Visualizzazione Stampabile
-
Carmen Hernàndez, 'l'anima del Cammino' -
Parte II
By Salvo Raio
http://www.catechumenium.it/public/img/1987.jpg
......E’ così che quando mio padre trasferì la famiglia a Madrid, quando i miei fratelli avevano già iniziato ad andare all’università, a 15 anni, quando andai a Madrid, avevo già intenzione di andare da sola in India. Non so cosa pensava che io facessi , fatto sta che mio padre non mi diede un ceffone ma mi vietò radicalmente di partire per l’India. Io avevo una completa sicurezza verso l’Evangelizzazione.
Però la cosa più grande per me, e che devo moltissimo ai Gesuiti,….perciò amo tanto Sant’ignazio di Loyola, che è un uomo straordinario e poco conosciuto e che è stato importantissimo per la Chiesa, come tutti gli Ordini…Noi non siamo in nessuna relazione con ciò che oggi sono i Gesuiti, i Domenicani e tutti gli altri, ed è una cosa fantastica quella dei missionari e dei Santi che hanno dato le Congregazioni. Però altrettanto ha detto il Papa: le Congregazioni non possiedono una promessa eterna, ma solo in quanto sono unite alla Chiesa. Per questo sono chiamati alla comunione con Pietro tutti gli Ordini religiosi.
A 15 anni avevo già un obbiettivo, avevo sempre obbiettivi. Io avevo già uno zio Gesuita , primo fratello di carne di mia madre. Ogni anno il mio intento era partire, e così presi il Baccellerato (il corrispondente spagnolo del nostro Diploma di Scuola Media Superiore). Però ciò che conta, in quegli anni di gioventù – ed è per questo che credo molto nella chiamata ai giovani e alle giovani – fu che Dio mi diede moltissime grazie, e colui al quale devo molto è Padre Sànchez, un santo Gesuita che era a Madrid e che mise nelle mie mani il libro di Padre Lapuente.
Padre Lapuente è un classico dei gesuiti per la meditazione, e lui mi introdusse molto nella preghiera. Negli scritti di questo Padre Lapuente inoltre il metodo gesuitico è sempre permeato dalla Sacra Scrittura; ogni pagina è piena di Sacra Scrittura. Io sono entrata nella Sacra Scrittura per mezzo del Padre Lapuente. E altrettanto direttamente tramite questo stesso Padre che fu il primo in Spagna a pubblicare una Bibbia in spagnolo, molto prima della Nacàr Colunga e quella di Bouver, io a 16 anni avevo già la Bibbia tra le mani. E il Signore mi colmò di ispirazioni e di grazia......
(segue)
Nella foto: Carmen e Papa Giovanni Paolo II, nel 1987 in Vaticano.
-
RAGAZZE SPERICOLATE E ANTICONFORMISTE: IL FASCINO DELLA CLAUSURA, L’AVVENTURA DI DIO, L’ABBRACCIO FORTE E DOLCE DI GESU’
COME DIFENDERSI DALL’ASSEDIO DEL NULLA, DALLA NOIA, DALL’INSODDISFAZIONE, DAL MALE E DALLA STUPIDA TELEVISIONE? COME RITROVARE IL GUSTO DELLA VITA? ASCOLTATE IL CUORE E APRITE GLI OCCHI……STUPITEVI!
I mass media trasformano ogni piccola scemenza in una tendenza, ogni stravaganza finto-trasgressiva in una moda, ogni sgallettata che appare in tv in un “evento” da immortalare. Ma non si sono accorti di un fenomeno che – questo sì – è l’unico veramente trasgressivo e anticonfomista: l’aumento delle giovani ragazze che scelgono la clausura. Anche la televisione – dovendo riempire ore del palinsesto per propagare le “eroiche” gesta dell’Isola dei famosi, così da rincoglionire il pubblico sotto tonnellate di Nulla – sta alla larga da questo eroismo autentico e da questo sorprendente amore.
I dati sono semplici. Fra il 2004 e il 2005, in Italia, sono aumentate di 300 unità le vocazioni claustrali. Trecento giovani ragazze italiane, spesso laureate, del tutto normali, figlie del loro tempo (discoteche comprese), che si sono “innamorate” così e hanno lasciato tutto, proprio tutto, scegliendo le quattro mura di una clausura e una vita di totale povertà, silenzio e preghiera, per questo Amore.
Complessivamente le professe solenni sono 6.672 (anche i monasteri sono passati da 524 a 533). Ed è una fioritura non solo italiana. Sempre nel periodo 2004-2005 le claustrali nel mondo sono aumentate di 1.147 unità, arrivando a 47. 626 (a cui vanno aggiunte 8.107 ragazze in periodo di formazione). Curiosamente sono le laicissime Spagna e Francia che, con l’Italia, hanno il maggior numero di vocazioni di questo tipo. Queste stupende avventuriere innamorate, sono figlie di una generazione che non conosce più la carezza di Dio, la compagnia forte e dolce dell’Eterno. Facevano parte di una generazione consumata dal desiderio di qualcosa a cui non sa dare un nome, del senso della vita che non sa trovare. Vengono in mente le antiche parole del profeta biblico Amos: “Ecco stanno per venire dei giorni/ nei quali manderò la mia fame sopra la terra:/ non una fame di pane, non una sete d’acqua,/ ma fame e sete di udire la Parola di Dio./ Ed essi andranno errando da un mare all’altro,/ e dal Settentrione all’Oriente;/ ed andranno qua e là cercando la parola di Dio/ e non la troveranno./ In quei giorni saranno sfiniti per la sete/ le fanciulle e i giovani” (VIII, 11-13).
Ma c’è chi ha la fortuna di trovare. Anzi di essere trovato. Come ha detto ad una cronista di Avvenire suor Maria Eliana del Carmelo di Carpineto Romano: “non pensavo al Signore, ma Lui, nel suo amore, ha pensato a me e si è fatto presente”. Racconta: “non ho mai pensato di farmi suora. Tanto meno monaca di clausura. Sono nata a Rimini e ho vissuto per 19 anni a Cattolica, perciò non mancava il modo di divertirsi”. Alla maniera di tutti: “la mia vita era come quella di tanti giovani: mare, discoteca, uscite con gli amici…”. Poi è arrivato il grande amore: “Mi sono sentita amata da Lui e questo amore mi ha toccato il cuore”.
Mi è capitato di visitare un monastero di clausura umbro, di clarisse. Ne sono uscito abbagliato. Ho parlato con quattro suore: due erano sull’ottantina, stavano lì dentro da 50 anni. Ma io non ho mai conosciuto persone più ilari, vitali, dolci, piene perfino di buonumore. Poi ho parlato con due nuove clarisse: sui 25-26 anni. Ero stupito dai loro volti e dai loro occhi. Avrei voluto avere una telecamera per fare loro un primo piano stretto mentre parlavano. Vi assicuro che chiunque rimarrebbe colpito. Non era solo la consueta bellezza di due giovani donne. Era, la loro, una bellezza speciale, piena di luce, perché soprattutto erano felici. Parlando con semplicità delle cose normali della loro vita trasmettevano dolcezza e bontà. Loro che avevano rinunciato a tutto, anche alla loro giovinezza e vivevano totalmente povere dietro quella grata, mi sembravano possedere tutto. Soprattutto la pace che noi non conosciamo. Pur portando davanti al trono di Dio, ogni ora, tutti i dolori e le sofferenze del mondo che affluiscono fra queste mura.
E’ il fascino di questa ricchezza, di questa Bellezza sconosciuta a tutti noi che viviamo nel mondo, che sta dietro il successo del film “Il grande silenzio”. Non si ha la sensazione di persone che abbiano perduto qualcosa o rinunciato a qualcosa, ma piuttosto di donne e uomini che possiedono ciò che noi affannosamente cerchiamo e la cui mancanza ci sfianca e ci addolora. Il vero deserto, quello dove si muore di sete, è nei nostri cuori sazi e disperati e non certo in quei chiostri silenziosi, simili piuttosto a oasi verdi e fresche. Ciò che il mondo chiama “felicità” è dissipazione che lascia solo la cenere di un fuoco troppo fatuo. L’insoddisfazione perenne accompagna gli umani. Da sempre. Ciò che dappertutto è ricerca agitata e nervosa lì, in quei chiostri, è gioia dell’abbandono. Ciò che dovunque è convulsa corsa al possesso del nulla lì è godimento di Dio, l’Eterno per cui siamo fatti.
E’ letteralmente una cosa dell’altro mondo. Un altro mondo dentro il nostro mondo. Dove la verginità significa amore totale e trasfigurazione della propria stessa carne, “divinizzazione”, come dicono i padri della Chiesa orientale che sanno ben riconoscere l’aureola nel volto luminoso degli uomini di Dio. Il cardinal Ruini, concludendo il convegno di Verona, ha sottolineato questo “boom” delle vocazioni alla clausura, ma forse anche la Chiesa dovrebbe rifletterci. Perché gli istituti religiosi in genere hanno crisi di vocazioni mentre la clausura attrae? Non sarà che troppo spesso i religiosi sono stati trasformati in assistenti sociali o attivisti? Non sarà che il “fare” prevale sul “mendicare” e sull’adorazione amorosa? Non sarà che in troppi ordini religiosi – per dire – i superiori hanno sostituito il Buon Samaritano che guarisce (che è Cristo) con psicologi e psicanalisti?
Si potrebbe imparare qualcosa da questo fatto se si ascoltasse finalmente il Papa. Nelle sue parole pronunciate a Verona c’è tutto. C’è innanzitutto la passione per Gesù Cristo. Che è tutto. E che basta alla vita. S. Agostino, che aveva vissuto una giovinezza dissipata (in un modo simile alla nostra epoca erotomane e intellettualistica), ha descritto meglio di chiunque altro questo innamoramento di Cristo, la Bellezza fatta carne: “Tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo ed io nella mia deformità mi gettavo sulle cose ben fatte che tu avevi creato. Tu eri con me ed io non ero con te. Quelle bellezze esteriori mi tenevano lontano da te e tuttavia se esse non fossero state in te non sarebbero affatto esistite. Tu mi hai chiamato e hai squarciato la mia sordità; tu hai brillato su di me e hai dissipato la mia cecità. Tu hai emanato la tua fragranza e io ho sentito il tuo profumo e ora ti bramo. Ho gustato e ora ho fame e sete. Tu mi hai toccato e io bramo la tua pace”.
-
Cronache da Antiochia
L’avventura quotidiana di un frate italiano e una piccola comunità di cattolici e ortodossi nella città dove abitarono Pietro e Paolo, Barnaba e Luca, e dove per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani
http://www.catechumenium.it/public/i...oAntiochia.jpg
Proponiamo un interessante articolo del periodico 30giorni, diretto da Giulio Andreotti, che racconta con semplicità e immediatezza la realtà nella quale vivono i cristiani presenti ad Antiochia, tra i quali vi sono anche alcuni fratelli del Cammino che contribuiscono a mantenere in vita questo "resto" di quella che fu una delle più importanti comunità primitive del cristianesimo.
Questo è un omaggio alla visita attualmente in corso di Papa Benedetto XVI in terra turca.
Cronache da Antiochia
di Gianni Valente – 30giorni
La minuscola campana cattolica che rintocca proprio sotto l’alta torre dei muezzin della moschea Sarimyie, tra i vicoli scalcinati della città vecchia, appena a lato della Kurtulus Caddesi, può cogliere di sorpresa il viaggiatore occidentale, stordito dalle folate di fobia antislamica che da anni spazzano il nord del mondo. Ma di chiese e cappelle all’ombra dei minareti ce ne sono altre, sparse qui in Turchia, in Terra Santa e in tanti Paesi a maggioranza musulmana. Ciò che invece rende per sempre unica Antakia, storpiatura turca dell’antico nome di Antiochia sull’Oronte, è successo quasi duemila anni fa e sta scritto negli Atti degli apostoli. Dove si racconta che qui i discepoli di Cristo, che prima «non predicavano la parola a nessuno fuorché ai giudei», per la prima volta «giunti ad Antiochia cominciarono a parlare anche ai greci, predicando la buona novella del Signore Gesù». Notizia che destò domande nella comunità apostolica a Gerusalemme, tanto che Barnaba fu spedito a dare un’occhiata a quell’inedita Chiesa fiorita tra i pagani. «Quando questi giunse, vide la grazia del Signore e si rallegrò… Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani».
Adesso ben cinque patriarchi (tre cattolici di rito orientale, un ortodosso e un siro-giacobita) portano il titolo della città dove nacque Luca, il medico greco evangelista, dove soggiornarono a lungo Paolo e Barnaba e dove fu vescovo san Pietro prima di venire a Roma ed essere martirizzato poi sul colle Vaticano. Ma vivono tutti altrove. Nel suo piccolo, qui l’unico vero “successore di Pietro” è padre Domenico, smilzo frate cappuccino da Modena, che condivide senza gelosie questo primato sul campo con l’abuna Boulos della vicina parrocchia ortodossa. È arrivato alla fine degli anni Ottanta nella città un tempo cosmopolita che i francesi nel ’39 cedettero ai turchi insieme a tutta la regione siriana dell’Hatay, per garantirsi la loro neutralità nell’incipiente conflitto mondiale. Ha rimesso a posto un pezzo per volta due vecchie case diroccate dell’antico quartiere ebraico, dove presumibilmente erano concentrate le dimore dei primi cristiani di qui, e dove adesso abitano solo i poveracci, perché chi può fugge nei brutti palazzoni condominiali spuntati al di là dell’Oronte. Ha attaccato sopra il portone una lastra di marmo con la scritta Türk Katolik Kilisesi, che vuol dire chiesa cattolica turca, per far sapere a tutti che non è roba per stranieri. E da quel momento, intorno alla casa-chiesa di padre Domenico si è avviluppata una trama fitta di amicizie inattese, incontri fortuiti, piccoli colpi di scena quotidiani. Che lui condivide insieme alle sue collaboratrici: Germana, una dinoccolata suora di Roma. E Mariagrazia, una consacrata venuta da Milano.
Bisogna dir grazie innanzitutto al geniale architetto musulmano alawita che ha ristrutturato la casa, recuperando lo stile orientale e arabesco delle vecchie residenze signorili di Antiochia, porticati e colonne, finestre decorate e pozzi di pietra, terrazze merlettate. Così la casa è diventata una delle attrazioni cittadine. La sindachessa ci porta i suoi ospiti illustri, quando vuol fare bella figura. Ci passano ministri e prefetti in visita alla città, generali impettiti con le loro mogli, comitive di pellegrini occidentali, studentesse velate provenienti da Konya, la roccaforte degli integralisti in Turchia. E tanti solitari viaggiatori che si muovono sulle orme di Paolo o lungo il cammino per Gerusalemme. I clan familiari musulmani e anche quelli ebrei, dopo i riti di circoncisione, chiedono di poter organizzare festicciole nella corte incastonata in mezzo alla dimora, sotto aranci e pompelmi profumati.
In Turchia la Chiesa c’è e basta
Al tempo di Pietro e di Paolo, di Barnaba e di Luca, Antiochia era «la città dei giochi gladiatori, delle danze, dei cortei e dei baccanali […]. Un’accozzaglia inaudita di ciarlatani, strilloni da fiera, commercianti, buffoni, incantatori, stregoni, sacerdoti ciurmatori, ballerine, eroi da circo e da palcoscenico» (Renan). L’esile singolare avventura cristiana di padre Domenico e dei suoi amici invece si snoda dentro l’enigmatica Turchia di oggi, ad un tempo occidentale e asiatica, laica e musulmana, democratica eppure strettamente imbrigliata dagli apparati militari e polizieschi.
C’è chi lamenta le difficoltà e i limiti che condizionano la presenza cattolica in terra turca, stretta tra la pressione sociale islamica e l’impronta laicista della legislazione, che non riconosce uno status giuridico definito alla Chiesa cattolica, così che le opere e le proprietà cattoliche si barcamenano in un’esistenza legalmente incerta, insidiata dall’invasiva burocrazia. Domenico non se ne cruccia più di tanto. «In Turchia» dice «la Chiesa giuridicamente non esiste: c’è e basta!». Lui non è solito snocciolare allarmismi sulla condizione “discriminata” delle locali minoranze cristiane: «Siamo controllati, e con questo? Se si rispettano le leggi, è più facile lavorare e risolvere i problemi». La vita e i problemi di ogni giorno, Domenico e i suoi collaboratori li appuntano per cenni nella Cronaca di Antiochia, una specie di diario collettivo pubblicato ogni anno e spedito ai tanti amici conosciuti in ogni parte del mondo. Anche nelle poche paginette della cronaca appena pubblicata, quella del 2003, si raccontano le file agli uffici pubblici per ottenere permessi e timbri, e il candore astuto con cui Domenico approfitta di ogni occasione per coltivare i buoni rapporti con le autorità cittadine, in primis con la sindachessa, «che il prossimo anno spera di essere rieletta» e ha già illustrato il suo primo volantino elettorale con la foto della sua udienza dal Papa, che il cappuccino di Modena le ha organizzato un paio di anni fa. Ma a scorrere, negli appunti lievi, è un po’ tutta la vita ordinaria di questo lembo di Turchia coi suoi chiaroscuri, i piccoli e grandi intoppi, gli incontri casuali, le fatiche di tutti. Come, tra mille altri, l’episodio registrato il 15 settembre scorso: «Che in Turchia si viva una lunga e dolorosa crisi economica» scrive a quella data Domenico, «tutti lo soffrono ogni giorno. Quello che mi è capitato oggi sembra una barzelletta, ma purtroppo è vero. Nel primo pomeriggio arriva una distinta signorina accompagnata da due uomini, di cui uno abbastanza losco. Mi dice di essere venuta da Ankara. Ha bisogno di una benedizione particolare e mi chiede di non deluderla. Prima mi dice di lavorare in un luogo affollato, molto difficile…, poi mi dice che si tratta di una casa chiusa. Da un po’ di tempo ha avuto un calo impressionante di clienti e non sa spiegarsi il perché, perciò mi chiede di darle una benedizione e di pregare sul suo capo. Anche il Signore ha usato tanta misericordia con simili donne, perciò anch’io prego per lei (…). E così la crisi economica ha toccato anche questo settore!».
In questa trama ordinaria, senza dare nell’occhio, senza proclami missionari o proselitismi eclatanti, tutto può tornar utile a far crescere quello che c’è di vivo. Come i soldi che la diocesi di Padova mette a disposizione «per acquistare l’appartamento confinante con il nostro giardino. In tre giorni il passaggio di proprietà è fatto. Speriamo di sistemare al più presto l’immobile per potervi poi alloggiare tre o quattro famiglie cristiane povere. La chiameremo la “Casa di San Luca”. Ora anche la diocesi di Padova, che custodisce le spoglie di questo evangelista, può dire di essere tornata in questa città».
Nello stesso quartiere in cui probabilmente si concentravano le domus ecclesiae, le case private dei facoltosi come Luca dove si riunivano i primi cristiani, nella antica città dominata dal miscuglio dei culti bizzarri d’Oriente, i pochi cristiani di oggi si ritrovano a pregare e a leggere il Vangelo nelle loro modeste dimore, immersi nei ritmi e nei rituali sociali e religiosi della comunità islamica. Come il Kurban Bayram, o festa del sacrificio, il rito veterotestamentario con cui si ricorda l’intervento divino che fermò la mano di Abramo. «Per motivi igienici e di “buon costume”» è scritto nella cronaca all’11 febbraio, «il Comune ha stabilito luoghi adatti e lontani dai bambini per i sacrifici: in verità, malgrado le minacce di multe salate, pochi rispettano questa prescrizione. I nostri vicini sgozzano un bel caprone proprio davanti alla porta d’ingresso del nostro giardino. Così anche noi, volenti o nolenti, partecipiamo a questo rito… con tanto di spargimento di sangue ovunque».
La comunione anche agli ortodossi
A frate Basilio da Novara, il primo cappuccino che arrivò da queste parti a metà dell’Ottocento, fecero la festa dopo solo un anno. Lo sgozzarono sicari musulmani su istigazione di qualche ingelosito fratello cristiano orientale. A Domenico, sotto quest’aspetto, è andata in tutt’altro verso. Nell’ottantina tra giovani e adulti assidui alla messa che celebra il sabato sera, ci sono caldei, armeni, siri, catecumeni che si preparano al battesimo (e che lasciano la celebrazione prima che inizi la liturgia eucaristica). Ma soprattutto ortodossi, legati al patriarcato di Antiochia, e il cui vescovo risiede ad Aleppo, in Siria. Quattro anni fa, quando il patriarca Ignatios di Antiochia dalla sua residenza di Damasco venne a visitare la città di cui porta il titolo, Domenico gli raccontò di quei giovani ortodossi che prendevano la comunione dalle mani di un prete cattolico. «Il Signore ti ricompenserà per quest’opera», fu il commento del patriarca. Qui i cristiani sono quattro gatti e c’è poco da azzuffarsi per presunti o reali proselitismi. Ma sorprende che uno dei catechisti più coinvolti nel Cammino neocatecumenale a cui si ispira la parrocchia sia addirittura il figlio di Boulos, il pope ortodosso. E quest’ultimo, se degli ospiti cattolici lo vanno a trovare, non perde occasione per intonare, sotto le volte della sua chiesa anch’essa dedicata ai santi Pietro e Paolo, l’inno Pange lingua di san Tommaso d’Aquino, e non manca di ringraziare il Papa, «perché mi hanno detto che anche nell’ultima enciclica ha ripetuto che gli ortodossi possono prendere l’eucaristia nelle messe cattoliche». Il che è una sintesi perlomeno affrettata dei 62 paragrafi dell’enciclica Ecclesia de Eucharistia. Ma funziona bene, a confermare la comunione reale che i cristiani di Antiochia, cattolici e ortodossi, vivono sul campo. Dal 1988, con un permesso concesso ad experimentum dalla Santa Sede, i cattolici di Antiochia celebrano la Pasqua nel giorno fissato dal calendario ortodosso. Così almeno qui è sparita la discordanza di date nelle celebrazioni pasquali che in tutto il Medio Oriente si offre come facile argomento per rinfacciare ai cristiani le loro divisioni. Per tutto l’anno Domenico e Boulos collaborano come parroci di due chiese confinanti. Partecipano insieme a veglie e liturgie. Vanno insieme a trattare coi prefetti e gli uffici del governo. Gestiscono in comune le opere di carità, come i 17 appartamenti per poveri e anziani in via di costruzione con l’appoggio della Caritas italiana. E il 29 giugno, festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, si sale tutti sul fianco del monte Silpius, alla Grotta di Pietro, la chiesa rupestre adesso ridotta a succursale del museo locale, che le faziose guide turistiche locali spacciano come la prima chiesa del mondo dedicata al Principe degli apostoli. Lì, tra bandiere turche e megaposter di Ataturk, dopo che la banda ha suonato l’inno nazionale, si leggono passi del Vangelo e degli Atti degli apostoli. Davanti al nunzio, a vescovi cattolici e ortodossi, e alle autorità cittadine schierate, compreso il rabbino e il mufti, che nel duemila approfittò della situazione, e nel bel mezzo della festa piazzò la sua inopinata apologia del Corano e del Profeta.
Contestai Pietro davanti a tutti
Domenico quella volta si arrabbiò, ma gli passò presto. Non sbollisce invece la sua irritazione per lo stato di abbandono della Grotta di Pietro, reso ancora più avvilente dai rozzi restauri più recenti. Dal ’67, per volere di papa Paolo VI, si può lucrare l’indulgenza plenaria visitando in pellegrinaggio l’umida e malmessa grotta santa, unica traccia storica rimasta dell’antica Antiochia cristiana, la “Regina d’Oriente che gareggiava con Roma”, Alessandria, Gerusalemme e Costantinopoli ai tempi della Pentarchia. E dove nei primi secoli santi teologi difesero la fede sull’integra umanità di Cristo dal veleno occulto delle eresie gnostiche. La chiesa rupestre conserva ancora la fisionomia che le diedero i crociati, che conquistarono Antiochia nel 1098. Ma già i bizantini avevano trasformato in cappella il luogo dove si incontravano i primi cristiani nei periodi di persecuzione. Quando la vena d’acqua che ancor oggi vi sgorga era usata come fonte battesimale, e tornava utile come semplice riserva d’acqua nei tempi difficili, e anche i cunicoli cavernosi che ancora si inoltrano nel ventre della montagna si trasformavano in provvidenziali vie di fuga. Invece la statua di Pietro e il trono di marmo dietro all’altare sono un lascito dei francesi al tempo del loro protettorato. Segni posticci e malandati che alludono ad Antiochia come Sedes Petri, città dove Pietro esercitò per qualche anno il suo mandato di capo della Chiesa. Neanche Domenico e i suoi amici credono che l’apostolo abbia mai abitato nell’antro inospitale che porta il suo nome. Ma che sia vissuto ad Antiochia è fuori discussione. Lo attesta Paolo nella Lettera ai Galati, raccontando quella rissa sfiorata («Quando Cefa venne ad Antiochia, lo contestai in faccia, perché evidentemente aveva torto») che basta da sola a segnare la distanza imparagonabile tra il compito affidato a Pietro (e ai suoi successori) e tutti i poteri religiosi partoriti dalla storia umana.
Era accaduto che Pietro, dapprima cordiale coi pagani della città divenuti cristiani, aveva cominciato «a evitarli e tenerli da parte per timore dei circoncisi», alcuni cristiani di provenienza giudaica venuti da Gerusalemme a giudizio dei quali la salvezza non era possibile per chi non osservava la legge mosaica. «Anche gli altri giudei recitarono la medesima parte, tanto che lo stesso Barnaba si lasciò attrarre dalla loro commedia». Per questo Paolo aveva aggredito Pietro, affinché non divenisse complice dei «falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi». Perché «dalle opere della Legge nessuna carne verrà mai giustificata». E «se si ha giustizia mediante la Legge, allora Cristo è morto inutilmente». Quando la questione fu discussa a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani riuniti nel primo Concilio della Chiesa, la lettera apostolica che ne uscì fu inviata in primis proprio alla comunità di Antiochia: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dall’impudicizia. (…). State bene».
Anche oggi ad Antiochia capita di diventare cristiani assaporando qualcosa della libertà per cui Paolo litigò con Pietro. Un guadagno facile. Senza precondizioni religiose, etniche e culturali. Come racconta Betul, che oggi si fa chiamare Benedetta. Perché considera «una fortuna speciale» essere nata nella città islamica dove abitarono Luca e Paolo, Barnaba e Pietro, Ignazio e Crisostomo, «visto che forse senza di loro neanche io sarei diventata cristiana». E una fortuna ancora più grande essere stata battezzata a quarant’anni, e prender parte a una storia dove «per chiedere tutto al Signore non c’è più bisogno di abluzioni e sacrifici».
Fonte: 30giorni.org
Nella foto: la campana della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo ad Antiochia e, sullo sfondo, il minareto della vicina moschea
-
Orlando, Paulo, Valentino: tre candidati al sacerdozio
Valentino proviene dalle comunità neocatecumenali di Mestre
http://www.catechumenium.it/public/i...20E%20KIKO.jpg
Orlando, Paulo e Valentino: tre persone davvero molto differenti, per età e provenienza ma anche per esperienze vissute. Eppure oggi accomunate tutte da una chiamata che, per molteplici (e lontane) vie, li ha progressivamente avvicinati e condotti a compiere un cammino comune che ora sfocia in una prima celebrazione, ufficiale e pubblica. Sono i tre studenti del Seminario patriarcale che si apprestano a vivere il rito della candidatura e ad essere, quindi, ammessi tra coloro che si preparano a ricevere l'ordine sacro. Si presentano, insomma, davanti alla comunità ecclesiale per rendere esplicito il loro proposito di proseguire nel percorso di studio, discernimento e risposta vocazionale avviato già da qualche anno.
Sarà il Patriarca Card. Angelo Scola a ricevere, accogliere e confermare la loro candidatura che potrà poi culminare, tra qualche anno e dopo ulteriori "passaggi" e verifiche, nell'ordinazione sacerdotale. L'appuntamento per la liturgia eucaristica durante la quale avverrà il rito di ammissione è fissato per venerdì 8 dicembre - solennità dell'Immacolata Concezione di Maria - alle ore 10.30 nella cattedrale di S. Marco.
Ma chi sono questi tre candidati? Eccone un brevissimo profilo. Orlando Lazzari è il più "vecchio" dei tre con i suoi 43 anni. Frequenta il quarto anno di Teologia, proviene dalla parrocchia mestrina di S. Barbara e, prima di entrare in seminario, ha lavorato in un'azienda telefonica e ha anche già ricevuto il ministero dell'accolitato. Racconta che, per lui, la candidatura di venerdì prossimo è «un importante e atteso segno di conferma, tramite la Chiesa, che il Signore mi vuole su questa strada». Silvestre Paulo Batista Sales arriva nientemeno che dal Brasile ed esattamente dalla diocesi di Castanhal: ha 27 anni ed è al quarto anno di Teologia. Giunto in Italia poco più di un anno fa su mandato del vescovo locale, completerà a Venezia il suo percorso vocazionale prima di rientrare in patria dove ha lavorato anche, per alcuni anni, in una realtà socio-sanitaria.
«E' un momento molto bello per me - osserva - e sento più forte la chiamata di Dio che mi ha chiesto di lasciare quello che avevo e venire qui. La candidatura è una conferma della grazia divina della vocazione che Dio mi ha fatto». Valentino Cagnin è, infine, il più "giovane" del trio di candidati: ha 24 anni, una laurea breve in Scienze giuridiche ed è ora al terzo anno di Teologia. E' originario di Chirignago ma frequenta da sempre, assieme a tutta la famiglia impegnata nel Cammino neocatecumenale, la parrocchia mestrina di S. Giovanni Evangelista. Spiega che questa tappa per lui vuol dire soprattutto «celebrare la fedeltà del Signore che mi ha tenuto la mano sulla testa e portato sin qui. E' tutto merito suo, non mio. E significa poi prendere con serietà e responsabilità la sua chiamata».
Alessandro Polet
Tratto da Gente Veneta , n. 45 del 2006
Nella foto: Il Card. Scola e Kiko Arguello all'incontro di Bonn nell'Agosto del 2005
-
Un avvenimento storico
Il primo prete italiano formato, ordinato e incardinato nella Chiesa d'Africa
http://www.catechumenium.it/public/i...20FLORINDO.jpg
Una storia della Chiesa nel continente africano potrebbe sommariamente essere ricapitolata attorno a tre momenti salienti. Anzitutto la fioritura cristiana dei primi secoli nell'Africa romana, nell'Egitto e quindi con vivi riflessi nella Nubia e nell'Etiopia. Poi gli effimeri e falliti tentativi di evangelizzazione dalla fine del XV al XVIII secolo lungo le coste occidentali e orientali. E infine la ripresa missionaria nel XIX secolo, che trova il suo apostolo principe in Padre Daniele Comboni (1831 – 1881) e il suo progetto : “Salvare l’Africa con l’Africa” , sotto il motto : “O Nigrizia o morte!”.
Quindi, la Chiesa Africana è una chiesa giovane , piena di giovani e ricca di vocazioni al sacerdozio. Ormai anche in Italia ci stiamo abituando alla presenza di sacerdoti provenienti dai paesi africani e si può affermare che l’Africa sta venendo in soccorso dell’Europa quanto alla mancanza di vocazioni sia sacerdotali che religiose.
Per questo motivo assume un significato particolare e incoraggiante, l’ordinazione di un italiano presso una Diocesi africana. Infatti questa è la storia di Don Florindo D’Emidio , abruzzese della Val Vibrata, nel nord della Provincia di Teramo , il primo non africano nella storia della Chiesa che ha studiato, è stato ordinato ed è incardinato in una diocesi Africana.
L’ordinazione è avvenuta il 1° Giugno 2002 a Douala , la città più popolosa del Camerun,
posta sulla riva dell’Oceano Atlantico con vista su uno dei vulcani più grandi dell’Africa , il Monte Camerun, appunto, alto oltre 4000 metri.
La parrocchia che ha ospitato lo storico evento è quella di “Nostra Signora dei Sette Dolori” e la celebrazione è stata presieduta dal Cardinal Christian Wyighan Tumi, Arcivescovo di Douala e Presidente della Conferenza Episcopale Africana.
Don Florindo ha prestato servizio per otto anni a Douala come catechista itinerante del Cammino Neocatecumenale e lì ha maturato la vocazione al presbiterato.
A Douala sono tre le parrocchie che ospitano il Cammino neocatecumenale , tra le quali quella di “Nostra Signora dei sette Dolori” . Nel recente incontro del Cammino neocatecumenale con Papa Benedetto XVI , tenutosi in Vaticano il 12 Gennaio scorso, alcune famiglie sono state inviate proprio in Camerun , a Douala a supporto dei parroci di queste tre parrocchie.
Dopo l’ordinazione sacerdotale , il successivo Settembre, Don Florindo D’Emidio è rientrato temporaneamente nel suo paese d’origine , Sant’Egidio alla Vibrata, per celebrare la S.Messa in onore del Santo Patrono - Sant’Egidio Abate – e festeggiare la sua ordinazione presbiterale. In questo viaggio è stato accompagnato dal Rettore del Seminario Redemptoris Mater di Douala , Don Simòn Eugenio, e Don Ramon , responsabile degli itineranti.
Dunque , Don Florindo è un bel frutto del lavoro di evangelizzazione e missionario svolto dal Cammino anche nella complessa e difficile situazione africana e un segno di speranza per lo sviluppo dell’attività del Cammino nel continente africano.
Una bella galleria fotografica è stata allestita a ricordo dell’ordinazione di Don Florindo e del suo rientro a casa ; la raccolta fotografica è disponibile nel sito sotto indicato:
http://www.valvibrata.it/homezone/do...do/santegidio/
A.S.-catechumenium.it
Nella foto: Don Florindo al termine della cerimonia di ordinazione presbiterale.
-
Un abbraccio non inutile
di Vittorio Messori
Si sa che l’enfasi giornalistica dovrebbe limitare l’abuso dell’aggettivo “storico“. Un termine che è di certo eccessivo anche per l’incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, Istanbul da ormai cinque secoli e mezzo. La cordialità di quell’incontro è certo confortante, ma è nella linea di quella che caratterizzò l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora nell’ormai lontano 1965 con la revoca delle scomuniche reciproche, nonché di quella di cui fu protagonista Giovanni Paolo II in vista anch’egli al Fanar sul Bosforo.
La storia insegna che non c’è da illudersi. I più, ad esempio, ignorano che lo scisma tra Oriente ed Occidente, consumato nel 1054, fu dichiarato superato nel quarto Concilio di Firenze, nel 1439, con la firma solenne di un “decreto di riunione“ tra latini e greci. Ma non furono che chiffons de papier, che non solo non ebbero seguito ma provocarono la rivolta dell’Oriente, con tentativi di linciaggio dei “traditori“ che avevano concluso l’accordo con l’invisa Roma. E questo mentre i Turchi premevano minacciosi alle frontiere per l’assalto finale. Ma anche in quella occasione, come già avvenuto nell’Africa del Nord , molti ortodossi mostrarono di preferire il turbante islamico al triregno romano. La quarta crociata finì con la presa e il sacco di Costantinopoli da parte di cattolici, pur scomunicati dal papa, lasciando una scia di rancore viva ancor oggi. Ma anche da parte bizantina, in molte occasioni, non si arretrò quando ci fu possibilità di danneggiare i “latini“, magari a favore dei musulmani.
Nel documento congiunto firmato ora ci sono forse due novità: un riferimento “ ecologico“, un appello alla protezione dell’ambiente, inconsueto in documenti di questo tipo ma che risponde –pare– a una particolare sensibilità di Bartolomeo I. E, poi, un <<abbiamo visto positivamente il processo che ha portato alla formazione dell’Unione Europea>> che è il tributo pagato alla “fame di Europa“ del governo turco. Non si può certo mettere tra le novità la constatazione –ovvia per un cristiano- che l’uccidere in nome di Dio non è un omaggio all’Onnipotente bensì la peggiore delle bestemmie. E’ un richiamo, evidentemente, all’estremismo islamista, per il quale omicidio e suicidio sono sì condannati dal Corano, ma sarebbero meritori se compiuti nella lotta per la causa di Allah.
Ma, nello stesso comunicato congiunto, c’è anche un richiamo, sfuggito a molti commentatori, e che sembra rivolto soprattutto a un certo mondo ortodosso. Lo fa notare don Nicola Bux, stimato docente di ecumenismo e consultore della Congregazione della Fede: <<Nel testo firmato da Benedetto e Bartolomeo c’è una raccomandazione a rispettare, nell’allargamento dell’Unione Europea, la cultura e la religione delle minoranze . In molti discorsi del papa in questo viaggio, poi, si può notare una sorta di enfasi sulla libertà religiosa>>. Secondo il professor Bux, questi richiami , oltre che ai musulmani, sono diretti alle autorità dei Paesi dove l’ortodossia è maggioranza e dove la religione si mescola con il nazionalismo, riducendo nei fatti a cittadini di serie inferiore coloro che aderiscono ad altre confessioni cristiane, a cominciare dai cattolici. Succede in Grecia, in Bulgaria, in Romania ed anche in Russia. Quella Russia di Alessio II che non è in rapporti eccellenti con Bartolomeo. Ma questo governa una minuscola minoranza nel mare islamico, mentre l’altro regna su una Chiesa che è egemone nel suo immenso Paese.
Anche, forse soprattutto, qui sta uno dei motivi che impediscono ogni ottimismo eccessivo. In effetti, il patriarca di Costantinopoli gode di un primato d’onore che gli deriva dalla storia, ma non ha alcuna autorità disciplinare (e neppure dottrinale, che appartiene al Concilio) sui confratelli a capo di Chiese “autocefale”, cioè indipendenti, che corrispondono ai confini delle singole nazioni. Non esistendo l’organizzazione piramidale cattolica, con a capo il papa, ogni accordo non riguarda che il patriarca che l’ha concluso e non impegna i suoi confratelli. I quali –come nel XV secolo con il Concilio di Firenze o nel XX con Atenagora– di solito non accettano di adeguarsi: per ragioni teologiche, per risentimenti storici, ma anche per timore di perdere autorità e potere nel riconoscere in qualche modo un legame con Roma.
Già da Prefetto della fede, Joseph Ratzinger era ben consapevole delle difficoltà e parlava di una <<diversità riconciliata>>, proponendo ogni possibile autonomia alle Chiese greco slave nella liturgia, nelle tradizioni, nella organizzazione interna, scelta dei vescovi compresa. Più volte poi, Benedetto XVI ha fatto capire che la sua strategia, più che dottrinale, vorrebbe essere pragmatica. Per dirla con don Bux: <<L’esempio, la forza trainante dell’esempio che parta da Costantinopoli, il cui prestigio malgrado tutto permane, potrebbe portarle tutte, una dopo l’altra, a riconoscere che fu volontà di Cristo stesso concedere al vescovo di Roma il primato nel servizio e nell’amore>>. In questo senso, l’abbraccio di questi giorni al Fanar non è stato forse “storico“ ma, certamente, non del tutto inutile.
.
-
La progettazione di nuove chiese
I criteri da seguire secondo la Commissione episcopale per la Liturgia
http://www.catechumenium.it/public/i...Michelucci.jpg
La costruzione di nuove chiese è un problema sempre attuale per la comunità cristiana. Lo è soprattutto in questo tempo in cui le forme e le funzioni dello spazio liturgico chiedono di essere ripensate in base alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II e al cammino di fede delle comunità che celebrano il Mistero di Cristo.
La Chiesa italiana, erede di un impareggiabile tesoro di tradizioni architettoniche, intende non solo conservare le testimonianze del passato, ma vuole accogliere anche le migliori proposte dell'arte contemporanea che si pongano al servizio del culto.
Pubblichiamo in allegato un importante documento che fornisce i criteri per un approccio corretto alla progettazione di nuovi edifici di culto: la Nota Pastorale della Commissione Episcopale per la Liturgia "La progettazione di nuove chiese" che rappresenta "un riferimento e uno stimolo al dialogo fra committenti (pastori, liturgisti, popolo di Dio) e progettisti (architetti, artisti, artigiani e tecnici) che deve iniziare nella fase stessa dell'ideazione e configurazione di un nuovo spazio sacro, e svilupparsi nella fase successiva del suo arredo e della sua utilizzazione".
L.O: - catechumenium.it
Nella foto: La chiesa di San Giovanni Battista a Campi Bisenzio (Firenze) presso l'Autistrada del Sole, progetto dell'architetto G.Michelucci.
SCHEDA SULLA CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA PRESSO L'AUTOSTRADA DEL SOLE
-
Kiko a Getafe, Madrid
Intervento al termine del Congresso sulla Missione Giovani della Diocesi madrilena
http://www.catechumenium.it/public/i...RZO%202006.jpg
Il 3 Dicembre, prima Domenica di Avvento, come atto di chiusura del Congresso della Missione Giovani della Diocesi di Getafe , ha preso la parola l’iniziatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Arguello, per dirigere alcune parole ai presenti circa la missione dei cristiani nel mondo.
Sotto il tema “Trasmettere la fede ai nostri giovani”, Arguello ha proclamato un kerigma che ha colpito gran parte dei presenti, poco abituati ad ascoltare una predicazione che assomiglia poco alle abituali conferenze o chiacchierate che si svolgono in questo tipo di manifestazioni.
L’organizzazione del Congresso ha evidenziato ancor maggiormente lo slancio missionario che la Diocesi di Madrid stà promovendo rispetto al resto delle sedi, spesso complicato dalla situazione di crisi di fede che si vive.
Numerosi sono stati i partecipanti e i relatori che hanno presenziato a questo Congresso preparato e portato a compimento dalla Diocesi di Getafe (Madrid-Spagna). Durante il fine settimana diverse personalità dell’ambito ecclesiale e diocesano hanno mostrato ai giovani, poco abituati ad ascoltare un messaggio dove la Fede è il tema principale, come la vita cristiana può costruire in loro stessi una persona nuova, capace di vivere e amare senza misura nè data di scadenza.
Il Congresso è stato inquadrato sotto l’iniziativa della Missione Giovani delle Diocesi di Madrid-Getafe e Alcalà, con la quale si è promossa l’evangelizzazione di queste zone attraverso i giovani e per i giovani.
Il secondo giorno di Congresso è iniziato con la celebrazione dell’Eucarestia, presieduta dal Vescovo della Diocesi, Mons.Joaquìn Marìa Lòpez de Andujar, nella quale egli ha incoraggiato i giovani ad evangelizzare dentro una società secolarizzata e a portare a termine questa missione con ardore e valentìa.
L’ultimo intervento è stato quello del responsabile attuale del Cammino Neocatecumenale, Kiko Arguello, che ha affrontato il tema proposto con la sua capacità comunicativa: “Trasmettere la fede ai nostri giovani”.
Come suo solito, Arguello non si è limitato a parlare sul come la Chiesa deve passare la fede alla prossima generazione, ma ha esortato e incoraggiato i presenti a vincere le tentazioni del maligno e aggrapparsi alla misericordia di Cristo che, resuscitato dalla morte, viene, come nella prossima festa della Natività, a illuminare le tenebre nelle quali ciascuno vive.
L’annuncio del kerigma, la Buona Notizia, ha risuonato con forza nell’ambiente e ha sorpreso gradevolmente coloro che non avevano mai partecipato a tanta insolita capacità comunicativa. “L’uomo, ha spiegato Kiko, necessita che Dio faccia in lui una nuova creazione” perché “le opere della fede sono opere nuove che né un mussulmano, né un ateo né un comunista possono fare”.
Il Congresso è stato concluso da Mons. Lòpez de Andujar, che ha insistito sulla “necessità che i cristiani siano formati allo scopo che sappiano rendere ragione della loro fede”.
Fonte: camineo.info
Traduzione. A.S. – catechumenium.it
-
Internet e la Nuova evangelizzazione
Ovvero: di che cosa ha paura il Cammino Neocatecumenale?
http://www.catechumenium.it/public/i...umenal_jpg.jpg
Internet e la nuova evangelizzazione
Di che cosa ha paura il Cammino Neocatecumenale?
Dal vangelo di Matteo 10, 26-27
“(26) Non li temete dunque, poiché non vi è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato.(27) Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti”.
E’ interessante citare cosa dice la nota al versetto di Matteo 10,27, ripreso dalla Bibbia di Gerusalemme che è il testo di uso comune nel Cammino Neocatecumenale per la formazione biblica dei suoi aderenti. Essa recita così:
“Gesù ha voluto affidare il suo messaggio solo in modo velato, perché i suoi uditori non potevano comprenderlo ed egli stesso non aveva ancora compiuto la sua opera morendo e resuscitando.Più tardi i discepoli potranno e dovranno proclamare tutto senza alcun timore.”
La nota prosegue con un’altra interessante spiegazione:
“Il senso delle medesime parole in Luca ( cfr, Lc 8,17) è tutto diverso: i discepoli non imitino la ipocrisia dei farisei, tutto quello che essi pretendessero di nascondere finirebbe per essere conosciuto; parlino dunque apertamente.”
Comprendiamo quindi da queste parole che il vero discepolo di Cristo non può, da una parte, tacere per paura, né può, dall’altra, tacere per ipocrisia. Infatti dalla paura e dall’ipocrisia nascono l’ambiguità e il sospetto e da queste ultimi il pregiudizio e la diffidenza. Questo processo di decadimento della relazione di fiducia tra colui che ha il dovere di parlare e colui al quale il messaggio deve arrivare, termina inevitabilmente con il rifiuto e la denuncia.
E’ importante sottolineare come il rifiuto e la denuncia ( che conducono come atti finali al processo e alla condanna) , siano lo stesso punto di arrivo di due modi diversi di rapportarsi alla realtà.
Il modo di Cristo e il modo dei falsi discepoli (o farisei).
Gesù Cristo nella sua vita terrena non ha taciuto mai ( e come poteva? Egli stesso era la Parola di Dio) tranne in una sola occasione : davanti a Pilato che gli chiedeva conto della Verità (cfr Gv 18,38). Cristo non ha mai negato davanti agli uomini la sua natura divina né ha temuto di mostrarsi per ciò che Egli era: il Figlio di Dio incarnato per la salvezza del mondo.
Non c’è stata in lui né ambiguità né ipocrisia, perché Egli è la Verità.E la Verità non può rimanere nascosta. Per questo ha subito il rifiuto, la denuncia , il processo e la condanna ed ha patito scherno, insulto, crocifissone e morte.
Questo è un punto importante nella trasformazione del “fatto cristiano” dall’ambito del “privato” a quello del “pubblico”, dal nascondimento alla piena manifestazione.
Chiediamoci, ora, come vissero i discepoli del Cristo la sua Passione e Morte? Nascosti, pieni di paura, chiusi in un lutto assolutamente privato , come la perdita di un caro amico, di un parente stretto. E questo perché? Lo spiega bene la nota a Mt 10,27 “Egli stesso non aveva ancora compiuto la sua opera morendo e RESUSCITANDO”.
La Resurrezione: ecco il punto di svolta! Nella resurrezione di Gesù Cristo si è verificato l’atto pubblico più importante mai avvenuto nella storia umana.E’ terminato il tempo del Dio privato, nascosto, riservato a pochi eletti. E’ venuto il tempo della piena manifestazione, della totale “pubblicità”.
Ma questo ai discepoli ancora non basta.Essi non possono ancora “uscire” dal privato, abbandonare il nascondimento e la paura . E’ necessario un altro evento fondamentale: l’effusione dello Spirito Santo: “Ed essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (cfr. Atti 2,4)
E’ questo il preciso istante nel quale l’evento cristiano si compie integralmente: la fede si manifesta agli uomini senza veli, senza paure, alta e luminosa, trasparente e chiara, pronta a “rendere ragione di sé” davanti ad ogni intelligenza e umana sapienza.
Per questo motivo, riprendendo la nota iniziale a Mt 10,27, possiamo dire senza timore di smentita che i discepoli “possono e devono proclamare tutto senza alcun timore”.
Il resto è: “Imitazione della ipocrisia dei farisei” come la stessa nota a Mt 10,27 denuncia in riferimento a Lc 8,17.
Noi vorremmo appartenere alla prima della due categorie e per questo ci chiediamo:
Di che cosa ha paura il Cammino Neocatecumenale?
A.S. – catechumenium.it
-
La testimonianza di un ex omosessuale che si è sposato ed è diventato padre.
Padre Raniero Cantalamessa è predicatore della Casa Pontificia e conduce il sabato sulla RAI una rubrica che si intitola Le Ragioni della Speranza. Sabato 30 dicembre il tema è stato la festa della Santa Famiglia, che la Chiesa celebrava la domenica seguente.
Accennando anche ai problemi e agli attacchi a cui è soggetta la famiglia oggi, anche dal punto di vista politico, Padre Cantalamessa ha introdotto la testimonianza toccante di un ex omosessuale, con moglie e figlio.
Questo è un vero outing, che rende testimonianza che dalla omosessualità si può uscire e rende anche testimonianza della bellezza della famiglia e della potenza di Dio.