
Originariamente Scritto da
Lepanto
Il Cav. torna a proporre se stesso, ma non è detto che questa volta funzioni
Roma. Chi è andato al seminario di Forza Italia a Gubbio, lo scorso sabato, ha percepito la debolezza dell’identico a se stesso e ne è uscito “annoiato”. Come Alessandro Campi (Scienze politiche all’Università di Perugia): “C’era una platea bisognosa di politica e invece Silvio Berlusconi ha parlato delle proprie piante officinali”. Quanto ai contenuti meno personali, “è diventato seriale, ripetitivo, come se avesse perduto la capacità di stupire, capovolgere gli schemi e trovare nuove modulazioni al proprio agire”. Ha detto cose tonitruanti e un po’ contraddittorie sull’opposizione “durissima” che intende fare, e sulla politica estera ulivista che disapprova al punto che forse non voterà per la missione in Libano. Ma poi forse la voterà, perché dice che i giornali hanno frainteso. Per una personalità spettacolare come Berlusconi il pericolo più increscioso è di stancare. E’ l’indugio riflesso sopra uno schema formidabile in passato, perché si manifestava nello spiazzamento pre-politico connaturato alla sua figura da epica pop: due volte governante (1994; 2001-2006) ma sempre all’opposizione rispetto a una maggioranza che “non mi ha lasciato lavorare”; e due volte oppositore (1995-1996; 1996-2001) come un tribuno di piazza con il pugno del liberalismo alzato e la sotterranea tendenza ad allungare l’altra mano in segno di pace interessata (vulgo: inciucio). Oggi, alla soglia della terza incarnazione politica, non funziona più. Sfacciatamente predatorio o mimetizzato nel proprio sogno in cui il possibile eccede la prosa del reale, il lupo resta lupo e tende a riproporsi uguale a se stesso. L’ululato è quello, il solito lessico da capobranco riascoltato tre giorni fa dentro l’albergo di Gubbio. I denti non ci sono più.
A voler riepilogare come in una sequenza ininterrotta, si rivede l’imprinting del grande ego aziendale che nel ’94 fonda dal (quasi) nulla una destra-centro moderna e populista. Il Cav. ribaltato nelle quinte tetre dello scalfarismo (da Oscar Luigi, l’allora presidente della Repubblica) che gonfiò le vele al governo Dini. Lo stesso Cav., con il piglio del re spodestato, che percorre la via dell’orgoglio dopo la sconfitta terrificante del ’96 – anche in quel caso si levò il grido contro presunti brogli nelle urne – e si rafforza all’opposizione ma tentando la strada della Bicamerale. Dopodiché la stragrande vittoria nel 2001, la mitologia dell’homo faber che s’impianta nel governo più duraturo di tutti i tempi, malgrado quegli “sfaccendati” coi quali s’è alleato. Tutto sotto il segno della dismisura, oscillando come un pendolo tra la creazione della storia bipolare e l’impulso corrosivo al suo disfacimento. Non senza un tocco di glamour privato, a volte sconclusionato. Tuttavia credibilissimo fino alla sconfitta di ieri, 9 aprile 2006, per uno sciagurato 0,6 per mille. Da lì a oggi il Cav. s’è accostato ai settant’anni e si fa monotono mentre affronta avversari più deboli ma più agguerriti. Rischia di consegnare il suo ingente patrimonio all’assenza di una visione. Con il pericolo di finire in piazza a difendere le corporazioni che non ha potuto vincere in cinque anni a Palazzo Chigi.
Campi e Polito: “Diventi azionista della Cdl”
Campi è favorevole all’idea che Berlusconi diventi “azionista di riferimento”, non più manager del centrodestra. “Lui è l’artefice della più grande rivoluzione di linguaggio e costume degli ultimi quindici anni, è l’unico che sia stato capace di modificare la Costituzione materiale del paese. Oggi dovrebbe portare a compimento questo percorso e arrestare le spinte restauratrici che ha sempre combattuto”. C’è chi predica la necessità di favorire un processo di unità nazionale. Per Campi questo può avvenire sulla base di un requisito essenziale: “Berlusconi deve affrontare il tema della sua enorme eredità politica. Deve domandarsi se il fenomeno Berlusconi è destinato a riassorbirsi nella sua persona o meno”. Spiega Campi: “Il gollismo è sopravvissuto a De Gaulle diventando realtà stabile nel panorama francese. Anche il peronismo, dopo l’eclissi di Peron, è rimasto centrale nella vicenda storica dell’Argentina. Berlusconi è chiamato a fare lo stesso: determinare come sarà la forma del centrodestra e chi sarà il suo successore. Ecco il significato del farsi azionista, combinato con il vantaggio di rappresentare la cassaforte di una coalizione senza legami con la finanza, e di avere con sé il 24 per cento degli elettori”. Escluso che possa essere lui il candidato premier– “pure se tra un anno, mi sembra impensabile” – al Cav. si chiede di “scommettere sull’ingresso nella storia. Senza sacrificare la sua funzione pubblica alla lotta privata contro la vecchiaia, che ieri lo fece simpatico e oggi crepuscolare”. Anche il senatore Antonio Polito (Margherita) cita De Gaulle: “Il gollismo nasce con il ritiro del generale, il quale, da anomalia politica, diventa ispiratore di un movimento culturale duraturo capace di selezionare classi dirigenti”. Il berlusconismo può nascere così, “come un modo d’intendere il mondo naturaliter maggioritario in Italia, sennò non si spiegherebbe l’incredibile rimonta elettorale. Come un’anomalia normalizzata dalla storia, da cinque anni di governo”. E da due sconfitte elettorali. “Il che rende inutile una legge punitiva sul conflitto d’interesssi”. Insomma a rimanere tale e quale il Cav. ci perde in vitalità e blasone. Polito: “La sua rivoluzione liberale è incompiuta, e macchiata da una pessima legge elettorale, ma Berlusconi è stato in grado di porre fine al ribaltonismo e dare vita alla democrazia bipolare”. Per non ripetersi noiosamente, dovrebbe adesso consacrarsi come “uomo di sistema. Senza aspettare o sperare che il governo prodiano cada tra un anno o più”. E senza neppure preoccuparsi troppo di chi gli succederà. “La successione – dice Polito – è questione non urgente e comunque secondaria. Non si può chiedere a Berlusconi di ritirarsi dalla politica”. Ci si deve aspettare altro da lui: “Sfidi gli alleati e la maggioranza con una proposta sull’assetto politico e istituzionale del paese, che anche dopo il referendum costituzionale resta inadeguato. Faccia uscire il tema del partito unitario fuori dalla genericità in cui è rimasto. Infine voti sì alla missione libanese voluta da Israele e Stati Uniti. Visto che, come dice il Foglio, la cultura politica italiana si definisce pure in base alla collocazione del paese in un contesto di guerra”.
(IL FOGLIO 12/09/2006)