A giudicare dai mugugni nella sala del Mappamondo, a Montecitorio, le “evidenze” che avrebbero dovuto chiarire tempi e modi dell’azione italiana in Libano non sono state così “evidenti” alla platea delle commissioni Esteri e Difesa riunite ieri.
Se per il capo della Farnesina, Massimo D’Alema, “è evidente che una missione come questa implica anche dei rischi che non possiamo né intendiamo nasconderci”, per il ministro della Difesa, Arturo Parisi, “è evidente che regole d’ingaggio robuste non significano licenza di sparare”. Deputati e senatori hanno dovuto rileggere i loro appunti per capire “quella sorta di polidiplomatichese”. Soltanto dopo alcune chiacchierate nei corridoi della Camera è apparso davvero “evidente che il successo della missione libanese non potrà che essere misurato sul campo”, come ha detto D’Alema, ed è sempre “evidente che dall’attuale maggioranza non può arrivare un sostegno ex post alla politica estera del governo Berlusconi”.
Ma negli uffici della Farnesina non sono in pochi a pensare che D’Alema non abbia “ancora segnato una discontinuità con la precedente gestione”.

Nella sala di via dell’Umiltà della stampa estera, Parisi ha ripetuto che l’operazione Leonte sarà la missione più costosa della storia italiana: 220 milioni per i primi quattro mesi (186 per le spese militari, gli altri per gli aiuti alla popolazione libanese) più almeno 600-900 per il 2007.
Stuzzicato dai cronisti stranieri che chiedevano al ministro maggiori delucidazioni dopo “il suo troppo tergiversare”, il titolare della Difesa si è lasciato andare: “I soldi si prendono tutti dalla stessa parte… dalle tasche degli italiani”.
L’allerta dei ragionieri di Via XX settembre continua infatti a farsi sentire, poiché “per ora i fondi recuperati provengono dal plus di entrate fiscali garantito dalla Finanziaria del governo Berlusconi”, ma per l’anno prossimo, con il taglio del 20 per cento delle spese per le missioni militari proposto dal ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, non basteranno le risorse del disimpegno in Iraq (circa 500 milioni annui) sommati a quelli stanziati dall’Onu.
Le perplessità dei cronisti sono state rivelate anche al portavoce della Farnesina, Pasquale Ferrara, che ieri ha confermato la volontà di D’Alema di intervenire anche “nella Striscia di Gaza”, non come “Italia”, ma come “Onu”.

L’ambasciatore italiano a Beirut,
Franco Mistretta, alla vigilia dello sbarco dei soldati in Libano, ha fatto un giro per il paese con l’obiettivo di garantire un arrivo senza guai per il contingente dell’Italia in Unifil.
Il tour è partito da Qana, dove il diplomatico ha porto le sue condoglianze per la morte di 28 persone causata da un bombardamento israeliano e ha promesso di ricostruire parte di un frantoio (già finanziato dal nostro paese). Il sindaco di Qana è apparso soddisfatto.
Mistretta ha fatto visita anche al mufti sciita di Tiro, al Sayed Ali al Amin, che critica Hezbollah, Amal e la guerra a Israele. Si stanno muovendo anche “emissari” dell’ambasciata, che chiedono “consigli” alle autorità locali.

Il consiglio d’amministrazione dell’Ice ha scelto ieri Massimo Mamberti per sostituire Ugo Calzoni alla direzione generale. E’ stata favorita la “soluzione interna”, al contrario di quanto s’augurava Confindustria. “L’uomo giusto al momento giusto”, ha commentato Emma Bonino, ministro per il Commercio internazionale.

La Farnesina ha seguito con interesse
La missione radicale in Cambogia di Marco Panella e Matteo Mecacci, che ha procurato pruriti a non pochi governi della regione, poiché una ventina di parlamentari dell’opposizione cambogiana hanno aderito al primo grande Satyagraha mondiale in nome del motto “non c’è pace senza giustizia”.

saluti