Stalin a mostrare il suo vero volto a guerra finita.
    E così gli eventi precipitarono verso gli esiti che sappiamo, ma almeno l'intensa azione clandestina fece sì che le richieste slave, ufficializzate al tavolo della pace, non venissero accolte. Infatti, all'inizio del 1946, cioè a guerra abbondantemente finita, le rappresentanze delle quattro potenze vincitrici cercarono di definire la questione del confine italo-iugoslavo. Le richieste iugoslave prevedevano una linea di confine addirittura molto più a ovest del corso dell'Isonzo, per cui città come Gorizia, Trieste, Monfalcone, Cividale e Grado sarebbe state inglobate nel territorio iugoslavo. Mentre l'Unione Sovietica appoggiava quasi completamente queste richieste, gli alleati occidentali si mostravano molto più clementi nei riguardi dell'Italia. In particolare gli Stati Uniti prevedevano che solo Fiume, Abbazia e le zone interne dell'Istria nonché naturalmente tutta la Dalmazia finissero in mano iugoslava, mentre invece gli inglesi furono più duri, confermando il fatto che tutte le azioni segrete del piano De Courten e di Montecolino non erano certo dovute a benevolenza nei nostri riguardi. E l'Italia, anche se con lunghi e faticosi sforzi e con il sacrificio di altre vittime innocenti, riuscì almeno a salvare Trieste e quel piccolo entroterra che fu in seguito denominato Zona A.
    Questo risultato, certamente non trascurabile anche se solo parziale, lo si deve anche all'azione dei clandestini fascisti, che, mantenendo fede all'alleanza con il popolo tedesco, difesero l'onore d'Italia e conquistarono la stima e l'ammirazione del nemico, che invece disistimava profondamente Badoglio e i badogliani. Quegli americani e quegli inglesi, che avevano imparato ad aver fiducia nei sentimenti anticomunisti di una falange di uomini di élite capaci di mantenere la parola data e di costituire la spina dorsale dell'anticomunismo in Italia, si stavano preoccupando sempre più seriamente del brutale espansionismo comunista verso ovest. Essi ritennero che si poteva ancora aver fiducia in quell'Italia nata dalla sconfitta (e prona davanti al P.C.I.), proprio per la presenza di quella schiera di uomini capaci di combattere il comunismo non solo con le armi della politica, ma anche con tutti gli altri mezzi e senza mai scendere a patti. Pertanto proprio quegli americani e inglesi contrastarono gli altri anglosassoni, che superficialmente volevano appoggiare Tito in tutte le sue deliranti richieste, e intervennero intelligentemente affinché l'Italia non subisse una punizione ancora più grave.

  5. #5
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    Predefinito Riflessioni Sulla Attivita' Clandestina Al Sud

    Relazione di Antonio de Pascale


    Intervengo con l'intento di esporre il fine che intendevamo raggiungere con la nostra partecipazione alla lotta clandestina. Premetto che mi propongo, per quanto mi riuscirà, di non trattare dell'operato dei singoli o di gruppo, sono del parere che chi desidera maggiormente essere aggiornato sull'argomento potrà desumere le notizie dagli archivi, dalle procure giudiziarie o, con le dovute precauzioni, dai giornali dell'epoca, verrà così introdotto in un quadro più aderente alla realtà, non deviata da emotività o da personalismi.
    Mi limito a trattare del movimento di lotta clandestina in Campania, di cui Valerio Pignatelli fu il capo e l'animatore, particolarmente per il suo grande carisma. Qui in Campania egli scelse come suoi fiancheggiatori alcuni suoi fidati amici, tra cui il col. Guarino, suo stimato compagno d'Arma, nel Corpo degli Arditi di Guerra sin dalla Guerra 14/18, singolarissima persona, modesto quanto mai, mite, superdecorato di guerra, eroico coraggioso soldato; l'avvocato Nando Di Nardo anch'egli Ardito di Guerra, valoroso combattente nella campagna di Grecia, estremamente dignitoso, ferito gravemente in azione con sensibili postumi, che forse spiegano la sua prematura dipartita, mio affezionato fraterno amico; inoltre il sottoscritto.
    Valerio Pignatelli (per noi "Pigna") giunse qui a Napoli alcuni mesi dopo l'otto Settembre, in quanto precedentemente aveva organizzato il Movimento Clandestino in Calabria, che poi si estese in molte zone dell'Italia Meridionale, collegandosi con gruppi spontanei.
    Debbo fare un passo indietro, quei noti, tristi, ignominiosi eventi che si conclusero col vergognoso armistizio piombarono sulla totalità del popolo italiano come fulmine a ciel sereno; posso affermare però che per molti di noi non fu così, principalmente per coloro che erano impegnati nelle campagne di guerra, più precisamente per coloro che erano al fronte, in una "guerra guerreggiata". Molti di noi per vari fatti, che a volte ci impegnavano anche di persona, cominciammo ad intuire, subodorare che aleggiava qualcosa di anomalo. Fatti che al momento potevano anche apparire come errori di percorso; alcuni però erano evidenti atti di tradimento, altri erano azioni compiute per scoraggiare e disorientare il soldato. So che è bene non sottrarre tempo altrimenti sarebbe utile approfondire casi veramente umilianti e frastornanti, che dovevamo sopportare, Atti promossi anche subdolamente, per scardinare le istituzioni di uno Stato in guerra, come pure per disorientare la gente. Tali fatti -particolarmente per noi militari, chiamati a vari impegni- ci costernavano enormemente; su di essi insistentemente ci interrogavamo, volevamo sapere cosa di non ben definito stava avvenendo, volevamo reagire, fare qualcosa. Cosa?
    Cominciammo in pochi pian piano ad organizzarci, per quanto possibile. Non riuscivamo a sopportare supinamente tale stato di cose. Cominciammo a riunirci in organizzazioni, col rischio anche di essere additati come nemici della Patria. Logicamente queste prime organizzazioni furono segrete. Io, ad esempio, reduce dalla campagna di Grecia, perchè ferito gravemente, degente all'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, che accoglieva molti mutilati, mi affiliai, con altri fidati commilitoni, ad una organizzazione voluta dalla Medaglia d'Oro Ettore Muti, eroe dell'Aria. Muti era riuscito a conoscere quanto di grave si tramava ai danni della Nazione e conosceva i capi della congiura. Egli, fedele servitore della Patria, fedelissimo del Duce, voleva decisamente agire con ogni mezzo per arginare tale grave minaccia. Era deciso a tutto, ricordo, e con lui anche molti dei suoi affiliati. Il nome di Muti era noto solo a pochi suoi fedelissimi. Il fine da raggiungere era quello di sradicare dai posti di comando quei pochi noti traditori, se necessitava anche in modo cruento.
    Io, con l'incarico di estendere l'organizzazione nell'ambiente a me familiare, mi recai a Napoli, col permesso dei sanitari date le mie cagionevoli condizioni di salute. Qui riuscii ad affiliare miei fidatissimi amici, tra cui Nando Di Nardo, Guido Bolognesi, Lello Balestieri, Ninì Sorrentino, Vito Videtta.
    Per inciso, l'azione da noi preordinata non giunse a compimento, in quanto coloro che tramavano furono più lesti di noi dando corso alla nota, incresciosa seduta del Gran Consiglio del Fascismo, del 25 luglio. Forse essi avevano anche subodorato dell'attività di Muti. L'organizzazione voluta da Muti rimase però attiva ed allerta anche dopo la tragica fine di Muti. E' nota la tragica maniera in cui fu trucidato. Era un puro, onesto e coraggioso quanto mai.
    Nel triste periodo compreso tra il 25 luglio e l'occupazione anglo-americana di Napoli, assistemmo a fatti dolorosi che non esito a definire vergognosi. Dopo il 25 luglio dovemmo vedere, con disgusto, tanta gente che voleva ad ogni costo crearsi una verginità politica; molti si affrettavano a strappare dagli indumenti il distintivo del partito, a bruciare frettolosamente la camicia nera e l'orbace, che forse avevano indossato anche la notte prima. Si scatenò nelle strade un'accozzaglia di gente scalmanata, trascinati dal fecciume, compiendo una vergognosa e vigliacca caccia al vecchio fascista; in più costoro si agitavano a strappare, divellere dai muri ogni simbolo del fascismo, distruggendo tutto ciò che onorava anche eventi di storia patria e, quanto di più grave, le lapidi che onoravano gloriosi eroi della Patria. Noi, per quanto potevamo, tentammo di arginare tale vergognoso scempio, schierandoci a protezione di tali simboli rischiando di persona. Al tempo eravamo giovani e, se anche malconci, poco badavamo al pericolo. Vito Videtta lo potrebbe ricordare, se non fosse venuto a mancare per mano fratricida.
    Con l'otto settembre e il vergognoso armistizio, nell'interregno, noi tentammo con ogni mezzo, con le esigue nostre forze, di evitare lo scoppio di una inutile e criminale guerra civile. A poco valse la nostra opera, vi era gente troppo facinorosa, ansiosa di protagonismo (mi risparmio altro termine più qualificativo). Il nostro intervento forse servì solo per farci conoscere e quando venne il momento, per farci additare al "liberatore". Il loro intervento servì unicamente a creare lutti, lutti nelle famiglie già in gramaglie per gli eventi della guerra e per i bombardamenti a tappeto degli americani; servì a molti di quelli per lavare vecchi rancori e riprendere quell'ignobile caccia all'uomo, questa volta anche contro sparuti gruppi di sbandati soldati tedeschi.
    C'è da chiedersi: in quei tristi giorni dove erano le autorità, i generali, i comandanti delle Grandi Unità? Salvo alcuni casi sporadici, diciamolo: tutti scappati. Succeda ciò che succede io salvo la mia pelle; questo era il pricipio che dominò in costoro. Purtroppo anche la voce del Clero non si fece sentire, quando proprio in quei momenti avrebbe potuto essere molto efficace.
    Le autorità avrebbero dovuto avvicinare i Comandi tedeschi per cercare di conoscere i loro piani e risparmiare forse tanti fatti luttuosi. Noi per quanto ci fu possibile riuscimmo in parte a conoscere ciò che i tedeschi intendevano compiere in quei giorni. I loro piani strategici prevedevano di allestire una nuova linea difensiva e pertanto avevano fretta di sgomberare le loro Unità da Napoli; non avevano alcuno interesse ad imbrigliarsi nei vicoli di Napoli. I nostri facinorosi invece si agitavano, con le conseguenze che conosciamo.
    Avvenne l'irreparabile, ciò che alcuni deliberatamente volevano. Avvenne che alcuni reparti tedeschi si apprestarono a rientrare in città; questo fatto sgomentò molto la gente. Quale azione molesta intendevano compiere i tedeschi, si chiedevano molti. Se invece qualche rappresentante del Governo avesse cercato di conoscere la ragione della manovra tedesca i fatti si sarebbero svolti in modo diverso.
    I tedeschi, dividendosi in due scaglioni, si diressero al Vomero: in via Palizzi vi era un ospedale che dovevano sgomberare e portare con loro i feriti, che per chissà quale imprevisto non avevano portati via a tempo debito. Noi che eravamo riusciti a conoscere, sommariamente, le intenzioni dei tedeschi, cercammo di informare alcuni di quei "capipopolo"; non ci fu verso, non fummo ascoltati, erano troppo presi ad organizzare le barricate. Barricate di masserizie casalinghe che avrebbero dovuto fermare autoblinde!
    I tedeschi dai loro automezzi si sgolavano con i megafoni per avvertire che la loro era un'azione pacifica, di non sostare nelle strade, di non stare ai balconi; non ci fu verso, non ascoltavano. Si verificò ciò che poi le cronache hanno raccontato. Chi ebbe la peggio? La povera gente innocente. Aumentarono i lutti.
    Noi, in pochi ci recammo al Vomero per facilitare l'opera di soccorso di quei soldati tedeschi feriti. Non interessava a noi la nazionalità di quei feriti, se erano tedeschi o di altra nazionalità; era solo un'opera umanitaria. E' superfluo dire che per portarci sul posto dovemmo superare traversie ed anche pericoli innumerevoli, non sto qui a dilungarmi. Riuscimmo però a compiere quanto ci eravamo prefisso, far sì che venissero affidati ai loro compatrioti quei feriti ai quali io mi sentivo particolarmente vicino.
    Chiusa questa parentesi che mi ha fatto uscire un pò fuori dal tema di questo convegno, torno all'argomento in questione.
    Il fatto di aver messo in piedi un settore della citata organizzazione voluta da Muti ci facilitò in seguito nell'intento di costituirci in gruppo dopo l'otto settembre. Voglio però ribadire che in effetti l'organizzazione nacque già il 25 luglio, quando ad alcuni di noi reduci invalidi si unì un folto gruppo di valorosi e volenterosi giovani fascisti proveniente dal disciolto GUF (Gruppo Universitario Fascista). Fu proprio con questo gruppo che nacque il nostro Movimento Clandestino. Le nostre prime riunioni segrete si tenevano in casa di Antonio Picenna, sempre entusiasta e disponibile, in via dei Mille; nonchè in casa di un'altra famiglia, in via Palizzi, anch'essa disponibile, di cui non faccio nome.
    E' utile precisare che con la costituzione della RSI la totalità di questi giovani partirono volontari verso il Nord, con a capo Natale Cinquegrani e Vito Videtta; quest'ultimo, finito poi da eroe con la degna compagna nel martirio seguito al 25 aprile 1945. Non posso negare che con la partenza di codesti camerati si determinò in me una certa angoscia; ma mi furono di grande conforto la valida collaborazione che ricevetti da commilitoni reduci feriti e da vecchi fascisti, alcuni squadristi, come Ruggiero Bonghi e Pasquale Purificato. Validissima fu anche la collaborazione di Elena Rega (non presente a questo consesso solo per ragioni di salute), ultima Fiduciaria Femminile del GUF e inoltre dalla giovanissima Lucia Vastadori, ambedue di esemplare fede negli ideali comuni ed entusiasticamente fattive e coraggiose.
    Riprendendo il nocciolo del discorso. Voglio chiarire il fine che volevamo raggiungere con la nostra Organizzazione Clandestina. Cosa noi volevamo attuare? Quale fine, come detto, volevamo raggiungere? In parte tra le righe l'ho già accennato.
    In breve. E' da premettere che eravamo coscienti che le sorti della guerra erano compromesse. La realtà ci portava a constatare che il nemico spadroneggiava nelle nostre contrade. L'onore era compromesso, l'umiliazione ci offendeva. Il tradimento del re era quanto di più grave e ignobile potesse capitare. In primo luogo dovevamo con ogni mezzo riscattare l'onore! Nutrivamo quindi un imperativo etico: l'onore!
    Onore che dovevamo principalmente riscattare verso il nemico: gli inglesi, gli americani, come pure verso i tedeschi che, diciamolo, avevamo tradito.
    Ci proponevamo di compiere azioni di disturbo contro le forze nemiche, nel limite delle nostre possibilità, tali però da non coinvolgere la popolazione e l'incolumità dei civili, in rappresaglie come invece fu deliberatamente perpetrato al Nord.
    Fiancheggiare le Forze Armate della RSI, collaborare sotto ogni aspetto con i giovani volontari dei Servizi Speciali, che traversando le linee, operavano qui al Sud, assistendo e agevolando la loro opera e per quando possibile agendo per la loro incolumità. E' importante una precisazione, volevamo, in modo categorico, evitare lo scempio e la vergogna della guerra civile. A questo principio, per noi sacro, non siamo mai venuti meno. Preciso che prima di noi non volevano inutili spargimenti di sangue i Capi della RSI e in primo luogo il Duce; era un comando che egli ci trasmetteva nei messaggi radio. Sommariamente egli diceva: "non voglio che nelle terre occupate avvenga ciò che malauguratamente si sta verificando qui in repubblica, ove con le imboscate dei partigiani comunisti si sparge innocente sangue fraterno".
    Avevamo ancora in programma l'opera di assistenza e di soccorso alla popolazione (che ne aveva tanto bisogno). In vero poco ci fu possibile compiere, le nostre forze economiche erano molto limitate. Il mite, buono, coraggioso Ruggero Bonghi si prodigò molto in questo campo, non solo però in questo.
    Ho premesso che per meglio conoscere gli eventi e il nostro operato è utile consultare gli archivi. Si dovrà farlo anche per conoscere vari personaggi che meritano un attento esame. Personaggi che non possono essere ignorati dalla storia; fra essi anche uomini di alta cultura, maestri di vita.
    E' indispensabile inoltre conoscere l'operato e le spiccate singolari personalità di tanti e tanti giovani volontari delle Forze Armate della RSI, che con grande coraggio operarono qui al Sud. Molti erano giovanissimi, alcuni ancora minorenni. Molti furono condannati a morte con sommari, improvvisati processi e con esecuzioni di morte lugubri, tali da offendere i più elementari principi di ogni forma di dignità umana.
    Ricordarli tutti forse non riuscirà facile. Molte, un gran numero, furono le esecuzioni capitali che gli angloamericani misero in atto verso questi giovani.
    So che non posso ulteriormente dilungarmi; ma so anche che non posso esimermi dal rievocare un passionale momento. Quando, prigioniero al controspionaggio, venni rinchiuso per appena poche ore in cella con sei di questi giovani soldati della RSI, in attesa di essere trasportati al luogo della loro esecuzione capitale decretata dagli inglesi. Venni rinchiuso in quella cella per le intimidatorie manovre che spesso ordiva il nostro spietato capo inquisitore, maggiore Pecorella (ignobile figura, servo dello straniero). Ebbene quei giovani ben conoscevano la loro triste sorte, malgrado ciò essi erano sereni, dignitosi e composti, sapevano di aver fatto il loro dovere al servizio della Patria. Erano esemplari, ammirevoli, coraggiosi; quanto altro potrei dire di loro? Volevano essi animare me, pur essendo io molto più anziano di loro.
    Potrebbe sembrare debolezza, ma non lo era: nutrivano rimorso per la sofferenza, il dolore che sapevano di arrecare alle rispettive madri. Erano dotati di uno spiccato amore per la famiglia, per la madre, come per la Patria. Quanto ho appreso in quei brevi momenti!
    Per concludere. Negli anni che ci separano da quel triste ma fatidico periodo della lotta clandestina ai giorni nostri, molti di noi ci siamo con insistenza interrogati su cosa noi riuscimmo a compiere di concreto. Compimmo in pieno il nostro dovere? Quanto fu utile la nostra opera alla causa comune, con il sacrificio, l'olocausto di tanti? E' stata forse proprio questa la ragione per cui della Lotta Clandestina nelle Terre occupate, sia pure con ritardo, se ne discute. Insisto nel dire, per meglio conoscere la verità si dovranno consultare gli atti ufficiali desunti dagli archivi che però ci restano preclusi per disposizioni politiche.
    Vogliamo che si sappia la VERITA' non la storia distorta da politici.
    Viva l'ITALIA!

  6. #6
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    Predefinito Servizi Segreti Tra Nord E Sud

    Relazione di Bartolo Gallitto

    Bartolo Gallitto è nato a Floridia di Siracusa ma nel 1935 la sua famiglia si trasferì a Napoli dove effettuò gli studio universitari di giurisprudenza. Alla fine del 1940 frequentò l'Accademia Navale e partecipò, con la III divisione navale, alla seconda battaglia della Sirte. Nell'agosto '42 passò al nucleo “NP Nuotatori Paracadutisti”. Dopo l'armistizio fece parte del “Gruppo Sabotatori Vega “ della RSI. Durante una sua missione segreta al Sud fu arrestato nel marzo'45 a Napoli e processato per “spionaggio militare” ed altri reati. Fu scarcerato per l'amnistia. Nel dopoguerra ha svolto attività politica nel MSI ed è stato Segretario Federale di AN di Roma. E' avvocato.


    Io mi sono trovato in una posizione un po' particolare. Ero già in Marina dal 1941 e nel settembre '43 appartenevo al Battaglione Nuotatoti Paracadutisti, un reparto speciale del San Marco. Il reparto dopo l'armistizio si riorganizzò nella X Flottiglia MAS, ed i più anziani di noi, in considerazione della particolare esperienza, venimmo raggruppati nel “Vega”, per essere subito impiegati nelle azioni per le quali eravamo stati addestrati e cioè andare al di là delle linee nemiche per sabotaggi o ricognizioni.
    Eravamo divisi in squadre, ed alcuni ragazzi della mia squadra sono morti in azioni, o, taluni, catturati, furono fucilati a Santa Maria Capua Vetere.
    Questo compito lo abbiamo espletato nei primi mesi della RSI, con azioni al fronte, operando da Nettuno fino all'Adriatico.
    Operavamo in collegamento con le Forze Armate Germaniche; capo del collegamento era un certo maggiore von Thun, di lui avrebbe voluto sapere tutto il maggiore Pecorella, che alcun di Voi hanno ben conosciuto..Nel fascicolo aperto presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra oltre a tutti i vari imputati:da Pignatelli, Tonino de Pascale,di Nardo, Calogero, il sottoscritto, ecc,... e poi Borghese, si parla anche di von Thun, maggiore tedesco, anche lui imputato in quanto era quello che ci indicava gli obiettivi da colpire concordandoli prima con Borghese e Buttazzoni.

    Nel maggio del 1944 , dopo alcune azioni contro gli angloamericani per le quali ottenni la medaglia di bronzo dalla RSI e la croce di ferro di 2a classe dai Tedeschi, venni convocato a Roma da von Thun il quale, approssimativamente, mi fece il seguente discorso: -Devi svolgere una missione un po' diversa da quelle che finora ha svolto, devi andare a Sud per un compito particolare: sappiamo che al di là delle linee sono sorti, spontaneamente, raggruppamenti,fascisti che vogliono opposi agli invasori anglo-americani. Devi accertare quale è la loro potenzialità , specie di quella più forte che si estenderebbe in tutta l'Italia meridionale, facente capo a Valerio Pignatelli, composta da vari nuclei di cui il più importante era a Napoli, e poi quello pugliese, quello calabrese, quello siciliano. Per fare cosa? mi chiederai:
    Per due scopi, proseguì von Thun, esattamente tra pochi giorni dovrebbe esservi la messa a punto di armi segrete potrebbe portare ad un capovolgimento di fronte e quindi alla riconquista del Sud. E' importante accertarsi che ci sia una organizzazione effettiva che potrebbe contrastare gli occupanti ed agevolare le nostre offensive. Il secondo scopo è di alimentare il forte anticomunismo, già presente nell'Italia Meridionale e che andava incoraggiato in ogni modo perché il Re non conta assolutamente nulla, poiché è succube di Badoglio e gli inglesi, agevolando il signor Togliatti, stanno facendo davvero terra bruciata. Bisogna fare qualcosa contro Togliatti e i comunisti del Sud, non azioni violente che avrebbero alienato le simpatie della popolazione, ma essendoci la possibilità, fare una lotta ideologica e propagandistica, fornendo tutti i mezzi necessari affinché questa azione potesse continuare e rafforzarsi. A Roma è venuta la moglie di Pignatelli, Maria, la quale aveva chiesto al governo della RSI e a Mussolini di poter intervenire con uomini, con mezzi, con armi, con tutto quello che era necessario al fine di potenziare e vivificare la organizzazione per tenerla pronta ai compiti che le potevano essere richiesti.
    Pertanto, mi precisa Von Thun, bisogna andare al Sud, mettersi in contatto con Pignatelli, ottenere da lui le credenziali per poter girare ed accertarmi di ciò che ritenessi utile. Dopo che mi fossi assicurato che effettivamente l'organizzazione esisteva dovevo mandare indietro l'uomo che sarebbe venuto insieme a me, Locatelli ( che tutti ben conoscete) il quale avrebbe riferito tutto quello che era stato accertato. Dopo di che si sarebbe provveduto alle cose successive, anche in relazione agli avvenimenti bellici.
    Questo è il mio incontro con von Thun all'Hotel Flora, a Roma. Vi dico che era uno stranissimo personaggio, intelligentissimo, simpatico, molto preparato, di nobile famiglia alto atesina ( per questo parlava benissimo in italiano) ma era un personaggio enigmatico: mi dicono che venne fucilato perché implicato nell'attentato ad Hitler.
    Tornando alla mia missione: sono prima riuscito a mettermi in contatto con Pignatelli, che era stato già incarcerato per i fatti di Calabria, riuscendo ad avere da lui l'autorizzazione di poter girare e contattare tutti quanti gli altri. Ho fatto il giro di Puglia, Calabria, Sicilia. Potei riscontrare che l'organizzazione aveva una effettiva consistenza, teste pensanti, capi che raccoglievano e convogliavano le lamentele della gente per cercare di portare avanti le nostre idee in attesa che potesse succedere qualche cosa.
    Rimandai indietro Locatelli con il mio messaggio di dare seguito alle richieste fatte da Maria Pignatelli:fossero messi a disposizione uomini, armi se fosse stato necessario, e mezzi finanziari.
    E tutto sarebbe avvenuto, così come richiesto, se non fosse arrivata l'imprevista fatalità, e cioè il tradimento, così come più avanti spiegherò.
    Ma in tutta questa vicenda si sono verificate stranissime coincidenze che mi fanno tuttora riflettere.
    La più importante è questa: vi pare normale che un personaggio come Maria Pignatelli potesse essere accompagnata sulla linea di fuoco, al nord da un agente dell'OSS americano poiché Poletti era un agente dell'OSS, anche se per conto della RSI, come sostiene Fatica?
    Ma l'OSS (Office of Strategic Service) aveva come capo un certo James Angleton che era (come riporta anche de Felice nel sul “rosso e nero”) quell'ufficiale americano che andò a prelevare Borghese a Milano dopo la fine della guerra, sottraendolo alla giustizia partigiana, consegnandolo al sud alle Autorità Italiane.

    Ma chi era questi Angleton ? Esperto di italianistica, destinato a diventare uno dei capi della CIA, si distingueva per il suo anticomunismo al limite della follia; anticomunista viscerale che durante tutto il periodo della occupazione dell'Italia si diede da fare per far sì che gli italiani si muovessero in tutti i campi per contrastare il comunismo.
    Insomma, la principessa Pignatelli passa la linea del fuoco accompagnata da un agente dell'OSS; dall'altra parte, cosa incredibile, la stanno ad aspettare i tedeschi.Ma vi sembra normale? In tempo di guerra? A Roma viene accolta con tutti gli onori,accompagnata al comando supremo di Kesselring e da questi fatta accompagnare dal Duce. Compiuta la sua missione viene riaccompagnata dai tedeschi sulla linea del fuoco ed accolta,, dall'altra parte ancora da Poletti, agente dell'OSS, che la accompagna a casa.
    Come si può spiegare che tra nord e sud potessero verificarsi questi scambi ?
    Ma c'è qualcosa di più: gli inglesi, che evidentemente sul futuro dell'Italia avevano progetti diversi, scoperta la missione, chiedono la testa di Poletti il quale verrà, poi, ucciso nella maniera orrenda che tutti conosciamo.
    Ma non è tutto.
    Tra le istruzioni che avevo ricevuto dal maggiore von Thun vi era anche che mi dovevo presentare alla Marina del Sud per essere riammesso in servizio.
    Quando me lo aveva detto avevo subito replicato: -sarà un po' difficile che ciò possa accadere-.
    Ma lui mi aveva rassicurato: -Non ti preoccupare, nella Marina c'è che ci penserà- Ed infatti nel dicembre del '44 quando mi presentai a Roma, al Comando di Marina, venni accolto ed inviato in osservazione per i necessari accertamenti di routine per essere riammesso in servizio.
    Ciò significa, cosa incredibile, che i servizi tedeschi erano in contatto anche con la Marina Italiana del Sud: tutto ciò viene asseverato da una sorta di reciprocità, con il frequente invio al nord di ufficiali ed agenti vari il cui scopo era quello di sollecitare la Decima a non demordere dalle azioni di contrasto anticomunista contro le forze titine; concordano addirittura uno sbarco del San Marco del Sud e degli NP del Sud, i quali, unitamente alla Decima avrebbero dovuto effettuare una importante azione contro i comunisti di Tito: tutto fallì per il divieto degli inglesi.
    Sarebbe stata un'azione meravigliosa che avrebbe visto tutti i marinai d'Italia, del nord e del sud, uniti per difendere i confini della patria! In quella occasione venne anche coinvolta la Brigata partigiana,non comunista, Osoppo, il cui Comandante si era dichiarato pronto a partecipare alle azioni contro i comunisti titini, insieme ai marinai italiani. L'intera Brigata venne sterminata dai partigiani comunisti, allorquando appresero del loro intendimento!
    Ed a proposito dell'attenzione americana all'espansione comunista da documentazioni di recente dissecretate sembrerebbe che i servizi americani avessero riservato speciale attenzione agli organismi clandestini che sorgevano e si costituivano, mano mano che il fronte risaliva verso il Nord ponendo in particolare osservazione gli organismi attivati dalla Decima: ciò dovrebbe risultare da alcuni documenti catalogati al Washington National Record Center, sotto il titolo “10 Flottilla MAS - Stay Behind Organization”.
    Si documenterebbe la nascita e le prime fasi di crescita di “GLADIO”, la famosa formazione clandestina, che tale sarebbe stata denominata dal gladio che era l'insegna della Decima.
    Ma, coincidenza ancora più sorprendente, è rappresentata dai gladiatori catalogati dagli americani: Cucchiara, Mario Rossi, Vincenzo Lo Cascio etc, tutti del Battaglione “Vega”. Ma sono gli stessi nominativi, elencati negli atti del Tribunale Militare di Napoli, unitamente a quelli del sottoscritto, di Pignatelli, di Borghese, di De Pascale, di Di Nardo, di Locatelli, etc., Essi avrebbero dovuto raggiungere l'Italia meridionale per rafforzare l'organizzazione clandestina, in conseguenza alla mia relazione tramite Locatelli ed in accoglimento delle richieste della Principessa Pignatelli.
    Purtroppo ciò non avvenne a causa del comportamento del traditore radiotelegrafista, tal Carotenuto, il quale,anzichè andarsi a presentare a Locatelli, denunziò tutti al Comando Inglese, facendo il mio nome, quello di Locatelli e quelli di coloro che sarebbero dovuti essere paracadutati dopo di lui, con la conseguente dissoluzione della organizzazione, la quale, in effetti, aveva costituito il primo Gladio nell'Italia meridionale.
    Ma al di là degli avvenimenti prima narrati, dagli stessi si traggono delle considerazioni che debbono essere di sprone per ricerche più approfondite sugli avvenimenti stessi: i rapporti tra i Servizi e le Marine del Sud e del Nord, i rapporti tra i Servizi americani e germanici, e tra questi e quelli delle Marine.
    C'è un filo segreto che li collega tutti tra loro, ma tutti hanno un comune denominatore: la lotta al comunismo, comunque, dovunque.
    Durante il processo a Valerio Borghese, lo ricorda De Felice in “Rosso e Nero“, ebbe a testimoniare in favore del Comandante l'ammiraglio Agostino Calosi: egli era stato il Capo dei Servizi della Marina del Sud: i messaggeri inviati al nord a Borghese e a Buttazzoni, venivano inviati da lui, e c'è da supporre che egli sapesse anche chi dal nord andava a sud! Ma è ancora singolare che gli NP del Sud, separati dai loro camerati dall'armistizio, non hanno mai riconosciuto altro Comandante che Nino Buttazzoni, e cioè il Comandante del Battaglione NP della RSI, il quale era stato il loro Comandante prima dell'armistizio e tale è rimasto anche dopo: oggi l' Associazione dei reduci NP ha due labari, quello del Sud e quello del Nord, e il depositario unico è sempre Buttazzoni.
    Va considerato che se io fossi stato riammesso in servizio, sarei rientrato nel Battaglione NP del Sud!
    Dopo anni mi sforzo di comprendere come mai tutte queste cose le sapesse di già Von Thun, invitandomi e rientrare in Marina al sud!
    La guerra combattuta dopo l'8 settembre '43, è stata una strana guerra, poiché ha presentato degli aspetti che sembrano paradossali, ma che, in effetti tali non sono stati: un filo conduttore ci fu, e fu una spinta ideale che impose a tutti un obbiettivo, allora difficilissimo, quello di preservare la Patria dalla peste del secolo, il comunismo. Ci siamo riusciti? Allora come ora la guardia non l'abbassiamo.

  7. #7
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    SUL GRUPPO FASCISTA “A NOI!”
    Testimonianza di Aristide Mettler


    Il gruppo di Fascisti clandestini di Palermo autodenominatosi “A NOI!”, dal titolo del giornale da essi pubblicato, prese corpo negli ultimi mesi del 1943 dal collegamento dei gruppi spontanei di fascisti raccoltisi intorno a Lorenzo Purpari, a Bellomo (Movimento Populista), ad Angelo Nicosia, propagandista di idealità mussoliniana, a Nicola Denaro foglio di squadrista, ma anche intorno al sottoscritto, Aristide Mettler, che aveva organizzato un efficiente servizio di assistenza ai camerati bisognosi e fuggiaschi insieme all'amico Tommaso Baiardi.
    I genitori di Denaro erano in contatto con il Principe Valerio Pignatelli e con la Principessa.
    Il 18 marzo 1945 il “ Giornale di Sicilia” pubblicava un articolo intitolato : “Giovani deferiti all'autorità giudiziaria militare !”
    Il fatto incriminato: propaganda fascista nel centrale Cinema - Teatro Biondo sito in Via Roma ( la principale via di Palermo ) consistente nel lancio di manifestini e copie del giornale ciclostilato “A NOI!“ una prima volta in gennaio ed una seconda volta in febbraio.
    Per questi fatti furono denunziati 18 giovani fascisti come diciannovesima un'infiltrata nell'organizzazione al servizio dell' Intelligence Service.
    Gli imputati furono deferiti al Tribunale Militare Territoriale di Guerra. Alla fine del conflitto gli atti venivano rimessi per l'ulteriore corso all' Autorità Giudiziaria ordinaria.
    La Sentenza emessa dalla Corte di Appello di Palermo ( Sez. Istruttoria in data 21 giugno '47, depositata in cancelleria il 28.6.47, procedimento penale n° 118/46 del reg.generale ) dichiarò di non doversi procedere contro gli imputati essendo i reati commessi estinti per amnistia.
    Dalla sentenza si apprende ed evidenzia quanto segue:
    1 ) che nella città di Palermo operò dal 1943 un gruppo spontaneo di patrioti fascisti clandestini sorto animosamente a contrastare la propaganda degli eserciti invasori, occupanti il territorio della Patria , anche diffondendo un proprio organo di stampa intestato “A NOI!” e portante un sottotitolo con scritto. “Foglio del Partito Fascista Repubblicano - Sezione di Palermo“ arricchito dal disegno di un Fascio;
    2 ) che tutti gli scritti del detto organo clandestino furono di contestazione agli invasori della vera natura della loro guerra che era diretta non a liberare l'Italia, come diceva la loro propaganda, ma invece soltanto ad asservire il nostro popolo agli interessi politici delle plutocrazie inglese e americana.
    Perciò i fascisti di Palermo affermavano la propria volontà di riscattare l'onore della Patria offeso e vilipeso;
    3 ) che l'arresto dei 18 fascisti del gruppo “A NOI!” (così autodenominatosi all'insegna del grido fascista di chiamata a raccolta degli amici e di sfida verso i nemici) era stato voluto e causato dall'azione delatoria della diciannovesima imputata Eufemia Tessitore, nata a Palermo il 28.4.1917, agente provocatore dell'Intelligence Service, presso il quale prestava regolare servizio.
    Su segnalazione del Capo della squadra politica della Questura, maresciallo Campo - che incriminando la delatrice dimostrò i suoi sentimenti patriottici - il Tribunale ritenne la Tessitore colpevole di concorso nel reato di propaganda sovversiva per aver fornito la carta utilizzata per la stampa dei manifestini.
    I reati per cui furono incriminati i fascisti di Palermo “ A NOI ! “ risultarono tutti coperti amnistia concessa con D.P. del 22.6.46 per cui venne dichiarato il non luogo a procedere per tutti gli imputati.
    Ma oltre quel che è detto e documentato nella sentenza debbo aggiungere quanto segue.
    La pubblicazione e la diffusione del foglio “A NOI!” continuò anche dopo il nostro arresto.
    Anzi il lancio del foglio fu spinto addirittura fin dentro la Questura di Palermo.
    Quando fummo arrestati e reclusi nelle camere di sicurezza della Questura di Palermo demmo libero sfogo ai nostri sentimenti cantando inni fascisti.
    Quando poi venimmo tradotto nel carcere dell'Ucciardone ( Palermo) su carrozzelle da nolo continuammo a cantare con più forza e veemenza sicché, arrivati nella centralissima Piazza Politeama, si bloccò il traffico cittadino. I canti continuarono poi fino all'ingresso del carcere.
    Il gruppo fascista clandestino “A NOI!” continuò ad operare ben oltre il nostro arresto. Nel dopoguerra ci unimmo al Partito Nazional Social Fusionista per poi confluire in massa nel MSI nel 1947.
    Un particolare non trascurabile è che il mattino del 14 gennaio 1945, quando fu effettuato il primo lancio del foglio “A NOI!” numero 1 dal loggione del cinema - teatro Biondo, tutto il pubblico del cinema insorse entusiasticamente inneggiando al Duce, al Fascismo, all'Italia in una esplosione di fede patriottica di popolo.
    Fu una manifestazione inaspettata da noi, che non speravamo una tale reazione, dopo le tante strombazzate accoglienze alle truppe dell'invasore che quindi si rilevarono soltanto interessate effusioni di opportunisti che speravano di ottenere miracoli dai cosiddetti “ liberatori “.
    Fu una manifestazione spontanea che è rimasta impressa nella nostra memoria a conferma del fatto che molti più di quanto non si pensasse e non apparisse avevano conservato nel proprio intimo la fede fascista più radicata.
    La cosa, evidentemente, preoccupò non poco l' Intelligence Service e le autorità badogliane per cui furono investiti della cosa i CC.RR. ( Reali Carabinieri) sempre zelanti che - in occasione del secondo lancio del nostro foglio clandestino, sempre nello stesso cinema - teatro, verso le ore 17.3o dell' 11 febbraio 1945. - erano pronti ed irruppero nei locali del cinema numerosissimi ed armati di moschetti che tennero puntati contro i presenti, che vennero tutti perquisiti.
    L'azione non ebbe esito alcuno in quanto non produsse alcun arresto. Però il giovane diciassettenne Mario Gulì, occasionalmente unitosi ai fascisti nel lancio del foglio n° 2 , tentò la fuga e fu inseguito fino alla sua abitazione.
    Successivamente venne preso al suo domicilio e , tradotto in Questura, venne sottoposto a brutali interrogatori con metodi badogliani, per farlo parlare.
    Egli conosceva soltanto alcuni degli autori del secondo lancio. E quei nomi gli furono strappati. Gli stessi nomi e gli altri erano già a conoscenza dell' Intelligence Service.
    Così fummo arrestati in diciotto più , come detto, la stessa delatrice, vittima della sua stessa trappola.
    Nell'ordine in cui siamo citati nella sentenza su riportata:
    Maisano Francesco (cl.1927), Denaro Nicolò (cl.1928), Monteverde Enrico (cl.1923), Gulì Mario (cl.1928), Renda Guido (cl.1927), Mettler Aristide (cl 1925), Costa Aldo (cl.1929), Paduano Giovanni (cl.1926), Sortino Salvatore (cl.1926), Bagnasco Carmelo (cl.1923), Ferrara Giuseppe (cl.1928), Rocca Sergio (cl.1929), Alessandro Giuseppe (cl.1928), Carrara Salvatore (cl.1925), Palmegiano Vincenzo (cl.1927), Purpari Lorenzo (cl.1927), Leto Marcello (cl.1926), Lima Gennaro (cl.1928), ed infine la spia Tessitore Eufemia Rosa (cl.1917).
    Gli inquirenti anglo - americani effettuarono interrogatori degli imputati nel tentativo di scoprire perché eravamo ancora fascisti e cosa credevamo che fosse il Fascismo.
    La mia risposta che verbalizzarono sotto dettatura fu questa .
    - Per me il Fascismo era e resta l'amore per la Patria secondo una canzone che cantavamo e che dice:
    Educhiamo la mente, il braccio e i cuori
    per essere degni di parlare d'Amore
    per essere degni di parlare d'Amore
    e Amore ai nostri figli insegnare

  8. #8
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    Predefinito Missione Al Sud Nei Servizi Speciali

    Testimonianza di Ugo Esposito


    Sono nato ad Alessandria d'Egitto, figlio di italiani che si trovavano là per lavoro. Rientrato in Italia ho studiato nel Collegio Accademico per gli Italiani all'Estero "Costanzo CIANO" a Nettuno Porto - Anzio dove si insegnavano, oltre le materie di cultura generale a livello liceale anche la radiotelegrafia e la cablografia.
    Eravamo tutti figli di italiani all'estero che non avevano voluto rinunziare alla loro nazionalità.
    Allo scoppio della guerra mi sono arruolato volontario e dopo un periodo in Fanteria a Pola sono stato destinato a Roma alla Officina Militare di Trasmissioni e poi al SIM (Servizio Informazioni Militare) dove intercettavamo e decrittavamo le comunicazioni cifrate degli inglesi.
    In seguito ho ottenuto di far parte, come nocchiero scelto T.S. del Gruppo Gamma della X Flottiglia MAS e, dopo l'addestramento alla marce subacquee e all'uso degli esplosivi, a Livorno ed alla foce del Chioma, ho avuto varie destinazioni : Algesiras, La Spezia, Bocche del Serchio, lavorando a fianco di uomini come Borghese, Wolk, Straulino, Giani, Tesei, Durand, Broccoli,....
    Si addestravano con noi anche alcuni tedeschi.
    Ero a Roma proprio durante le tristi giornate dell'8 settembre e trovandomi per servizio ( per accompagnare Hans, uno dei tedeschi che era appoggiato presso il mio reparto,) all'Ambasciata germanica di Villa Wolkonsky ebbi la proposta dal maggiore Haas, che conosceva il mio curriculum e soprattutto la mia conoscenza della lingua e del mondo arabo, di lavorare per i Servizi di Sicurezza tedesca ( S.D.) nelle ambasciate del Medio Oriente.
    Naturalmente dovevo informare ed ottenere il consenso dai miei superiori. Così chiesi ed ottenni l'autorizzazione dal Comandante Borghese di lasciare la Decima per il nuovo incarico.
    Fui presentato ad Herbert Kappler che mi prospettò la necessità di reclutare elementi fascisti disposti ad attraversare le linee per effettuare missioni informative e di sabotaggio alle spalle dello schieramento avversario, a sud del Garigliano.
    Individuammo varchi più facili per attraversare le linee. Quindi mi recai a visitare gli ex compagni del Collegio Accademico per gli Italiani all'Estero. Lì il primo reclutato fu Benito della Rovere, mio cugino, che accettò entusiasticamente; poi vennero Giorgio Antonucci e Franco Aschieri, che accettarono anche loro immediatamente e li presentai a Kappler.
    Il maggiore Haas mi volle accompagnare personalmente a Frosinone per insediarmi in zona di operazioni con una mansione di copertura, come direttore del Consiglio Provinciale delle Corporazioni, che aveva assunto la nuova denominazione di Economia Corporativa.
    Diventai dunque il dott. Roberto Rossi. Mi feci raggiungere subito da Giorgio Antonucci che divenne Roberto Marchi, mio segretario.
    Tornai ancora a Roma per un paio di giorni visitando i vari collegi della GILE (Gioventù Italiana del Littorio all'Estero). All'Ambasciata tedesca cominciavano ad addestrarsi anche i camerati Enrico Menicocci, Marino Cantelli (detto "Cantosh"), Rolando Carbone, Pizzi e Carmelo Fiandro del Cairo.
    Non appena possibile tornavo a Roma per tenere i contatti con i camerati che si stavano addestrando.
    Gli uffici di Frosinone poi, a causa dei bombardamenti, furono "sfollati" a Fiuggi, città ospedaliera.
    Ma il 5 giugno 1944, appena gli inglesi arrivarono a Fiuggi, fui arrestato. Il col: Molinari dei CC.RR. , una volta che fui portato al comando dei carabinieri, fece finta di non conoscermi, eppure ci eravamo dati del tu fino al giorno prima! Fui portato in un salone dove mi attendevano
    due capitani del C.I.C. ( Counter Intelligence Corp ovvero il controspionaggio inglese ) ed un loro interprete, i quali mi interrogarono su situazioni ed intenzioni restando senza risposte. Quando mi domandarono : "Lo sapete cosa vi aspetta ?" risposi : "La condanna a morte". Allora uno di loro mi disse che me la sarei potuto cavare con una quindicina di anni , al che io tirai fuori la pistola, che nessuno mi aveva portato via, la caricai e dissi , offrendo la pistola ad uno degli ufficiali : "Anche se dovessi rimanere in carcere per un solo anno preferirei essere ucciso subito". In quel momento mi resi conto che gli inglesi si erano spaventati e tutti e tre mi saltarono addosso per scoprire se avessi degli eventuali esplosivi. Vennero nell'albergo dove alloggiavo e requisirono tutto ( ruppero persino una scacchiera d'avorio per controllare che non ci fossero messaggi nascosti in essa ) quindi mi fecero fare la valigia con i soli effetti personali e mi condussero via : era il 5 giugno 1944.
    Da quel momento cominciarono la mie peregrinazioni nelle carceri d'Italia : Castello di Roccasecca, carcere di Narni, carcere di San Michele,Certosa di Padula, Terni. In tutti questi posti ho incontrato uomini di fede che soffrivano, ma talvolta anche traditori e opportunisti.
    Mentre stavo nel braccio dei condannato a morte a Regina Coeli a Roma, attendevamo che al mattino, invece di portarci la ciotola di latte, ci venissero a chiamare per esprimere le ultime volontà. Una mattina venne Pizzi a salutarmi e gli domandai : "Come mai ti hanno fatto venire nella mia cella?" "Sono venuto a salutarti" e mi ha baciato ed abbracciato. Non abbiamo pianto perché sapevo che non avrei tardato a raggiungerlo.
    Nel carcere di San Michele, che era stato utilizzato per i minorenni, quindi con celle piccolissime, sono rimasto tre mesi in una cella con altre tre persone una delle quali, Marianecci, malato di tubercolosi ossea, aveva gli stinchi purulenti e maleodoranti. I quattro pagliericci, pur essendo accostati alle pareti avevano le estremità che si toccavano. Ancora oggi mi chiedo come abbia potuto sopravvivere sano.
    Giorgio Antonucci, nel frattempo, era stato condannato a morte per aver tentato di trasmettere notizie al Nord, ma, dopo qualche tempo, la pena gli fu commutata in ergastolo per intervento della famiglia, essendo lui nipote del Cardinale Gasparri.
    A distanza di tanti anni non mi sento ancora di dire che la guerra è finita.
    Sento ancora vicini i tanti amici e camerati che hanno avuto recise in un sol colpo la loro gioventù e le loro speranze. Sono rimasto solo ! Che vergogna.

  9. #9
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    Predefinito Agente Speciale Della Rsi

    Testimonianza di Domenico Tucci Vitiello


    L'otto settembre 1943 ero in Piemonte , sergente allievo ufficiale in forza presso l'82° compagnia di cannoni antiaerei a protezione della Diga di Moncenisio. Dovemmo constatare che tutti i reparti del nostro esercito con cui cercammo di collegarci si era dissolti in mancanza di direttive dei Comandi Superiori. Anche il nostro reparto subì la stessa sorte. Ognuno cercava di tornare al suo paese. Inoltre c'era il pericolo di venire catturati dai Tedeschi, inferociti per il tradimento.
    Attraverso mille peripezie, arrivai a Torino e mi infilai su un treno affollatissimo diretto al Sud. A Genova ci colse un bombardamento devastante e altrettanto successe a Livorno. Continuai a piedi, con le scarpe sfondate, ebbi poi un passaggio su un camion e arrivai a Roma.
    Quando lessi il manifesto di Graziani con l'invito a partecipare alla manifestazione al teatro Adriano alle 15,30 di venerdì 1° ottobre per la costituzione del nuovo esercito della RSI mi sentii rianimare. Vi andai ben volentieri. Il teatro era affollato di ufficiali giovani e meno giovani accomunati in un entusiasmo insospettabile dopo lo sfacelo del Regio Esercito, avvenuto in un sol giorno l'otto settembre.
    Aderii anch'io alla RSI e mi sentii sgravato da un peso che mi aveva quasi soffocato.
    Mi fu affidato un plotone di universitari, tutti volontari, da addestrare. Esperienza bellissima, tanto entusiasmo ed una nuova atmosfera : un fervore costruttivo dopo il caos.
    Roma, città aperta, era diventata una grande centrale di spionaggio e controspionaggio, un immenso formicaio in cui però mi sentivo solo, e fui ben lieto di rincontrare il mio amico Giuseppe Marvaso di Napoli. Poi facemmo amicizia con un giovane barese, paracadutista della "Nembo" : Franco Nuovo.
    La sera eravamo liberi ed andavamo a dormire in una pensione a Via Merulana.
    Al piano di sotto abitava una bella donna : Emi, che attirò la nostra attenzione. Emi era frequentata anche da ufficiali tedeschi. La sera spesso andavamo a giocare a carte da Emi in una atmosfera di cordiale cameratismo con i camerati germanici.
    Eravamo nel gennaio 1944; uno di questi ufficiali ci propose di collaborare nei Servizi Segreti italo-tedeschi.
    Accettammo tutti e tre. Frequentando un rapido corso di addestramento e specializzazione apprendemmo i rudimenti del mestiere, che aggiungemmo alla nostra pregressa esperienza militare.
    Conoscemmo il nostro capo : il capitano Lang, che ci affidò subito una prima missione. Io e Franco fummo destinati a lavorare assieme, mentre Giuseppe ebbe assegnato un altro compito in una zona diversa. ( Giuseppe Marvaso, in coppia con Ducci, passò poi le linee ad Alfedena il 3 febbraio '44 ma dopo qualche giorno fu catturato el il 24 febbraio fu rinchiuso a Poggioreale, il carcere di Napoli, nel padiglione Italia cella 52)
    La prima missione in Abruzzo, riguardò la raccolta di notizie relative ad una certa attività clandestina in combutta con prigionieri anglo-americani evasi l'otto settembre. Le nostre informazioni diedero un risultato positivo con la cattura di numerosi ribelli.
    Per la seconda missione fummo inviati oltre le linee.
    Dovevamo fornire ai comandi notizie sulla quantità e qualità degli apprestamenti nemici, sul tipo di truppe, sul tipo e sul numero di cannoni e carri armati ed ogni altra notizia utile a contenere gli attacchi degli " Alleati". Per la trasmissione avremmo fatto capo ad altri agenti in possesso di radio trasmittenti. Per le nostre spese ci fu data una cospicua somma in AM-lire sequestrate ai prigionieri di guerra.
    Il capitano Lang ci accompagnò personalmente sul caposaldo di prima linea scelto per l'attraversamento e fummo ricevuti dall'ufficiale di artiglieria comandante.
    Era sistemato in una caverna tutta foderata di teli bianchi, in modo molto confortevole; ci offrì un liquore mentre ascoltavamo da un fonografo una musica di Massenet. Fu una piacevole parentesi ed un esempio di perfetta organizzazione tedesca. Andammo a riposare fino all'ora adatta per tentare l'attraversamento. Più a valle c'era una sentinella, mimetizzata in bianco in mezzo alla neve. Quando smontò al termine del suo turno ci accorgemmo che era giovanissimo ed in preda ad un feroce mal di denti, ma aveva resistito senza chiede il cambio.
    Era già buio ma l'oscurità era rotta dalle vampe dei cannoneggiamenti. Dopo un po' avemmo via libera e cominciammo a scendere a valle, attraversando la terra di nessuno. C'era molta elettricità nell'aria. Il duello di artiglierie in corso accendeva di vampe il cielo e il terreno intorno a noi e ci costringeva a fermarci carponi balzando in avanti soltanto negli intervalli di buio.
    Ad un tratto inciampai in un fil di ferro in mezzo alla neve. Pensai subito ad un grappolo di mine antiuomo collegate tra loro. Me ne liberai con la massima cautela accorgendomi poi che per fortuna era il tirante di un filare di viti.
    Giunti più a valle sentimmo avvicinarsi una pattuglia e ci acquattammo nella neve coprendocene il più possibile. Restammo immobili nel gelo finche non udimmo più alcun rumore. Appena albeggiò esplorammo la zona cercando di rilevare tutto quello che poteva essere interessante, ma mentre attraversavamo una strada fummo intercettati da una camionetta inglese.
    -Alt ! . dove andare ? -Ad Atina - rispondemmo. Avevamo studiato precedentemente la zona ed avevamo pronte le risposte insieme ad una lacrimevole storia di profughi che, sfuggiti ai rastrellamenti tedeschi, cercavano di raggiungere le loro case al sud.
    - Atina ! portare noi. - E fummo costretti a montare sulla camionetta.
    Arrivati ad Atina, in piazza alcuni facinorosi, vistici in mezzo agli inglesi, ci sputarono addosso.
    Il sergente inglese ci portò senza tanti complimenti direttamente al carcere mandamentale dove subimmo un pesante interrogatorio cui tenemmo testa con la storia che ci eravamo preparata e stando bene attenti a non cadere in contraddizione.
    Finsero di credere a quanto dicevamo e ci unirono ad un gruppo di profughi con destinazione Bari. Ci avrebbero sicuramente sottoposti ad altri interrogatori nei campi di smistamento dove vagliavano la massa dei profughi al fine di non farsi sfuggire qualche agente speciale.
    Portati sotto scorta alla stazione fummo caricati in un carro merci e chiusi dentro, allo stesso modo in cui facevano i tedeschi con gli uomini che rastrellavano per inviare in campo di concentramento.
    Faceva un freddo insopportabile e, spinti dalla disperazione, cominciammo a strappare qualche tavoletta sconnessa dal rivestimento interno del carro. Qualcuno aveva della carta e dei fiammiferi. In breve fu acceso un fuocherello al centro del pianale . Riuscimmo a riposare un po' al calore del fuoco.
    All'alba però il pavimento del carro merci, consunto dal fuoco, cedette e si aprì un grosso buco. Appena il treno si fermò pensammo subito di evadere : ci lasciammo cadere dal buco sui binari bruciacchiandoci un po', e ci sdraiammo rasente ai binari per evitare di essere colpiti dal grosso gancio che pende al centro del vagone di coda. Un avvertimento che ci avevano dato al corso e che ci salvò. Il treno ripartì sulle nostre teste lasciandoci illesi . Nessuno si accorse di noi e fummo liberi e ci avviammo verso Bari che non era lontana.
    Prima di arrivare alla casa di Franco, un suo conoscente lo informò della requisizione dell'abitazione da parte degli inglesi che avevano ammucchiato tutte le suppellettili esistenti in due stanze preferendo arredare il resto secondo le loro esigenze.
    Così decidemmo di riposare di giorno e di andare via prima pell'arrivo degli inglesi. Ma mentre eravamo sdraiati in mezzo alle masserizie sentimmo entrare e parlare in inglese. Dal buco della serratura vedemmo un ufficiale ed una ausiliaria cominciare le loro effusioni. Così fummo sicuri di poter riposare tranquilli.
    Dopo un pezzo che la coppia inglese se ne fu andata ce ne uscimmo anche noi. Prendemmo degli oggetti di Franco che potevano essergli utili e ci rifornimmo di sigarette inglesi e di frutta fresca che erano su un mobile
    Mentre camminavamo per strada a Bari vedemmo riflesso in una vetrina il sergente inglese che ci avava interrogato ad Atina . Ci stava seguendo. Franco mi disse di stare tranquillo, continuammo a camminare con lo stesso passo e poco dopo ci infilammo in un portone. Il sergente si fermò fuori ad aspettarci ...e noi uscimmo dalla parte posteriore e sbucando nella via parallela lo seminammo. Solo allora affrettammo il passo. Incontrammo un mio compagno del corso allievo ufficiali del 42-43 e passammo la notte in caserma ospiti del collega badogliano che ci rifocillò.
    Il mattiuno seguente ottenuto un passaggio su un camion dell'aviazione badogliana raggiungemmo Torre del Greco. Avevamo in mente di incontrarci a Napoli con Giuseppe Marvaso per rientrare in Repubblica Sociale con lui che conosceva un varco per il ritorno dopo una sua missione nel porto di Napoli che noi sapevamo che stava effettuando.
    Così ne approfittai per riabbracciare i mei. Ma durò poco. A mezzanotte irruppero dentro casa i francesi del Deuxiemè Bureau in pieno assetto di guerra, guidati da un tal tenente Durland che brandiva una foto di Emi, la donna che avevamo frequentato a Roma. Voleva sapere come la conoscevamo e faceva tante altre domande. Ovviamente le nostre risposte negative non servirono a dissuaderli. Tra l'immaginabile sgomento dei miei fummo entrambi arrestati e tradotti sotto buona scorta a Napoli.
    Ci portarono al 3° piano di un palazzo di Via dei Mille, l'ultimo portone prima delle rampe. I francesi ci interrogarono a lungo e per convicerci facevano un giochetto crudele : ci mettevano tre matite tra le nocche delle dita della mano aperta messa di taglio sul tavolo e davano all'improvviso un fortissimo colpo sulle falangi. Ancor oggi non riesco ad articolare bene le dita.
    Volevano fare di noi degli agenti "doppi". ci dicevano continuamente : -Tu devi lavorare per noi-
    Ma i Tedeschi ci avevano già messo in guardia su questa eventualità . Loro se ne sarebbero subito accorti. Ma non c'era bisogno di minacce. Nè io nè Franco avremmo mai accettato di lavorare per il nemico.
    Alla fine i francesi capirono che era inutile insistere e ci portarono a Poggioreale, il carcere di Napoli, al padiglione I , Italia.
    Una notte ci fu un furioso bombardamento tedeco sul porto e le bombe scoppiarono vicinissime al carcere.
    Tra tante urla sentii una voce nota , era la voce di Peppe Marvaso.
    Cantando a squarciagola riuscii a farmi riconoscere da lui e sempre cantando gli esposi le mie vicende.
    Dopo una quindicina di giorni vennero a prenderci gli scozzesi. Una squadra comandata additittura da un capitano. Eravamo importanti !. All'ufficio matricola del carcere ci restuirono i valori che avavmo depositato. Il capitano scozzese appena vide la mia catenina d'oro (otto grammi!) disse disinvoltamente : -Questa prendere io-, e me la rubò spudoratamente davanti a tanti testimoni. Tra i suoi antenati avrà avuto Brenno.
    Ci portarono a Via Tasso, sempre a Napoli. Nalla stanzetta in cui eravamo chiusi ci acquattammo sotto il pagliericcio per bisbigliarci qualche accordo per i prossimi interrogatori. Temevamo di essere ascoltati con microfoni nascosti.
    Subimmo interrogatori durissimi. Da lì siamo stati portati anche a Villa De Falco, sulle falde del Vesuvio. Gli inglesi usavano dei metodi psicologicamente raffinati. Ci davano le sigarette ma non i fiammiferi. Ci separavano, poi ci rimettevano insieme, poi prendevano uno di noi dicendo di salutarci per l'ultima volta. Quando uno era fatto uscire, l'altro sentiva poco dopo una raffica di mitra. Il camerata non veniva più messo nella stessa cella, ma ripetavano la scena con un altro.
    Alla fine io e Franco fummo riportati a Poggioreale e dopo pochi giorni fummo trasferiti al campo di concentramento di Carinola , vicino Caserta ,che fungeva da campo di smistamento.
    All’interno del campo erano sistemate delle barcche, mentre raggiungevamo quella a cui eravamo destinati, incontrammo dei marò della Decima MAS, li abbracciammo.
    Dopo qualche giorno fummo trasferiti in camoin al campo di Padula. Ad Werciolano fu consentita una sosta in campagna per dare sfogo ai propri bisogni. C'era per terra tantissima cenere lanciata dal Vesuvio durante gli undici giorni della sua ultima eruzione iniziata il 19 marzo del '44, avevo notato un civile che guardava noi, poveri prigionieri tra le sentinelle. Scrissi per terra nella cenere un messaggio per la mia famiglia e l'indirizzo e gli feci cenno da lontano. Quando tornai a casa, due anni dopo, ho saputo che il messaggio era stato recapitato.Quando arrivammo a Padula ci accorgemmo che i reclusi erano sottoposti alla fame più nera.
    Il generale Marotta il veterano del campo, ci disse che i primi giorni gli inglesi non si erano vergognati di nutrire i prigionieri con ghiande . Proprio così : ghiande. Ci adattammo a mangiare di tutto. Anche le olive acerbe di alcuni alberi di olivo abbattuti per stendere i reticolati. Ricordo che erano amarissime.
    Dormivamo per terra in cento per ogni camerone della famosa certosa.
    Passai a Padula 15 mesi assieme a Franco Nuovo e Peppe Mavaso.
    Tra i duemila di Padula durante i mio soggiorno ebbi l'onore di conoscere persone che avevano ricoperto cariche importanti come il generale Bellomo, poi fucilato a Nisida, il principe Valerio Pignatelli, il duca Andrea Carafa d'Andria, Achille Lauro, Il figlio di Nazario Sauro, i fratelli Garibaldi,Ricciotti e Giuseppe, il capitano pilota Riccardo Monaco, Nando Di Nardo.
    Ma c'erano anche tantissimi altri fascisti meno noti ma tutti animati da un solo ideale : la Patria, l’Onore, il Fascismo.
    C'era anche qualcuno che non c'entrava per niente ed era lì per errore o per qualche vendetta privata.
    Su Padula è stato scritto molto e non è il caso di dilungarmi. Voglio solo aggiungere che talvolta per fregare le guardie indiane infilavamo dei capelli nello loro schifose sigarette "victory". Le guardie si sentivamo male e qualcuno nel trambusto era riuscito addirittura a passare nel reparto femminile. Le sentinelle indiane che avevano accettato le sigarette "truccate" venivano anche picchiate dagli inglesi.
    Il 25 maggio '45 il campo di Padula fu chiuso. Fummo trasferiti a Terni , nei locali della fabbrica di gomma sintetica (R.Internee Camp di Collescipoli).
    Tentiamo una fuga. Franco Nuovo e Mario Wurtzburgher (rugbista napoletano) riuscirono ad evadere. Io fui preso. Facemmo anche un pesante affronto al sergente Lanan che si era reso inviso a tutti per le sue soperchierie. Gli sfilammo la pistola e lo spingemmo fuori dal nostro edificio tra insulti e sberleffi. Poi lanciammo la pistola al di là dei reticolati.
    Vennero a Collescipoli anche degli Ufficiali della Regia Marina che volevano interrogarci. Li prendemmo a sassate.
    A Pasqua del '46 molti di noi furono liberati, non io che mi ero macchiato di "gravi" crimini di lesa maestà nei riguardi dei nostri aguzzini.
    Nel maggio '46 gli ultimi "recalcitrans" , alla chiusura del campo di Terni furono trasferiti al campo di Riccione-Rimini , ultimo rimasto aperto in Italia.
    Era stato un campo di aviazione. Prima di noi c'erano state le SS tedesche. Ci lasciarono in eredità delle tende ben piantate e ben allineate. C'era anche una chiesetta e proprio lì sotto avevamo cominciato a scavere un tunnel per evadere.
    Nel reparto femminile c'era pure una tedesca, moglie del primo ministro irakeno, con cui tra mille difficoltà intrecciai una relazione.
    Il campo era vicono al mare e ogno tanto i nostri guardiani ci portavono sulla spiaggia. Durante la marcia i comunisti locali ci provocarono e nonostante la presenza delle sentinalle armate che accorsero a dividerci le presero di santa ragione.
    Circolando nel campo, notai in una tenda il capitano Lang, sì proprio quello a capo della rete di agenti segreti a cui apprtenevo. Fingemmo di non conoscerci. Sapevamo bene che in tutti i campi e in tutte le carceri ci sono spie infiltrate.
    A Riccione vennero anche ufficiali dell'esercito badogliano per interrogarci. Per sgomberare il campo da ogni equivoco quando entravamo nella baracca dove si svolgevano i colloqui battevamo i tacchi e facevamo il saluto romano.
    Ci avevano messo a lavorare vecchie divise di soldati inglesi. Sottraemmo a poco a poco gradi , buffetteria e alcuni capi. Così potemmo approntare le divise di un ufficiale e quattro soldati e cinque camerati riuscirono ad uscire dal cancello principale perfettamente inquadrati salutati dalle sentinelle polacche.
    Finalmente la mia odissea ebbe fine . Fui liberato l'11 novembre 1946 per segnalazione di Enrico de Nicola, allora Capo dello Stato, che era vicino di casa della mia famiglia a Torre del Greco.
    Ritornato libero per molti anni ho avuto incubi notturni: Appena mi addormantavo credevo di essere nuovamente in prigione. Solo da qualche anno ne sono guarito.
    Peccato che i nostri sacrifici non siano serviti ad avere una Italia migliore, ma sono ancora fiero di quello che ho fatto.

  10. #10
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    Predefinito Fascisti Clandestini In Calabria

    Testimonianza di Nicola Plastina

    Nicola Plastina è nato ad Aiello Calabro (Cosenza) il 17 settembre 1926. Negli anni 50 ha frequentato a Napoli la Facoltà di Architettura. Ha conseguito il titolo accademico all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Pittore, ha partecipato a rilevanti mostre nazionali. Professare di ruolo, ha insegnato Storia dell'arte nel Licei scientifici.
    Iscritto al MSI dalla fondazione : 29 dicembre 1946. Dopo il Congresso di Fiuggi ha aderito a AN.
    E' stato consigliere provinciale a Napoli per due consiliature, dal 1980 al 1990. E' stato segretario provinciale della CISNAL Scuola ed ha fatto parte della Direzione Nazionale della CISNAL

    Sento profondamente l'onore di essere stato invitato a questo convegno e, sia pure sinteticamente, desidero portare anche la mia testimonianza.
    Nel 1941 si formò a Cosenza, in seguito ad arruolamento volontario, il battaglione “M” della MVSN, comandato dal capitano Zupi.
    Insieme al mio amico e coetaneo Paolo Falsetti mi arruolai. Avevamo soltanto quindici anni e fummo nominati “figli del battaglione” tra molti sotterfugi.
    Il Battaglione ben presto partì per la zona di operazioni e così arrivammo a Lubiana.
    Mia madre era rimasta sola, essendo mio padre, ex squadrista, andato a combattere in Africa Orientale, a Gondar, e da più mesi non dava più notizie. Così si diede da fare per farmi ritornare. Qualcuno la ascoltò e a malincuore io e il mio amico Falsetti fummo rimandati a casa. Per convincerci a tornare in Calabria ci dissero che ci mandavano “in licenza”.
    Quando, nel '43, ci fu il 25 luglio ad Aiello Calabro si imbastì una manifestazione antifascista contro i gerarchi del paese. Allora mio zio, Eugenio Valzi -anche lui ex squadrista-, assieme all'esattore Tallarico fronteggiò i facinorosi e li disperse sparando alcuni colpi di pistola in aria.
    Ma gli antifascisti, pur intimoriti, non demordevano dai loro propositi di rivincita e di vendetta. Molti ricordavano l'olio di ricino propinato ai loro parenti vent'anni prima.
    Così presero a perseguitare me, considerato per la giovane età, l'anello più debole della mia famiglia.
    Si inventarono che ero autore di devastazioni delle sedi del Partito d'Azione o del Partito Socialista (le prime che si erano aperte in paese) per denunciarmi ai Carabinieri. Non contenti di avermi fatti arrestare decine di volte, arrivarono ad armare con bombe e pistole un gruppetto di giovani che mi tesero un agguato notturno.
    Per fortuna proprio quella sera ero rientrato a casa più presto del solito e gli aggressori mi attesero inutilmente al varco. Tutto questo mi fu confessato da un amico che era stato costretto a parteciparvi.
    L'otto settembre ero ad Amantea ( a circa 20 km da Aiello). Il prof. Vincenzo Andreoli, che era stato comandante della GIL di Cosenza, che si ricordava bene di me in quanto mi aveva fatto assegnare una borsa di studio per l'Accademia di Belle Arti di Brera, mi aveva segnalato al maggiore dei paracadutisti Mario Martire di Amantea, fervente patriota e fascista.
    Così fui coinvolto nella rete di collegamenti che si stava tessendo tra Cosenza e i paesi vicini.
    A Grimaldi a capo del fascismo clandestino c'erano tre professionisti, a Belmonte Calabro operava la famiglia Carratelli, che teneva i collegamenti anche con Cetraro e gli altri paesi della costa; a Lago organizzava l'attività clandestina fascista Ciccio Martellotta coadiuvato da un insegnante di cui non mi sovviene il nome; a Nocera Torinese-Sambiase c'era un gruppo agguerrito con cui ci collegava il prof.Chiodi, poi arrestato e coinvolto nel processo degli 88 fascisti di Calabria. A Nicastro Ciccio Fatica si era dato alla macchia dopo aver effetuato alcuni riusciti attentati alle truppe alleate utilizzando esplosivi lasciatigli da un reparto di Waffen SS .
    Tutti facevano capo a Cosenza dove c'era Luigi Filosa, capo indiscusso di un folto gruppo.
    L'8^ armata inglese passò per Amantea senza riscuotere applausi e non ne riscosse neanche negli altri paesi della costa che attraversava per risalire lentamente la penisola.
    Durante la permanenza del fronte a Cassino lo sviluppo della clandestinità assunse una forma più organizzata.
    A Cosenza, dove mi recavo con mezzi di fortuna, il prof. Andreoli mi presentò ad Orazio Carratelli, che era stato direttore di “Calabria Fascista”.
    Questi mi scelse come collaboratore per i collegamenti con la RSI e gli altri gruppi fascisti clandestini, affidandomi una radio ricetrasmittente.
    La radio la tenevamo nascosta ad Aiello e, quando dovevamo usarla, vagavamo , io e Carratelli, sulle colline intorno al paese, spostandoci continuamente durante la trasmissione per non essere individuati da un eventuale radiogoniometro.
    Si pensava che la nostra azione potesse essere utile per la vittoria finale in caso del ribaltamento del fronte.
    Filosa aveva preparato un piano per attaccare i piloni degli elettrodotti in caso di ritirata degli “alleati”. Le centrali elettriche erano tutte presidiate, ma i piloni no. La mancanza di energia elettrica avrebbe creato uno stato di caos.
    I tedeschi, durante la ritirata, avevano fatto saltare un grosso deposito di armi e munizioni a Pian del Lago che però non era andato distrutto completamente.
    Rimasero integre numerose casse di armi ed esplosivi. Inoltre con .,la dissoluzione del Regio Esercito, l'otto settembre restò abbandonato un po' dovunque numeroso materiale bellico.
    Ne fecero incetta soprattutto i comunisti.
    Prima della caduta di Cassino fui inviato assieme ad un coetaneo a consegnare messaggi cifrati, che portavamo cuciti nella fodera della giacca, ad un camerata di Taverna, vicino a Mignano Montelungo, nelle retrovie del fronte.
    Dopo molte peripezie riuscimmo a raggiungere Taverna e a compiere l'incarico che ci era stato affidato.
    Avremmo voluto attraversare le linee per andare in RSI, ma , mentre procedevamo, fummo intercettati da una camionetta. A bordo c'era un ufficiale italiano che, dopo averci interrogato, finse di credere alla nostra storiella circa la necessità di acquistare viveri per le nostre famiglie, ma ci obbligò a salire sulla camionetta e ci portò con lui fino a Napoli.
    Nel dopoguerra ho nuovamente incontrato quell'ufficiale nei locali del Circolo Artistico e Politecnico di Napoli e ne appresi il nome : colonnello Ezio Murolo.
    Avvenne che Orazio Caratelli fu arrestato e portato a Napoli per essere interrogato dai CC.RR. ( probabilmente il controspionaggio di Pecorella).
    Lo rinchiusero in una camera di sicurezza buia. In piena notte la porta si aprì e fu spinto dentro a pedate con contorno di contumelie, un individuo, che lagnandosi del trattamento inumano riservatogli, attaccò subito discorso facendo mille domande. Carratelli rispose in maniera generica restando sulla difensiva. Quando si fece giorno e filtrò un po' di luce nella cella, Carratelli si accorse che sotto la giacca del supposto compagno di sventura si intravedeva una pistola.
    Allora sbottò ironicamente . -Collega carcerato, un'altra volta che vieni a fare la spia, tieni almeno ben nascosta la pistola!-
    L'agente provocatore, arrabbiatissimo per una nottata trascorsa inutilmente in bianco nei disagi di una cella, se ne uscì subito furibondo!
    Furono arrestati anche parecchi camerati di Cosenza e poco dopo anche Filosa che, avvertito in tempo, si era inutilmente rifugiato a Bari.
    Furono poi tutti processati nel famoso processo degli 88 fascisti di Calabria.
    Rimasero liberi e attivi a Cosenza Giulio Rosano, il prof. Andreoli e un buon nucleo di giovani, mentre nei paesi furono scoperti soltanto quelli di Sambiase-Nicastro. Ciccio Fatica fu arrestato in una casa di tolleranza travestito da seminarista.
    Nella zona intorno ad Aiello l'organizzazione rimase intatta e l'attività proseguì con raddoppiate precauzioni fino al tragico epilogo della guerra nell'aprile '45.
    Queste note rappresentano la sintesi delle vicende nelle quali sono stato testimone ma tanti e tanti episodi si affollano nella memoria e avrei dovuto citare tanti altri nomi di coloro con prezzo del pericolo parteciparono a quel meraviglioso momento di entusiasmo e di patriottismo che ho vissuto dai miei 15 ai miei 19 anni.

 

 
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