La padania 14.9.2006

La mia prigionia nel lager di Mao


Mirko Molteni

Oggi, mentre la delegazione del governo Prodi si pavoneggierà di fronte ai vertici del Partito Comunista Cinese, a Roma arriverà in visita Harry Wu, uno dei più famosi dissidenti del Paese asiatico.
Alle 17.00 parteciperà a una conferenza all’Eur, insieme all’ex-ministro Giulio Tremonti e a Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, sul tema dei campi di lavoro in Cina. Domani mattina presenterà invece l’edizione italiana del suo libro «Laogai, i gulag di Mao Zedong», edizioni L’Ancora del Mediterraneo.
Da sempre in prima fila per la battaglia dei diritti umani, Wu ha creato la Laogai Research Foundation con lo scopo di far conoscere al mondo la tragedia dei campi di concentramento cinesi, i laogai, appunto.
Un dramma che ha vissuto sulle sue spalle e che oggi è ancora semisconosciuto al grande pubblico. Perché è nei laogai che milioni di prigionieri offrono manodopera a costo zero alle joint-venture formate dal Partito Comunista e dalle multinazionali occidentali. Harry Wu ci ha concesso una lunga intervista in anteprima, riconoscendo fra l’altro il ruolo del deputato leghista Andrea Gibelli nel far entrare la parola «laogai» nei vocabolari italiani.
Mister Harry Wu ci racconti la sua drammatica esperienza nei laogai...
«Io ho passato ben 19 anni in vari laogai cinesi, dall’aprile 1960 al febbraio 1979. E parlo al plurale perché sono stato in dieci differenti campi. Erano o campi agricoli, o miniere. Vi ho lavorato fino a 18 ore al giorno e spesso ho dovuto subire anche l’isolamento forzato. E volevo veramente morire perché non ce la facevo più. Ma la polizia comunista cinese non me lo ha permesso, mi ha costretto a sopravvivere. Noi prigionieri nei laogai siamo degli strumenti di lavoro forzato, siamo delle bestie e ci hanno trattato come tali. Ma quello che voglio sottolineare è che i laogai sono aperti tuttora, non è storia del passato. Lo scorso luglio, ad esempio, il governo locale della provincia del Sichuan ha condannato a due anni di rieducazione attraverso il lavoro, cioè al laogai, quattro leader protestanti, che non si riconoscevano nella chiesa ufficiale. La loro colpa era solo quella di aver chiesto il rilascio di 14 loro fedeli arrestati senza motivo. La sentenza è stata emessa il 27 luglio 2006. E’ importante, perché la gente deve sapere che i laogai sono una tragedia di oggi, non di 30 anni fa come i gulag sovietici, o di 60 anni fa come i lager nazisti».
Ma per trascorrere quasi vent’anni in laogai quale mai sarà stato il tremendo crimine che lei ha commesso?
«Ero considerato un controrivoluzionario cattolico. Mi hanno arrestato nella mia aula universitaria di fronte ai miei colleghi e studenti perché io non avevo accettato di far parte del movimento del partito e perché ero cattolico. Quindi ero un controrivoluzionario. Sono reati d’opinione ed è ovvio che, oltre a gestire la repressione politica, si incrementa il numero di lavoratori forzati. Si guadagnano più soldi, poichè questi schiavi non vengono pagati e ne traggono vantaggio il governo comunista cinese e le multinazionali. Oggi mentre noi parliamo, milioni di uomini, donne e perfino bambini sono internati in questi campi di lavoro, che coprono una vastissima gamma di attività economiche, dalle piantagioni all’industria meccanica. Una delle testimonianze più recenti sui laogai ci è venuta dall’ex-detenuto Lu Decheng, uno degli studenti che protestarono in piazza Tienanmen nel 1989. Fu imprigionato, ma pochi anni fa è riuscito a scappare attraverso la Thailandia e la Birmania, con l’aiuto del governo tailandese».
Proprio in questi giorni vediamo Romano Prodi visitare la Cina con numerosi imprenditori italiani. Si discuterà di rapporti economici e di delocalizzazione del lavoro. Ma oggi i politici e gli imprenditori occidentali possono ancora dire “non lo sapevo”?
«E’ assolutamente impossibile. Le ricordo le dichiarazioni del deputato americano Smith, del partito democratico, che disse: “Quanto è scandaloso che quando si tratta di reagire contro il breaking della copyright e dei brevetti, tutto il mondo del business si rivolta dicendo che la Cina ci fa concorrenza sleale. Ma quando si tratta di sfruttare esseri umani, donne e bambini per fare soldi, stanno tutti zitti”.
Non possono dire che “non lo sanno”, la verità è che non vogliono saperlo perché per loro il profitto è più importante che la vergogna di sapere che si sta magari sfruttando la manodopera gratuita di un bambino. E’ tutto qui, molto semplice e drammatico al tempo stesso. Oppure sono politici vigliacchi, che non hanno il coraggio di dire di no. Mettono le sanzioni per la Birmania, per il Sudafrica, per l’Iraq e per la Cina stanno zitti. Perché? Due pesi e due misure, perché? Noi non abbiamo prove sulla partecipazione di alcune compagnie italiane allo sfruttamento degli internati nel laogai. Però abbiamo fatto condannare numerose aziende americane. Il difficile è avere le prove, perché magari una multinazionale fa produrre i lacci delle scarpe in una fabbrica normale. Poi però le suole le vengono sfornate da un campo di concentramento. Inoltre non dobbiamo dimenticare il fenomeno delle “slave factory”. Sono fabbriche i cui operai non sono tecnicamente prigionieri di un campo. Ma sono irreggimentati e sottopagati con 30 dollari al mese. Ne ha parlato molto il giornalista italiano Federico Rampini nei suoi libri “Il secolo cinese” e “Cindia”. Un po’ tutte le multinazionali vi sono implicate. Possiamo solo fare qualche nome di compagnie americane che sono state condannate grazie a nostre denunce, come la californiana Diesel Engine».
Tornando alla sua esperienza personale, com’è avvenuto il suo rilascio e la conseguente partenza per gli Stati Uniti?
«Dopo 19 anni sono stato considerato, a detta del regime comunista, ormai “riformato” (nel senso di “rieducato”, n.d.r.). Inoltre il periodo della mia liberazione seguiva di tre anni la morte di Mao Zedong, avvenuta nel 1976. Scomparso il dittatore, si è avuto un periodo di relativo “rilassamento”, durante il quale sono stati liberati molti internati. In America però ci sono andato solo qualche anno dopo. Era il 1985 quando sono finalmente riuscito a espatriare. Tutto grazie a mia sorella, che già viveva da tempo negli Usa e che è intervenuta in mio favore presso un professore dell’università di Berkeley, in California. Questo docente mi ha aiutato con il visto, dopo numerosi tentativi infruttuosi. Appena arrivato negli Usa, per i primi tempi mi sono adattato a vendere hamburger, ma poi ho iniziato a lavorare in università. Infine nel 1992 ho fondato la Laogai Research Foundation, per sensibilizzare il mondo su questa tragedia. Nel 1994 ho fra l’altro ottenuto la cittadinanza americana».
Dopo 14 anni di continua crescita, qual’è il bilancio della sua fondazione?
«Abbiamo ottimi rapporti con il Congresso Usa, denunciamo compagnie che sfruttano il lavoro forzato e abbiamo anche creato una sezione italiana, che si sta dando molto da fare ed è presieduta da Antonio Brandi. E’ chiaro che ci vogliono molti soldi e i sindacati americani ci danno una mano. Facciamo l’impossibile, ma ci sono molti poteri forti contro di noi».
Sarà davvero dura, ma come vede le prospettive di una futura democratizzazione della Cina?
«Per la Cina è valido lo stesso discorso che fece Solzenytsin per l’Unione Sovietica: “L’Urss si è retta sempre grazie all’aiuto militare, tecnologico ed economico dell’Occidente”. Nel momento in cui l’Occidente pone un serio embargo, noi cinesi ci sbarazziamo dei comunisti in un batter d’occhio. Le cifre ufficiali che le sto per dare rendono l’idea del rapporto fra la popolazione cinese e le autorità comuniste. Nel 2003 le rivolte popolari sono state 58.000. Nel 2004 sono diventate 78.000 e nel 2005 sono salite a ben 87.000. I nostri oppressori sono aiutati da voi occidentali. Senza di voi crollerebbero subito. Questa è la storia del comunismo fin dal 1920. In Cina, poi, si sono ritrovati il peggio del capitalismo e il peggio del comunismo, in un vero matrimonio satanico».
Guardando al futuro lei è ottimista? Qual è la sua speranza principale?
«Dopo ciò che ho passato, sono molto fatalista e anche filosofo. Io devo fare ciò che è giusto. Quello che chiedo a tutti è non dimenticare chi è stato nei laogai cinesi. Dopotutto chi è stato un un lager nazista o in un gulag sovietico dice sempre che la cosa peggiore non è la sofferenza, quanto essere dimenticati. Se io riesco a far sapere la tragedia dei laogai in Occidente e a far mettere la parola “laogai” nei dizionari, potrò morire in pace. E fra l’altro ricordo che l’onorevole italiano Andrea Gibelli (incontrato da Wu nel novembre 2005 a una tavola rotonda con Brandi e Gianluigi Paragone, n.d.r.) si sta impegnando perché questa parola appaia anche nei vostri dizionari».



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